Cultura è libertà

Pochi sanno che uno dei libri fondanti della cultura italiana, Cuore dello scrittore (militare) Edmondo De Amicis, venne pubblicato a puntate sulla rivista Nuova Antologia.

Fondata a Firenze il 31 gennaio 1866, festeggia oggi il suo 150° compleanno che è stato celebrato in questi giorni nella Città del Fiore con una serie di eventi a cui ha partecipato anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella (eletto proprio un anno fà alla suprema magistratura).

La Nuova Antologia naque per favorire, attraverso la cultura, quella unità nazionale appena raggiunta; per avviare un dibattito che aiutasse a “fare gli italiani” dopo aver fatto l’Italia.

La Nuova Antologia ha, nella sua lunga vita, ospitato anche scritti di politica e quindi di storia: ricordo con emozione un articolo su Ferruccio Parri, il Comandante “Maurizio” come veniva chiamato durante la resistenza, apparso sulla rivista qualche anno fà.

Strettamente legata alla figura dello storico, scrittore e politico Giovanni Spadolini (1925 – 1994), indimenticabile Ministro della Difesa nel periodo 1983 -1987, è oggi edita dalla Fondazione Spadolini Nuova Antologia presieduta dallo storico Prof. Cosimo Ceccuti.

Inevitabilmente, scrivere della Nuova Antologia ingenera la riflessione su come le riviste culturali (e tra queste includo anche la prestigiosa Rivista Militare fondata a Torino nel 1856) servano a diffondere quella conoscenza premessa essenziale e ineludibile della formazione e libertà dei cittadini (militari inclusi).

Perché non va mai dimenticato che la cultura, compresa quella militare, è sinonimo di libertà.

http://nuovaantologia.it

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Il modernismo militare

All’inizio del XX° secolo sorse in Italia un vivace dibattito intorno al rinnovamento profondo dell’Istituzione militare noto con il nome di “modernismo militare”.

Leader di questo movimento, che si proponeva di migliorare la condizione economica e di carriera dei militari nonché di ammodernare e rendere più efficiente l’Istituzione militare italiana, fu il capitano di fanteria Fabio Ranzi (Tivoli 1859-Roma 1922).

Il capitano Ranzi smesse la divisa nel 1889 per dedicarsi al giornalismo, professione dove raggiunse una certa notorietà.

Direttore dal gennaio 1896 al maggio 1898 della rivista “Armi e Progresso- Rivista Militare Sociale”, fondò e diresse la rivista “Pensiero Militare” che rimase in vita, finanziata dai soli abbonamenti, dal 1903 al 1914.

Nel primo numero di “Armi e Progresso” il Ranzi enuncia gli obbiettivi del suo impegno editoriale:

  • compiere il rinnovamento delle idee e delle istituzioni militari;
  • elevare la cultura degli ufficiali;
  • presentare al Paese l’esercito sotto la nuova luce della modernità al fine di congiungere l’Istituzione militare con il Paese.

Il capitano Ranzi scrisse anche un libro, che colse un qualche successo all’epoca, intitolato “Modernità militare”, nel quale ipotizzava una nuova Istituzione militare italiana, interclassista e di massa, non più espressione della monarchia ma rappresentativa dell’ intera nazione. Ranzi, di fatto, teorizzava un nuovo soggetto politico, addirittura autonomo dal governo, che potesse costituire un punto di riferimento per il Paese.

Per il Ranzi tre sono gli aspetti distintivi di un esercito nazionale moderno: unione delle risorse materiali e morali di un popolo; servizio generalizzato dei cittadini (indipendentemente dalla loro estrazione sociale); relazioni gerarchiche e disciplinari adeguate ai tempi.

Ranzi, per sostenere le sue idee riformiste, cercó il sostegno del leader del socialismo italiano Filippo Turati, che peró rimase scettico di fronte a tali idee del Ranzi, che non godette di alcun appoggio dell’opinione pubblica moderata e che anzi provocò allarme nel governo che infatti l’osteggiò fermamente.

