Raupenhelm

Ci sono degli elementi distintivi caratteristici di ogni esercito: per l’esercito bavarese questo è stato il Raupenhelm (che non ha una traduzione puntuale in italiano, mentre in francese è definito – non del tutto correttamente, per chi scrive – Casque à la romaine).

Caratterizzato da un ornamento superiore di pelliccia (per gli ufficiali) e di lana (per i sottufficiali e graduati di truppa), ha le sue origini negli elmi di cavalleria inglese indossati nella guerra d’indipendenza americana così come nella fanteria dell’esercito prerevoluzionario francese.

Il Raupenhelm è stato indossato dalle truppe bavaresi fino alla morte del Re Luigi II nel 1886 ed è oggi osservabile nei tanti monumenti ai caduti sparsi per la Baviera (nella foto il monumento ai caduti di Taufkirchen vicino Monaco).

40 anni di fraternità a cavallo

Dal nostro collaboratore Colonnello Vincenzo Stella riceviamo e volentieri pubblichiamo questo articolo relativo al conferimento della Medaglia d’Oro al Merito della Sanità Pubblica allo Stendardo del Reggimento Artiglieria a cavallo 40 anni fà.

Il 3 aprile 1981 lo stendardo del Reggimento artiglieria a Cavallo viene decorato con la Medaglia d’Oro al Merito della Sanità Pubblica con la seguente motivazione “Per l’attività svolta dagli artiglieri a cavallo nel recupero di bambini diversamente abili attraverso l’ippoterapia”.
Primo Reparto delle Forze Armate e delle Forze di Polizia ad essere stato insignito di tale riconoscimento, oggi il Reggimento fornisce supporto a quasi 200 bambini e adulti.
“…Trovo degnissimo che un Reggimento carico di episodi, di audacie, di tormenti e di gironi del sangue non si sia chiuso nei ricordi dei suoi memorabili cavalli da guerra. Ma offra il suo aiuto silenzioso a chi si batte tutt’i giorni per pacificare la pena, la malattia, lo sconforto.
Ci sono bambini da struggersi sulle selle, e le volontarie camminano. Si sentono stridere le rondini e subito fuori si tengono tersi i cannoni. Così va il mondo.
A tavola dico adagio al Colonnello: “Quel che ho veduto stamattina al maneggio onora il vostro Kepì con la nappina e lo distingue ancora”.
Il giovane comandante annuisce volentieri e la crocerossina ride di dedizione. Vengono lontani nitriti.”
(Giorgio Torelli, Il Giornale nuovo, 25 maggio 1980)

Vent’anni dopo il Generale Bertoncin scrisse “Come nacque l’Ippoterapia alle Batterie a Cavallo: la storia vera, scritta vent’anni dopo da chi le diede vita”.

“Il mio Reggimento, che da Milano si estendeva sino a Cremona con il suo III Gruppo, viveva alcune situazioni del tutto particolari: il vanto della cura di oltre cento cavalli e dell’addestramento di una batteria montata, replica perfetta di quelle Batterie che nel 1831 i piemontesi chiamarono Volòire, volanti, la cura diuturna per i suoi kepì ed il controllo di un altro Reparto convivente alla Caserma Santa Barbara, la preparazione dell’imminente ricorrenza del Centocinquantesimo anniversario della fondazione delle Batterie, che si doveva degnamente celebrare. Senza trascurare, naturalmente, tutte le normali cure, non certo neglette: in particolare nulla di “artiglieresco“ venne tralasciato, tanto che per la prima volta nella sua storia recente il Reggimento, pluricalibro, nel poligono di Monteromano intervenne con tutti i suoi quattro Gruppi , facendo ciò che pochi Colonnelli di Artiglieria possono dire di aver fatto: concentramenti di Reggimento.

In questo quadro avvenne il mio incontro con due splendide persone, che non dimenticherò per quanto viva: Sorella Antonia Setti Carraro e il Dottor Luciano Cucchi. E’ inutile parlare della prima: la sua vita, i suoi libri, l’esser madre di quella dolce Emanuela che s’immolò con un altro vero grande d’Italia, il Gen. Dr. Carlo Alberto dalla Chiesa, parlano per lei. Il secondo, provetto cavaliere, chirurgo e pediatra generoso, gentiluomo di tratto e di spirito, era persona che infondeva fiducia e rispetto.

