Marciare divisi, combattere uniti

Se Gerhard von Scharnhorst ha immaginato (e in parte realizzato) l’Istituzione militare prussiana e Carl von Clauseswitz ne ha teorizzato le funzioni e l’impiego, chi l’ha resa grande e famosa è stato Helmuth von Moltke. Scharnhorst – Clausewitz – Moltke rappresentano i lati del triangolo in cui iscrivere la storia dell’esercito prussiano – tedesco del XIX° secolo (e anche dopo).

Il Feldmaresciallo Helmuth Karl Bernhard von Moltke detto il vecchio (der Ältere 1800 – 1891), per distinguerlo dal nipote generale Helmuth Johannes Ludwig von Moltke il giovane (1848 – 1916), è stato una delle figure più eminenti della storia militare tedesca.

Moltke si ispirò lungo tutta la sua vita alla tradizione di pensiero e di innovazione dei riformatori militari prussiani, riuscendo ad esserne uno dei più convinti ed efficaci prosecutori.

Dai suoi “numi tutelari” ideali, Scharnhorst e Gneisenau, Moltke si distingueva per un tratto nuovo e determinante per le future generazioni di ufficiali che, a loro volta, a lui si ispiravano. Scharnhorst e Gneisenau erano stati, infatti, generali e politici insieme, anche se con differenze sostanziali tra loro. La loro idea di riforma militare era strettamente connessa ad una riforma politica generale della Prussia. Per ambedue, politica e strategia erano facce della stessa medaglia. Moltke, al contrario, pur riconoscendo la stretta connessione tra la politica e la strategia, si astenne sempre dal farsi coinvolgere dalla politica anche se questa sempre lo interessò. Questa convinzione di Moltke di assoluta neutralità dei militari rispetto alla politica, strettamente praticata in seguito dalla Reichswehr e dalla Wehrmacht, porterà a gravissime conseguenze per la Germania.

Grande studioso (in particolare di storia e geografia) Moltke svolse la sua carriera militare principalmente come ufficiale di stato maggiore e non come comandante di reparti. Ciononostante, allorché si confrontò con l’impiego sul campo delle forze, la sua lucidità e visione d’insieme portarono alla vittoria le armate prussiane e tedesche rispettivamente a Sadowa nel 1866 contro gli austriaci e a Sedan nel 1870 contro i francesi.

Una curiosità:  il Capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola nel suo discorso di insediamento all’Assemblea Costituente il 15 luglio 1946 citò il celeberrimo motto di Moltke “marciare divisi combattere uniti”  (Getrennt marschieren, Vereint schlagen) in relazione alla necessità dell’Italia ad essere unita di fronte alla grande sfida della difficile ricostruzione del Paese nel secondo dopoguerra.

Ufficiale, Storico e Gentiluomo

In occasione del centenario della nascita dell’ammiraglio Gino Galuppini, indimenticabile Capo Ufficio Storico della Marina militare, ricevo e volentieri pubblico una testimonianza del giovane e promettente storico Giovanni Cecini in ricordo di questo straordinario ufficiale, storico e gentiluomo.

Un ricordo personale in memoria dell’amico Gino Galuppini

(Bologna 1914 – Roma 2010)

 

di Giovanni Cecini

 

In più di un’occasione ho curato la stesura di alcuni racconti memorialistici del generale del Genio Navale e poi ammiraglio Gino Galuppini. Per questo e per i motivi che mi accingo a descrivere, colgo l’occasione per ricordarlo in occasione del centenario della sua nascita, avvenuta il 27 dicembre 1914. L’amicizia che mi legava a questo eclettico personaggio era recente, ma posso dire che la stima e la devozione reciproca furono una sorta di colpo di fulmine, nonostante le quasi tre generazioni anagrafiche, che ci separavano.

