Fiume amaro

L’Italia entrò nella Grande Guerra contro l’Austria- Ungheria accanto alla Francia, Gran Bretagna e Russia (a cui si era legata con il Patto di Londra il 26 aprile 1915) il 24 maggio 1915 operando sul fiume Isonzo che segnava di fatto il confine militare tra i due Paesi. Su questo fiume si svilupparono ben 12 battaglie (11 offensive e 1 difensiva) e rappresentò il principale teatro operativo italiano. Molte imprese militari che caratterizzano la 1^ guerra mondiale sulla fronte italiana si svolsero sui luoghi segnati dalla presenza di questo fiume che per la sua importanza sarà secondo solo al Piave, il “Fiume sacro” all’Italia. Appartengono infatti alle operazioni militari isontine i fatti d’arme della presa di Gorizia (6^ battaglia), del Vodice (10^ battaglia), della Bainsizza (11^ battaglia) e di Caporetto (12^ battaglia). Nel complesso, si ebbero circa 300.000 soldati italiani e austro-ungarici che caddero in queste sanguinosissime battaglie. Un “Fiume amaro” per la sorte di migliaia di combattenti e per i loro cari.

Annunci

Anelante a sè stesso

Un gradevole soggiorno estivo a Lucca mi ha portato alla scoperta del Monumento a Tito Strocchi, giovane lucchese protagonista (dimenticato come molti, ahimè!) del nostro Risorgimento tra le fila dei garibaldini nella Terza Guerra d’Indipendenza del 1866 e a Mentana nel 1867 (nonchè a Digione contro i prussiani nel 1870 -’71).

Riporto qui di seguito un significativo estratto di un’opera biografica a lui dedicata che credo rappresenti al meglio il suo messaggio esistenziale ai posteri:

Mi abbrucia il desio di una vita nuova, varia, piene di emozioni. Anelo trovarmi nel fuoco della mischia e conoscere me stesso in mezzo ai pericoli. Questa vita che conduciamo e una vita da oche; a noi che arde il sangue dei vent’anni abbisogna una vita di avventure, io anelo provare una qualche emozione forte, sia pure quella della paura…

Io anelo poter dire un giorno, se vivrò, anch’io ho fatto qualche cosa per la patria mia, io non sono indegno dei miei genitori.

(da Enrico Del Carlo, Vita di Tito Strocchi 1846-1879 giornalista, mazziniano e garibaldino)

Anche Giosuè Carducci volle dedicare a Tito Strocchi un’ode, epigrafe del suo sepolcro nel cimitero di Lucca:

SE FORTEMENTE SENTIRE – È DA ROMANI – ONORATE, O CITTADINI, LA TOMBA – DI – TITO STROCCHI – MORTO A TRENTATRE ANNI – NOBILI COSE PENSÒ – DEGNE SCRISSE -COMBATTÈ VALOROSO – NEL TRENTINO, NELL’ AGRO ROMANO, A DIGIONE – NULLA CHIESE E NULLA EBBE NEL MONDO – SE NON TARDA PIETÀ “

Lo spionaggio nel pensiero di Raimondo Montecuccoli

Nella sua vita, Montecuccoli ebbe tre periodi che dedicò alla scrittura: 1639 – 1642, durante la prigionia nel castello dei Duchi di Pomerania a Stettino; il periodo 1648 – 1652 nella sua residenza nel castello di Hohenegg durante gli anni successivi alla pace di Vestfalia; 1665 – 1670, ancora nel castello di Hohenegg, dopo il suo trionfo nella battaglia di San Gottardo.
Nel corso del primo periodo vide la luce, insieme ad altre opere minori, il Trattato della Guerra, scritto per l’esattezza (come ci dice lo stesso Montecuccoli) nel 1641.
Al secondo periodo risalgono Le Tavole militari e probabilmente la stesura definitiva del Delle Battaglie
Nell’ultimo periodo, il Montecuccoli scrisse il capolavoro che gli diede fama immortale: Della guerra col turco in Ungheria, opera meglio e universalmente nota come Aforismi dell’arte bellica. Nelle sue riflessioni Montecuccoli affronta tutti i temi della strategia, tattica, organica e logistica componenti l’arte militare, senza tralasciare alcun settore specifico o, per dirla in termini moderni, alcuna “funzione operativa” (combattimento, supporto al combattimento, sostegno logistico ecc.)

