L’inizio del cammino

Raimondo Montecuccoli vide la luce il 21 febbraio 1609 nel Castello di Montecuccolo, un tempo compreso nel territorio del Ducato di Modena, oggi appartenente al comune di Pavullo nel Frignano. Figlio del conte Galeotto, un piccolo nobile dell’appennino modenese, e di Anna Bigi, Dama di compagnia alla Corte estense di Modena, dopo la misteriosa morte del padre (probabilmente per avvelenamento) nel 1619, la numerosa famiglia (composta, secondo alcune fonti, da ben undici figli) si trovò in ristrettezze economiche. Grazie alla generosità degli Estensi, il giovane Raimondo venne preso sotto la protezione del Cardinale Alessandro d’Este (1568 – 1624), fratello del Duca di Modena e Governatore di Tivoli, il quale ne curò la formazione iniziale e lo condusse con sé a Roma, come paggio. Nel 1624 il Cardinale Alessandro morì ma gli lasciò una piccola rendita a condizione che diventasse sacerdote. Il giovane Raimondo aveva già dimostrato di possedere quelle qualità che lo avrebbero aiutato nella vita: intelligenza pronta e vivace, maturo nonostante la giovane età, serio e impegnato nello studio, appassionato di equitazione ed esercizi marziali, nei quali raggiungeva alti livelli di eccellenza. Notato anche dal Duca di Modena Cesare (1562 – 1628), costui gli concesse altri 2 anni per la scelta della carriera ecclesiastica nonché la possibilità di continuare gli studi a Modena. Furono anni fondamentali per la sua formazione culturale: l’Antichità classica, l’Umanesimo, il Rinascimento venivano studiati e assorbiti con una capacita straordinaria. Machiavelli, Campanella e Galilei, (ed altri ancora) costituirono dei riferimenti dottrinali e filosofici a cui il giovane Montecuccoli fece sempre ricorso nella sua lunga e intensa vita. In particolare, Montecuccoli deve la sua formazione nel campo politico (che tanta parte avrà nelle riflessioni successive sull’essenza e gli scopi dell’Istituzione militare) alla lettura di Giovan Battista Nicolucci detto Il Pigna (1529 – 1575), esponente di spicco della cultura rinascimentale alla corte degli Estensi di Ferrara.

Intanto, pur abbracciando con fervore la fede cattolica, si allontanava sempre più da lui la vocazione sacerdotale e grazie anche al sostegno della madre (nel frattempo risollevatasi dalle ristrettezze economiche di un tempo), poté rivolgere le proprie aspirazioni verso campi a lui più congeniali. Un suo lontano cugino, Ernesto Montecuccoli (1582 – 1633), da tempo in servizio presso l’Esercito imperiale, ove aveva avuto addirittura la possibilità essere compagno d’armi del grande Wallenstein (1583 – 1634), aveva fatto carriera fino a raggiungere il grado di Generale. Il giovane Raimondo aveva ammirazione per questo suo lontano parente e sperava, tramite lui, di poter intraprendere quella carriera delle armi verso cui sentiva un’ intima vocazione. Così nel 1625, chiese al conte Rambaldo di Collalto (1579 – 1630), Generale dell’Impero di passaggio a Modena, di potersi arruolare come semplice soldato. Questo accolse la sua richiesta e così a sedici anni Raimondo Montecuccoli lasciò l’Italia e si avventurò verso quell’ignoto cammino che lo avrebbe però portato nella sua vita ad essere Conte dell’Impero; Luogotenente generale e Feldmaresciallo; Signore di Hohenegg, Osterburg, Gleiss e Haindorf; Presidente dell’Imperial Consiglio Aulico Militare; Gran Maestro dell’Artiglieria e Fortificazioni; Governatore della Raab e Colonnello – proprietario di un Reggimento di cavalleria; Reale Consigliere Segreto; Camerlengo e Cavaliere dell’Ordine del Toson d’Oro.

Un’esistenza indubbiamente ricca e, sopratutto, segnata da una grande ambizione verso il miglioramento di sé e del proprio mondo.

Annunci

Anni formidabili

Il Generale di Corpo d’Armata Andrea Cucino (1914 – 1989) fu Capo di Stato Maggiore dell’esercito dal 1975 al 1977.

Sotto il suo mandato, l’esercito visse una delle più importanti ristrutturazioni della sua storia, che ricorda molto quello che sta interessando attualmente le Forze Armate italiane in generale e l’esercito in particolare.

