Il pensiero militare italiano del Rinascimento

Con il Rinascimento l’Italia prima e l’Europa poi si avviano verso l’età moderna, dove la fiducia nell’uomo prese il posto dell’affidarsi alla Fede e dove ad un economia finanziaria e mercantile iniziò ad affrancare sempre più l’esistenza dalle fatiche e i sacrifici della terra. Questo cambiamento epocale del pensiero e dell’economia non poteva non riverberarsi sulla società e le sue espressioni, prima fra tutti la Politica e le armi che l’affermavano e sostenevano.

Il Rinascimento, per unanime giudizio, sorse a Firenze, città all’epoca tra le più vivaci e ricche d’Europa, nella metà del quattrocento. Nacque non a caso in questa città, poiché in essa si concentravano molteplici fattori (politici, economici e sociali) che favorirono la nascita del movimento. Ma non fu l’unica città italiana, ad essa si associarono Venezia, Milano, Ferrara, Mantova e tante altre città che, vissuta la felice esperienza dell’autonomia comunale nel XIII°– XIV° secolo, avevano poi affidato il loro governo e difesa a Signorie che passeranno alla storia per magnificenza e lungimiranza. Tali Signorie, che anticiperanno la nascita degli Stati italiani preunitari, svolgeranno anche un ruolo fondamentale nello sviluppo dell’arte militare del tempo.

L’arte militare del XV° secolo fu caratterizzata dal grande sviluppo tecnologico rappresentato dalle armi da fuoco (moschetti e artiglierie di vario calibro), che aveva radicalmente cambiato il modo di combattere ma anche l’essenza stessa delle formazioni militari. L’utilizzo del termine arte anziché scienza non é causale giacché la prima esalta le caratteristiche personali del militare (carisma, coraggio, esperienza) mentre la seconda attiene più ad una disciplina, o metodo, da tutti applicabile e basata sulla conoscenza piuttosto che le qualità personali del singolo. La scienza militare si sostituirà all’arte anche in ragione della complessità dei conflitti moderni, che renderà necessarie una serie di conoscenze e funzioni un tempo inesistenti o (finanche) inutili alla soluzione dei conflitti. La logistica, la tattica, l’organica e la strategia, già conosciute e applicate ai tempi della rivoluzione militare del XVII° secolo (l’organicità data loro dagli studi di Raimondo Montecuccoli rimarrà insuperata fino agli studi di Clausewitz, per il quale arte e scienza militari erano concetti inseparabili), sono branche della scienza militare intuite ma non approfondite dall’arte militare. Ad ogni modo, non va mai dimenticato che quando si parla di scienza militare non si può mai far riferimento ad una scienza esatta ma sempre ad una scienza umana e quindi fallibile.

La principale opera militare del Rinascimento è, a parere dello scrivente,  il Trattato dell’Arte della Guerra scritto da Niccolò Machiavelli e pubblicato a Firenze nel 1521. Machiavelli (che nel libro da voce al Condottiero Fabrizio Colonna) si domanda le ragioni della decadenza militare italiana del tempo e nella tradizione militare romana trova possibili rimedi. Machiavelli si era reso conto in largo anticipo della mutazione dei tempi. Il cambiamento nel modo di fare la guerra, infatti, non poteva non riflettersi sul modo di fare politica del tempo, da qui il primo espresso legame che Machiavelli fa tra guerra e politica, in largo anticipo rispetto ad altri pensatori. Nel testo, che lo stesso Machiavelli riconosceva come quello più riuscito tra quelli da lui scritti, il Segretario fiorentino condanna i mercenari ed esalta invece i cittadini che si pongono in armi al servizio dello Stato. Lo stesso sovrano, secondo Machiavelli, deve dare il buon esempio privandosi delle Milizie (perlopiù mercenarie appunto) destinate alla sua difesa personale che deve, al contrario, essere affidata ai suoi sudditi sia come gesto di fiducia del Sovrano nei loro confronti sia come riconoscimento e attaccamento del popolo nei confronti del Sovrano. Anche nella sua più famosa opera “Il Principe” Macchiavelli aveva scritto (Capitolo XIII): <Concludo, adunque, che sanza avere arme proprie, nessun principato e´sicuro…E l´arme proprie son quelle che sono composte o di sudditi o di cittadini o di creati tua>. Ora, questa espressione < creati tua> può sembrare contraddittoria rispetto a quanto detto prima nella stessa frase. In realtà, nello scrivere questo, Machiavelli aveva in mente Cesare Borgia “Il Valentino” che prima di creare il proprio Stato, aveva necessità di appoggiarsi a proprie milizie fidate. Solo quando questo Stato fosse stato creato, le stesse Milizie sarebbero state sostituite da un esercito di popolo. Niccolò Machiavelli, in particolare, elabora quell’idea di Virtù alla base della quale i cittadini devono fondare il proprio amore per la Patria e la sua difesa. La virtù machiavellica non è molto dissimile dal Geist che secoli dopo Clausewitz (profondo conoscitore dell’opera del segretario fiorentino) indicava come elemento determinante della vittoria in guerra. La Virtù è requisito proprio dell’uomo e pone quest’ultimo di fronte al suo agire: anche l’arte della guerra del tempo si forma nello spirito del rinascimento, rappresentando una netta cesura con la concezione del guerriero del passato. Insomma, Machiavelli, esponente di spicco del pensiero militare italiano del Rinascimento, è un fautore e strenuo difensore dell’esercito di leva che si affermerà secoli dopo con la Rivoluzione francese e che vive oggi un ampio ma discutibile ripensamento.

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