La riforma Cavallero

La riforma Cavallero prende il nome dal Sottosegretario al Ministero della Guerra (al tempo il Ministro era Benito Mussolini) generale Ugo Cavallero (1880 – 1943) e fu approvata dal Parlamento nel marzo 1926. Si trattó di una riforma molto importante perché con tale struttura l’esercito italiano affronterà i principali conflitti degli anni trenta (guerre d’Etiopia e di Spagna).

La riforma Cavallero, elaborata in stretta collaborazione con il Capo di stato Maggiore generale, all’epoca il maresciallo d’Italia Pietro Badoglio (1871 – 1956), presupponeva un piano strategico difensivo nei confronti della Francia e offensivo riguardo alla Jugoslavia: la guerra futura dell’Italia quindi avrebbe dovuto combattersi sulle Alpi (lo scacchiera africano – Libia, Somalia ed Eritrea- era del tutto trascurato dalla pianificazione delle forze, che considerava sufficienti le truppa coloniali di difesa stazionate in loco). Questa (errata) premessa spiega la scarsa attenzione riservata dalla riforma Cavallero alla meccanizzazione dell’esercito, continuando ad insistere invece sul concetto, proprie delle guerre passate, che “il numero é potenza”: purtroppo i soldati italiani scopriranno dolorosamente, soprattutto sui campi di battaglia nordafricani e russi, quanto questo concetto fosse drammaticamente sbagliato. Il mancato sviluppo di unità corazzate e meccanizzate cosi come la mancanza di una stretta collaborazione con la neocostituita (1923) Aeronautica militare ebbero per l’Italia fatali conseguenze nel secondo conflitto mondiale.

La riforma Cavallero, invero molto ampia, puntava a ricostituire un esercito nelle dimensioni precedenti alla Grande Guerra: 30 divisioni di fanteria, ciascuna con 3 reggimenti di fanteria e uno di artiglieria (più i relativi supporti), a cui si aggiungevano 3 divisioni alpine. Vennero migliorate le artiglierie e l’addestramento mentre la ferma fu confermata a 18 mesi. Per ragioni di bilancio (2,5 miliardi di lire, un cifra al tempo comunque significativa) l’esercito non doveva superare i 250.000 uomini, consistenza ritenuta sufficiente specie in considerazione dei volumi organici rappresentati dalla Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale (M.N.S.V) fondata nel 1923 con evidenti obiettivi di sicurezza interna e di tutela del regime fascista.

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L’esercito imperiale tedesco

L’esercito imperiale tedesco (Deutsches Heer) sorse all’indomani della proclamazione dell’Impero tedesco nel 1871 (per l’esattezza, fu istituito con un decreto del cancelliere Bismarck il 29 luglio 1871). Era formato dagli eserciti di Prussia, Baviera, Sassonia e Württemberg, i quali facevano riferimento in pace ai rispettivi sovrani mentre in guerra erano tutti sotto il comando dell’Imperatore tedesco. Gli eserciti degli altri stati tedeschi, come ad esempio il Granducato di Meclemburgo o quello di Assia, erano  legati alla Prussia per mezzo di convenzioni militari. A riguardo, una particolarità: la città – stato di Amburgo, notoriamente a grande tradizione marittima, contribuiva all’esercito imperiale con il reggimento di fanteria n. 76 Amburgo (Infanterie – Regiment Hamburg nr. 76) inquadrato nell’esercito prussiano.

L’Imperatore tedesco esercitava il comando attraverso lo Stato Maggiore Imperiale (Grosse Generalstab) che aveva sede a Berlino. Prima della mobilitazione generale del 1914 dovuta alla Grande Guerra, l’esercito imperiale raggiunse una forza di 794.000 uomini, suddivisi in 24 Corpi d’armata, di cui 18 prussiani, 3 bavaresi, 2 sassoni e 1 wurttemberghese. Pur avendo sostanzialmente un comando unico, l’esercito imperiale dipendeva per l’approntamento e, soprattutto, per il finanziamento dai singoli quattro regni che lo componevano.