Il modernismo militare, che conteneva elementi di indubbia originalità frammisti a spiccati elementi politici populisti, fallì (oltre per il polemismo del Ranzi nei confronti dei vertici politico – militare) sostanzialmente anche per il mancato appoggio della grande maggioranza dei militari italiani le cui esigenze riformiste non erano dettate da rivendicazioni di carattere politico o sociali quanto piuttosto da pratiche esigenze di natura economica e di carriera, che furono prontamente riconosciute e accolte dai governi dell’epoca.

Ippocrate e Ares

Il colonnello medico tedesco Valentin Mueller (1891 -1951) può essere senz’altro considerato una delle figure più eroiche dello scorso conflitto mondiale.

Direttore dell’Ospedale militare tedesco di Assisi nel tragico periodo inverno 1943 – primavera 1944, Mueller non solo salvò centinaia di feriti e malati (appartenenti a tutte le forze belligeranti) ma l’intera città di Assisi, facendola dichiarare dal comando supremo tedesco in Italia “Città ospedaliera” (e quindi tutelata dalle Convenzioni internazionali), risparmiandola dai feroci combattimenti tra retroguardie tedesche (in ritirata da Roma verso la settentrionale Linea Gotica) e avanguardie alleate. Inoltre, il colonnello Mueller si adoperò fattivamente per tutelare i molti ebrei rifugiati, sotto false identità, nei conventi e case religiose di Assisi.

Cattolico praticante, il colonnello Mueller non mancava, quando gli assillanti compiti di soccorso e cura lo permettevano, di assistere alla Santa Messa nel Sacro Convento dove riposano le spoglie mortali di San Francesco.

Benvoluto da tutti per i suoi indiscussi meriti umanitari (persino i Partigiani operanti in zona diedero l’ordine perentorio di preservarne l’incolumità), tornò una sola volta ad Assisi nel 1950, festeggiato dall’intera città che al suo nome ha voluto intitolare una via cittadina (che porta all’attuale ospedale di Assisi). Oggi una targa commemorativa posta all’ingresso dell’Istituto serafico di Assisi lo ricorda con queste parole: “Dr. Mueller, colonnello e medico tedesco, ha protetto la città di Assisi e tutte le persone affidategli dagli orrori della guerra nel 1943/44”.

La mirabile storia del colonnello Valentin Mueller dimostra come Ippocrate e Ares non siano in antitesi quanto piuttosto, talvolta, rappresentino sublime sintesi dei valori più alti espressi dalle professioni medica e militare.

 

 

Il frutto migliore

Le riforme miltari portate avanti in Prussia da Scharnhorst, Gneisenau, Grolman, Boyen e Clausewitz non ebbero vita facile dopo la fine delle guerre napoleoniche ovvero dopo il termine della situazione eccezionale che le aveva prodotte.

Dopo le dimissioni di Boyen da Ministro della guerra di Prussia nel 1819, i conservatori militari prussiani ripreso vigore ma non potero riportare l’esercito alle condizioni feudali precedenti le riforme, tanto queste erano state profonde e opportune.

Prova ne è la storia di Karl Reyher (1786-1857), umile figlio di un organista di un piccolo villaggio nel Brandeburgo divenuto Capo di Stato Maggiore dell’esercito prussiano.

Reyher iniziò la sua carriera militare nel 1802 (aveva poco più di 16 anni) come scrivano reggimentale. Nel 1809 partecipò alla sfortunata insurrezione antifrancese promossa dal Maggiore Barone Ferdinand von Schill, rimanendo anche ferito. In seguito, fu aiutante del Generale von Yorck che, accortosi delle straordinarie qualità di Reyher, lo spinse a diventare ufficiale nel 1810. Partecipò poi alle guerre di liberazione 1813 – 1815 guadagnandosi, per il valore dimostrato sul campo di battaglia, decorazioni e promozioni.

Divenuto ufficiale di stato maggiore, nel 1828 venne nobilitato dal Re di Prussia Federico Gugliemo III° sicché divenne Karl von Reyher, nome con cui è passato nella storia militare prussiana.