Conobbi l’Ammiraglio alla fine del 2004, quando come impiegato di un istituto di credito lavoravo in una filiale di Piazza di Spagna, dove lui era affezionato cliente da diversi decenni. Per lui venire in banca era una sorta di rito, nonostante abitasse a Monte Mario e il percorso rigorosamente in autobus fino a Piazza Augusto Imperatore e poi a piedi non fosse certo dei più comodi per un “giovanotto” della sua età. Molto spesso, da quando gli confidai che come passione mi interessavo di storia militare e mi era quindi capitato di frequente di consultare i suoi volumi, mi veniva a trovare anche senza una motivazione specifica, che interessasse il rapporto cliente-bancario. Lo scopo delle sue visite era quindi sempre più spesso finalizzato a intrattenersi in confronti scientifici, trovando in me un «valido collaboratore per le ricerche» e «amico», come ebbe a scrivermi nelle dediche di due suoi libri, che conservo ancora con gelosia nella mia biblioteca personale.

Questa sua propensione a sentire le mie opinioni sulle sue più recenti attività, mi riempiva di grande orgoglio, anche perché in più di un’occasione mi chiese di aiutarlo in alcune ricerche, in prevalenza da svolgere presso l’emeroteca della Biblioteca nazionale centrale di Castro Pretorio. La sua grande passione era come ovvio la storia della Marina e le sue uniformi. Per questo uno dei suoi lavori in cui venni immerso fu la poco nota vicenda della festa della Forza Armata, che ricadeva in occasione dell’anniversario dell’impresa navale di Premuda (10 giugno 1918), in cui alcune formazioni leggere di natanti italiani misero a segno un’impresa memorabile contro un convoglio corazzato austro-ungherese. La celebrazione voluta dal fascismo a partire dal 1939 e in quella circostanza organizzata con molto sfarzo, cadde presto nell’oblio, data la coincidenza l’anno successivo con l’ingresso nelle ostilità anche del nostro Paese.

Altro argomento caro all’Ammiraglio, per la sua esperienza in cattività durante il Secondo conflitto mondiale, fu la sorte dei prigionieri di guerra italiani dispersi ai quattro angoli della Terra. Le sue ricerche non potevano che concentrarsi sul contesto indiano, dove lui “soggiornò” a spese dell’Impero britannico – come soleva dire con raffinata ironia – per oltre quattro anni in mano degli inglesi. L’esperienza fu per lui un’autentica lezione di vita. Non solo perché ebbe modo di immergersi con dedizione nello studio della cultura e delle abitudini britanniche, che gli saranno fondamentali nel dopoguerra quando andrà a collaborare in ambito NATO proprio con i nemici di allora, ma soprattutto perché in quel contesto coloniale accrebbe la sua consapevolezza della nobile missione, che aveva intrapreso indossando la divisa italiana con le stellette al bavero. Se mi si permette un paragone, nei suoi racconti orientali immaginavo un’ardita somiglianza con il protagonista della pellicola Il ponte sul fiume Kwai, magistralmente interpretato da Alec Guinness.

Galuppini – come il colonnello Nicholson – nonostante fosse un prigioniero era e rimaneva sempre un ufficiale e questa consapevolezza lo portò a dimostrare in ogni circostanza quel fair play tanto caro ai cittadini di Sua Maestà. Poteva essere privato della sua libertà, ma nessuna guerra o nessun nemico poteva alienare dal suo animo il desiderio di mettersi al servizio degli altri e dare il suo contributo ai quei valori, che travalicano i confini nazionali e le etnie umane. L’allora tenente Galuppini, durante la cattività indiana, fu direttore di mensa e poi ufficiale pagatore, tutte attività svolte con serietà e professionalità, tanto da meritare il rispetto e la fiducia degli inglesi, sia nel periodo in cui era loro avversario, sia a maggior ragione quando ne divenne per scelta cobelligerante, accettando senza remore, l’adesione al Regno del Sud.

Questi episodi, ascoltati con attenzione anche più di una volta, mi offrirono l’occasione di conoscere un personaggio molto più umano rispetto all’ufficiale generale e al grande storico della Marina, che avevo conosciuto sui volumi monografici dello Stato Maggiore.