Sorella Setti Carraro mi parlò di bimbi minorati nel fisico, incapaci di camminare o di reggersi o, semplicemente, di sorridere. Mi disse che l’amore ed il cavallo potevano aiutarli. Mi perdoni oggi, Sorella Antonia, alla fine della sua perorazione pensai che lei dovesse essere pazza, pazza d’amore, come s’è detto di Gesù, ma sempre pazza. Mettere in groppa d’un cavallo chi non sa neppur reggersi e che a fatica sa stringere le briglie? In quel momento solo l’educazione mi tratteneva dal dire: “Ho tante cose da fare, per cortesia, non fatemi perdere tempo… “. Poi parlò il Dottor Cucchi. L’ippoterapia non era solo un neologismo: in Germania si praticava già, in Italia c’era l’ANIRE che faceva corsi, necessariamente costosi e scomodi, ben fuori Milano. Dei risultati lui, pediatra e cavaliere, si rendeva garante. Sorella Antonia, grazie al Dottor Cucchi, aveva trovato i cavalli ed anche l’amore. Io sapevo che potevo contare su un altro uomo meraviglioso, il Capitano Gianmarco Di Giovanni, Comandante della Batteria a Cavallo. Per attuare la proposta non mancava che il nullaosta delle SS.AA. Qui si complicarono orrendamente le cose.
Non ero mai andato “a Roma”, per bussare a porte potenti. Lo feci per l’ippoterapia. Come Capo Ufficio Operazioni dello SME ebbi la fortuna di trovare il parigrado Angioni, delle cui capacità si resero conto gli Italiani ed il mondo qualche anno più tardi. Ascoltò, mi credette, agì. L’autorizzazione arrivò. Il Reggimento non poteva far tutto da solo: occorreva un’esperienza specifica, che venne fornita dalla Dottoressa Danièle Citterio; occorrevano nozioni infermieristiche da parte di chi conoscesse anche il cavallo: tre splendide crocerossine guidate dalla dolce Emanuela Setti Carraro. La cura e la condotta dei cavalli, le groppe a lucido per il lavoro di brusca e striglia, la preparazione del maneggio, la rastrellatura della pula, fu opera del Reggimento. La notizia si diffuse. La Caserma fu assediata prima da genitori e figli che avevano negli occhi un’incredula speranza e tanta riconoscenza, e poi da giornalisti ed operatori televisivi.

Nel corso della solenne cerimonia rievocativa dei centocinquanta anni, l’8 aprile 1981, lo Stendardo fu decorato dal Ministro della Sanità Aldo Aniasi della Medaglia d’Oro al merito della Sanità Pubblica. I cavalli ed i kepì delle Batterie avevano dato la speranza a tanti piccoli ed amati ospiti.

(Gen. Diego Bertoncin 54° Comandante, giorno di Santa Barbara 2000)

Radici avvelenate

Lo scrittore e politico francese Mirabeau (1749 – 1791) analizzando il militarismo prussiano nella sua opera De la monarchie prussienne sous Frédéric le Grand (vol. I, Parigi, 1788) ebbe a scrivere:

« la Prusse n’est pas un État qui possède une armée, c’est une armée ayant conquis la nation »

La Prussia non è uno Stato che possiede un esercito, è un esercito che ha conquistato la nazione.

Gli eserciti moderni notoriamente nascono come strumento dello Stato per realizzare i propri obiettivi, anzitutto di sovranità, e sono al servizio della politica e mai il contrario, pena l’istaurazione di una dittatura militare che nella Storia ha sempre avuto un drammatico destino.

Questo porre l’esercito al centro dello Stato nella Prussia del XVIII secolo nasce come conseguenza di due fattori: 1) le necessità di sicurezza del nascente Stato prussiano rispetto alle grandi potenze dell’epoca (Francia, Austria e Russia); 2) l’opera di “militarizzazione” della Prussia del “Re Soldato” Federico Guglielmo I (1688 -1740) per cui ogni sforzo politico, economico e sociale era finalizzato al rafforzamento dell’esercito per realizzare quella sicurezza enunciata nel precedente punto.

È la prima volta che si afferma nella Storia moderna questo fenomeno (il militarismo) che risultò essere in Prussia talmente totalizzante da annichilire ogni altra espressione sociale, a partire dalla affermazione dei fondamentali principi della democrazia che, d’altraparte, erano poco diffusi e, men che meno, praticati in quell’epoca definita dagli storici “assolutista”.

