La Commissione Weizsäcker

La Commissione Weizsäcker (ufficialmente Commissione per la sicurezza comune e futuro della Bundeswehr – Kommission Gemeisame Sicherheit und Zukunft der Bundeswehr) è stata una Commissione di riforma, voluta dall’allora Cancelliere federale Gerhard Schröder, che prendeva il nome dal Presidente emerito della Repubblica federale Richard von Weizsäcker che l’ha presieduta.

La Commissione Weizsäcker, formata da 19 membri espressione di diversi settori della società tedesca e  i cui lavori sono durati dal maggio 1999 al maggio 2000, ha elaborato un Rapporto sul futuro della Bundeswehr i cui contenuti sono stati, in parte, recepiti dal Libro Bianco della Difesa tedesca edito nel 2006.

In particolare, la commissione elaborò delle proposte per la riforma della Bundeswehr in ordine all’organizzazione, reclutamento, comando e controllo, addestramento, armamento e finanziamento.

Non è difficile pensare che, ancora una volta come già in passato, questa commissione nella sua opera abbia tratto ispirazione dell’esperienza dei  riformatori militari prussiani della Militär – Reorganisationskommission presieduta da Gerhard von Scharnhorst.

Ne è una prova, a parere dello scrivente, la proposta della Commisione Weizsäcker di non abolire la leva obbligatoria  (ancorchè ne proponesse la riduzione temporale a 10 mesi) a conferma del valore del concetto di Staatsbürger in Uniform (cittadino in uniforme) elaborato per primo proprio dai riformatori militari prussiani e da allora sempre confermato, anche se con diverse modalità,  dalle successive riforme militari tedesche.

Il mantenimento poi della leva obbligatoria (che per la Commissione avrebbe dovuto garantire l’arruolamento minimo di 30.000 soldati/anno) permetteva la costituzione di riserve di mobilitazione, cosi come pensato anche a suo tempo da Scharnhorst attraverso il cosiddetto Krümper System da lui ideato (si trattava in pratica di addestrare un certo numero di soldati, congedarli ma tenerli pronti al richiamo per ogni eventualità).

Sulla necessità di mantenere la leva obbligatoria  però la Commissione non é stata ascoltata e nel 2011 questa è stata abolita in Germania, dopo quasi 200 anni dalla sua introduzione (27 maggio 1814 da parte del Re Federico Guglielmo III di Prussia).

Forze Armate dell’Unione Europea – Portogallo

Nonostante la profonda crisi economica che da tempo colpisce il Paese, il Portogallo mantiene una forte e diversificata capacità operativa. Il progetto “Difesa 2020“, lanciato nel 2013, prevede una riduzione di 8.000 uomini delle Forze Armate portoghesi, composte da esercito (18.000 soldati), marina (10.000 marinai) e aeronautica (7.000 avieri) a cui si aggiungono 4.500 effettivi civili.

La Guardia Nazionale Repubblicana (corrispondente in Italia all’Arma dei Carabinieri) non appartiene alle Forze Armate pur essendo un corpo di Polizia militare.

il Presidente della Repubblica portoghese (attualmente Anibal Cavaco Silva) è costituzionalmente il Capo supremo delle Forze Armate.

Il Portogallo dispone principalmente di 540 veicoli trasporto e combattimento (soprattutto del tipo M113), 137 carri armati (in maggioranza tipo M60 ma anche Leopard 2), 30 aerei da combattimento (tipo F16), 12 elicotteri (tipo AW EH 101) e 5 fregate. Il suo bilancio della difesa ammonta a circa 2 miliardi di euro pari a 1,3% del P.N.L.

Il Portogallo è membro fondatore dell’Allenza Atlantica dal 1949 (strategico per la NATO è l’arcipelago portoghese delle Azzorre) e partecipa attivamente alle sue missioni/operazioni (attualmente militari portoghesi partecipano alle missioni KFOR in Kosovo, Resolute Support in Afghanistan e Active Endeavour nel Mediterraneo orientale).

Soldati portoghesi partecipano anche alle missioni dell’Unione Europea EUTM – Somalia e  EUTM- Mali nonchè alle missioni ONU MINUSMA in Mali e UNAMA in Afghanistan.

Il protagonista dimenticato

Il Risorgimento italiano è sempre stato giustamente identificato con quattro personaggi storici: Camillo Benso Conte di Cavour, Giuseppe Garibaldi, Giuseppe Mazzini e, in misura meno evidente ma non meno importante, Vittorio Emanuele II di Savoia.

