Un paradosso della storia

Recentemente riflettevo su un fatto legato alla storia tra Italia e Grecia: una paradossale riconoscenza che dobbiamo ai greci per averci mostrato (con una drammatica e sanguinosa sconfitta militare) il volto peggiore della retorica militare del fascismo, alla fine basata sulla menzogna (per nascondere la nostra impreparazione alla guerra, sopratutto dal punto di vista materiale) e costata migliaia di giovani vite italiane (e non solo). La nostra “Migliore gioventù” sacrificata per attaccare il 28 ottobre 1940 un Paese amico che nulla aveva fatto contro di noi e che anzi guardava all’Italia con tradizionale simpatia.

I soldati greci, oggi alleati dell’Italia libera e democratica nell’Unione Europea e nella NATO, seppero difendere con coraggio e con ostinazione (pari solo al valoroso sacrificio delle nostre truppe mal equipaggiate e ancor peggio condotte) la propria Patria contro una tragica ed inutile “Guerra parallela” fascista (costata all’Italia, solo in Grecia, 20.000 tra morti e dispersi, 50.874 feriti e 64.476 tra congelati e ammalati – fonte: Mario Montanari, La campagna di Grecia, 4 volumi, Ufficio storico dello Stato Maggiore dell’esercito, Roma -1980) che sarebbe divenuta, poco dopo la disastrosa campagna di Grecia 1940 – 1941, l’umiliante “Guerra subalterna” nei confronti dell’alleato nazista sui campi di battaglia del Nordafrica e della Russia. Questo (ancora oggi) doloroso percorso ebbe peró come positiva conseguenza il fatto che gli italiani aprirono finalmente gli occhi sul fascismo; una presa di coscienza che favorirà la caduta del regime fascista il 25 luglio 1943. Con il disastroso fallimento della campagna di Grecia prese avvio l’antifascismo di massa del popolo italiano.

La memoria degli errori del passato ci aiuti sempre a costruire un futuro migliore per tutti, basato sulla verità e sulla giustizia.

Scrittore di Marte

Il 21 ottobre 1846 nasceva ad Oneglia (l’attuale Imperia) il più grande pubblicista militare italiano: Edmondo De Amicis.

Noto in tutto il mondo per essere stato il creatore del celeberrimo libro “Cuore”, De Amicis aveva frequentato i corsi dell’Accademia Militare di Modena, al termine dei quali era stato promosso al grado di Sottotenente.

Dopo aver partecipato alla sfortunata battaglia di Custoza nel 1866, rassegnó le dimissioni e andò a Firenze dove inizió a scrivere sulla rivista “Italia Militare”, periodico del Ministero della Guerra.

Da questa esperienza editoriale nacque nel 1868 il suo primo libro “Vita Militare – Bozzetti” che ebbe un discreto successo e lo mise in evidenza nei circoli letterari del tempo. Successivamente si dedicó all’attività giornalistica, arrivando infine ad essere uno scrittore di fama internazionale.

Mi piace pensare che De Amicis debba il suo successo ad essere stato un militare: mi conferma nell’idea che quella del mestiere delle armi sia una scelta che apra vasti orizzonti ed esalti lo spirito di chi la compie, non per vana gloria ma per elevazione della propria coscienza.

Il pensiero militare italiano del Rinascimento

Con il Rinascimento l’Italia prima e l’Europa poi si avviano verso l’età moderna, dove la fiducia nell’uomo prese il posto dell’affidarsi alla Fede e dove ad un economia finanziaria e mercantile iniziò ad affrancare sempre più l’esistenza dalle fatiche e i sacrifici della terra. Questo cambiamento epocale del pensiero e dell’economia non poteva non riverberarsi sulla società e le sue espressioni, prima fra tutti la Politica e le armi che l’affermavano e sostenevano.