Lo Stato Maggiore Imperiale era stato riorganizzato dal celeberrimo feldmaresciallo Helmut von Moltke (il vecchio 1800 – 1891) all’indomani della vittoriosa guerra conto la Francia nel 1870-71. Moltke ancora oggi suscita interesse e ammirazione sia per la sua leggendaria figura che per il suo pensiero strategico, indispensabile completamento del pensiero politico del grande cancelliere Otto von Bismarck.

Lo Stato Maggiore Imperiale, dominato nel tempo da personaggi di spicco come i feldmarescialli Alfred von Waldersee e Alfred von Schlieffen (ideatore del piano di attacco alla Francia nel 1914), finì per imporre la guerra all’Imperatore Guglielmo II e provocare la catastrofe della Grande Guerra.

L’esercito imperiale si sciolse nel 1918 al momento della contestuale abdicazione dell’Imperatore tedesco e Re di Prussia Guglielmo II e dei sovrani di Baviera, Sassonia e Württemberg. Al suo posto vedrà la luce, per l’esattezza il 19 gennaio 1919, la Reichswehr (Difesa dello Stato), il primo esercito unitario tedesco.

La Bundeswher non riconosce tra le proprie tradizioni l’esercito imperiale tedesco (così come qualsiasi altra istituzione militare tedesca precedente il 1955, anno di fondazione delle attuali Forze Armate federali); ciononostante é curioso osservare che uno dei suoi padri fondatori nonché primo Ispettore Generale, il generale Adolf Heusinger (1897 – 1982), iniziò la sua carriera militare nel 1915 arruolandosi proprio nell’esercito imperiale con cui combattè la prima guerra mondiale.

Il coraggio della libertà

Nel vedere le immagini terribili dei pensionati greci in coda davanti alle banche per ritirare la pensione in questi giorni così tumultuosi per la Grecia, ho pensato che uno di questi avrebbe potuto essere (se non fosse deceduto un paio di anni fà) l’ammiraglio Nikolaos Pappas (1930- 2013) che, con il grado di capitano di fregata nel maggio 1973, promosse e guidò l’ammutinamento dell’equipaggio del Cacciatorpediniere Velos di fronte alle coste di Fiumicino in Italia.

Il capitano Pappas, con questo gesto che ebbe una grande eco internazionale, intendeva dimostrare contro la dittatura dei colonnelli che dall’aprile 1967 governava duramente la Grecia.

Pappas, 6 ufficiali e 25 sottufficiali del Velos chiesero asilo politico in Italia (che venne loro prontamente accordato) ma vennero condannati in Grecia per alto tradimento (la più infamante accusa per un militare), degradati e privati della cittadinanza.

Tutti gli ammutinati del Velos (oggi Nave museo ancorata nel Golfo di Faliro vicino Atene) vennero reintegrati nel grado e nelle funzioni alla caduta del regime militare nel luglio 1974 e sono considerati, giustamente, degli eroi della libertà che salvarono, con il loro coraggio, la dignità e l’onore delle Forze Armate greche in quei tempi cupi.

Chissà quanti di tali eroi erano in questi difficili giorni in fila per ritirare la pensione davanti alle banche greche chiuse…

The British National Service – Il servizio di leva nazionale britannico

Il National Service (il servizio di leva nazionale britannico) venne introdotto nel 1939, alla vigilia della II^ Guerra Mondiale, per far fronte alle necessità dell’imminente conflitto.

Furono inizialmente chiamati alle armi tutti gli uomini tra i 20 e i 22 anni di età giudicati idonei al servizio militare; in seguito, i limiti di età furono allargati fino a comprendere tutti quelli inclusi tra i 18 e i 41 anni. Nel 1942, anche le donne comprese nella fascia d’età 20 – 30 anni potevano essere arruolate cosi come si innalzò il limite di età per l’arruolamento degli uomini, fissato a 51 anni.

Alla fine della guerra, il servizio di leva fu mantenuto, previsto per i giovani nella fascia di età 17 – 21 anni e fissato nella durata di un anno e mezzo (innalzato a due nel 1950).

