Un’importante domanda

I Generali devono stare nelle retrovie (nei Posti Comando) a pianificare e condurre la battaglia o in prima linea con i propri uomini a guidare l’azione?

A questa interessante domanda offre un’approfondita risposta il giovane (ma già molto conosciuto agli addetti ai lavori per le sue precedenti ricerche e pubblicazioni) storico Giovanni Cecini nel suo ultimo (e appena uscito) libro Generali in trincea – Comandanti eroici italiani nella Prima Guerra Mondiale Edizioni Chillemi, Roma 2017.

Per mezzo di venti accurate biografie, il libro racconta le vicende dei Generali italiani che meritarono la Medaglia d’oro al valor militare per il loro eroismo in combattimento.

Ritroviamo dunque le storie, tra le altre, dei Generali Antonino Cascino, Antonio Cantore e Maurizio Gonzaga del Vodice (quest’ultimo, per chi scrive, rappresentante indiscusso della più nobile tradizione militare italiana) che, con il loro comportamento valoroso in battaglia, sono assurti a miti della storia dell’esercito italiano.

Finalmente un bel libro da leggere e invitare a leggere (anche per rispondere all’importante iniziale domanda)!

Annunci

Il comandante

Il 12 settembre 1919 Gabriele D’Annunzio entrò nella città (contesa tra Italia e Jugoslavia) di Fiume (l’attuale Rijeka in Croazia) alla testa di un migliaio di “legionari” provenienti perlopiù dalle fila dell’Esercito.

D’Annunzio e i suoi vennero accolti da una popolazione favorevole, a tratti persino gioiosa: ebbe così inizio “l’Impresa di Fiume” che durò 16 mesi e si concluse con “Il Natale di sangue” in cui legionari dannunziani e regolari soldati italiani (comandati dal Generale Enrico Caviglia) combatterono sanguinosamente (ci furono 22 morti tra i legionari, 25 tra i soldati regolari e 6 tra i civili), costringendo i primi ad abbandonare la città dalmata.

Nel periodo in cui occupò Fiume, Gabriele D’Annunzio, pluridecorato Tenente Colonnello di Cavalleria che aveva assunto l’appellativo di “Comandante”, sperimentò un regime politico repubblicano che suscitò l’interesse dell’intera Europa.

D’Annunzio si fece promotore di uno Statuto moderno e, per certi versi, illuminato; per esempio, venne introdotto il diritto di voto alle donne e ammesso il divorzio (ambedue questi diritti non erano riconosciuti in Italia).

Il nucleo iniziale dei “legionari” venne costituito da circa 200 granatieri, già di guarnigione a Fiume e quindi rischierati a Ronchi (vicino Monfalcone) dopo che gli stessi avevano causato incidenti nella città dalmata. I granatieri, desiderosi di tornare a Fiume e capeggiati da un nucleo di ufficiali inferiori, disertarono e offrirono il comando della spedizione a D’Annunzio che accettò.

All’inizio, reparti regolari dell’Esercito italiano si opposero alla spedizione ma, alla fine, per evitare spargimenti di sangue, consentirono a D’Annunzio e alla sua piccola ma agguerrita milizia di raggiungere Fiume.

L’impresa dannunziana, politicamente e razionalmente destinata al fallimento, durò quel tanto che permise a D’Annunzio di conseguire un grande successo propagandistico e d’immagine e che lo perpetuò nella storia d’Italia oltre che “Vate” nazionale anche come “Comandante” militare e capo politico.

A Raffaele

La data dell’8 settembre non può passare sotto silenzio. L’8 settembre 1943 è infatti una delle date fondanti della storia recente italiana: finisce la guerra contro gli angloamericani ma inizia l’occupazione e la tirannia nazifascista.

In questo giorno desidero ricordare il giovane insegnante liceale di storia dell’arte e Tenente dei granatieri Raffaele Persichetti (Roma 12 maggio 1915 – Roma 10 settembre 1943) che, seppur in congedo, prese le armi (insieme a tanti altri, tra cui Giaime Pintor) contro l’invasore e cadde nella battaglia di Porta San Paolo a Roma insieme ad altre centinaia di militari e civili italiani: il suo estremo sacrificio li rappresenta tutti.

A Raffaele Persichetti, per il suo coraggio spinto fino alla morte, venne concessa la Medaglia d’oro al valor militare con la seguente motivazione:

“Ufficiale dei granatieri invalido di guerra all’atto dell’armistizio con gli alleati si schierò generosamente e volontariamente contro l’oppressore tedesco, favorendo ed organizzando la partecipazione di suoi amici e della popolazione alla lotta armata della Capitale. In abito civile e sommariamente armato accorse poi sulla linea di fuoco dei suoi granatieri schierati in battaglia contro superiori forze tedesche. Prode fra i prodi incitò con la parola e con l’esempio i commilitoni all’estrema resistenza fino a che colpito a morte immolava la sua giovane vita nella visione della Patria rinata alla libertà.”
— Roma, Porta San Paolo, 8-10 settembre 1943.

A imperitura e sacra memoria.

L’immortale prussiana

La Regina di Prussia Luise (Königin Luise 1776 -1810) è una delle figure storiche più importanti della storia tedesca.

La grandezza della sua persona e l’opera svolta a favore della Prussia nei difficili anni dell’occupazione napoleonica ne fanno uno dei miti nazionali ancora oggi più riconosciuti e rispettati.

Sposa del Re di Prussia Federico Guglielmo III° (che in suo onore il 10 marzo 1813 fondò il celeberrimo Ordine della Croce di ferro), la Regina Luise svolse un importantissimo ruolo politico e militare in Prussia, spesso sostituendosi al marito d’indole più pacifica e incerta.