Il Rinascimento, per unanime giudizio, sorse a Firenze, città all’epoca tra le più vivaci e ricche d’Europa, nella metà del quattrocento. Nacque non a caso in questa città, poiché in essa si concentravano molteplici fattori (politici, economici e sociali) che favorirono la nascita del movimento. Ma non fu l’unica città italiana, ad essa si associarono Venezia, Milano, Ferrara, Mantova e tante altre città che, vissuta la felice esperienza dell’autonomia comunale nel XIII°– XIV° secolo, avevano poi affidato il loro governo e difesa a Signorie che passeranno alla storia per magnificenza e lungimiranza. Tali Signorie, che anticiperanno la nascita degli Stati italiani preunitari, svolgeranno anche un ruolo fondamentale nello sviluppo dell’arte militare del tempo.

L’arte militare del XV° secolo fu caratterizzata dal grande sviluppo tecnologico rappresentato dalle armi da fuoco (moschetti e artiglierie di vario calibro), che aveva radicalmente cambiato il modo di combattere ma anche l’essenza stessa delle formazioni militari. L’utilizzo del termine arte anziché scienza non é causale giacché la prima esalta le caratteristiche personali del militare (carisma, coraggio, esperienza) mentre la seconda attiene più ad una disciplina, o metodo, da tutti applicabile e basata sulla conoscenza piuttosto che le qualità personali del singolo. La scienza militare si sostituirà all’arte anche in ragione della complessità dei conflitti moderni, che renderà necessarie una serie di conoscenze e funzioni un tempo inesistenti o (finanche) inutili alla soluzione dei conflitti. La logistica, la tattica, l’organica e la strategia, già conosciute e applicate ai tempi della rivoluzione militare del XVII° secolo (l’organicità data loro dagli studi di Raimondo Montecuccoli rimarrà insuperata fino agli studi di Clausewitz, per il quale arte e scienza militari erano concetti inseparabili), sono branche della scienza militare intuite ma non approfondite dall’arte militare. Ad ogni modo, non va mai dimenticato che quando si parla di scienza militare non si può mai far riferimento ad una scienza esatta ma sempre ad una scienza umana e quindi fallibile.

La principale opera militare del Rinascimento è, a parere dello scrivente,  il Trattato dell’Arte della Guerra scritto da Niccolò Machiavelli e pubblicato a Firenze nel 1521. Machiavelli (che nel libro da voce al Condottiero Fabrizio Colonna) si domanda le ragioni della decadenza militare italiana del tempo e nella tradizione militare romana trova possibili rimedi. Machiavelli si era reso conto in largo anticipo della mutazione dei tempi. Il cambiamento nel modo di fare la guerra, infatti, non poteva non riflettersi sul modo di fare politica del tempo, da qui il primo espresso legame che Machiavelli fa tra guerra e politica, in largo anticipo rispetto ad altri pensatori. Nel testo, che lo stesso Machiavelli riconosceva come quello più riuscito tra quelli da lui scritti, il Segretario fiorentino condanna i mercenari ed esalta invece i cittadini che si pongono in armi al servizio dello Stato. Lo stesso sovrano, secondo Machiavelli, deve dare il buon esempio privandosi delle Milizie (perlopiù mercenarie appunto) destinate alla sua difesa personale che deve, al contrario, essere affidata ai suoi sudditi sia come gesto di fiducia del Sovrano nei loro confronti sia come riconoscimento e attaccamento del popolo nei confronti del Sovrano. Anche nella sua più famosa opera “Il Principe” Macchiavelli aveva scritto (Capitolo XIII): <Concludo, adunque, che sanza avere arme proprie, nessun principato e´sicuro…E l´arme proprie son quelle che sono composte o di sudditi o di cittadini o di creati tua>. Ora, questa espressione < creati tua> può sembrare contraddittoria rispetto a quanto detto prima nella stessa frase. In realtà, nello scrivere questo, Machiavelli aveva in mente Cesare Borgia “Il Valentino” che prima di creare il proprio Stato, aveva necessità di appoggiarsi a proprie milizie fidate. Solo quando questo Stato fosse stato creato, le stesse Milizie sarebbero state sostituite da un esercito di popolo. Niccolò Machiavelli, in particolare, elabora quell’idea di Virtù alla base della quale i cittadini devono fondare il proprio amore per la Patria e la sua difesa. La virtù machiavellica non è molto dissimile dal Geist che secoli dopo Clausewitz (profondo conoscitore dell’opera del segretario fiorentino) indicava come elemento determinante della vittoria in guerra. La Virtù è requisito proprio dell’uomo e pone quest’ultimo di fronte al suo agire: anche l’arte della guerra del tempo si forma nello spirito del rinascimento, rappresentando una netta cesura con la concezione del guerriero del passato. Insomma, Machiavelli, esponente di spicco del pensiero militare italiano del Rinascimento, è un fautore e strenuo difensore dell’esercito di leva che si affermerà secoli dopo con la Rivoluzione francese e che vive oggi un ampio ma discutibile ripensamento.