Il militarismo accompagnerà lo sviluppo e l’affermazione della Prussia in Germania, rappresentando le radici avvelenate che funesterà fino al 1945 la Storia tedesca e, inevitabilmente, la Storia europea.

News+++ Varato il Pattugliatore “Montecuccoli”+++

Lo scorso 13 marzo presso il cantiere navale di Riva Trigoso (Genova) è stato varato il PPA – Pattugliatore Polivalente d’Altura Raimondo Montecuccoli (che avrà l’identificativo P432).

Erede dell’Incrociatore leggero Raimondo Montecuccoli, in servizio dal 1935 al 1964, ha avuto come madrina del varo la signora Anna Maria Pugliese figlia dell’Ammiraglio Medaglia d’oro al valor militare Stefano Pugliese che dell’Incrociatore Montecuccoli fu comandante.

Penso con emozione al fatto che il nome di questo grande soldato solcherà i mari d’Italia e del mondo offrendo a tutti uno dei più alti esempi delle virtù militari italiane.

Questo Blog sarà ben lieto d’informare negli anni a venire delle novità e delle attività di questa nuova (e a noi cara) unità navale!

https://www.marina.difesa.it/media-cultura/Notiziario-online/Pagine/20210313_Varo_Pattugliatore_Polivalente_d_Altura_Montecuccoli.aspx

Uno come gli altri

Nel centenario della nascita di Gianni Agnelli (12 marzo 1921 – 24 gennaio 2003), desidero ricordarlo come combattente nella Seconda Guerra Mondiale, come giovane Sottotenente di Cavalleria nella campagna di Russia, in quella di Tunisia (dove fu insignito della Croce di guerra) e infine come ufficiale partecipante alla campagna d’Italia tra i ranghi del C.I.L. – Corpo Italiano di Liberazione (comandato dal Generale Umberto Utili) e del Gruppo di Combattimento Legnano.

Di questa pluriennale esperienza di guerra, Gianni Agnelli scrisse:

Quando il tuo Paese è in guerra e tu sei un uomo giovane, sei fra quelli che fanno la guerra e non fra quelli che stanno a guardare.

Forse anche per questo normale senso del dovere, che accomunò milioni d’italiani che combatterono e subirono una guerra tragica e sconvolgente, Gianni Agnelli è ricordato come uno degli italiani più illustri (e amati) del suo tempo.

La Chiesa e la Grande Guerra

La lettura del bel libro dello storico Prof. Daniele Menozzi Chiesa, pace e guerra nel Novecento (Il Mulino, Bologna, 2008) offre la possibilità, tra l’altro, di focalizzare la posizione iniziale della Chiesa, guidata dal Papa Benedetto XV (1854 -1922) eletto proprio nel fatidico 1914, di fronte allo scoppio della Prima Guerra Mondiale.

Tre erano gli elementi centrali che la Chiesa di Roma utilizzava per l’interpretazione della Grande Guerra:

  • la punizione di Dio per l’apostasia della società moderna;
  • la convinzione della sua funzione catartica;
  • Il ritorno del Pontefice ad un ruolo internazionale al momento del ristabilimento della pace.

Di questi 3 punti, colpisce la funzione catartica della guerra, concetto non molto lontano da quello di “guerra igiene del mondo” che pure si affermò in quegli anni e giustificò uno dei peggiori conflitti della storia umana: non è mai troppo ricordare che dietro e oltre queste riflessioni teoriche resta l’indicibile sofferenza di coloro che la guerra l’hanno subita e patita, in primis i milioni di soldati (tra cui le centinaia di cappellani militari delle nazioni belligeranti – l’Italia ne contò 93 tra i suoi caduti) che non sopravvissero a questa Inutile Strage come giustamente ebbe poi (nel 1917) modo di affermare lo stesso Papa Benedetto XV.

I garibaldini inglesi

La figura del nostro eroe nazionale Giuseppe Garibaldi ebbe (ed ha ancora oggi) una sorprendente notorietà in Gran Bretagna, basti ricordare il viaggio trionfale che l’Eroe dei due mondi fece in Inghilterra dal 3 al 27 aprile 1864.