Alla fine degli anni ’50, in relazione alle mutate condizioni strategiche mondiali e all’inizio della decolonizzazione britannica (il Regno Unito non necessitava più inviare migliaia di uomini a presidiare le colonie), venne deciso di abolire il servizio nazionale con la classe di leva del 1939 (che quindi non sarebbe stata arruolata) a far data dal 31 dicembre 1960: l’ultimo coscritto britannico venne congedato nel maggio del 1963. Da questa data, nel Regno Unito le Forze Armate sono composte solo da volontari.

Nel complesso, più di due milioni di giovani britannici prestarono servizio militare nel periodo maggio 1945 – maggio 1963, contribuendo alla difesa dello Stato britannico e dei suoi territori oltremare, avendo nel contempo anche la possibilità di vivere una indubbia esperienza sociale e formativa.

Operazione Husky

L’invasione alleata della Sicilia (Operazione Husky ) avvenne la notte tra il 9 e il 10 luglio 1943.

Fu l’inizio della campagna d’Italia che terminerà solo il 2 maggio 1945 con la resa delle truppe tedesche dopo quasi due anni di sanguinosa e terribile lotta, di cui fu vittima specialmente la popolazione civile italiana che pagò un prezzo altissimo in sofferenze morali e materiali.

Gli anglo – americani attaccarono con due armate: la 7^ armata americana, agli ordini del generale George Smith Patton (1885 – 1945), che sbarcò nei dintorni di Gela e l’8^ armata inglese, agli ordini del generale Bernard Law Montgomery (1887 – 1976), che sbarcò nella zona di Pachino. Le due armate erano raggruppate nel 15° Gruppo di armate comandante dal generale britannico Harold Alexander (1891- 1969) che rispondeva direttamente al generale americano Dwight David Eisenhower (1890 – 1969) comandante supremo alleato dello schacchiere mediterraneo.

Il piano difensivo italiano prevedeva l’arresto dell’invasione ad opera delle divisioni costiere italiane ed il successivo contrattacco ad opera delle 4 divisioni mobili italiane (“Assietta”, “Aosta”, “Napoli”e “Livorno”) sostenute dalle due divisioni tedesche ( 15^ divisione granatieri corazzati Sizilien e divisione corazzata Hermann Göring) che facevano capo al generale Frido von Senger und Etterlin (1891 – 1963), formalmente ufficiale di collegamento tedesco con il comando italiano dell’isola.

Responsabile della difesa della Sicilia era il generale  Alfredo Guzzoni (1877 – 1965) comandante della 6^ Armata italiana, uno dei generali dell’esercito italiano di maggiore esperienza.

Poiché era incerta la località di sbarco, le divisioni “Assetta”, “Aosta” e Sizilien avrebbero gravitato nella parte occidentale dell’isola mentre le Divisioni “Napoli”, “Livorno” e Hermann Göring nella parte orientale. Nonostante le capacità di pianificazione operativa, gli italiani erano pessimisti circa le possibilità di successo contro gli alleati: la capacità operativa delle divisioni italiane era considerata dal generale Guzzoni pari al 25% delle corrispondenti divisioni alleate mentre quella delle divisioni tedesche veniva considerata attorno al 50%. Inoltre gli alleati potevano contare sulla assoluta supremazia aeronavale, con una flotta di navi addirittura superiore a quella che sarebbe stata utilizzata per l’invasione della Normandia nel giugno dell’anno seguente e un imponente supporto aereo basato su Malta e in Nordafrica.

All’inizio sembrava che il piano difensivo italiano potesse avere qualche successo; in particolare la controffensiva dell’11 luglio portata dalla divisione “Livorno” nei confronti dell’avanguardie della 7^ armata americana sbarcata a Gela creò seri problemi a quest’ultima e soltanto l’intervento di copertura dell’artiglieria navale alleata (così come temuto dal comando italiano), che letteralmente fece scempio dei soldati italiani, salvò gli americani dal reimbarco.

A metà del mese apparve chiaro che la testa di ponte alleata sulle spiagge siciliane si era consolidata ma fu necessario agli alleati più di un mese di scontri furiosi per completare la conquista della Sicilia che fu evacuata dalle truppe italo- tedesche il 17 agosto 1943.

