Il soldato Marcello

Uno dei film sulla terribile campagna di Russia (1941-1943) s’intitola I Girasoli, ha come protagonisti Sophia Loren e Marcello Mastroianni, ed è stato girato nel 1969 da Vittorio De Sica.

La trama narra di una sposa (Sophia Loren) che nel secondo dopoguerra cerca in Russia il marito soldato disperso (Marcello Mastroianni).

Nella sua affanosa ricerca, la moglie scopre la tragica storia dei soldati italiani dell’ARMIR (Armata italiana in Russia), molti dei quali non faranno più ritorno in Patria ma riposeranno per sempre sui campi di battaglia russi nel frattempo divenuti sterminate distese di girasoli.

La partecipazione italiana all’operazione  “Barbarossa” (nome in codice all’attacco tedesco all’Unione Sovietica) vide prima l’impiego di un Corpo d’Armata (CSIR – Corpo di spedizione italiano in Russia) al comando del Generale Giovanni Messe e poi di un’intera Armata (l’8^) al comando del Generale Italo Gariboldi.

Non vi era alcuna ragione strategica che giustificasse la nostra partecipazione (peraltro non richiesta dagli alleati tedeschi) alla gravosa impresa bellica in una terra tanto lontana e ostile, ma supposti motivi di opportunità politica condannò all’estremo sacrificio, in condizioni orribili, migliaia di militari italiani.

Anche di questa immane tragedia della storia parla il film, offrendo un postumo e imperituro tributo ai caduti di un’inutile guerra.

Una curiosità: Marcello Mastroianni (nato nel 1924) non prese parte alla campagna di Russia ma in quegli anni prestava servizio, come disegnatore tecnico, all’Istituto Geografico militare di Firenze.

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Unter dem Doppeladler

L’esercito austro – ungarico (più esattamente dal 1867 Esercito imperiale e regio – kaiserliche und königliche Armee) è stato uno dei più potenti della storia d’Europa. Composto nel XIX° secolo da ben 11 nazionalità (tra cui quella italiana), si componeva di coscritti reclutati in 103 distretti e nel 1885 poteva mobilitare fino ad 1.150.000 uomini, inquadrati in 3 armate. Comandante supremo (ed effettivo) dell’esercito austro-ungarico era l’imperatore (simbolo dell’unità e della sovranità dello Stato multinazionale), da cui dipendeva direttamente il Capo di Stato Maggiore, responsabile dell’approntamento, della pianificazione e dell’impiego delle forze.

Ogni reggimento disponeva di due diverse bandiere: quella con l’aquila bicipite (Doppeladler)simbolo della monarchia asburgica, e una bandiera bianca con l’aquila bicipite da un lato e lo stemma della regione di reclutamento dall’altro.

Noti come “giubbe bianche” a causa della divisa bianca che per secoli avevano indossato, i soldati austro – ungarici mutarono uniforme a seguito delle riforme militari del 1880, anno in cui venne adottata la divisa blu scura con spalline e file di bottoni neri. Alla vigilia della Grande Guerra, anche l’esercito austro – ungarico (che venne impiegato contro i russi sul fronte orientale, i serbi su quello meridionale e gli italiani sul fronte carsico -isontino) adottò la tenuta grigioverde.

In onore della monarchia asburgica (e del suo esercito) il compositore militare Josef Franz Wagner (1856 – 1908) compose la famosa marcia Unter dem Doppeladler – Marsch ancora oggi conosciuta ed eseguita dalle principali bande militari del mondo.

Sulle vivaci note di questa brillante marcia, formulo a tutti i lettori i più fervidi auguri di Buon Anno!

 

Picca o moschetto?

Raimondo Montecuccoli, uomo di vedute culturali ampie e approfondite, era, in campo tattico, un conservatore rispetto all’arte operativa seicentesca, rivoluzionata dal Re svedese Gustavo Adolfo durante la guerra dei trent’anni.

