“Non muoio neanche se mi ammazzano!” Giovannino Guareschi

Tra le conseguenze più tragiche dell’armistizio dell’8 settembre 1943, firmato dall’Italia con gli Alleati per porre fine all’impari lotta che durava ormai da anni, vi fu la cattura da parte tedesca, nei Balcani e sul territorio metropolitano, di circa 600.000 soldati italiani e il loro successivo trasporto in campi di concentramento in Germania o nei Paesi occupati dai tedeschi.

In seguito alla nascita, il 23 settembre 1943, della Repubblica Sociale Italiana (RSI), stato fantoccio capeggiato da Benito Mussolini, i prigionieri di guerra italiani vennero considerati Internati militari italiani (Italienische Militär Internierten – IMI) e non più sottoposti alle convenzioni internazionali ma ad una inesistente “tutela giuridica” della RSI.

L’obiettivo politico e militare della RSI era quello di ricostituire le Forze armate repubblicane fasciste con gli Internati militari. Questo obiettivo non fu raggiunto perchè la stragrande maggioranza degli Internati militari si rifiutò di aderire alla RSI. Appare quindi evidente il peso strategico di questo rifiuto, soprattutto sul fronte italiano. Era stato infatti calcolato di costituire con questi soldati ben 25 Divisioni, una massa di uomini, in maggioranza veterani, che avrebbe fatto pendere il piatto della bilancia a favore dei tedeschi e fascisti, con conseguenze inimmaginabili per l’Italia e per gli Alleati, duramente impegnati nella risalita della penisola. Il rifiuto dunque ad arruolarsi nelle Forze armate repubblicane fasciste diede un contributo decisivo alla vittoria alleata nella campagna militare e quindi alla liberazione del nostro Paese.

Gli IMI furono rimpatriati al termine del conflitto e tra questi molti divennero famosi nel dopoguerra. Giovannino Guareschi (1908 – 1968), il creatore della saga di “Peppone e Don Camillo”, è tra i più famosi IMI e sul periodo d’internamento ha scritto anche un libro pubblicato nel 1949 “Diario clandestino 1943 – 1945”.

Ma molti non tornarono. Circa 50.000 morirono, per cause diverse, durante l’internamento.

Ad onorare la memoria del loro sacrificio, all’Internato ignoto, civile e militare, è stata conferita la medaglia d’oro al valor militare con la seguente motivazione

Militare fatto prigioniero o civile perseguitato per ragioni politiche o razziali, internato in campi di concentramento in condizioni di vita inumane, sottoposto a torture di ogni sorta, a lusinghe per convincerlo a collaborare con il nemico, non cedette mai, non ebbe incertezze, non scese a compromesso alcuno; per rimanere fedele all’onore di militare e di uomo, scelse eroicamente la terribile lenta agonia di fame, di stenti, di inenarrabili sofferenze fisiche e soprattutto morali.

Mai vinto e sempre coraggiosamente determinato, non venne meno ai suoi doveri nella consapevolezza che solo così la sua patria un giorno avrebbe riacquistato la propria dignità di nazione libera.

A memoria di tutti gli internati il cui nome si è dissolto, ma il cui valore ancor oggi è esempio e redenzione per l’Italia. 1943 – 1945”.

Il loro indimenticabile sacrificio non fu vano e contribuì ad un Italia nuova e senz’altro migliore.

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