Al termine delle operazioni in Sicilia si contarono i seguenti caduti:

  • 4.578 italiani
  • 4.561 tedeschi
  • 2.811 americani
  • 2.721 britannici 
  •    562 canadesi

Dal punto di vista militare l’Operazione Husky fu una prova generale del successivo sbarco in Normandia (Operazione Overlord) il 6 giugno 1944; dal punto di vista politico (aspetto ancor di maggiore importanza) l’invasione della Sicilia portò alla caduta del regime fascista il 25 luglio 1943, che favorì l’armistizio italiano con gli alleati dell´8 settembre 1943.

Montecuccoli nella Guerra dei trent’anni (1618 – 1648)

Innumerevoli furono le campagne militari combattute da Raimondo Montecuccoli lungo la sua esistenza. La sua fama divenne leggendaria con la campagna contro i turchi culminata con la battaglia della Raab del 1° agosto 1664 mentre l’apoteosi la raggiunse con la campagna del Reno contro i francesi di Turenne nel 1675. Ma è nella Guerra dei trent’anni (1618 – 1648) che Raimondo Montecuccoli gettò le basi di quella straordinaria vita militare (e non solo) che fu la sua.

Montecuccoli iniziò la carriera militare come semplice moschettiere per poi essere promosso, nel 1626, Picchiere. Si era nel pieno della guerra dei Trent’anni (1618 – 1648) e l’ Europa  ribolliva di battaglie e combattimenti. Non fu difficile per lui, avvezzo alla disciplina e all’impegno, distinguersi. Nel 1629, con il grado di Alfiere (corrispondente all’odierno Sottotenente), fu chiamato dal cugino Ernesto a far parte dei 17.000 uomini inviati dall’ Imperatore nei Paesi Bassi a rinforzo delle truppe guidate dal generale genovese Ambrogio Spinola. Partecipò alla presa di Amersfoort dove, con in mano lo stendardo imperiale, entrò per primo attraversò la breccia aperta nelle mura, incitando gli altri a seguirlo mentre ancora in città infuriava la battaglia.

Promosso Capitano del Reggimento del Colonnello Wrangler partecipò, nel 1631, alla presa di Neubrandenburg, ove fu ferito. Qui ebbe l’ onore di consegnare le chiavi della città al Maresciallo Tilly, Comandante supremo dell’Esercito imperiale asburgico, che lo lodò pubblicamente. Nello stesso anno prese parte all’assedio di Magdeburgo (qui assistette al famoso sacco, tra i peggiori della storia, immortalato dal successivo quadro del pittore Eduard Steinbrück riprodotto in apertura di questo articolo) nonché alla conquista della fortezza di Kollbus, dove presentò al Maresciallo Tilly le bandiere che egli stesso aveva catturato al nemico. Il primo grande condottiero che Montecuccoli ebbe la fortuna di conoscere fu il Maresciallo Tilly. Monacale e austero, severo anzitutto con sé stesso prima ancora che con gli altri, Tilly offrì a Montecuccoli un grande esempio di semplicità, sobrietà e disciplina. Le impressioni però non furono soltanto positive: Tilly (al contrario di Wallenstein) non dava molta importanza alla logistica e agli occhi di Montecuccoli rimasero impresse le immagine dei paurosi saccheggi a cui le truppe, male o irregolarmente nutrite, si dedicavano dopo ciascuna vittoria. In seguito Montecuccoli sostenne energicamente la necessità di una maggiore umanità nei confronti dei civili non solo per generosità d’animo ma anche perché comprendeva lucidamente l’inutilità e finanche il danno della vessazione e del saccheggio. Lasciata la fanteria, assunse il Comando di uno Squadrone di Corazzieri con cui valorosamente prese parte alla famosa battaglia di Breitenfeld del 7 settembre 1631, ove fu testimone della catastrofica disfatta inflitta dal Re di Svezia Gustavo Adolfo al Maresciallo Tilly, che poco dopo morì a Ingolstadt. Montecuccoli fu ferito gravemente e preso prigioniero dagli svedesi, fu condotto a Halle ove rimase per sei mesi. Ristabilitosi, fu in seguito liberato grazie al pagamento di un riscatto.