Nella tattica svedese infatti un ruolo fondamentale era svolto dall’impiego combinato cavalleria – fanteria che univa la manovra alla celerità. Questa tattica (insieme alla ferrea disciplina dei soldati svedesi) risultò uno dei fattori di potenza determinanti per il successo della protestante Svezia nella terribile e devastante guerra del XVII° secolo.

Montecuccoli invece era un convinto assertore dell’uso della picca (una lunga asta appuntita di legno), da lui considerata, a ragione, l’unica difesa dalle cariche di cavalleria (in questo convinzione, grande importanza aveva il fatto che Montecuccoli era un cavaliere che aveva iniziato la sua carriera da picchiere!).

Nei suoi celeberrimi Aforismi dell’arte bellica, il Nostro arrivò a scrivere a riguardo ” la lancia è la regina delle armi a cavallo, siccome la picca a piedi”.

Non che non riconoscesse l’importanza del moschetto, anzi nel corso degli anni ne concepì lui stesso un nuovo modello. Però rimaneva dell’idea che il moschetto poco potesse contro una potente carica di cavalleria (era piuttosto efficace negli scontri di fanteria o come armamento dei Dragoni, cavalieri impiegati sostanzialmente appiedati).

L’incremento dell’uso delle artiglierie contro la cavalleria e lo sviluppo delle armi da fuoco portatili segnarono l’inevitabile tramonto delle picche; ma a quell’epoca il cuore del grande condottiere modenese giaceva ormai da anni nella chiesa del convento dei cappuccini di Linz.

L’occasione è oggi propizia per augurare a tutti i lettori di questo Blog Buon Natale e Felice Anno Nuovo!

 

Il regalo di Natale

Quest’anno chi scrive ha già, per ragioni eccezionali, ricevuto il suo regalo di Natale (sperando non sia l’ultimo!).

Si tratta del recente bel libro del grande storico Alessandro Barbero Caporetto (Editori Laterza, Bari – Roma, 2017).

Sono 645 pagine (comprese Note e Bibliografia) che offrono una visione completa di questo tragico evento della storia militare (e non solo) italiana di cui quest’anno celebriamo i 100 anni.

Una scrittura brillante ed avvincente si accompagna ad una conoscenza approfondita degli eventi storici nonchè ad una dettagliata ricostruzione della battaglia. Notevolissima ed ampia è la documentazione a cui Barbero attinge.

La domanda che Barbero (e tutti noi con lui) si pone è: perchè l’esercito italiano si è rivelato così fragile, fino al punto di crollare?

Il libro lo spiega puntualmente e racconta anche perchè l’esercito alla fine non crollò ma ripiegò e si riposizionò sul Piave e sul Monte Grappa (dove si stemperò la spinta offensiva austro -tedesca rintuzzata dalla nostra convinta resistenza), offrendo alla storia nazionale una tragica epopea che merita di essere conosciuta da tutti, anche per mezzo di questo straordinario libro.

Un’ ultima pregevole annotazione. Il libro parla di un argomento poco frequente nei testi di storia militare: i prigionieri di guerra.

I soldati italiani che vennero catturati dal nemico durante la battaglia di Caporetto furono circa 300.000; riguardo questo argomento, Barbero si concentra sul momento della cattura, sull’esperienze immediatamente successive fino all’avviamento dei prigionieri italiani nei campi di concentramento austriaci e tedeschi, dove molti trovarono la morte per fame e malattie aumentando così le vittime della più grande sconfitta militare italiana.

I grandi soldati di Cuore

Ugo Giaime scrive dell’artiglieria da montagna prendendo spunto dalla propria passata esperienza e dalla letteratura italiana.

La lettura di un grande classico della narrativa di guerra (Giulio Bedeschi, Centomila gavette di ghiaccio, Mursia, 1963) mi ha fatto riflettere, ancora una volta, sul sacrificio dei nostri soldati nei conflitti armati (e non solo). Perchè hanno combattuto? Perchè sono morti?

