La strategia militare

La strategia è una branca dell’arte militare che si occupa della preparazione, pianificazione e condotta della guerra nel suo insieme e/o delle singole campagne di cui si compone. La strategia militare fissa gli obbiettivi da raggiungere per la vittoriosa conclusione del conflitto.

La strategia è sempre direttamente dipendente dalla politica e a questa sottomessa. Prevede l’impiego coordinato di tutte le forze e mezzi disponibili attraverso la formulazione di un piano ad opera generalmente degli Stati Maggiori delle Forze Armate.

Nella storia militare contemporanea, gli Stati Maggiori tedeschi sono ritenuti i più efficaci (e innovativi) nella formulazione dei piani strategici. Al riguardo, basta citare il “Piano Schlieffen” (dal nome del Capo di Stato Maggiore Pro Tempore Generale conte Alfred von Schlieffen 1833 -1913 che lo elaborò nel 1905) e il “Piano von Manstein” (elaborato dal Generale Erich von Mainstein 1887 -1973) per l’attacco alla Francia, rispettivamente nel primo e nel secondo conflitto mondiale. In ambedue i piani, la preparazione dell’offensiva fu meticolosa e ponderata anche se, nel “Piano Schlieffen”, la sua applicazione venne alla fine modificata, pregiudicando così la vittoria tedesca.

Ogni strategia, che è anzitutto l’esercizio del pensiero militare, si basa su un requisito fondamentale: lo studio approfondito delle capacità proprie e dell’avversario. Ogni qualvolta questo studio è insufficiente o superficiale (e quindi il pensiero militare limitato), la sconfitta ha maggiori possibilità che la vittoria.

Le sofferenze degli innocenti

Nella Grande Guerra furono presi prigionieri dagli austro – tedeschi più di 600.000 militari italiani (perlopiù appartenenti all’Esercito): di questi, circa 100.000 (in maggioranza graduati e militari di truppa soggetti al lavoro coatto) morirono di malattie e di stenti nei campi in Austria e Germania o in conseguenza della prigionia una volta rimpatriati.

Per i prigionieri italiani l’esperienza fu terribile: la fame, le malattie ma anche il generale disinteresse alla loro sorte portò a sofferenze indicibili nonchè a profondi e duraturi traumi psicologici e fisici.

Queste tristi vicende sono narrate drammaticamente da uno di questi sfortunati protagonisti, divenuto poi tra più grandi scrittori italiani del Novecento: Carlo Emilio Gadda (1893 -1973)

Ufficiale degli Alpini, Gadda venne fatto prigioniero in seguito alla sconfitta di Caporetto e imprigionato nel campo di Celle in Germania. Ne trasse uno dei suoi libri più famosi Giornale di guerra e di prigionia (Sansoni, Firenze, 1955) che testimonia ancora oggi una triste pagina della nostra storia militare.

Da questa opera memorialistica del Gadda, traggo questo significativo brano relativo ai terribili giorni di Caporetto:

“Lasciare il Monte Nero!, questa mitica rupe, costata tanto, e presso di lei il Vrata, il Vrsic, lasciare, ritirarsi; dopo due anni di sangue. Attraversai un momento di stupore demenziale, di accoramento che m’annientò. Ma Sassella incalzava: «Signor tenente, bisogna far presto, ha detto il tenente Cola di far presto» e incitò poi per conto suo gli altri soldati. Mi riscossi: credo di non esser stato dissimile dai cadaveri che la notte sola copriva. […] Finiva così la nostra vita di soldati e di bravi soldati, finivano i sogni più belli, le speranze più generose della nostra adolescenza: con la visione della patria straziata, con la nostra vergogna di vinti iniziammo il calvario della dura prigionia, della fame, dei maltrattamenti, della miseria, del sudiciume.“

La tattica di Eugenio di Savoia

Eugenio di Savoia (1663 – 1736) fu uno dei più grandi condottieri della storia militare in generale e del XVIII° secolo in particolare.