È nel Trattato della Guerra, capo (o capitolo) VI, che Montecuccoli si occupa di quello che attualmente noi conosciamo sotto il termine di “Intelligence/Counterintelligence e RSTA – Reconnaissance, surveillance, and target acquisition” ma che il Nostro definiva “Dei spioni e delle Guide”.
Il Trattato della Guerra, di cui ci sono giunte due copie (conservate negli archivi di Vienna e di Modena) ma non l’originale, è il primo lavoro organico sulla guerra che Montecuccoli scrisse, ispirandosi a quel metodo induttivo “osservare e descrivere” che aveva imparato leggendo Francesco Bacone.
Nel Trattato, che differisce dagli Aforismi per essere essenzialmente opera teorica e speculativa frutto delle intense e innumerevoli esperienze belliche maturate nella Guerra dei Trent’anni, Montecuccoli descrive la guerra come fenomeno globale inserito completamente nella storia e nel contesto sociale del tempo.

Contrariamente a Carl Philipp Gottlieb von Clausewitz (1780 -1831, giunto sulla scena politico-militare nel XIX secolo ma tuttora riferimento imprescindibile del pensiero strategico militare), che solo in parte trae le proprie convinzioni dalla modesta esperienza diretta della guerra, Montecuccoli che del fatto bellico è stato un prim’attore, non considera la guerra come espressione diretta della politica ma la osserva e la descrive come fatto autonomo, sottoposto a regole proprie, la cui conoscenza è indispensabile premessa di ogni vittoria sul campo. Montecuccoli, uomo dotato di vasta cultura generale, è anzitutto un combattente e desidera dare un ordine sistemico alle sue conoscenze apprese in combattimento. Sa bene che la vittoria è la risultante dell’azione combinata di diversi fattori, primo fra tutti la conoscenza della consistenza e della capacità operativa del nemico.

Nel capo VI, dunque, Montecuccoli enuncia una serie di principi a cui il condottiero deve attenersi nell’impiego delle spie e quindi nello svolgimento dell’attività di Intelligence :
1. “Le spie devon’ essere molte in numero” affinché l’attività informativa sia la più ampia e accurata possibile. E perché gli informatori, accordandosi tra loro, non forniscano false informazioni o facciano il “doppio gioco”;
2. “non devono anche esser conosciuti da persona alcuna”, ovviamente la segretezza è fondamentale per l’effettivo svolgimento dell’attività informativa. Montecuccoli però poi specifica che chi opera nel settore Intelligence deve essere conosciuto (e dipendere) direttamente dal condottiere/comandante per evitare che un qualsiasi altro intermediario possa essere un agente del nemico e mettere così a repentaglio gli esiti dell’attività informativa. Ponendo in sistema questo precetto con quello precedente, Montecuccoli riconosce indirettamente la necessità di una organizzazione dell’Intelligence da cui non si può prescindere per garantire la sua funzionalità/effettività;
3. “gli spioni passano al campo del nemico sotto colore d’altri affari”, ossia svolgono attività informativa in un settore diverso a quello a cui sembrano appartenere: chi potrebbe sospettare di un saltimbanco giramondo o di un pastore che pascola il proprio gregge?
4. “ma egli non è sempre ben fatto di mandare a spiare indifferentemente nel campo del nemico ogni villano o soldato o persona cognita”; l’attività informativa deve essere svolta da persone preparate a farlo! Anche nel campo dell’Intelligence la formazione è evidente fattore di successo. Montecuccoli è giustamente molto attento alla preparazione professionale nel vasto campo militare e non accetta alcuna improvvisazione o superficialità in materia. In tale contesto, Montecuccoli ritiene opportuna e apprezzabile, soprattutto per la formulazione di un quadro d’insieme della situazione, l’utilizzazione per scopi informativi degli ambasciatori, specie se accompagnati, sotto le mentite spoglie di servitori, di “uomini peritissimi in guerra i quali, presa occasione di vedere l’esercito nemico e considerare le forze e debbolezze sue, gli hanno dato occasione di superarlo, di penetrare i suoi consigli e di speculare i suoi apparecchi /…/”.