I valori ideali nutrono l’uomo e ne formano, unitamente alla necessità, l’azione fino all’estremo. La domanda dunque riguarda quali valori ideali (la necessità si manifesta nella circostanza) sottintendono all’agire valoroso del soldato. Il senso del dovere nei confronti della Patria direbbero alcuni, il coraggio direbbero altri; io dico (anche) la fraternità d’armi: si combatte (anche) per chi ci è accanto.

Perchè ne sono così certo? Perchè ho conosciuto sul campo gli artiglieri da montagna del 3° Reggimento, la cui fama è nata in battaglia (e nel generoso soccorso alle popolazioni civili). Con loro ho condiviso momenti intensi e indimenticabili, frutto del vivere insieme, fianco a fianco, giorno per giorno.

Il destino mi ha fortunatamente risparmiato dall’onere della dura prova del combattimento ma non dalla verità della mia coscienza, ispirata dalla nobiltà d’animo, dalla illimitata generosità e dalla indiscussa dignità degli artiglieri da montagna, conosciuti ed ammirati in una di quelle personali esperienze per cui si è grati di vivere.

D’altraparte, qualcuno molto prima di me, li aveva parimenti ammirati fino a magnificarli in un passo celebre di uno dei libri più noti a generazioni d’italiani:

“E poi venne su lenta, grave, bella nella sua apparenza faticosa e rude, coi suoi grandi soldati, coi suoi muli potenti, l’artiglieria di montagna, che porta lo sgomento e la morte fin dove sale il piede dell’uomo.”

(Edmondo De Amicis – Cuore, 1889, pag. 300)

La disciplina

Raimondo Montecuccoli ci offre una un’interpretazione della disciplina che, per quanto scritta quasi 400 anni fà, mantiene intatta la sua validità. Da notare come tali concetti mai prima di allora erano stati espressi in forma così sistematica; talchè si può ben dire che questo aforisma montecuccoliano rappresenta la prima forma scritta di regolamento di disciplina.

“La disciplina è sopra tutte le cose necessaria al soldato, senza di cui la gente armata è più dannosa che utile, più a’ suoi, che al nemico, formidabile. Ella è diffusamente compresa nelle leggi militari, e negli statuti di guerra, che ordinano obbedienza a’ maggiori, fortezza contro all’inimico, onestà nel vivere, proponendo conformi al merito i premii, e alla mancanza le pene convenevoli. Ottimo istituto si è quello che le promozioni non si facciano se non per gradi, o in ricompensa di qualche azione straordinaria.”

(Raimondo Montecuccoli , Aforismi dell’arte bellica, Aforisma XXX)

Victi Vivimus

Il Sacrario militare dei caduti d’oltremare si trova a Bari ed è stato inaugurato il 10 dicembre 1967.

Il Sacrario raccoglie le spoglie di 75.000 caduti (di cui 40.000 ignoti) italiani in terre straniere (in maggioranza penisola balcanica ma anche Africa orientale e settentrionale).

Al suo interno, conserva anche un interessante museo storico militare in cui sono raccolti importanti cimeli della Grande Guerra, Seconda Guerra Mondiale e delle campagne militari d’oltremare (Libia, Etiopia e Somalia).

Al tramonto di ogni giorno, nove rintocchi di una grande campana di bronzo, donata al Sacrario dalle associazioni combattentistiche e d’arma, ricordano a tutti il sacrificio dei caduti affinchè anche se vinti dalla morte essi possano comunque vivere nella memoria.

Nel Sacrario riposano anche i resti di 140 Ascari appartenenti alle truppe coloniali italiani.

Il Sacrario militare dei caduti d’oltremare dipende dal Commissariato Generale per le onoranze ai caduti (ONORCADUTI) del Ministero della Difesa.