Appartenente alla Casa Reale dei Savoia per via del padre principe Eugenio Maurizio di Savoia Carignano conte di Soisson (la madre era Olimpia Mancini, nipote del Cardinale Mazzarino), servì la Casa imperiale d’Austria e combattè in Italia contro i franco – spagnoli, ricacciandoli oltre le Alpi.

Combattè poi contro i turchi nei Balcani e ancora contro i francesi in più punti d’Europa. Uscì sempre vittorioso da ogni battaglia.

Questa celebre invincibilità gli derivava non solo da indubbie eccelse qualità personali e di comando ma anche dall’elaborazione di una tattica per l’epoca innovativa e vincente.

Eugenio infatti attribuiva grande importanza all’impiego combinato della fanteria, della cavalleria e dell’artiglieria. Rinvigorì poi l’uso della baionetta in attacco, dopo una “scarica piena” ossia il fuoco di tutti i fucili di fronte per righe (in modo da raggiungere un alto volume di fuoco “a ripetizione”).

Per la cavalleria, Eugenio la impiegò senza fuoco (i cavalieri non sparavano nella carica) puntando tutto sulla potenza d’urto contro lo schieramento nemico, in modo da creare un varco ove potesse insinuarsi la fanteria.

Per l’artiglieria, il principe preferì i cannoni leggeri, più facilmente trasportabili e manovrabili, in posizione d’avanguardia in modo di assicurarsi la superiorità di fuoco sull’avversario all’inizio della battaglia. I suoi reggimenti di fanteria furono tutti dotati di cannoni reggimentali.

Queste innovazioni tattiche furono straordinarie per l’epoca: nessuno prima le aveva concepite (e men che meno osate) e assicurarono al principe Eugenio una grandezza imperitura nel campo della storia militare.

Spirito indomito

Il valore del soldato dipende dal suo spirito, quello che Carl von Clausewitz chiamava Geist.

E lo spirito è la risultante di una serie di condizioni soggettive (carattere, educazione,motivazione ecc.) e oggettive (Leadership dei comandanti, consenso dell’opinione pubblica , armamento, addestramento ecc.).

Il valore è però condizione necessaria ma non sufficiente per garantire la vittoria: vi è infatti necessità della logistica e tattica adeguati (compiti dei comandanti) ed una chiara strategia (compito dei politici).

Riflettevo su queste cose pensando alla figura di Enrico Toti (1882 -1916) in occasione del 184° aniversario della fondazione del glorioso Corpo dei Bersaglieri (18 giugno 1836).

La figura eroica di Enrico Toti si studia(va) a scuola quindi penso sia nota a tutti: l’augurio è dunque che questa soccorra ognuno di noi nel momento dello scoramento e del dubbio affinchè “quando la paura bussa alla porta vada ad aprire il coraggio.”

Il dimenticato indimenticabile

Sulla collina del Pincio a Roma, tra i busti che ricordano coloro che diedero lustro alla Patria (tra i numerosi busti anche quello di Raimondo Montecuccoli) c’è quello del Generale Pietro Roselli (1808 – 1885).

Romano di nascita, Pietro Roselli fu un ufficiale pontificio che combattè la Prima Guerra d’Indipendenza e successivamente aderì alla Repubblica Romana nel 1849, di cui divenne (col grado di Generale di Divisione) comandante dell’esercito repubblicano.

Impegnato insieme a Giuseppe Garibaldi (con cui si trovò in disaccordo sulla condotta delle operazioni) contro le truppe borboniche nella vittoriosa battaglia di Velletri il 19 maggio 1849 nonchè nella difesa di Roma, dopo la caduta della Repubblica Romana, per opera dell’esercito francese, riparò esule a Genova.

Arruolatosi nel 1859 nell’esercito della Lega dell’Italia centrale, poi assorbito dall’Armata Sarda e divenuto Esercito italiano nel 1861, partecipò alla conquista della Piazzaforte di Ancona nel 1860 di cui in seguito divenne comandante e ove poi si ritirò a vita privata fino alla morte avvenuta il 20 dicembre 1885.

Nel 1886 la città di Roma, per le sue benemerenze, ne reclamò le spoglie che vennero sepolte nell’area monumentale del cimitero del Verano dove tuttora si trovano.