Grazie a tale clima amichevole coltivai questo reciproco afflato, anche al di fuori della mia sede lavorativa, che ci aveva fatto conoscere in modo così accidentale e inaspettato. Spesso andai a casa sua per avere consigli su alcuni miei studi e una volta anche in occasione di una mia intervista – che mai riuscì a vedere perchè mandata in onda postuma su Rai Storia – relativa alla mitica figura del suo antesignano generale del Genio Navale Umberto Pugliese.

Spinto da un nobile desiderio di conservare la memoria storica per le generazioni successive, una volta, con profondo sacrificio, venne anche a casa mia, quando gli promisi di fargli vedere alcuni “pezzi” della mia collezione di militaria inerenti la Regia Marina. In quella occasione ebbe un brusco sussulto quando gli mostrai due capi d’abbigliamento, che lui subito classificò di poco antecedenti la Grande Guerra: una giacca «uso di bordo» da ufficiale superiore e un berretto da aspirante ufficiale medico, entrambi indumenti che lui aveva descritto nei suoi volumi uniformologici, ma che mai e poi mai era riuscito a reperire dal vivo.

Rimasi di stucco quando a distanza di molti mesi, una volta che mi accompagnò al Centro Alti Studi per la Difesa a trovare il generale Massimo Coltrinari, l’Ammiraglio disse al nostro interlocutore: «Pensi che Giovanni ha in collezione una rarissima giacca della Regia Marina di prima che io nascessi!» Questo, come altri episodi, mi riempivano di gioia il cuore, perchè venivano vissuti con la massima franchezza e naturalezza da colui che io consideravo uno dei mostri sacri della storia militare nazionale.

Così mi piace ricordarlo, soprattutto perché in ufficio cercavo di soddisfare sempre con dinamismo gli altri clienti, pur di avere modo di conversare più a lungo con lui, magari per parlare del “maltese” Carmelo Borg Pisani o per soffermarci sul grado di caporale d’onore della Milizia, che oltre a Benito Mussolini anche Adolf Hitler indossò nel suo viaggio in Italia nel maggio del 1938. In queste piacevoli conversazioni spesso carpivamo anche l’attenzione dei colleghi della filiale, che notavano tra me e l’Ammiraglio – nonostante i 65 anni che ci separavano – un’autentica identità di vedute.

A conclusione di questo racconto, mi piace ricordare la sua dignità anche di fronte alla morte, che percepiva come incombente, considerata la sua non comune vitalità quasi centenaria. Quando veniva a conoscenza della scomparsa di qualche suo coetaneo o addirittura di qualcuno molto più giovane di lui con sincerità commentava sulla sua età anagrafica: «Sono affetto da una malattia, quale la vecchiaia, che è stravagante voler curare».

In questo modo mi sembra corretto terminare questo breve ricordo con due episodi in cui diede prova della sua tipica ironia, quasi britannica. Quando ricevetti in eredità la biblioteca di un parente, prematuramente scomparso, che era stato suo allievo all’Accademia Navale di Livorno all’inizio degli anni Cinquanta, ebbi modo di far vedere all’Ammiraglio non solo alcuni suoi vecchi testi di costruzione navale, ma anche un annuario del 1950 dell’Accademia, al cui interno egli era persino ritratto nel gruppo del corpo docente. Sfogliandolo, arrivò a una foto, che raffigurava la cappella religiosa. Con sarcasmo commentò: «Ai tempi miei quella era la palestra dei cadetti!» Erano passati però già oltre cinquant’anni dall’edizione di quella pubblicazione, che lui considerava di tempi recenti.

Altra occasione di grande ilarità fu quando gli parlai di un mio studio inerente la spedizione nel primo dopoguerra del Regio Esercito nella zona di  – quella che un tempo veniva chiamata – Adalia sulla costa dell’Anatolia meridionale. Mi raccontò che era stato proprio ad Antalya negli anni Cinquanta all’interno di una missione Nato, finalizzata alla costruzione di un’istallazione militare turca. Commentò: «All’epoca non c’era nulla nei dintorni del centro urbano, eravamo gli unici forestieri che ci imbarcavamo per andare ad Antalya. Oggi mi dicono che pullula di strutture turistiche ed è una tra le mete più ambite dai villeggianti stranieri. Come cambiano i tempi!»