Vi è un quinto personaggio il cui contributo è stato essenziale al successo del movimento di unità nazionale e che difficilmente viene ricordato con pari enfasi. Si tratta del generale Manfredo Fanti (1806 -1865), militare di carriera e ministro della guerra del governo Cavour, passato alla storia come il fondatore dell’esercito italiano, costituito con proprio decreto del 4 maggio del 1861.

In realtà era molto di più e, soprattutto, rappresentava un punto di convergenza dei quattro grandi personaggi risorgimentali prima citati. Era stato, infatti, ispirato dalle idee mazziniane, guidato dalla azione politica di Cavour, influenzato nella sua azione dal Garibaldi -di cui ne rappresentava l’esatto contrario in termini personali e professionali- e favorito dalla stima del Re sabaudo.

“Maestà, l’Armata è l’ancora di salvezza della Patria contro lo straniero, ed è il braccio della società pel mantenimento dell’ordine e l’esecuzione della legge”. Così si esprimeva il generale Fanti in un promemoria al Re d’Italia Vittorio Emanuele II del novembre 1861, nel pieno della discussione sullo scioglimento, fortemente propugnato dal Fanti, dell’esercito garibaldino e il rafforzamento dell’esercito italiano. Indubbiamente Fanti era convinto che solo un esercito regolare potesse essere espressione di sovranità e garanzia di effettività: un precetto che, già proclamato nei secoli precedenti dal grande Raimondo Montecuccoli, rischiava di essere dimenticato al fine di favorire le pur coraggiose e meritevoli truppe garibaldine, con conseguenze imprevedibili per la stabilità dello Stato unitario italiano appena proclamato.

Essersi battuto per l’affermazione del succitato fondamentale principio strategico – politico, lo rende senz’altro degno della statua che alla sua morte l’Italia volle dedicargli e che ancora oggi, recentemente restaurata, campeggia nella bella piazza San Marco a Firenze.

Non omnis moriar

Il 16 marzo 1978, un commando di terroristi delle Brigate Rosse, con un agguato eseguito secondo canoni militari di pianificazione ed esecuzione (nome in codice Operazione Fritz), annientò la scorta  e sequestrò il presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro (poi ucciso il successivo 9 maggio).

Ero allora sulla soglia dell’adolescenza e ricordo con nettezza tutta la vicenda. In particolare, in questi anni, ho sempre avuto memoria dei caduti di quel giorno che oggi voglio ricordare:

Maresciallo dei carabinieri Oreste Leonardi

Guardia di pubblica sicurezza Raffaele Iozzino

Guardia di pubblica sicurezza Giulio Rivera

 Vicebrigadiere delle guardie di pubblica sicurezza Francesco Zizzi

Appuntato dei  carabinieri Domenico Ricci

Erano militari (il Corpo delle guardie di pubblica sicurezza divenne l’attuale Polizia di Stato con legge n. 121 del 1981),  servitori dello Stato nel senso più alto dell’espressione e il loro sacrifico, come quello di altre centinaia di vittime di quel terribile periodo della storia d’Italia, non va mai dimenticato.

Anche nel loro nome, lo Stato e gli italiani seppero reagire, sconfiggendo una delle minaccie più pericolose per la nostra democrazia e libertà.

La loro morte non fu vana e la loro tragica storia appartiene a tutti noi.

 

 

 

Il libro indispensabile

Spesso mi viene chiesto qual’ è il libro per me  indispensabile per conoscere la storia delle Istituzioni militari. La mia risposta è sempre senza alcun dubbio: Ezio Cecchini – Le Istituzioni militari – SME Ufficio Storico – Roma 1986 (ristampa 2007).

Il libro affronta in modo completo la storia organica, tecnica e dottrinale dell’Istituzione militare in generale e di quella italiana in particolare. Alcune cattedre universitarie di Storia delle istituzioni militari lo ritengono giustamente testo fondamentale del corso di studi.

Ezio Cecchini, professore  emerito di Storia delle Istituzioni militari all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ha frequentato l’Accademia militare di Modena ed ha combattuto come giovane ufficiale durante la Seconda Guerra Mondiale. Al Termine del conflitto si è dedicato agli studi storici, pubblicando preziosi studi di storia militare.

Molti degli studi del prof. Cecchini (voglio qui ricordare anche il pregevole Tecnologia e Arte militare – 1997) sono editi dallo SME Ufficio Storico nella sua lodevole opera di divulgazione storica.