Nel 1848 divenne Capo di Stato Maggiore dell’esercito prussiano, carica che tenne fino alla morte nel 1857.

In riconoscimento dei suoi alti servigi alla Patria gli venne concesso l’onore della sepoltura nel cimitero monumentale militare Invalidenhof di Berlino (lo stesso dove è sepolto il grande Scharnhorst) dove tuttora riposano le sue spoglie.

Durante il suo mandato di Capo di Stato Maggiore curò particolarmente la formazione dei giovani ufficiali, promuovendo la nascita di una classe dirigente militare (che comprendeva, tra gli altri, Blumenthal, Voigts – Rhetz, Alvensleben, Goeben) che fu protagonista indiscussa delle grandi vittorie prussiano – tedesche nelle guerre del 1866 contro l’Austria e del 1870/71 contro la Francia.

Il suo più illustre discepolo fu senz’altro il Feldmaresciallo Helmuth von Moltke che lo sostituì nella carica di Capo di Stato Maggiore.

Il pensiero militare di Scharnhorst

Gerhard von Scharnhorst (1755 – 1813), notoriamente, è stato il più grande riformatore militare prussiano, fautore di quella concezione dell’esercito tedesco che ancora oggi esplica i suoi effetti nella Bundeswehr.

Scharnhorst credeva che l’Istituzione militare non potesse prescindere dalla realtà che la circondava perché anche di questa era espressione. Quindi l’esercito non poteva essere Staat im Staate (come fu la Reichswehr nel periodo 1919-1935) pena rischiare un pericoloso isolamento o un’inopportuna degenerazione (come nel caso della Wehrmacht, successiva alla Reichswehr). L’inquadrare poi la riforma dello strumento militare nella più ampia riforma dello Stato (riconoscendo il primato della politica generale su quella militare) era un principio importante ed ineludibile.

A tal proposito, nella prospettiva di un’Istituzione militare europea, appare evidente come questa sia possibile solo nell’ambito di una riforma complessiva dell’architettura politica generale dell’Unione Europea, con un sostanziale trasferimento di prerogative sovrane dagli Stati all’Unione.

Riflettendo sull’attualità di Scharnhorst, il pensiero corre ai nuovi scenari d’impiego delle Forze Armate, specialmente all’esercito, sempre più confrontati a una minaccia cosiddetta asimmetrica piuttosto che a grandi battaglie campali. Anche in questi scenari, il modello militare di Scharnhorst, seppur basato sulla leva generale e obbligatoria (perchè il dovere della difesa dello Stato è proprio di ogni cittadino), non è affatto superato. Soldati guidati da giovani ufficiali, preparati e motivati, ben equipaggiati con gli ultimi ritrovati della tecnologia, legittimati da una precisa volontà politica, e supportati dal contesto sociale sono auspicabili oggi come ai tempi del grande riformatore hannoveriano – prussiano.

Scharnhorst stimava le nuove generazioni, verso cui quelle più anziane hanno il dovere di esempio ed educazione. Aveva maturato questa convinzione dedicando anni alla formazione dei giovani ufficiali, consapevole che nessuna riforma e progresso fossero possibili senza il coinvolgimento dei giovani, in modo particolare di quelli di maggior talento. Raccomandava l’onestà e la sincerità verso se stessi, come premessa di libertà di pensiero e di azione. E’ probabilmente questa idealità, unitamente all’esempio della sua vita, il maggior lascito morale del grande riformatore tedesco che oggi riposa nel Cimitero monumentale di Berlino, l’Invalidenfriedhof, in un sepolcro eretto dal famoso architetto e pittore Karl Friedrich Schinkel (1781-1841), e sulla cui sommità troneggia un leone dormiente, fuso con il bronzo di cannoni francesi catturati durante le Guerre di liberazione (Befreiungskriege) 1813 – 1815,  vinte (anche) grazie al pensiero militare di Scharnhorst.