Sostenitrice delle riforme militari portate avanti dal Generale Gerhard von Scharnhorst in seguito alla disastrosa sconfitta prussiana dopo le battaglie di Jena e Auerstedt (14 ottobre 1806), prese parte a quest’ultime incitando sul campo le truppe prussiane a combattere contro l’invasore francese.

Ricevuta personalmente da Napoleone a Tilsit il 6 luglio 1807, fece sull’Imperatore francese una tale impressione che alla prematura scomparsa della Regina Luise (19 luglio 1810) disse che “Il Re di Prussia ha perso il suo miglior ministro”.

Il 2° Reggimento Corazzieri di Pomerania Kürassier – Regiment (Pommersches) n. 2, dal 1810 al suo scioglimento nel 1919, in onore della Regina Luise, prese il nome di “Corazzieri della Regina” Kürassier -Regiment “Königin”.

Il leone di Cheren

Tra le battaglie della storia militare italiana, quella di Cheren (febbraio – marzo 1941) in Eritrea, sconosciuta ai più, è una delle più valorose per le armi italiane.

La qualità di alcuni reparti (tra cui i Granatieri di Savoia e le Regie Truppe Coloniali), l’indiscussa capacità dei comandanti (Generali Carnimeo e Lorenzini), il brillante comportamento degli ufficiali in sottordine (valga per tutti la figura del leggendario Capitano di cavalleria Amedeo Guillet) produssero una battaglia difensiva che riuscì a fermare per due mesi l’avanzata delle forze del Commonwealth britannico nell’Africa Orientale Italiana.

Le perdite durante la sanguinosa battaglia furono rilevanti per ambedue gli schieramenti. I caduti italiani, non rimpatriati, riposano oggi nel cimitero militare italiano di Cheren.

In particolare, voglio qui ricordare la figura del Generale Orlando Lorenzini (1890 -1941) che con i suoi ascari diede prova di valore e coraggio eccezionali, morendo sul campo il 17 marzo 1941 colpito da una scheggia di granata.

Al Generale Lorenzini, pluridecorato e più volte promosso per meriti di guerra, venne concessa, alla memoria, la Medaglia d’oro al Valor Militare con la seguente motivazione:

“Figura leggendaria di combattente coloniale che già in Libia e nell’Africa Orientale italiana superando le più aspre difficoltà di terreno e di clima, aveva innumerevoli volte trascinato le sue truppe alla vittoria, era l’anima dell’epica difesa di Cheren, imponendosi all’ammirazione dello stesso nemico. Alla testa dei suoi battaglioni che infiammava con l’esempio del suo indomito valore si prodigava oltre ogni limite per contrastare il passo dell’avversario superiore per mezzi e per numero, contrattaccandolo con audacia sovrumana anche quando la situazione si era fatta disperata. Colpito mortalmente suggellava in aureola di gloria la sua nobile esistenza, tutta intessuta di memorabili episodi di fulgido eroismo.”
Cheren (A.O.I.), 2 febbraio – 17 marzo 1941

Ispirato alla figura del Generale Lorenzini è quanto ebbe a scrivere Ugo Giaime:

“Sul sepolcro del Leone di Cheren

poserò un fiore,

memore del passato,

nel sentimento grato

di un uomo migliore.”

(Ugo Giaime – Granelli di vita)

La nascita di un mito

Il 15 agosto 1769 nasceva ad Ajaccio in Corsica uno dei grandi miti della storia umana: Napoleone Bonaparte.

Tra le sue innumerevoli doti, Napoleone fu anche un grande scrittore (oltre che vorace lettore).

Gli “Aforismi, massime e pensieri di Napoleone” vennero pubblicati, a cura del conte Augusto di Liancourt, nella seconda metà del secolo XIX°, estratti dalle numerose opere scritte dal Grande Corso.

Si tratta di pensieri incisivi, brevi, immediati che mettono bene in evidenza l’entusiasmo, la volontà, il carattere, l’ambizione per il potere di Napoleone.

Lo vogliamo ricordare con uno dei suoi pensieri più noti e tramandati ai posteri:

“I grandi fatti non sono opera del caso e della fortuna: dipendono dall’organizzazione e da una mente geniale. È difficile veder fallire i grandi uomini nelle imprese più pericolose. Alessandro, Cesare, Annibale, il grande Gustavo riuscirono sempre. Divennero uomini tanto grandi per la fortuna? No, solo perchè erano grandi uomini si sono meritati la fortuna.”

(Napoleone, Aforismi, massime e pensieri, Newton Compton editori, Roma 1993 pag. 92)

Il campo di papaveri

La terra che accoglie i soldati destinati al riposo eterno spesso, a inizio estate, è coperta di papaveri rossi a perdita d’occhio.

Questo fenomeno naturale è particolarmente rilevante nei campi delle Fiandre, della Piccardia, delle Somme che videro nella Grande Guerra cadere, dall’una e dall’altra parte, migliaia di giovani che non avevano altra speranza che la vita.

Molti, ma non tutti, ebbero una degna sepoltura nei cimiteri militari, ora divenuti monito perenne contro la guerra.

Altri rimasero insepolti, ignoti ai più e classificati come dispersi da coloro che l’inviarono a combattere, là dove lanciarono l’ultima voce al mondo.

I campi di papaveri conservano questa voce, fraterna ed uguale, come un anelito d’esistenza che la natura preserva e vivifica.

Per sempre.

(Ugo Giaime)