Le ragioni di un esercito europeo

Ma perché un esercito europeo?

Proviamo ad indicarne qualche ragione.

L’Unione Europea, che già esprime per la maggior parte dei Paesi che la costituiscono una moneta unica (e la moneta, come é noto, è un’espressione di sovranità dello Stato), ha come obiettivo l’integrazione politica degli Stati membri, integrazione che sarà materialmente espressa anche con Forze Armate comuni.

Gli attuali scenari di sicurezza internazionale necessitano di una maggiore integrazione militare dell’Europa (e dei suoi alleati) secondo il motto “l’unione fa la forza” (principio strategico della massa), riducendo in questo modo anche l’attuale lunga e frastagliata catena di comando e controllo europea (principio strategico dell’unità di comando).

Ragioni evidenti di efficenza economica (strettamente legate alle attuali politiche di bilancio) inducono ad uno strumento militare europeo unico che porrebbe fine ad anacronistiche ridondanze strutturali e procedurali, con un enorme recupero di efficacia operativa.

Anche l’industria della Difesa europea nel suo complesso ne gioverebbe perché vedrebbe ridotto il numero dei suoi interlocutori nazionali e potrebbe contare su una massa finanziaria sufficente per sviluppare nuovi progetti e investimenti (divenendo cosi più competitiva su scala mondiale).

Accanto ai grandi Players militari mondiali (USA, Russia, Cina) si verrebbe a creare un nuovo soggetto militare che potrebbe essere un elemento di equilibrio e stabilità internazionale (non va dimenticato che l’Unione Europea é stata insignita del Premio Nobel della pace nel 2012: dunque i suoi soldati sarebbero direttamente espressione dei valori costitutivi dell’Unione).

L’esercito europeo sarebbe formato da soldati con una lunga e grande esperienza con la NATO e questo rafforzerebbe le relazioni tra le due sponde dell’Atlantico.

Insomma, i vantaggi dell’esercito europeo sono evidenti ma perché questo si realizzi occorre un grande coraggio politico che al momento, purtroppo, non si riscontra in Europa.

E se decidessero direttamente i cittadini europei?

Annunci

Speranze africane

Il recente tentativo di colpo di stato militare in Burkina Faso, del tutto ignorato dai Media italiani, e le conseguenti coraggiose proteste dei burkinabé (10 morti e più di 100 feriti), mi ha fatto riflettere sull’eredità storica e politica del capitano Thomas Sankara (1949 – 1987), Padre fondatore del moderno Burkina Faso (ex colonia francese divenuta indipendente nel 1960 con il nome di Alto Volta).

Salito al potere nel 1983 con un colpo di stato, avvió una radicale trasformazione e modernizzazione dello Stato e della società burkinabé. Di formazione marxista – leninista ma con uno spiccato amore per il suo popolo e la sua terra, combatté l’enorme povertà morale e materiale che affliggeva i suoi concittadini, conseguendo in pochi anni risultati eccezionali.

Pur sempre capo di una dittatura militare basata su un partito unico e per questo condannabile secondo i principi universali dei diritti dell’uomo, riuscì a immaginare un “nuovo uomo” che potesse comunque aspirare alla libertà e una “nuova comunità” tendente alla giustizia sociale.

Il suo sogno di modernità s’interruppe il 15 ottobre 1987 quando, a sua volta, fu destituito e ucciso da un colpo di stato organizzato da un suo stretto e fidato collaboratore.

Il suo ricordo ancora oggi é vivo e onorato dal popolo burkinabé, che, grazie all’esperienza storica di Thomas Sankara, non rinuncia a coltivare, nonostante tutto, la speranza di un futuro migliore per sé e per tutto il continente africano.

Una cultura da bancarella

Tra le figure militari della nostra storia militare, sento particolarmente vicina a me quella del Generale di brigata aerea Amedeo Mecozzi (1892 – 1971), teorico negli anni ’20 del secolo scorso della cosidetta Aviazione d’assalto.

Nato a Roma in una famiglia di umili condizioni e avviato precocemente al lavoro, seppe costruire la sua vita con una ammirevole determinazione e forza d’animo.

Vorace lettore sin dagli anni giovanili (con mirabile autoironia, già famoso a livello internazionale per i suoi scritti di strategia, diceva di possedere solo una “cultura da bancarella” derivante dalla sua passione di acquistare libri usati dai banchi sul tevere o nei mercati rionali), approfondì gli studi sull’impiego dell’arma aerea, diventando accanto a Giulio Douhet uno dei primi e più innovativi teorici di strategia aerea.

Arruolatosi nell’esercito come soldato semplice nel 1906, partecipò alla Grande Guerra come ufficiale di complemento pilota, realizzando 6 abbattimenti di aerei nemici. Transitato in servizio permanente effettivo nel dopoguerra, iniziò un’intensa attività di pubblicista nel campo aereonautico e, fondata nel 1923 l’Arma azzurra, vi transitò subito con il grado di capitano.