Fondato nel 1853 dal generale Enrico Morozzo della Rocca (1807 – 1897) come Ufficio Militare del Corpo Reale di Stato Maggiore , l’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito ha il compito di raccogliere diari, relazioni e memorie storiche delle Unità e Corpi dell’esercito al fine di tradurli in opere storiche.

Attualmente l’Ufficio Storico, retto da un colonnello in servizio di Stato Maggiore, si articola in 3 sezioni (Archivio storico, Produzione editoriale, Diffusione editoriale e benefici combattentistici) oltre alla Biblioteca Militare Centrale e alla Biblioteca di Artiglieria e Genio che hanno entrambe sede a Roma.

I riformatori tardivi

Il riformismo militare prussiano, come è stato spesso ricordato su questo Blog, ha segnato tutti processi riformatori dell’Istituzione militare tedesca nei diversi tempi e regimi politici della storia della Germania.

L’ultimo di questi processi riformatori, che ha riguardato la Nationale Volksarmee – NVA, l’Armata popolare della Repubblica Democratica Tedesca (Deutsche Demokratische Republik- DDR), è stato però tardivo.

Sull’onda degli avvenimenti seguiti alla caduta del muro di Berlino il 9 novembre 1989, i vertici della DDR avviarono delle riforme che permettessero alla stessa NVA di guardare al futuro.

Il capo del governo di transizione (Wenderegierung) Hans Modrow, appartenete al partito unico comunista al governo (Sozialistische Einheitspartei Deutschlands  – SED), costituì un Gruppo di lavoro centrale per la riforma militare (Zentrale Arbeitsgruppe Militärreform) sotto la direzione del tenente generale Prof. Dr. Hans Süß.

A partire dal 1° dicembre 1989 il servizio di leva venne ridotto da 18 a 12 mesi e venne istituito il servizio civile per chi non voleva svolgere il servizio militare. A significare il cambiamento, fu anche data la possibilità di leggere, ascoltare e  vedere in caserma i mezzi d’informazione occidentali, una volta severamente proibiti.

Un altra importante innovazione fu la sottomissione della NVA al Governo e al Parlamento e non più al partito SED, la conseguenza fu che tutte le strutture del partito all’interno delle Forze Armate tedesco – orientali (tipo i commissari politici) vennero abolite.

La filosofia di comando della NVA venne adeguata introducendo elementi dell’Innere Führung (la cosiddetta guida interiorein vigore nella Bundeswehr (le Forze armate tedesco –  occidentali).

Ma gli eventi politici andarono più veloci delle riforme militari e cosi il 3 ottobre 1990, dopo 34 anni di esistenza, la NVA venne sciolta insieme allo Stato, la DDR, di cui era stata espressione.

Forze Armate dell’Unione Europea- Repubblica Ceca

La Repubblica Ceca é molto attiva nelle operazioni internazionali: circa il 5% del suo bilancio della difesa é destinato a questa esigenza. Fino a 1.000 soldati cechi possono essere impiegati all’estero con l’approvazione del Parlamento nazionale.

Le Forze Armate ceche dispongono di 15.800 effettivi volontari (esercito 10.800 e 5.000 aeronautica, la Repubblica Ceca non ha sbocchi sul mare e quindi non dispone di forze navali) e di 4.600 dipendenti civili.

Degna di nota é la cosiddetta Riserva Attiva (Aktivní záloha) composta da cittadini che hanno svolto il servizio militare (obbligatorio fino al 2004) oppure tre settimane di addestramento basico. I riservisti vengono richiamati per 3 settimane all’anno ma non possono essere impiegati all’estero.

La Repubblica Ceca dispone di 350 veicoli trasporto truppe e combattimento (tra cui un centinaio di Lince dell’italiana IVECO), 150 carri armati (in maggioranza carri  T 72 modernizzati) e 14 aerei da combattimento (del tipo Saab JAS – 39 Gripen). Il bilancio della difesa é di circa 1,5 miliardi di euro pari al 1,1% del PIL.

Membro dell’Alleanza Atlantica dal 1999 (prima, insieme a Polonia e Ungheria, fra i Paesi appartenenti all’ex Patto di Varsavia), la Repubblica Ceca partecipa alle missioni in Afghanistan e Kosovo nonché alle operazioni dell’Unione Europea Atalanta (con elementi di staff nell’ambito del comando della missione), Althea in Bosnia e EUTM in Mali