Servitore dello Stato

Il generale Ludwig Beck (1880 – 1944) fu il capo indiscusso della resistenza militare tedesca alla dittatura hitleriana. Come ufficiale rappresentante di una certo conservatorismo militare legato ad una visione etica dello Stato, cadde presto in disgrazia presso Hitler che non si fidava di lui. Capo di Stato Maggiore dell’esercito dal 1935 (e quindi tra i responsabili del riarmo tedesco, non va dimenticato), Ludwig Beck diede le dimissioni nell’agosto 1938 alla vigilia della famosa conferenza di Monaco che sancì di fatto lo strapotere della Germania nazionalsocialista in Europa. Convinto che l’occupazione tedesca dei Sudeti sarebbe stato il casus belli di una disastrosa guerra che avrebbe visto soccombere la Germania di fronte a Francia e Gran Bretagna, propose a tutti i generali tedeschi di dimmettersi contemporaneamente al fine di far arrivare un forte segnale di contrarietà alla politica aggressiva di Hitler: alla fine, si dimise solo lui.

In seguito al suo ritiro, Beck divenne  il centro della resistenza al nazionalsocialismo che comprendeva sia militari che civili (tra questi Ulrich von Hassel, Johannes Popitz, Carl Friedrich Goerdeler). Profondo conoscitore del pensiero clausewitziano, Beck riconosceva il primato della politica e lo strumento della guerra come mezzo politico purché tale politica fosse costruttiva e migliorativa dello Stato e non distruttiva del medesimo. Lo Stato al centro di tutto e il suo bene al di sopra di ogni altra esigenza erano i fondamenti del credo prussiano; in tal senso Beck si può senz’altro definire l’ultimo rappresentante di un prussianesimo che proprio il nazionalsocialismo, così diabolicamente incentrato sul culto della personalità del Capo (Führer), aveva contribuito a far scomparire.

Per Beck i militari dovevano costituire un gruppo scelto e preparato, al completo servizio della politica e della società, ma giammai un corpo distaccato e dominante, finalizzato ad instaurare un regime autoreferenziale quale fu quello perseguito dai propugnatori del militarismo, verso cui Beck fu sempre estraneo e ostile.

Servitori dello Stato (Staatsdiener) al servizio dei cittadini per il bene comune: nient’altro che questo sono i militari nella visione, a mio parere ancora attuale, di Ludwig Beck

In caso di riuscita dell’attentato a Hitler del 20 luglio 1944, necessaria premessa ad un nuovo ordine politico in Germania, Ludwig Beck avrebbe dovuto assumere le funzioni di Capo provvisorio dello Stato: alla notizia del fallimento dell’attentato, Beck prima tentò il suicidio e poi, ferito e morente, venne finito con un colpo di pistola per ordine del comandante dell’esercito territoriale, generale Friedrich Fromm, restato fedele al regime hitleriano (ma in seguito anch’esso fucilato per tradimento).

Annunci

Un Rubino memorabile

L’Emilia ha dato i natali a figure di spicco della storia militare italiana, europea e mondiale. Questa affermazione é avvalorata dal riferimento a figure storiche come Manfredo Fanti, Raimondo Montecuccoli e, in ultimo ma certo non meno importante, Gian Battista Rubino Ventura che nacque oggi 221 anni fà (25 maggio 1794) a Finale di Modena, l’odierna Finale Emilia.

Di origini ebraiche, Rubino Ventura si arruoló nell’esercito del Regno italico (fondato nel marzo del 1805 da Napoleone) e combatté valorosamente come ufficiale della Grande Armée fino alla sua dissoluzione dopo la sconfitta di Waterloo nel giugno 1815. Costretto a fuggire dalla natia Emilia a causa dei suoi sentimenti filonapoleonici, trovó rifugio prima in Persia, dove servì nell’esercito dello Scià, e poi nel Principato di Lahore (nell’attuale Pakistan). Qui organizzò, per ordine del Maharajà, un esercito secondo il modello europeo con cui condusse diverse vittoriose campagne militari in Afghanistan e in India, rafforzando notevolmente il prestigio e l’importanza del Principato di Lahore.