Promosso al grado di Maggiore, combatté, sotto il comando del cugino Ernesto, sul Reno e in Baviera. Successivamente divenne Tenente Colonnello in un Reggimento di Cavalleria. Il 16 novembre 1632  a Lützen, villaggio sassone vicino Lipsia, Gustavo  Adolfo e Wallenstein si affrontarono in una battaglia grandiosa tra svedesi e imperiali, destinata a marcare le sorti delle aspirazioni svedesi sul territorio imperiale, anche se si concluse con una sostanziale parità. Non è certo che Montecuccoli abbia partecipato alla battaglia. Senza alcun dubbio però fu molto colpito dalla scomparsa del grande Re svedese che in quella battaglia trovò la morte. In sua memoria scrisse persino un sonetto indirizzato all’amico Fulvio Testi.

Nel 1633 morì Ernesto Montecuccoli. Fu per Raimondo una gravissima perdita poiché il cugino Ernesto aveva rappresentato per lui un valoroso esempio e un costante punto di riferimento. Rafforzato in questo anche dalla crescente stima che la sua figura riscuoteva tra pari e superiori,  l’anno seguente lo troviamo nella decisiva battaglia di Nördlingen che si risolse in una grande vittoria degli imperiali sugli svedesi. In quell’occasione Montecuccoli ebbe il comando ad interim di un reggimento di cavalleria ed elaborò una tattica d´ impiego delle truppe diversa da quella dagli svedesi, al tempo ritenuti maestri indiscussi. Era la prima volta che Montecuccoli elaborava un proprio schema di combattimento, segno inconfondibile della sua accresciuta professionalità e del suo spiccato acume in battaglia.

Nel 1635  partecipò alla conquista di Kaiserslautern ove dimostrò ancora una volta estremo coraggio e spiccata audacia, meritandosi la pubblica lode del Comandante delle truppe imperiali, il Generale italiano Matteo Galasso. Promosso Colonnello gli fu assegnato il comando di un Reggimento di corazzieri (alla giovane età di 26 anni!). L’anno successivo, nella battaglia di Wittstock, solo le ripetute cariche di cavalleria degli uomini al comando di Montecuccoli riuscirono a salvare l´esercito imperiale da una disastrosa rotta. Montecuccoli cominciò così a intravedere le gravi lacune dei comandanti imperiali, soprattutto nell’uso delle artiglierie, alle quali dedicherà approfondite riflessioni da cui scaturiranno in seguito una diversa azione di comando e, soprattutto, le sue innovative opere sulla scienza bellica.

Gli anni tra il 1637 e il 1638 sono per lui anni difficili: muore l’amata madre Anna Bigi e deve confrontarsi, con successo, con dei calunniatori che tentano di infangarne, per pura invidia, la sempre più crescente fama. Unico sollievo a tante difficoltà la corrispondenza con l´amico Fulvio Testi, cui arriva a dedicare un libro di poesie.

Nel 1639, tornato al fronte, combatte nella battaglia di Melnik dove viene ferito e catturato per la seconda volta dagli svedesi. Rinchiuso nella fortezza di Stettino, vive un periodo di prigionia che durerà tre anni e lo segnerà per sempre (in senso positivo, dato il tempo che dedicherà agli studi durante la prigionia).

Nel giugno del 1642 fu scambiato con un Colonnello svedese, prigioniero degli imperiali, e ritrovò la sua libertà. Accolto con grande simpatia e considerazione alla corte imperiale dall’Arciduca Leopoldo Guglielmo, gli venne annunciata la sua promozione al grado di Generale insieme alla stima personale dell’Imperatore Ferdinando III°.

I tempi erano difficili per le truppe imperiali: gli svedesi erano in Slesia mentre i francesi (nel frattempo entrati apertamente in campo contro il Sacro Romano Impero germanico) minacciavano da Occidente con una manovra a tenaglia che alla fine risolverà a loro favore il trentennale conflitto. Raimondo Montecuccoli riprese subito servizio, attaccò e sconfisse gli svedesi a Troppau.