Montecuccoli procede poi a descrivere talune pratiche specifiche di “Counterintelligence” come, ad esempio, il rilascio di prigionieri per far conoscere false informazioni al nemico o distribuire alla parte avversaria informazioni che colpiscano il morale delle truppe avversarie: è una pratica che oggi definiremmo di Psychological Operations – PSYOPS (in italiano Guerra psicologica).
Nel contempo, egli narra anche di uno stratagemma atto a vanificare gli effetti della PSYOPS ossia diffondere la voce che le informazioni fatte circolare siano per verificare, da parte del condottiero, l’affidabilità e l’attaccamento dei propri uomini! Montecuccoli ci fornisce anche degli strumenti per far arrivare al destinatario le informazioni segrete. “si può far sapere la sua intenzione ad un altro in grandissima lontananza colla calamita (qui non è chiaro a cosa si riferisca ndr), co’ specchi e col sangue suo proprio.”
Infine, e per questo fu molto criticato in seguito (anzitutto dal suo primo studioso/divulgatore, il Generale francese Lancelot Turpin de Crissé), Montecuccoli prevede la pena di morte per gli informatori nemici scoperti: “per assicurarsi delle spie del nemico, servono molto le pene rigorose et acerbe con le quali si fanno morire quei che sono colti, accioché gli altri che si lasciano adoperare in simil servizio sieno sbigottiti”.

Nell’opera denominata Tavole militari, scritta con ogni probabilità nel 1653 e destinata all’Imperatore Ferdinando III, Raimondo Montecuccoli accenna brevemente all’attività d’Intelligence nella Tavola X (denominata Combattere) nel tratto che si riporta: “Si considerano: SORPRESE (così nel manoscritto originale ndr) l’avere spie fra l’inimico, accioch’è essendo egli avvisato del tuo disegno, non si possa muover che non lo sappia /…/”.

Gli Aforismi hanno costituito il principale riferimento del pensiero strategico militare per tutti gli eserciti, fino all’inizio del XIX secolo, allorché è prevalso il pensiero di colui che ancora oggi è considerato la stella polare delle discipline strategiche: il sopracitato Carl von Clausewitz, autore del celeberrimo Vom Kriege (Della Guerra).
I principi esposti dal Montecuccoli negli Aforismi furono alla base delle vittoriose campagne intraprese da Carlo di Lorena ed Eugenio di Savoia.
Anche negli Aforismi Montecuccoli si occupa di Intelligence. Per l’esattezza, nell’aforisma n. XXXII il egli scrive: “Le spie si allettano e si mantengono col danaro: procedasi cauto, e s’infinga con esse, perché elle sono talvolta doppie: assicurarsi della persona et aver pegni di moglie o di figliuli, s’elle propongono qualche sorpresa: non lasciarle conoscere né da altri né fra loro. Possono spiare prigionieri, trombetti, trasfuggitori, che vengono o che si mandano, villani, corridori, soldati travestiti, messaggeri deditizi. Le spie dell’inimico, colte che siano, si impiccano.”
Come si può notare, Montecuccoli riassume quanto già ampiamente scritto nel Trattato della Guerra, avvalorato dalla grande esperienza maturata nella recente e vittoriosa campagna contro i turchi. D’altra parte, lo stratega conosceva bene anche teoricamente l’importanza, nella storia, della funzione Intelligence per la conoscenza dei grandi scrittori classici come Erodoto, Senofonte, Cesare, Tacito e Polibio (per citarne solo alcuni) che narrano nelle loro pagine di spie e inganni di guerra.

In conclusione, l’Intelligence è una funzione operativa imprescindibile nella strategia militare che ha come obiettivo, da sempre, la sconfitta del nemico e la sicurezza delle forze proprie attraverso la conoscenza delle informazioni del e sul nemico stesso: Raimondo Montecuccoli ha il merito non solo di averlo provato vittoriosamente sul campo ma soprattutto di averne delineato i contorni teorici che offrono di questa funzione un lato scientifico mai esplorato fino ad allora.

Sani Principi

Il Generale Paolo Berardi (1885 -1953) Capo di Stato Maggiore del Regio Esercito nel drammatico biennio 1943 -1945, ha lasciato un interessante libro di memorie (Le memorie di un Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Bologna, 1954) in cui, tra le altre e tante cose, enuncia i principi sui cui Berardi riteneva dovesse fondarsi una profonda riforma dell’esercito:

  • riduzione alla minima espressione dell’organismo centrale;
  • audace decentramento delle responsabilità;
  • semplificazione dei procedimenti disciplinari;
  • suddivisione del lavoro;
  • tecnicizzazione (nel senso di professionalizzazione ndr) della cultura militare;
  • incanalamento delle attività amministrative lungo canali indipendenti dalle attività addestrative e operative;
  • creazione del “militarizzato” accanto al militare, così da preservare il più alto spirito ideale di quest’ultimo.

Trattasi di principi che è bene ricordare e sui quali è indubbiamente sempre proficuo riflettere.

