Festa dell’Arma Azzurra

Oggi ricorre il 93° anniversario di fondazione dell’Aeronautica militare italiana, comunemente detta Arma Azzurra dal colore del cielo in cui opera e domina.

Nata il 28 marzo 1923 per scissione dall’esercito italiano nel cui seno era nata, di fatto, nel 1911 durante il conflitto italo-turco in Libia, l’Arma Azzurra nei suoi anni di vita ha concorso, con il sacrificio dei suoi coraggiosi aviatori, a scrivere gloriose pagine di storia nazionale.

Tra tutti i suoi figli, voglio ancora una volta ricordare il generale Amedeo Mecozzi (1892 -1971) che con i suoi insuperati studi ha contribuito significativamente alla cultura strategica aereonautica nazionale e internazionale.

Oggi l’Arma Azzurra è sempre più proiettata nella dimensione spaziale, costituendo, con i suoi astronauti e con le proprie capacità tecnologiche, motivo d’orgoglio per tutti gli italiani.

Auguri dunque all’Aeronautica militare italiana di sempre maggiori e lusinghieri successi.

VIRTUTE SIDERUM TENUS!

Annunci

Aladino

Nella ricorrenza del 72° anniversario dell’eccidio delle Fosse Ardeatine (24 marzo 1944) a Roma, voglio oggi ricordare, tra le 335 vittime, uno dei militari italiani barbaramente trucidati dai nazifascisti quel giorno. È il capitano dei Granatieri Aladino Govoni (1908 – 1944), Medaglia d’oro al Valor Militare, figlio del poeta Corrado Govoni (1884 – 1965), una delle voci poetiche italiane più significative del novecento.

Corrado Govoni compose, in memoria del figlio morto, una poesia intitolata semplicemente Aladino. Ne trascrivo il canto LVIII, a testimonianza di un evento indimenticabile e di un dolore inconsolabile.

 

Colsi un fiore sbocciato sulle Fosse

e un gorgheggio d’allodola dal cielo:

era il fiore inzuppato del tuo sangue;

echeggiava l’orrore del tuo grido

nell’angelico canto, figlio mio!

Li porterò immortali nel mio cuore

finché alla terra maledetta e al cielo

io non dirò: ecco, se puoi, li prendi,

il fiore insanguinato e l’alto grido

della carneficina. E prova a renderli

senza ribrezzo a voluttà d’amore,

senza terrore ai palpiti d’un nido!

Notturno dannunziano

Gabriele D’Annunzio (1863-1938), figura principale del Decadentismo, riportò nel 1916, al termine di un volo di guerra, una grave ferita agli occhi che lo costrinse a una cecità temporanea e a rimanere immobile per parecchio tempo.

Durante questo periodo di forzata inattività, assistito dalla figlia Renata, scrisse l’opera “Notturno” in cui affronta gli eterni temi del dolore, morte e amore. Dalla memoria del Vate, volontario in guerra (ufficiale dell’esercito italiano, per l’esattezza del 5° Reggimento “Lancieri di Novara”), affiorano e s’intrecciano i ricordi dell’infanzia abruzzese e della madre, l’eroismo dell’imprese militari, il cordoglio per i compagni caduti valorosamente sul campo, l’affetto per l’amorevole figlia Renata e l’atroce presente segnato dalla malattia. Un grande capolavoro della letteratura italiana, dove alla visione esterna della realtà si sostituisce un percorso interiore basata sull’esperienza dello spirito.

È un D’Annunzio intimo e sincero quello che emerge dal “Notturno”, un’opera letteraria indissolubilmente legata al proprio genio artistico combinato al suo essere combattente della Grande Guerra.

 

I muli di Federico il Grande

“Che vale il vivere, se non si fa che vegetare; che vale il vedere se non si fa che ammassar dei fatti nella memoria; a che giova l’esperienza se non è diretta dalla riflessione?

La guerra, dice Vegezio, dev’essere uno studio e la pace un esercizio. E ha ragione!

Il solo pensiero, o meglio, la facoltà di combinar le idee distingue l’uomo dalle bestie da soma. Un mulo che avesse fatto dieci campagne sotto il Principe Eugenio non sarebbe divenuto miglior tattico. Ed è forza il confessare a vergogna dell’umanità che per codesta pigra stupidezza molti vecchi ufficiali non sono nulla più dei muli.”

 

 

Federico II di Prussia – Vom Dienst des Herrschers – Eugen Diederichs Verlag, Jena 1942.

Il teppista ardito

Ottone Rosai (1895 – 1957) è stato indubbiamente uno dei più grandi pittori fiorentini del novecento.

Definito “Il teppista” in gioventù per la sua naturale irruenza, questo appellativo, in seguito da lui stesso usato per sè, gli rimase per tutta la vita.

Come molti pittori futuristi (Boccioni, Carrà, Sironi per citarne solo alcuni), si arruolò volontario per partecipare alla Grande Guerra, vista come irripetibile occasione per vivere un’esperienza aderente alla propria visione del mondo. Dapprima Granatiere (Rosai spiccava per una certa prestanza essendo alto 185 cm), per il suo indubbio valore venne scelto per far parte degli Arditi, truppe che andavano all’assalto del nemico con particolare slancio e sprezzo del pericolo.

Gli Arditi si distinguevano dagli altri soldati per le fiamme nere che portavano sul bavero della giacca e per un vestiario ed equipaggiamento che favorisse al massimo il combattimento, specie corpo a corpo.

Combattente per tutta la durata del primo conflitto mondiale, venne decorato ben due volte con la medaglia al valor militare (d’argento e di bronzo) in riconoscimento del suo coraggio in guerra.

L’esperienza militare non influì direttamente sull’espressione artistica di Rosai (rimase perlopiù inattivo, fatti salvi alcuni bozzetti di vita militare e un quadro intitolato “Guerra +rancio” del 1916) ma gli permise di accostarsi al reducismo che poi sfociò nel fascismo che certo ebbe in Ottone Rosai uno dei suoi campioni più celebri.

Il mentore

Al conte Guglielmo di Schaumburg – Lippe (1724 – 1777) va attribuito l’onore e il privilegio di aver per primo creduto nel talento e nelle potenzialità del (futuro) grande riformatore militare prussiano Gerhard von Scharnhorst.

Quest’ultimo, infatti, ebbe l’esclusiva possibilità di frequentare giovanissimo la prestigiosa Accademia di artiglieria e genio che il conte Guglielmo aveva fondata nella fortezza di Wihelmstein.

Il conte Guglielmo, sovrano di uno Stato tra i più piccoli sel Sacro Romano Impero, era un valente soldato che aveva combattuto nelle Guerra dei sette anni e a difesa del Portogallo contro i tentativi d’invasione della Spagna (per questo è detto Wilhelm der Portugieser – Guglielmo il portoghese).

Teorico militare all’avanguardia per i tempi, era un convinto assertore del ruolo dell’esercito regolare e della centralità delle fortezze nella difesa dello Stato: in questo, faceva proprie (e applicava nel suo piccolo Stato di Schaumburg -Lippe) le teorie di Raimondo Montecuccoli che Guglielmo certo non ignorava.

Guglielmo, amico di Federico il Grande, fu anche prolifico scrittore militare e filosofo: tutti i suoi scritti sono stati pubblicati per la prima volta nel 1977 in occasione del 200° anniversario della sua morte.

Molte figure (apparentemente) minori della storia, si rivelano poi centrali per la comprensione di successivi fenomeni storici di maggiore portata: Guglielmo di Schaumburg – Lippe fu certamente uno di questi rispetto allo sviluppo della storia militare tedesca del XIX° secolo.