Nel 1893 venne realizzato il busto che si trova al Pincio e che ricorda, insieme agli altri, i pochi (perlopiù dimenticati) che, con coraggio e dedizione, fecero tanto per tutti, anche per quelli che erano a loro contrari.

Le tappe della scelta fatale

Oggi 80 anni fà (10 giugno 1940) l’Italia entrava nella Seconda Guerra Mondiale da cui uscì sconfitta e distrutta.

Vale la pena ricordare, giorno per giorno (a partire dal 1° maggio 1940), la sequenza che portò a quella disgraziata decisione:

1° maggio: situazione mensile sull’approntamento dell’esercito presentata dal Capo di S.M.R.E. Generale Rodolfo Graziani;

11 maggio: lettera del Governatore della Libia (e Quadrumviro del Fascismo) Italo Balbo sull’insufficienza bellica della Libia;

13 maggio: rapporto del Sottosegretario alla Guerra Generale Ubaldo Soddu sulla possibilità di garantire un ciclo operativo di appena due mesi o poco più e sull’incognita dell’alimentazione successiva;

13 maggio: promemoria del Generale Carlo Favagrossa, Commissario per le fabbricazioni di guerra, sulla situazione dell’Italia in caso di conflitto;

18 maggio: rapporto del Generale Ubaldo Soddu sull’opportunità di chiedere materiale bellico alla Germania;

21 maggio: promemoria del Generale Carlo Favagrossa sulle difficoltà sempre più ardue di importare materie prime a causa della sospensione della vendita dell’oro;

25 maggio: promemoria del Generale Rodolfo Graziani sull’efficienza dell’esercito.

29 maggio: Benito Mussolini dichiara ai Capi di S.M. delle Forze Armate 《considero questa situazione non ideale ma soddisfacente》.

Uno dei più grandi storici militari italiani, il Generale Mario Montanari, nel suo libro L’Esercito italiano alla vigilia della 2^ Guerra Mondiale ( S.M.E. Ufficio Storico, Roma, 1982, pag. 357) ha scritto:

Dei due fatti con i quali il governo fascista iniziò la conclusione della sua parabola: l’impreparazione della nazione alla guerra e la decisione di intervenire nel conflitto, il primo costituisce colpa, il secondo è errore.”

Doti del soldato

Le riflessioni del grande Napoleone, contenute nei suoi innumerevoli scritti, compongono un corpus a cui attingere per approfondire lo studio e la comprensione non solo dell’arte militare (composta da strategia, tattica, logistica e organica) ma soprattutto della militarità in ogni tempo e luogo.

Cos’è un soldato e quali virtù debba possedere e coltivare (unitamente all’indicazione del modo d’apprendimento) ce lo dice l’aforisma che segue:

La prima dote di un soldato è la forza d’animo di fronte al protrarsi delle fatiche e delle avversità: ma il coraggio è la seconda. La povertà, il sacrificio e la miseria sono la scuola del buon soldato.

Ripensavo a questa frase recentemente, ripercorrendo le vicende del soldato italiano nella seconda guerra mondiale: da Giarabub a Cheren, da El Alamein a Cefalonia e Monte Lungo, non vi è alcun dubbio quanto questo detto napoleonico sia adeguato al suo valoroso caso.

L’illustre reduce

Nel suo libro di memorie (Volevo la luna, Einaudi, 2006) Pietro Ingrao (1915- 2015), uno dei principali protagonisti della recente storia repubblicana nelle file dell’allora P.C.I. – Partito Comunista Italiano, narra la sua militanza, col grado di Sergente, nel Gruppo di Combattimento “Mantova” dell’Esercito italiano nel periodo ottobre 1944 – giugno 1945.

Il Gruppo di Combattimento “Mantova”, comandato dal Generale Guido Bologna, è stata una delle Unità regolari dell’Esercito che partecipò alla guerra di liberazione in Italia nel biennio 1943 -1945.

Era composto essenzialmente da due Reggimenti di fanteria (76° e 114°) e uno di artiglieria (155°) più ovviamente i supporti tattici e logistici. Il Gruppo aveva un organico di 432 ufficiali, 7 ufficiali britannici e 8.758 sottufficiali e militari di truppa.

