Notturno dannunziano

Gabriele D’Annunzio (1863-1938), figura principale del Decadentismo, riportò nel 1916, al termine di un volo di guerra, una grave ferita agli occhi che lo costrinse a una cecità temporanea e a rimanere immobile per parecchio tempo.

Durante questo periodo di forzata inattività, assistito dalla figlia Renata, scrisse l’opera “Notturno” in cui affronta gli eterni temi del dolore, morte e amore. Dalla memoria del Vate, volontario in guerra (ufficiale dell’esercito italiano, per l’esattezza del 5° Reggimento “Lancieri di Novara”), affiorano e s’intrecciano i ricordi dell’infanzia abruzzese e della madre, l’eroismo dell’imprese militari, il cordoglio per i compagni caduti valorosamente sul campo, l’affetto per l’amorevole figlia Renata e l’atroce presente segnato dalla malattia. Un grande capolavoro della letteratura italiana, dove alla visione esterna della realtà si sostituisce un percorso interiore basata sull’esperienza dello spirito.

È un D’Annunzio intimo e sincero quello che emerge dal “Notturno”, un’opera letteraria indissolubilmente legata al proprio genio artistico combinato al suo essere combattente della Grande Guerra.

 

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