Nominato nel 1644 Tenente – Maresciallo dell’esercito imperiale (grado che nella gerarchia militare asburgica precedeva quello di Comandante generale della cavalleria) iniziò per lui un periodo convulso di combattimenti e battaglie: prima in Sassonia, dove sconfisse gli svedesi a Königsmark; poi in Ungheria dove combattè un nuovo nemico, Giorgio Racoczy, il principe di Transilvania; infine in Franconia (Baviera) dove ebbe il comando di tutte le truppe imperiali. Era diventato il pupillo del Maresciallo Matteo Galasso che fino alla sua morte, avvenuta nel 1647, lo considerò il suo più valido collaboratore. Ferito di nuovo nel 1645, fu nominato membro del Consiglio Aulico Imperiale di Guerra, supremo organo militare dell´Impero, nonchè Gentiluomo di camera dell’Imperatore. Intanto la situazione per il Sacro Romano Impero della nazione germanica andava sempre più peggiorando. Occorreva rallentare il nemico in marcia verso Vienna almeno fino a quando le trattative per la pace che si stavano svolgendo in Westfalia non si fossero concluse. In questa azione frenante il Montecuccoli si spese senza risparmio d’energia: soccorse la città di Brno in Boemia dove constrinse il condottiero svedese Torstensson a levare l’assedio; affrontò successivamente in Baviera gli svedesi, di cui guadagno la stima per l´alto valore militare dimostrato; nel periodo 1646-1647 poi combatté di nuovo in Boemia dove con forze di gran lungo inferiori riuscì a bloccare l’avanzata del valoroso generale svedese Wittemberg. Infine, nel 1647 contribuì valorosamente a sconfiggere a Treibel gli svedesi di Wrangel: tale vittoria gli portò la promozione a Generale di cavalleria. La mirabile azione frenante, effettuata principalmente con poderose cariche di cavalleria ai lati dello schieramento avversari, fu cosi efficace che all’annuncio del Trattato di pace di Westfalia le Armate francesi di Turenne e quelle svedesi del Wrangler erano ben lontane dal principale obiettivo dell’ultima fase della guerra: Vienna. Si può quindi ben dire che Raimondo Montecuccoli con la sua accanita resistenza contribui a salvare la dinastia asburgica e con essa l’impero.

Un giorno più lungo degli altri

Il 2 luglio 1993 a Mogadiscio l’esercito italiano ha combattuto una battaglia di cui oggi ricorre il 22° anniversario: la Battaglia del pastificio.

Al termine di un’operazione finalizzata al sequestro di armi e svolta da militari del contingente italiano della missione UNOSOM (United Nations Operation in Somalia) destinata alla pacificazione e stabilizzazione del Paese africano martoriato da una guerra civile, i miliziani somali, facendosi scudo di donne e bambini, attaccarono i  soldati italiani in corrispondenza del vecchio pastificio (indicato anche come Check Point Pasta).

I combattimenti accaniti durarono ore e al termine gli italiani ebbero 3 morti e 36 feriti (le perdite somale, certamente superiori, non furono mai quantificate con certezza).

I caduti italiani furono:

Andrea Millevoi, Sottotenente del reggimento Lancieri di Montebello, Medaglia d’oro al valor militare alla memoria;

Stefano Paolicchi, Sergente Maggiore del 9º Reggimento d’assalto paracadutisti “Col Moschin”, Medaglia d’oro al valor militare alla memoria;

Pasquale Baccaro, Caporale di leva al 186º Reggimento paracadutisti “Folgore”, Medaglia d’oro al valor militare alla memoria.

Tra i feriti gravi, l’allora Sottotenente dei paracadutisti (oggi Tenente Colonnello) Gianfranco Paglia, anch’egli decorato di Medaglia d’oro al Valor militare.

Non saranno purtroppo gli unici caduti della Missione italiana in Somalia (denominata Operazione Ibis) durata dal dicembre 1992 al marzo 1994; altri militari italiani morirono nella speranza che il loro operato portasse pace e stabilità alla Somalia. Questi i loro indimenticabili nomi:

Infermiera volontaria della Croce Rossa italiana Sorella Maria Cristina Luinetti

Paracadutista Giovanni Strambelli

Paracadutista Jonathan Mancinelli

Caporale  Rossano Visioli

Caporale Giorgio Righetti

Sergente Maggiore Roberto Cuomo

Maresciallo Capo Vincenzo Licausi

Lanciere Tommaso Carrozza

Tenente Giulio Ruzzi