La Pace del Natale

100 anni fà, sul fronte occidentale, alcuni soldati appartenenti a nazioni in guerra raggiunsero una tregua nel nome del Santo Natale: il film di successo del 2005 di Christian Carion ne racconta la vera storia con straordinaria intensità.

Questi soldati, in situazioni terribili, seppero rimanere uomini, coscienti di essere creature di un solo Dio e, nel nome del suo unico figlio, ritrovare la pace in se stessi e per gli altri.

Astro del ciel

Pargol divin

Luce dona alle menti

Pace infondi nei cuor

*Buon Natale *Merry Christmas *Joyeux Noel *Frohe Weihnachten*

Il sacrificio della tradizione

Il feldmaresciallo Erwin von Witzleben (1881 – 1944) partecipò al tentativo di rovesciare il regime nazista con l’attentato a Hitler del 20 luglio 1944. Per questo fu sommariamente processato e giustiziato per impiccagione poche ore dopo la sentenza nel carcere di Berlino – Plötzensee (poi trasformato in Memoriale delle vittime del Nazionalsocialismo).

Erede di una nobile famiglia di militari originari della Turingia e tra i protagonisti della vittoriosa campagna di Francia del 1940, Witzleben, nei piani dei cospiratori del 20 luglio, avrebbe dovuto assumere il comando delle Forze Armate tedesche in caso di riuscita dell’attentato ad Hitler. Il suo compito era molto importante non solo dal punto di vista strategico/operativo ma anche, e soprattutto, dal punto di vista politico poiché avrebbe dovuto garantire l’adesione della aristocrazia conservatrice tedesca al piano per rovesciare il regime e per trovare una soluzione della guerra ormai persa.

Il suo essere il più alto in grado tra i numerosi resistenti militari, la cui opera e memoria appartengono giustamente oggi alle tradizioni della Bundeswehr, assicurava la necessaria capacità di comando e controllo sulla Wehrmacht legata però da un giuramento personale ad Hitler (il che, per i cospiratori, ne richiedeva la morte al fine dello scioglimento dal giuramento prestato). Fu proprio questo giuramento, unitamente alla sopravvivenza del dittatore all’attentato del colonnello von Stauffenberg, che portò al fallimento dei piani dei resistenti/cospiratori, che per il loro coraggio pagarono tutti con la vita.

Fu l’ultimo e ormai tardivo tentativo della Germania più tradizionale di liberarsi del regime neobarbarico al quale non si era opposta al momento della sua creazione. Ciononostante, coloro che misero in gioco (perdendo) la propria vita conoscevano la necessità di dimostrare a se stessi e al mondo che, anche in tempi cosi difficili, c´era tra i tedeschi chi, cosciente del proprio passato, non aveva perso la speranza di un futuro diverso e migliore.

Militari italiani in Turchia 1919 -1923

Da qualche anno, presso lo Stato Maggiore della Difesa, esiste un Ufficio storico che sta svolgendo un lavoro importante per la conoscenza della storia militare italiana.

Prova ne è quest’ultimo libro del giovane e promettente storico Giovanni Cecini Militari italiani in Turchia (1919-1923), Ufficio Storico dello Stato Maggiore della Difesa, Roma 2014.

Nella primavera del 1919, l’Italia aveva deciso di inviare un Corpo di Spedizione militare per assicurarsi il controllo della zona costiera dell’Anatolia e quindi il dominio dell’Egeo,  nel cui contesto già aveva occupato il Dodecaneso durante la guerra italo-turca 1911 – 1912.

Ma il progetto fallì: il movimento del generale Mustafa Kemal Atatürk (1881 – 1938) riuscì ad assicurare l’unità territoriale turca contro ogni tentativo d’espansione straniera (non solo  italiana). Pertanto, nel 1923, l’Italia ritirò il proprio contingente che però nel frattempo era riuscito a farsi molto ben volere dalla popolazione locale.

Si tratta di un libro, accademico e divulgativo insieme, su un aspetto poco conosciuto della politica estera italiana del primo dopoguerra. Il notevole apporto iconografico (con molte fotografie dell’epoca pubblicate per la prima volte) ne rendono poi particolarmente piacevole e interessante la lettura.

