Il modernismo militare

All’inizio del XX° secolo sorse in Italia un vivace dibattito intorno al rinnovamento profondo dell’Istituzione militare noto con il nome di “modernismo militare”.

Leader di questo movimento, che si proponeva di migliorare la condizione economica e di carriera dei militari nonché di ammodernare e rendere più efficiente l’Istituzione militare italiana, fu il capitano di fanteria Fabio Ranzi (Tivoli 1859-Roma 1922).

Il capitano Ranzi smesse la divisa nel 1889 per dedicarsi al giornalismo, professione dove raggiunse una certa notorietà.

Direttore dal gennaio 1896 al maggio 1898 della rivista “Armi e Progresso- Rivista Militare Sociale”, fondò e diresse la rivista “Pensiero Militare” che rimase in vita, finanziata dai soli abbonamenti, dal 1903 al 1914.

Nel primo numero di “Armi e Progresso” il Ranzi enuncia gli obbiettivi del suo impegno editoriale:

  • compiere il rinnovamento delle idee e delle istituzioni militari;
  • elevare la cultura degli ufficiali;
  • presentare al Paese l’esercito sotto la nuova luce della modernità al fine di congiungere l’Istituzione militare con il Paese.

Il capitano Ranzi scrisse anche un libro, che colse un qualche successo all’epoca, intitolato “Modernità militare”, nel quale ipotizzava una nuova Istituzione militare italiana, interclassista e di massa, non più espressione della monarchia ma rappresentativa dell’ intera nazione. Ranzi, di fatto, teorizzava un nuovo soggetto politico, addirittura autonomo dal governo, che potesse costituire un punto di riferimento per il Paese.

Per il Ranzi tre sono gli aspetti distintivi di un esercito nazionale moderno: unione delle risorse materiali e morali di un popolo; servizio generalizzato dei cittadini (indipendentemente dalla loro estrazione sociale); relazioni gerarchiche e disciplinari adeguate ai tempi.

Ranzi, per sostenere le sue idee riformiste, cercó il sostegno del leader del socialismo italiano Filippo Turati, che peró rimase scettico di fronte a tali idee del Ranzi, che non godette di alcun appoggio dell’opinione pubblica moderata e che anzi provocò allarme nel governo che infatti l’osteggiò fermamente.

Il modernismo militare, che conteneva elementi di indubbia originalità frammisti a spiccati elementi politici populisti, fallì (oltre per il polemismo del Ranzi nei confronti dei vertici politico – militare) sostanzialmente anche per il mancato appoggio della grande maggioranza dei militari italiani le cui esigenze riformiste non erano dettate da rivendicazioni di carattere politico o sociali quanto piuttosto da pratiche esigenze di natura economica e di carriera, che furono prontamente riconosciute e accolte dai governi dell’epoca.

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