Il nipote controverso

Il 25 maggio 1848 nasceva a Gersdorf  in Meclemburgo il Generale Helmuth Johann Ludwig von Moltke (detto anche Moltke il giovane) nipote (e sfortunato erede) del leggendario Feldmaresciallo prussiano-tedesco Helmuth Karl Bernhard von Moltke (detto Moltke il vecchio).

Assunto nel 1906 il comando dell’esercito imperiale tedesco per volontà dell’Imperatore Guglielmo II°, cui era legato da antica amicizia, Moltke il giovane ebbe il compito di attuare il cosiddetto “Piano Schlieffen” per l’attacco alla Francia nel 1914.

Il “Piano Schlieffen” (dal nome del Feldmaresciallo Alfred von Schlieffen che l’aveva elaborato nel periodo anteguerra) prevedeva un attacco della Francia con manovra a tenaglia convergente su Parigi. Sostanzialmente, l’ala destra dell’attacco, marciando sul Belgio e la Piccardia, avrebbe superato d’impeto il fiume Marna mentre l’ala sinistra avrebbe contenuto una probabile controffensiva francese da sud.

Moltke il giovane, timoroso della prevedibile controffensiva francese sull’ala sinistra dello schieramento tedesco, rafforzò quest’ultima indebolendo così l’ala destra marciante.

Questa eccessiva (ancorché fondata) prudenza di Moltke il giovane, unitamente all’accanita resistenza francese sulla Marna, portò al fallimento del “Piano Schlieffen” e quindi alla mancata celere occupazione e conseguente sconfitta della Francia.

Fu tutta colpa di Moltke il giovane? La questione è ancora fortemente dibattuta dagli storici; certo è che, dopo il fallimento dell’offensiva sul fronte occidentale, Moltke il giovane venne colto da un crollo nervoso e fu sostituito dal Generale Erich von Falkenheyn.

Merita notare che il “Piano Schlieffen” fu riesumato nella seconda guerra mondiale dal Feldmaresciallo tedesco Erich von Manstein che, sulle basi del “Piano Schlieffen”, elaborò il vittorioso piano d’attacco alla Francia della primavera 1940 (anche se poi Hitler lo modificò disponendo l’attacco principale sulla direttrice centro – nord attraverso il fiume Mosa e le Ardenne).

Moltke il giovane non si riprese più dalla bruciante sconfitta e morì a Berlino, ad appena 68 anni, il 18 giugno 1916. Venne sepolto nel cimitero militare monumentale “Invalidenfriedhof” di Berlino dove oggi ancora riposa.

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Testimonianza esemplare

Nel Parco delle Cascine di Firenze ha sede l’Istituto di Scienze Militari Aeronautiche – ISMA (ai più nota come Scuola di Guerra aerea).

Costruita nel 1936 – 1938 su progetto dell’architetto Raffaello Fagnoni, è testimonianza esemplare dell’architettura razionale e funzionale italiana degli anni ’30 dello scorso secolo.

Perfettamente conservata negli arredi e decorazioni, parti esse stesse dell’opera architettonica, l’ISMA è depositaria d’indiscussi capolavori d’arte come  la statua dell’ITALIA di Bruno Catarzi (statua che da il nome alla Palazzina che l’ospita) o la Fontana del PEGASO, emblema dell’ISMA, di Giorgio Gori.

La Palazzina Ufficiali presenta un pregevole fregio in mattoni di Mario Moschi che riproduce aquile ed eliche, mentre all’interno si possono ammirare dipinti di Pietro Annigoni e Giovanni Colacicchi.

Insomma, una vera opera d’arte a cielo aperto che merita essere conosciuta e visitata!

Il fidato di Bismarck

Il Generale Giuseppe Govone (1825 -1872) ha avuto un ruolo preminente nella storia delle relazioni politiche italo-tedesche. A lui infatti il Presidente del consiglio Alfonso La Marmora (d’intesa con il Re Vittorio Emanuele II°) affidò le trattative per l’alleanza italo-prussiana del 1866.

Valoroso soldato e ottimo conoscitore della lingua e cultura tedesca (era stato addetto militare sia a Vienna che a Berlino), il Generale Govone seppe conquistarsi la fiducia del cancelliere prussiano Otto von Bismarck (1815-1898) e riuscì a stipulare, nonostante un certo scetticismo della pubblica opinione e degli ambienti diplomatici, un’importante alleanza politico-militare che portò (con la sconfitta dell’Austria-Ungheria nella battaglia di Sadowa) alla Prussia l’unione degli Stati tedeschi settentrionali (Confederazione tedel Nord) e al Regno d’Italia il Veneto (nonostante la nostra sconfitta-per la seconda volta!- contro gli austriaci a Custoza).

Il Generale Govone raggiunse l’apice della carriera con la nomina nel 1869 a Ministro della Guerra ma dovette dimettersi per ragioni di salute poco prima della presa di Roma nel settembre 1870.

Ritiratosi a vita privata, morì ancora giovane (non aveva compiuto neanche 47 anni) ad Alba il 26 gennaio 1872.

Il figlio Umberto Govone, curò un libro dedicato al padre pubblicato dalla Casa editrice Casanova di Torino intitolato “Giuseppe Govone. Frammenti di memorie”.

Con i soldati nel cuore

“Il mio ideale è stato i soggetti militari, ché mi è sembrato vedere questi buoni ragazzi pronti a tutto sagrificare per il bene della patria e della famiglia.” (1980, Giovanni Fattori, Scritti autobiografici editi e inediti, a cura di F. Errico, pag.83)

Giovanni Fattori (Livorno, 1825 – Firenze 1908), capostipite della corrente dei cosidetti Macchiaioli toscani, è per la pittura ciò che rappresenta per la letteratura Edmondo De Amicis: un artista che indirizzò la sua opera nella realizzazione di un ideale di Patria così come fu pensata dai fautori e protagonisti del nostro Risorgimento.

In tale contesto, i soldati sardo-piemontesi prima e italiani dopo, furono per Fattori soggetti preferiti che immortalò in quadri memorabili.

Tra questi, un capolavoro assoluto è rappresentato da “L’assalto alla Madonna della Scoperta” (1868, Museo Civico Giovanni Fattori di Livorno) che rappresenta un episodio della seconda guerra d’indipendenza del 1859.

La vasta scena ritrae un momento dei tragici combattimenti di Solferino e San Martino del 24 giugno 1859, durante i quali le forze franco – piemontesi ebbero la meglio sulle truppe austriache asserragliate in località Madonna della Scoperta. Dopo vari inutili assalti della fanteria sarda, si rivelò determinante l’impiego combinato dell’artiglieria e della cavalleria (per l’esattezza, dei Cavalleggeri d’Alessandria).

Con straordinaria intensità e precisione, il Fattori rappresenta due momenti: la carica di cavalleria che s’intravede sul fondo del dipinto, tra i fumi della battaglia, e l’approssimarsi affrettato dell’artiglieria da sinistra. Fattori pone poi sulla destra del dipinto gli ufficiali a cavallo dello Stato Maggiore, che si distinguono per una sovrana calma, anche se il Fattori trasmette magistralmente la tensione del momento nella postura e nei movimenti irrequieti dei cavalli. La drammacità degli inutili assalti della fanteria è testimoniata infine con la rappresentazione, al centro del dipinto, del tamburino morto.

Indubbiamente un capolavoro artistico che proietta nell’eternità non tanto il valore quanto l’insuperabile sofferenza dei soldati in guerra.