Un compleanno da ricordare

Oggi Giuliano Slataper, triestino e ufficiale degli Alpini, avrebbe compiuto 93 anni se non fosse caduto sul fronte russo il 26 gennaio 1943, durante la tragica ritirata sul Don.

Insignito di medaglia d’oro al valor militare per il coraggio dimostrato in combattimento, degli eventi che hanno protagonista Giuliano Slataper raccontano i grandi memorialisti della campagna di Russia Mario Rigoni Stern (Il sergente nella neve) e Giulio Bedeschi (Centomila gavette di ghiaccio).

La campagna italiana di Russia 1941-1943, cui Benito Mussolini volle partecipare per ragioni di prestigio politico (nonostante il parere contrario dell’alleato tedesco che avrebbe preferito un maggior impegno italiano nello scacchiere mediterraneo), costó la vita di migliaia di giovani italiani (le cifre sono incerte ma si parla di circa 80.000 caduti) appartenenti prima al Corpo di Spedizione Italiano in Russia (CSIR) e poi all’8^ Armata italiana in Russia (ARMIR): oggi Giuliano Slataper li rappresenta tutti e per questo lo festeggiamo calorosamente, pensandolo felice lassù tra i suoi Veci…

NON OMNIS MORIAR

Il vecchio Fritz

Federico II° di Prussia detto Il Grande (1712-1786), in tedesco Friedrich der Grosse, rappresenta una delle più alte espressioni della storia militare, a cui ancora oggi molti in tutto il mondo guardano con interesse e ammirazione. In Germania, Federico II° é noto anche come il vecchio Fritz (Der alte Fritz).

Considerato dai suoi contemporanei un mito vivente, i suoi interessi comprendevano la strategia (era un grande ammiratore di Raimondo Montecuccoli, alle cui manovre sul campo di battaglia Federico s’ispiró più di una volta durante le proprie campagne di guerra), la storia militare così come la musica (era un eccellente flautista), la filosofia (ebbe a corte il filosofo francese Voltaire) e la poesia.

Geniale nella tattica, caratterizzó il suo lungo regno sulla Prussia anche con una politica riformista in ogni campo della società e dello Stato, incarnando in modo esemplare lo spirito illuminista del tempo (Federico fu rappresentante del cosiddetto Assolutismo illuminato dell’epoca).

Estremamente disciplinato e impegnato come il primo servitore della Prussia (celeberrimo il modo con cui congedava i suoi interlocutori: Ich habe Dienst! – sono di servizio!), non esitava a mostrarsi spietato nel raggiungimento del bene dello Stato, posto sopra ogni cosa.

L’esercito prussiano, sotto il suo regno, raggiunse livelli di eccellenza assoluta per i tempi ed é comunemente indicato nella storiografia come “Esercito federiciano”.

La figura di Federico il Grande ha fortemente influenzato nel tempo la storia delle Istituzioni militari tedesche; pur non facendo parte delle tradizioni della Bundeswehr, Federico rappresenta anche nel tempo attuale lo spirito più nobile e alto cui guarda il soldato tedesco.

Una curiosità: pur essendo Federico tedesco, parlava e scriveva perlopiù in lingua francese, considerata ai tempi in Europa la lingua dotta e diplomatica. Alla sua amata residenza estiva a Potsdam (dove oggi riposano le sue spoglie mortali) diede, ad esempio, il nome di Sans Souci che vuol dire “senza preoccupazioni”.