Da questa grande simpatia e convinta adesione ideale nacque un fenomeno di volontarismo britannico (non ostacolato dal governo d’oltremanica) tra le file dei garibaldini: circa 600 sudditi della Regina Vittoria raggiunsero l’Esercito meridionale di Garibaldi, battendosi valorosamente nella campagna del 1860, specie sul Volturno.

Uno dei più famosi tra questi fu John Whitehead Peard (1811 -1880), più noto col soprannome di Garibaldino inglese, il cui busto celebrativo al Pincio di Roma fa giustamente bella mostra di sè tra i nomi illustri della nostra Patria.

Dalla notte dei tempi

Una visita allo splendido Museo Nazionale Romano del Palazzo Massimo di Roma ha portato alla scoperta, tra le tante meraviglie ivi conservate, di un busto antico oggetto di questo Post.

Si tratta della rappresentazione di uno Strategós (“Guida dell’esercito” in greco antico) ateniese (riconoscibile dall’elmo, leggermente sollevato sul capo) distintosi durante la lunga Guerra del Peloponneso (431 – 404 a.c.), riprodotto in copia di epoca traianea (98 -117 d.c.) da un originale bronzeo del IV secolo a.c.

Lo Strategós era un guerriero posto a capo dell’esercito ateniese ed era scelto in base a un’elezione democratica (in pieno spirito dei tempi) tra tutti i migliori guerrieri ateniesi. Il titolo di Strategós sopravvisse fino a tutta l’epoca bizantina. Nella Grecia contemporaneo, il Capo di Stato Maggiore della Difesa (ovvero la più alta carica militare ellenica) ha il grado di Stratigos se ufficiale proveniente dall’esercito.

Realizzato in marmo greco pantelico, il busto in questione fu rinvenuto nell’area di un grande cortile di una villa rustica nella tenuta detta “Tomba di Nerone” sulla via Cassia a Roma.

Un manufatto che risale alla notte dei tempi ma che non ha perso affatto il suo antico fascino e significato.

Le origini del Commissariato militare

Nel XVII secolo, al tempo del grande condottiero Raimondo Montecuccoli (che nasceva oggi 412 anni fà a Pavullo nel Frignano) e dei sanguinosi conflitti europei del “Secolo di ferro”, si è calcolato che ogni soldato consumasse al giorno 1,5 libbre di pane, una libbra di carne, pesce o formaggio e da 3 a 6 pinte di vino e birra.

Un’Armata di 30.000 uomini aveva dunque bisogno quotidianamente di circa 25 tonnellate di pane, mentre per la carne non si poteva fare a meno di macellare 150 manzi o 1.500 ovini al giorno. Un quantitativo enorme.

Per il trasporto di viveri e attrezzature occorrevano 250 carri con altrettanti animali da tiro che, unitamente alla cavalleria e al traino dell’artiglieria, formavano un parco di circa 1.000 carri con 20.000 quadrupedi che necessitavano di 90 tonnellate di foraggio al giorno.

Un grande problema logistico da risolvere che spesso ahimè comportava la depredazione dei beni della già misera popolazione civile che oltre alla guerra, ai suprusi e alle violenze conosceva anche la miseria e, spesso, la morte per fame.

Per garantire la sicurezza e continuità dei rifornimenti, evitando tral’altro il saccheggio che comportava spesso la rivolta delle popolazioni locali, nacque al tempo il Commissariato militare che si è mantenuto, evolvendosi con lo sviluppo delle Istituzioni militari di cui fa parte, fino ai giorni nostri.

Nel mare e nel vento

Il 12 febbraio 1944 il Piroscafo Oria con migliaia di soldati italiani destinati ai campi d’internamento in Germania faceva naufragio nel mare davanti all’isolotto di Patroklos in Grecia. Più di 4.000 militari italiani perirono (insieme all’equipaggio norvegese e ai soldati tedeschi di scorta). Pochi furono i superstiti.

Un piccolo monumento su di un promotorio a Saronicco li ricorda. La bandiera italiana che garrisce al vento li rappresenta e vivifica. Si accompagna alla bandiera (greca) del mare che li custodisce e a quella (europea) che dalla loro tragedia nacque.

Sia il loro ingiusto sacrificio sempre monito per una giusta speranza di pace per tutti.

https://www.difesa.it/SMD_/Eventi/Pagine/GreciaMonumentoCadutiPiroscafoOria.aspx