Un’indicazione bibliografica preziosa per i lettori di questo Blog.

Forze Armate dell’Unione Europea – Danimarca

Le Forze Armate del Regno di Danimarca (Forsvaret) si compongono di 14.400 effettivi (esercito 8.200, aeronautica 3.200, marina 3.000) a cui si aggiungono 28.000 riservisti e 56.000 volontari della Guardia nazionale (Hjemmeværnet). Dispongono di 57 carri armati, 45 veicoli da combattimento e trasporto truppe, 45 aerei da combattimento (del tipo F- 16 Falcon) e 7 fregate. Il bilancio della difesa corrisponde a circa 1,8 miliardi di euro pari al 1,4% del PIL (fonte: SIPRI – Stoccolma). Il Capo delle Forze Armate danesi è l’attuale sovrana di Danimarca, la Regina Margrethe II.

La Danimarca, oltre alla UE, appartiene alla NATO e verso questa Alleanza ripone ogni attenzione per la propria sicurezza. Ha partecipato e partecipa infatti a tutte le operazioni NATO (compresa l’ultima in Libia del 2011). La Danimarca ha espressamente richiesto che nel Trattato di Maastricht venisse inserita una clausola per la quale la Danimarca non partecipa alle operazioni militari della UE. La Danimarca fa parte, insieme agli altri Paesi scandinavi, della NORDEFCO (Nordic Defence Cooperation) e partecipa alle principali missioni ONU (UNIFIL – Libano, UNTSO – Medio Oriente, UNMISS Sud Sudan, MONUSCO Repubblica Democratica del Congo).

Le Forze Armate danesi sono attualmente soggette ad un piano di ristrutturazione/riorganizzazione che si concluderà nel 2017 e che porterà ad un risparmio complessivo di circa 300 milioni di euro. Cionostante, la componente operativa è stata preservata e anzi rafforzata, specie nelle capacità di proiezione/pronto intervento.

Non va poi dimenticato che la Danimarca è responsabile della sicurezza e difesa anche della Groenlandia, nazione costitutiva del Regno unito di Danimarca.

Bund deutscher Offiziere (BdO)

Il Bund deutscher Offiziere (BdO), fu un associazione di ufficiali tedeschi catturati dai sovietici a Stalingrado, che nell’estate del 1943 si riunirono per dar vita ad un movimento di opposizione militare al nazismo sotto il controllo delle autorità sovietiche.

Nato all’inizio in netto distacco rispetto al movimento di opposizione politico Nationalkomitee Freies Deutschland (NKFD) che raccoglieva sia politici comunisti tedeschi che prigionieri di guerra dei sovietici, venne più tardi assorbito da quest’ultimo (tra gli esponenti di punta del NKFD e del BdO fu il generale della Wehrmacht Vincenz Müller, nel dopoguerra uno dei fondatori della Nationale Volksarmee della Repubblica Democratica tedesca).

Gli ufficiali del BdO, guidati dal generale Walther von Seydlitz – Kurzbach (condannato a morte in Germania in contumacia nel 1944, condanna annullata nel 1956), si consideravano traditi da Hitler per la guerra ormai perduta e si decisero a collaborare con  i sovietici per la sconfitta del nazismo. Dopo l’attentato a Hitler del 20 luglio 1944  anche il Feldmaresciallo Friedrich Paulus, comandante della 6^ armata a Stalingrado, aderì al BdO ma ormai era troppo tardi: i sovietici, dato l’andamento vittorioso della guerra, persero ogni interesse e il BdO e il NKFD vennero sciolti per ordine di Stalin nel novembre 1945.

Il giudizio sul BdO, a lungo controverso, si è recentemente orientato, grazie a nuovi studi resi possibili dall’apertura degli archivi sovietici, ad un pieno riconoscimento del ruolo svolto da questi soldati prigionieri nell’ambito della resistenza militare al nazismo (sancito dal discorso del presidente del Bundestag Wolfgang Thierse il 20 luglio 2000).