Uomo di grande cultura, si appassionó di archeologia e durante i suoi anni in oriente effettuó importanti scavi da cui emersero le prove del passaggio di Alessandro Magno in Afghanistan e Hindo Kusch.

Nel 1843 fece ritorno in Europa e si stabilì con la figlia Victorine in Francia dove venne accolto con tutti gli onori dal Re Luigi Filippo, che gli conferì l’ordine della Legione d’onore e lo nobilitó con il titolo di Conte.

Morì nel suo castello di Mandy  – Lardenne (oggi quartiere di Tolosa) il 3 aprile 1858 ed é sepolto nel piccolo cimitero locale.

Quel “maggio radioso”

Oggi 100 anni fà l’Italia entrò nella Grande Guerra al fianco delle potenze dell’Intesa (Francia e Gran Bretagna) contro l’Impero austroungarico (solo nell’agosto del 1916 l’Italia dichiarerà la guerra all’Impero tedesco). Gli obbiettivi, come noto, erano Trento, Trieste e la Dalmazia: sarà alla fine una sanguinosa guerra (circa 650.000 caduti) ed una supposta “vittoria mutilata” (per la mancata annessione dalmata) che favorirà l’avvento della tragica dittatura fascista (con la disatrosa appendice della Seconda Guerra Mondiale). Come ricordare degnamente questa ricorrenza? Da sempre ritengo che la migliore espressione dell’Italia in questa drammatica vicenda della Grande Guerra sia una canzone nota ai più (ma sempre meno ahimé alle giovani generazioni): La leggenda del Piave scritta nell’estate del 1918 dal poeta E.A. Mario (1884 – 1961). É una canzone patriottica che ripercorre tutte le tappe dell’Italia in guerra, dalla sua entrata il 24 di quel “maggio radioso” del 1915 fino alla vittoria finale del 1918, passando per la disfatta di Caporetto e l’arresto delle truppe austro – tedesche sul fiume Piave nel novembre del 1917. A riguardo, pochi ricordano che la Leggenda del Piave é stato l’inno ufficiale della Repubblica Italiana dalla sua costituzione fino al 12 ottobre 1946, quando venne sostituito dall’attuale Inno di Mameli. In questo giorno di memoria, credo sia opportuno riportare i versi della prima strofa che richiama l’entrata in guerra dell’Italia con l’attraversamento del Piave da parte dell’esercito italiano.

Il Piave mormorava, calmo e placido, al passaggio dei primi fanti, il ventiquattro maggio;

l’esercito marciava per raggiunger la frontiera per far contro il nemico una barriera…

Muti passaron quella notte i fanti:

tacere bisognava, e andare avanti!

S’udiva intanto dalle amate sponde,

sommesso e lieve il tripudiar dell’onde.

Era un presagio dolce e lusinghiero,

il Piave mormorò:

«Non passa lo straniero!»

La musica che unisce la storia

La storia delle diverse Istituzioni militari tedesche che si sono succedute negli anni ha un unico elemento di comunanza e continuità: la musica militare.

Ne é prova la celeberrima Yorckscher Marsch composta da Ludwig van Beethoven nel 1808 inizialmente per la Milizia territoriale Boema (böhmische Landwehr) e successivamente dedicata al generale prussiano Ludwig Graf Yorck von Wartenburg (1759 – 1830), iniziatore della guerre di liberazione tedesche (Befreiungskriege) contro il dominio napoleonico.

La Yorckscher Marsch infatti é stata la Marcia d’ordinanza del 1° Reggimento prussiano della Guardia a piedi (1. Garde-Regiment zu Fuß), del  9° Reggimento di fanteria (appartenente alla Reichswehr prima e alla Wehrmacht poi) e della NVA – Nationale Volksarmee della Repubblica Democratica tedesca.

Attualmente la Yorckscher Marsch é la Marcia d’ordinanza del Battaglione della Guardia di Berlino (Wachbatallion), unità interforze della Bundeswehr con compiti di rappresentanza e sicurezza del Ministero della Difesa tedesco.