Felice incontro

Uno degli scrittori militari più importanti del primo dopoguerra (Emilio Canevari) incontrò l’astro nascente del giornalismo italiano di quel periodo (Giovanni Comisso) e ne nacque un libro su un personaggio di primo piano (purtroppo ormai dimenticato) della nostra storia militare: il generale Tommaso Salsa (1857 – 1913) pubblicato dalla Casa Editrice Mondadori nel 1935.

Tommaso Salsa rivestì un ruolo importante (anche se non conosciuto ai più) come capo dell’ufficio politico-militare durante il primo periodo della colonizzazione italiana in Africa orientale: Salsa fu la mente delle conquiste coloniali italiane ed operò a fianco del Generale Oreste Baratieri, Governatore della Colonia eritrea fino alla tragica sconfitta italiana di Adua (1° marzo 1896).

In seguito, divenne sul campo uno dei protagonisti indiscussi della Guerra di Libia 1911 – 1912. Infatti, sconfisse più volte le truppe turco – arabe di Enver Bey e venne decorato di Medaglia d’oro al Valor Militare per la vittoria conseguita nella battaglia di Ettangi in Cirenaica.

Il Generale Salsa morì il 21 settembre 1913 in conseguenza ad una malattia contratta durante la Guerra di Libia.

Alla sua memoria è intitolata la Caserma di Belluno oggi sede del 7° Reggimento Alpini della Brigata Julia.

Les camarades italiens

Dopo i fatti di Caporetto, nel marzo 1918 l’Italia decise d’inviare un corpo di spedizione sul fronte occidentale anche in risposta all’afflusso sul fronte italiano di rinforzi alleati. Venne scelto il II Corpo d’Armata del generale Alberico Albricci, composto dalla 3^ e 8^ Divisione, inquadrata nella 5^ Armata francese. Il settore di schieramento italiano comprendeva la posizione strategica dell’altura di Bligny, una collina di circa 200 m considerata essenziale per la tenuta dell’intero schieramento italiano e alleato. Il 15 luglio 1918 i tedeschi sferrarono una potente offensiva su tutto il fronte della Marna e preponderanti forze nemiche si concentrarono proprio contro lo schieramento italiano. La lotta fu furiosa, con continui attacchi e contrattacchi da ambedue le parti, incentrata proprio sulla conquista della collina di Bligny. Alla fine gli italiani, al prezzo di forti perdite, resistettero e respinsero gli assalti conservando il fronte assegnato e l’importante collina. Sui luoghi della battaglia fu presente, come giovane sottotenente degli Arditi, anche lo scrittore Curzio Malaparte. I drammatici eventi di cui furono protagonisti gli italiani è oggi testimoniato dal grande cimitero di guerra italiano di Bligny in cui riposano le spoglie di 3.440 soldati italiani caduti durante l’omonima battaglia e, in generale, sul fronte francese.

Sublime giudizio

Dal celeberrimo Sommario di storia militare del Generale Carlo Corsi (1826 – 1905), di fatto uno dei fondatori della storiografia militare italiana, riporto il seguente giudizio su Raimondo Montecuccoli la cui opera teorica nel campo strategico il Corsi non esita a paragonare a quella nel campo politico di Niccolò Machiavelli.

Qualche parola ancora intorno al nostro Montecuccoli che fu il più compito capitano di quei tempi. Alle belle qualità militari e morali del Turenna, cui egli rassomigliò molto per temperamento di ingegno e di carattere, s’aggiunse in lui un amore ardentissimo dell’arte guerresca, uno studio attento e profondo di tutti i singoli mezzi di guerra del nemico, un criterio politico, economico, filosofico sempre retto e sempre consapevole di sè stesso, una facilità somma nello esporre e sviluppare i concetti della sua mente, e anche le idee altrui, e quindi un’attitudine singolare alla teorica, in tutto ciò cui si volgesse il suo lucido spirito. Nei suoi scritti apparisce quale fu di fatto, cultore scrupoloso dell’ordine. Tra le qualità del buon capitano pone come sopreccellenti quelle che vengono dalla natura, che più valgono a soggiogare gli animi delle milizie ed agevolare il comando. Raccomanda le milizie stabili. Preferisce anch’egli la guerra offensiva alla difensiva, di cui mostra la maggior difficoltà. Accenna come ottime linee di operazioni i grandi fiumi, per la facilità dei trasporti. Manovrare a cavallo d’un fiume è buonissima condizione agli occhi suoi/…/ Spoglie di quella parte formale e caduca, le dottrine del Montecuccoli restano vere e sublimi in ogni tempo, come quelle del Machiavelli.