Dipendente dall’8^ Armata britannica e dislocato nella zona del Chianti, non entrerà in linea per il sopraggiungere della fine delle ostilità sul fronte italiano il 2 maggio 1945.

Nell’immediato dopoguerra, il Gruppo di Combattimento sarà trasformato nella Divisione di fanteria “Mantova”.

Roma valorosa

Nel 2018 il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha conferito al Gonfalone della città di Roma la seconda medaglia d’oro al valor militare (la prima era stata concessa nel 1949 nella ricorrenza del centenario della gloriosa Repubblica Romana).

La ragione di tale prestigiosa e suprema onorificenza risiede, come recita la motivazione di seguito riportata, nella lotta resistenziale che i militari e i cittadini di Roma prestarono contro l’occupazione nazifascista dal 9 settembre 1943 al 4 giugno 1944.

Molti furono i caduti (tornano alla mente i nomi di Raffaele Persichetti, Aladino Govoni, Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo solo per citare quelli presenti in questo Blog) di tale lotta nei luoghi richiamati dalla motivazione: uomini e donne (55 quest’ultime) che una Colonna spezzata ed una lapide ricordano a Porta San Paolo, antica e muta testimone del valore militare della città eterna i cui abitanti affrontarono il nemico in tempi in cui era “vanità sperare e follia combattere”.

La Città eterna, già centro e anima delle speranze italiane nel breve e straordinario tempo della Seconda repubblica romana, per 271 giorni contrastò l’occupazione di un nemico sanguinario e oppressore con sofferenze durissime. Più volte Roma nella sua millenaria esistenza aveva subito l’oltraggio dell’invasore, ma mai come in quei giorni il suo popolo diede prova di unità, coraggio, determinazione. Nella strenua resistenza di civili e militari a Porta San Paolo, nei tragici rastrellamenti degli ebrei e del Quadraro, nel martirio delle Fosse Ardeatine e di Forte Bravetta, nelle temerarie azioni di guerriglia partigiana, nella stoica sopportazione delle più atroci torture nelle carceri di via Tasso e delle più indiscriminate esecuzioni, nelle gravissime distruzioni subite, i partigiani, i patrioti e la popolazione tutta riscattarono l’Italia dalla dittatura fascista e dalla occupazione nazista. Fiero esempio di eroismo per tutte le città e i borghi occupati, Roma diede inizio alla Resistenza e alla guerra di Liberazione nazionale nella sua missione storica e politica di Capitale d’Italia. 9 settembre 1943 – 4 giugno 1944.”

Tattica vincente

Il 10 maggio 1940 la Wehrmacht nazista attaccava contemporaneamente Olanda, Belgio e Francia iniziando una Campagna d’Occidente che si sarebbe conclusa poco più di un mese dopo con la totale vittoria della Wehrmacht.

Il principale protagonista di questa impresa, ritenuta all’epoca impossibile, fu il Generale Heinz Guderian (1888 – 1954) e la tattica usata era basata sull’impiego a massa su un punto preciso dei corazzati coordinati con l’artiglieria, la fanteria motorizzata e il supporto aereo ravvicinato. Questa tattica venne ribattezzata Blitzkrieg (guerra lampo).

La “guerra lampo” era stata già utilizzata con successo nella Campagna di Polonia del settembre 1939 ma ebbe la definitiva consacrazione nella Campagna d’Occidente, rendendo così del tutta inutile la Linea Maginot, serie di fortificazioni francesi sul confine franco – tedesco.

Elaborata dagli strateghi tedeschi (tra cui il Generale Guderian) prima della Seconda Guerra Mondiale, la “guerra lampo” è stata a lungo studiata da tutti gli eserciti belligeranti e alla fine applicata con successo dall’Armata Rossa dopo esserne stata vittima nelle fasi iniziali della Campagna di Russia.

Per un critico approfondimento dell’argomento, il testo di riferimento è Karl – Heinz Frieser BlitzkriegLegende. Der Westfeldzug 1940. Oldenbourg Verlag, München, 1995 tradotto in molte lingue (tranne ahimè in italiano…!).