Capo Ufficio Stampa del fondatore dell’aeronautica militare Maresciallo dell’Aria Italo Balbo (1896 – 1940), avvió un’intensa attività pubblicistica in cui propugnava l’idea dell’uso determinante dell’arma aerea sul campi di battaglia, mettendone in evidenza l’alto valore tattico nel sostegno delle truppe terrestri e navali impegnate nei combattimenti. Polemizzó con Douhet che invece enfatizzava il ruolo strategico dell’aviazione nella risoluzione dei conflitti, specie nei bombardamenti dei punti vitali del nemico, compresi i centri abitati.

Sostanzialmente, i suoi studi trovarono effettiva applicazione nella seconda guerra mondiale nell’accentuato ruolo di sostegno alle operazioni corazzate e di fanteria da parte della componente aerea. Un’esemplare applicazione degli studi di Amedeo Mecozzi é quello dell’impiego del famoso aereo da bombardamento in picchiata Junkers JU 87 (Stuka) da parte dei tedeschi nei diversi fronti di guerra. Oggi le teorie del Mecozzi si sostanziano nella funzione CAS (Close Air Support) svolte dalle aviazioni miltari di tutto il mondo.

Direttore della prestigiosa Rivista Aeronautica, al termine della seconda guerra mondiale si ritiró a vita privata, continuando a dedicarsi agli amati studi e a pubblicare (possedeva una propria piccola casa editrice) diversi libri di strategia aerea. Morì a Roma, la sua città, il 2 novembre 1971.

Nel 2006 l’Ufficio storico dell’Aeronautica militare ha pubblicato due pregiati volumi dal titolo Scritti scelti sul potere aereo e l’aviazione d’assalto (1920 – 1970), curati dal compianto colonnello Ferruccio Botti.

La tragedia necessaria

Il grande storico Mario Isnenghi, in un libro uscito qualche anno addietro e da poco riedito (La tragedia necessaria -Da Caporetto all’otto settembre – Il Mulino, Bologna 2013), ha definito una “tragedia necessaria” quanto accaduto in Italia dopo l’otto settembre 1943 all’annuncio dell’armistizio con gli alleati anglo- americani. Una “tragedia necessaria” (come anche la sconfitta di Caporetto nell’autunno del 1917) affinché gli italiani prendessero coscienza di sé, della realtà e (re)agissero in modo forte e unito.

La reazione all’armistizio dell’otto settembre e all’invasione/occupazione dell’Italia da parte delle forze naziste supportate da quelle fasciste, fu generale e determinata, e non minoritaria come talvolta qualcuno dice. Non ci fu solo la resistenza armata dei partigiani (che pure non pochi problemi crearono all’invasore) inquadrati nel Corpo Volontari della Libertà ma anche quella dei giovani renitenti alla leva fascista nel Nord, dei 650.000 Internati militari italiani (IMI) in Germania (di questi 50.000 non fecero ritorno), delle Forze Armate regolari italiane fedeli al Re Vittorio Emanuele III° comandate dal Maresciallo d’Italia Giovanni Messe, dei semplici cittadini (mi viene in mente il padre dello scrittore Alberto Asor Rosa, Alessandro,  che a Roma nascondeva nelle proprie scarpe i volantini antifascisti…).

Insomma, alla sconfitta politica e militare dell’otto settembre 1943, fece seguito un risveglio delle coscienze collettiva e individuale che contribui alla vittoria non solo contro i nazifascisti ma sopratutto a favore di quella dignità nazionale su cui sarebbe risorta l’Italia.

Il riposo dello spirito guerriero

Il mondo conosce giustamente Firenze per la sua insuperabile bellezza ma pochi sanno che la Città del Fiore conserva preziose tracce della storia militare nazionale.

Tra queste, quella per me più significativa é il monumento funebre dedicato a Ugo Foscolo, posto nella Basilica di Santa Croce e realizzato nel 1939 dallo scultore fiorentino Antonio Berti (1904 – 1990), lo stesso autore del celebre gruppo scultoreo “Carabinieri nella tormenta” del 1973, la cui replica troneggia dal 2014 (bicentenario di fondazione dell’Arma benemerita) nei giardini del Quirinale a Roma.

Ugo Foscolo é indubbiamente uno dei più grandi poeti italiani nonché guerriero della libertà italiana; per chi scrive peró é anzitutto un capitano di fanteria dell’esercito del Regno d’Italia (1805 – 1814), studioso e divulgatore del pensiero strategico di Raimondo Montecuccoli.

Foscolo, arruolatosi prima nelle formazioni militari della Repubblica Cisalpina e poi in quelle della Repubblica Cispadana, combatté diverse battaglie durante la sua vita rimanendo anche ferito. L’ultima sua operazione militare (alla quale partecipó come ufficiale responsabile degli approvvigionamenti) fu il tentativo d’invasione dell’Inghilterra da parte delle truppe napoleoniche nel 1806. Nel 1808 Foscolo abbandonó per sempre la vita delle armi per dedicarsi esclusivamente alle composizioni letterarie, per le grandezze delle quali oggi riposa onorato in Santa Croce.