L’esercito della riscossa

L’armistizio dell’8 settembre 1943 aprì le porte dell’Italia all’invasione nazista. Due gruppi d’armata sotto il comando dei Feldmarescialli Erwin Rommel (al nord) e Albert Kesselring (al centro – sud) disarmarono e imprigionarono la gran parte delle Forze Armate italiane (solo la flotta riuscì a sfuggire alla cattura prendendo il largo ma la corazzata “Roma” fu affondata da aerei tedeschi con perdita di quasi tutto l’equipaggio).

Il Paese venne occupato e si scatenò sul suo territorio una guerra che ebbe termine solo il 2 maggio 1945 con la resa delle forze nazista agli alleati angloamericani.

A questa dura lotta partecipò, oltre alle forze partigiane inquadrate in quello che sarà poi chiamato Corpo Volontari della Libertà, l’esercito italiano con proprie unità regolari che assunsero il nome di Primo Raggruppamento Motorizzato quindi Corpo Italiano di Liberazione e infine Gruppi di Combattimento.

In particolare, i Gruppi di Combattimento erano sei ed erano denominati “Piceno”, “Friuli”, “Cremona”, “Folgore”, “Mantova” e “Legnano”. In totale circa 60.000 uomini equipaggiati, armati e addestrati dai britannici.

A queste truppe si affiancarono le “Divisioni ausiliare” italiane non direttamente impiegate in combattimenti ma essenziali per il supporto logistico degli angloamericani.

Al termine della lunga e drammatica campagna d’Italia 1943 – 1945 si stima che più di 3.000 soldati siano caduti nella dura lotta per la liberazione (molti di questi riposano oggi nel Sacrario di Mignano Montelungo).

I combattimenti di Monte Lungo, Monte Marrone e Filottrano così come la liberazione di tante città italiane, tra cui Bologna, rappresentano la misura del prezioso contributo dell’esercito italiano alla riscossa e alla liberazione dell’Italia umiliata e oppressa.

Non va mai dimenticato che questi soldati mostrano speranza nella totale disperazione dei più e coraggio nel generale scoramento dei molti, offrendo il loro sacrificio per quell’Italia libera e democratica che oggi conosciamo.

 

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Il grande illuso

Ci fu un uomo che ebbe l’ambizione di creare in Italia un’Istituzione militare basata sul pensiero militare tedesco. Quest’uomo si chiamava Emilio Canevari (1892 – 1966) e fu Segretario generale dell’Esercito della Repubblica Sociale Italiana per pochi mesi alla fine del 1943.

Profondo conoscitore del pensiero militare tedesco (insieme al Generale Ambrogio Bollati tradusse in italiano l’opera “Della Guerra” di Carl von Clausewitz), il Generale Canevari pensò di costituire l’esercito della RSI secondo i principi propri dei riformatori militari prussiani: esercito espressione della sovranità dello Stato, popolare e apolitico.

Canevari si scontrò ben presto con la diffidenza tedesca (per i quali un forte esercito della RSI era più un pericolo che una risorsa) ma soprattutto con il malcontento di Mussolini che voleva un esercito legato agli ideali fascisti e non certo apolitico.

Così, dopo aver concordato con i tedeschi la costituzione di 4 Divisioni (Littorio, Italia, San Marco e Monte Rosa) con le classi di leva 1924 e 1925, venne allontanato dall’incarico per ordine diretto di Mussolini nel dicembre 1943.

L’interessante esperienza storica del Generale Emilio Canevari dimostra come la conoscenza del pensiero militare tedesco, tra i più ampi e profondi nella storia militare, sia condizione necessaria ma non sufficente per la progettazione e l’edificazione della migliore Istituzione militare: a futura memoria!

 

Musei militari

Il museo, in generale, è il luogo della memoria per eccellenza. Il museo militare, con i suoi reperti e cimeli storici, è per se stesso “storia militare” che si tramanda alle generazioni future. Sono quest’ultime, infatti, le vere destinatarie dell’opera museale militare affinché la Storia appartenga anche a chi non l’ha direttamente vissuta ma ne condivide comunque le conseguenze.

L’Italia è stata ahimé più volte scossa dalla guerra nella sua millenaria storia; per questo sono molti i musei militari (anche all’aperto, come fortezze e trincee) presenti sul proprio territorio, dalle Alpi alla Sicilia e Sardegna.

Il primo museo militare che voglio segnalare oggi ai lettori di questo Blog è il Museo storico di Palmanova (Udine).

Costituito nel 1987 nella restaurata e riconfigurata Fortezza di Palmanova, il museo si compone di un’area espositiva di circa 300 mq dove sono conservati reperti e cimeli storico – militari della città e della regione; appartengono poi al museo l’area delle fortificazioni e le due torrette di “Porta Cividale” dove sono conservate riproduzioni di armi da fuoco nonché documentazione varia sulle milizie venete.

Sono luoghi che vale sempre la pena visitare perché, ricordando la guerra e i suoi orrori e vittime, educano tutti alla pace.

In questi attuali tempi difficili, i musei militari costituiscono tanto più un monito del passato che non può esser lasciato cadere nel vuoto.

Il tedesco leggendario

Il 31 marzo scorso è scomparso, all’età di 89 anni, l’ex Ministro degli esteri tedesco del lungo periodo 1974-1992 Hans-Dietrich Genscher, figura leggendaria della storia recente della Repubblica Federale Tedesca, tra gli indubbi artefici della riunificazione tedesca del 1990 (ma anche della nascita/consolidamento dell’Unione Europea- era solito dire ai suoi compatrioti “l’Europa è il nostro futuro perché non ne abbiamo un altro.”).

Pur non direttamente responsabile della politica militare del suo Paese (di competenza del Ministro della Difesa), Genscher ha sempre guardato alla Bundeswehr (Difesa Federale) con particolare attenzione, ritenendo giustamente imprescindibile la politica estera con quella della difesa e sicurezza.

In una delle sue ultime interviste (Welt am Sonntag del 3 ottobre 2014) ebbe a pronunciare parole significative attinenti la Bundeswehr ma che possono essere valide per qualunque altra istituzione militare del mondo:

“Eine demokratische Gesellschaft hat eine Verantwortung fuer diejenigen, die ihr Leben fuer uns alle einsetzen.”

(Una società democratica ha una responsabilità per coloro che impiegano la propria vita per noi tutti.)

R.I.P.