L’ordinamento Diaz

Dopo gli ordinamenti Albricci e Bonomi, finalizzati sostanzialmente alla smobilitazione dell’esercito italiano dopo la Grande Guerra, nel gennaio 1923 venne approvato dal Parlamento l’ordinamento Diaz, dal nome del Ministro della Guerra pro tempore Maresciallo d’Italia e Duca della Vittoria Armando Diaz (1861 -1928). L’ordinamento Diaz assume un certo rilievo storico perché fu il primo provvedimento riorganizzativo dell’esercito in epoca fascista.

Nell’ordinamento Diaz si prevedeva la ricostituzione del disciolto Stato Maggiore dell’esercito con il nome di Stato Maggiore Centrale. Veniva inoltre prevista l’istituzione della carica di Ispettore generale (di nomina regia e dipendente dal Ministro della Guerra) cui spettava il comando dell’esercito in tempo di pace. A lui era sottoposto il Capo di Stato Maggiore Centrale cui erano affidati compiti generali di approntamento e pianificazione dell’esercito. Aumentarono le divisioni di fanteria (da 27 a 30) che in caso di guerra avrebbero raggiunto il ragguardevole numero di 52.

Pur riconoscendo l’importanza crescente della manovra e della conseguente meccanizzazione delle forze, non si ritenne di potenziare il settore cui vennero destinati fondi inferiori a quelli destinati all’acquisto e al mantenimento dei quadrupedi (!!). La forza complessiva dell’esercito venne portata a 250.000 uomini (con un rilevante aumento di ufficiali in servizio permanente effettivo il cui numero arrivò a circa 17.000) e la ferma fissata a 18 mesi. L’ordinamento Diaz prefigurava la creazione dell’Aeronautica militare come Arma combattente autonoma, cosa che infatti avvenne il 28 marzo dello stesso anno.

L’ordinamento Diaz, puntando maggiormente sul numero piuttosto che sulla qualità, gettó le basi di quell’esercito di “Otto milioni di baionette” la cui insensatezza di fronte alle sfide della guerra moderna i soldati italiani (e l’Italia nel suo complesso) pagheranno drammaticamente.

L’uomo nuovo

L’epopea napoleonica, che forgiò la storia d’Europa per quasi vent’anni, ai miei occhi risulta particolarmente interessante per le Istituzioni militari che produsse, in primis la celeberrima Grande Armée.

Della Grande Armée spero di occuparmi più dettagliatamente nel tempo a venire, ma volendo oggi scegliere una figura che ne incarna al meglio la grandezza e l’importanza, credo che Joachim (Gioacchino) Murat (1767 – 1815)  sia l’esempio migliore.

Strettamente legato a Napoleone (ne sposerà anche l’ambiziosa sorella minore Carolina), Murat fu un distinto e coraggioso ufficiale di cavalleria, che partito da un remoto villaggio della Francia rurale (Labastide – Fortuniere, poi cambiato in Labastide – Murat in suo onore) diventerà Maresciallo dell’Impero ed infine Re di Napoli, realizzando cosi in pieno gli ideali della rivoluzione francese (e della propaganda napoleonica)  dell’Homme nouveau, dell’uomo nuovo, solo artefice del proprio destino.

La figura di Murat induce poi ad una ulteriore riflessione, attinenti a temi trattati su questo Blog: il ruolo innaturale, fatte rare eccezioni, dei militari in politica. Murat raccoglierà delle grandiose vittorie sui numerosi campi di battaglia ma non altrettanti successi conseguirà in politica, nonostante indiscutibili impegno e valore. Militare rigoroso e vigoroso, Murat mancò di quello spirito di analisi globale necessario nella politica. Sinceramente spinto verso il bene comune dei suoi sudditi (ancora oggi Murat viene considerato unanimamente un Sovrano progressista e intraprendente), non riuscì a cogliere fino in fondo l’occasione (e la sfida) di conservare lo scettro reale purché non mettesse in discussione la divisione dell’Italia (che lui avrebbe voluto unire sotto il Regno di Napoli) voluta dagli austriaci e inglesi. Murat finì per essere fucilato dai borbonici a Pizzo Calabro il 13 ottobre 1815, al termine di uno sfortunato tentativo di riconquistare il trono di Napoli, tornato ai Borboni in seguito al Congresso di Vienna.