All’insegna del motto “più qualità, meno quantità”, la ristrutturazione dell’esercito del 1976 aveva come sostanziale obiettivo una riduzione delle componenti territoriali e scolastico – addestrativa, preservando la componente operativa. A questa ristrutturazione ordinativa si accompagnò una serie di provvedimenti legislativi e regolamentari nel campo dello stato e avanzamento del personale. In aggiunta a ciò, il Generale Cucino si fece promotore presso il governo e il parlamento di una legge di finanziamento straordinario al fine di consentire l’ammodernamento degli armamenti e equipaggiamenti della Forza Armata.

Alla fine del processo di ristrutturazione (all’inizio degli anni ’80) l’esercito risultava ridotto di circa il 30%, dotato di maggiore mobilità tattica incentrata sulla Brigata pluriarma (pedina fondamentale della manovra) ordinata su unità a livello Battaglioni/Gruppi, rinvigorito nella componente personale che trovava in taluni provvedimenti normativi (ad esempio, la Legge n.574/1980) il giusto accoglimento alle proprie aspettative.

Furono anni formidabili, ma certo non facili, per le speranze che si aprivano verso un’Istituzione militare finalmente moderna e proiettata verso il futuro ma anche per la generale adesione del personale nei confronti di una ristrutturazione ritenuta necessaria e non più differibile: questa operosa partecipazione collettiva fu uno dei principali fattori di successo dell’intero processo.

 

La vittoria impossibile

Il generale Oreste Baratieri (1841-1901) è un protagonista di primo piano della nostra storia nazionale, specie di quella coloniale.

Governatore dell’Eritrea e comandante delle truppe coloniali italiane, fu considerato il principale responsabile della sconfitta italiana nella battaglia di Adua (1° marzo 1896) contro le truppe abissine dell’Imperatore Menelik.

Nella battaglia di Adua, che nei propositi politici del primo ministro italiano Francesco Crispi (1818 – 1901) doveva essere risolutiva per sconfiggere l’Abissinia/Etiopia e rafforzare la presenza italiana nella regione, si scontrarono 17.000 italiani (divisi in 4 colonne avanzanti) e circa 100.000 etiopi schierati in massa.

Ritiratosi a vita privata, scrisse un libro, intitolato Memorie d’Africa e pubblicato nel 1898, in cui offriva al lettore la sua versione dei fatti relativa alla battaglia di Adua, uno degli eventi più nefasti della nostra storia militare. Lo scopo del libro, a detta dello stesso autore, era di “…contribuire a far conoscere alla Patria il passato nella speranza che possa tornarle di giovamento per l’avvenire.”

Questo libro, riedito da una piccola casa editrice nel 1988, mi è stato recentemente fatto omaggio da un caro amico e ho potuto così immergermi in una lettura, a tratti, illuminante per comprendere meglio la storia dell’esercito italiano, oltrechè della nostra esperienza coloniale nel corno d’Africa.

Il generale Oreste Baratieri era andato in Africa con grandi ambizioni e con l’intento di consolidare la presenza italiana (e il suo personale potere) attraverso campagne militari vittoriose contro chi a questa presenza si opponeva: non poteva che essere, date le circostanze politiche e strategiche del tempo, una vittoria impossibile.

Imperitura memoria

Oggi, 8 anni fà, ci lasciava, nella più profonda costernazione di chi lo aveva amato, il colonnello Ferruccio Botti (1935 – 2008), insigne studioso, scrittore e Maestro.

Lo voglio ricordare con una citazione, tratta dal primo volume della sua monumentale opera “Il pensiero militare e navale italiano dalla rivoluzione francese alla prima guerra mondiale (1789-1915)”, che da sempre mi accompagna e mi illumina nel mio cammino di studioso di storia militare:

“Senza una chiara coscienza del proprio passato del quale essere fieri, senza una tradizione e dei valori, delle vittorie, nessuna Nazione e nessun esercito possono essere tali. Nella complessa realtà militare di oggi, conoscere i problemi significa prima di tutto prendere coscienza delle profonde radici storiche che in passato hanno impedito o consigliato determinate soluzioni, e quindi acquisire una reale capacità di valutare il nuovo e le sue ricadute, senza preconcetti ma anche senza facili ottimismi.”

ALERE FLAMMAM!