Il cuore della resistenza

Henning von Tresckow fu il cuore della resistenza militare tedesca al nazismo. Tresckow nacque il 10 gennaio 1901  a Magdeburgo in una famiglia prussiana di grandi tradizioni militari (il padre Hermann era un generale dell’esercito).

Tresckow prese parte alla Grande Guerra come giovane ufficiale e dopo la Guerra intraprese studi giuridici e lavorò in una banca. Nel 1926 si arruolò nella Reichswehr dove, tra gli altri, conobbe e fu amico del giovane Wolf Graf Baudissin (prestarono servizio insieme nel prestigioso 9° Reggimento di fanteria di Potsdam). Baudissin fu uno dei padri fondatori della Bundeswehr nel secondo dopoguerra.

Nel periodo 1934 – 1936, Tresckow  frequentò la Scuola di Guerra (Kriegsschule) di Berlino e divenne ufficiale di stato maggiore. Già nel 1938 cominciò a nutrire dubbi sulla politica aggressiva di Hitler e entrò a far parte della cerchia di ufficiali vicini al generale Erwin von Witzleben, uno dei primi critici del nazismo.

Tresckow prese parte alla campagna di Polonia nel 1939, all’attacco alla Francia nel 1940 e alle operazioni sul fonte russo; in quest’ultima occasione si rese definitivamente conto che la guerra di annientamento portata avanti da Hitler, oltre che profondamente ingiusta, avrebbe finito per distruggere anche la Germania e decise cosi di rivoltarsi.

Grazie al carisma della sua persona, raccolse attorno a se un gruppo di giovani ufficiali con cui progettò l’uccisione di Hitler, ritenuta premessa necessaria per una caduta del Regime e la fine della Guerra. Una prima occasione gli venne offerta da una visita di Hitler sul fronte russo il 13 marzo 1943: riuscì ad imbarcare con uno stratagemma una bottiglia di liquore riempita di esplosivo ma l’attentato non riuscì perchè il detonatore non funzionò.

Un secondo tentativo ci fu pochi giorni dopo: il suo amico tenente colonnello Rudolf-Christoph Freiherr von Gersdorff progettò un attentato suicida ad Hitler (avrebbe avvicinato il dittatore con una bomba nella tasca del capotto) durante la visita di una mostra bellica il 21 marzo 1943 ma Hitler andò via prima del previsto e l’attentato fallì.

Tresckow non partecipò direttamente all’attentato a Hitler del 20 luglio 1944 perchè impegnato sul fronte russo ma apparteneva a pieno titolo alla cerchia dei congiurati (collaborò con Stauffenberg alla stesura dell’operazione  Valchiria, il piano alla base del colpo di stato contro Hitler). Per questo, quando l’attentato fallì, per proteggere la famiglia e gli altri congiurati dalle terribili conseguenze della del suo coinvolgimento, si suicidò durante una visita in prima linea, simulando un attacco da parte dei partigiani russi.

Scoperta la sua appartenenza ai congiurati del 20 luglio, la sua salma fu riesumata e bruciata nel forno crematorio del campo di concentramento di Sachenhausen, mentre la moglie e le due figlie (una delle due, Uta, sposerà Karl Otmar von Aretin, uno dei più grandi storici tedeschi del secondo dopoguerra) saranno rinchiuse in prigione fino alla fine della guerra.

La Bundeswehr onora oggi i resistenti militari tedeschi al nazionalsocialismo considerandoli parte delle proprie tradizioni. La palazzina della Führungsakademie der Bundeswehr di Amburgo che ospita il Corso superiore di stato maggiore interforze per gli ufficiali tedeschi porta il nome di Henning von Tresckow.