Il ricordo di un Ammiraglio

Passeggiando per il lungomare di Viareggio mi sono imbattuto casualmente in una targa che ricorda il sacrificio dell’Ammiraglio Inigo Campioni (1878-1944).

Viareggino di nascita, Campioni ebbe una carriera brillante che lo portó a comandare in mare la flotta italiana nei primi mesi della Seconda Guerra Mondiale.

Dopo le battaglie navali di Punta Stilo (9 luglio 1940- battaglia a cui partecipó pure l’Incrociatore “Raimondo Montecuccoli”) e di Capo Teulada (27 novembre 1940), lasció il comando della flotta per diventare Sottocapo di Stato Maggiore della Regia Marina.

Nella primavera del 1941 venne nominato Governatore di Rodi e del Dodecaneso. All’indomani dell’8 settembre 1943, venne catturato dai tedeschi, deportato in Germania e successivamente consegnato alle Autorità fasciste della Repubblica Sociale Italiana.

Fu processato insieme ad altri ammiragli (Mascherpa, Leonardi e Pavesi- quest’ultimi due in contumacia), condannato a morte per alto tradimento e fucilato a Parma il 24 maggio 1944.

Nel dopoguerra venne insignito della medaglia d’oro al valor militare (alla memoria) con la motivazione che si legge sulla targa viareggina.

Le sue spoglie riposano nel cimitero di Assisi.

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Identità e orgoglio

Questa drammatica giornata, che passerà alla storia d’Italia per il catastrofico terremoto nel Centro Italia, sta per concludersi.

Il pensiero triste va anzitutto alle numerose vittime, ai feriti e alle tante persone che stasera affronteranno la prima notte senza più una casa, distrutta o lesionata dal terremoto.

Ma il pensiero grato va ai tanti che proprio in questa notte, prosecuzione di un giorno terribile, si stanno prodigando nell’opera di soccorso alle popolazioni colpite.

Tra questi, gli appartententi alle Forze Armate italiane e, in particolare, all’esercito, prontamente intervenuto con uomini e mezzi del 235° Reggimento Fanteria “Piceno” di Ascoli Piceno e 6° Reggimento Genio di Roma.

Anche i carabinieri dell’organizzazione territoriale, la Scuola interforze NBC di Rieti e assetti di volo dell’Aeronautica militare sono fortemente impegnati a causa della catastrofica calamità naturale.

L’intervento del soldato italiano nel soccorso alle popolazioni colpite da disastri naturali è elemento d’identità di tutti i militari, di orgoglio per le Forze Armate italiane e, da sempre, di forte legame tra il Paese e le sue Istituzioni militari.

Perché loro non mancano mai.

Il soldato col pennello

Tutti conoscono Giulio Aristide Sartorio (1860 – 1932) per quel grande pittore che è stato in Italia a cavallo del XIX° e XX° secolo (suo è il monumentale fregio realizzato dal 1908 al 1912 nell’aula parlamentare a Palazzo Montecitorio).

Meno nota, ma non per questo meno preziosa, è la sua opera come pittore-soldato sul fronte italiano nella Grande Guerra.

Amico di Gabriele D’Annunzio e fervente interventista, Sartorio partì volontario per la guerra nel 1915 (a 55 anni!), venne ferito e catturato dagli austriaci. Dopo due anni di prigionia, Sartorio fu liberato ma chiese di tornare subito al fronte dove realizzò un ciclo pittorico di 27 quadri oggi tutti raccolti nella Galleria di Arte Moderna di Milano.

I quadri, caratterizzati da un forte realismo, ritraggono la quotidianità del fronte e presentano un tratto speditivo (quasi rozzo) a sottolineare l’impressione del momento. Significativo è il fatto che Sartorio ritrae i soldati senza perfezionarne le fattezze, quasi a voler rappresentare il volto ignoto di ciascun combattente della tragica e lunga guerra.

Una testimonianza visiva che a 100 anni di distanza trasmette ancora tutta la sua forza.

Una proposta importante

Eugenio Scalfari, nel suo editoriale su La Repubblica di domenica 14 agosto u.s., rilancia una proposta dei Ministri Pinotti e Gentiloni su una comune organizzazione militare europea.

Ne trascrivo, a beneficio dei lettori di questo Blog, la parte di maggiore interesse, significando la bontà della proposta italiana e la necessità di portarne a conoscenza la maggior parte dell’opinione pubblica.

“Segnalo (…) una proposta che mi è parsa di grande interesse e formulata in un articolo che ci hanno inviato il nostro ministro degli Esteri Paolo Gentiloni e la ministra della Difesa Roberta Pinotti. L’articolo propone di formare una nuova struttura militare che veda riuniti insieme alcuni degli Stati fondatori dell’Europa e che abbia compiti completamente diversi da quelli della Nato; non contrari ma diversi, tra l’altro della Nato fa parte da tempo la Turchia di Erdogan e questa non è proprio una raccomandazione.

La proposta dei due nostri ministri è di formare appunto una struttura militare con compiti ben definiti ma con contingenti realmente mobilitati e inquadrati. I fondi di finanziamento necessari dovrebbero venire dalle risorse che gli Stati aderenti a questa struttura hanno nel bilancio europeo e da altre eventuali fonti debitamente autorizzate. Questa formazione militare potrebbe e dovrebbe intervenire, decidendo di propria iniziativa ma avendo ricevuto il benestare dell’Unione europea, su settori estremamente delicati che possono trovarsi su vari scacchieri geopolitici: soprattutto in Medio Oriente, ma anche sulla costiera libica o sui Paesi del centro Africa, negli attacchi allo stato maggiore dell’Is. La formazione dovrebbe disporre, sia pure con i corrispettivi limitati ma molto preparati ed efficienti, di forze aeree e navali. Insomma una struttura di truppe speciali, che si muove in nome dell’Europa ma senza impegnare direttamente le nazioni europee che non aderiscono a questo sistema il quale tuttavia è aperto a nuove adesioni, sempre di Paesi che fanno parte del nostro continente.

Non sappiamo fino a che punto la proposta dei due ministri sia stata concordata con i governi dei vari Paesi interessati ma apre comunque un dibattito che va portato avanti rapidamente perché una formazione del genere è in questa fase della congiuntura internazionale che ha un senso e anzi una necessità di esistere.”

(Eugenio Scalfari – La Repubblica 14 agosto 2016)

Forse di questa proposta parleranno il prossimo 22 agosto a bordo di Nave Garibaldi Hollande, Merkel e Renzi? Lo spero tanto.

La voce di un testimone

Durante queste vacanze ho letto una delle opere, a mio parere, più significative scritte sulla Grande Guerra in Italia: il diario di guerra (maggio – dicembre 1917) del Colonnello Angelo Gatti (1875 -1948).

Il Colonnello Angelo Gatti fu responsabile dell’ufficio storico del Comando Supremo alle dirette dipendenze del Generale Luigi Cadorna. Ufficiale del Corpo di Stato Maggiore dell’esercito italiano (e in seguito, Accademico d’Italia), il Gatti era anche un fine scrittore e diede alle stampe nel primo dopoguerra pregevoli opere di storia e critica militare come “Uomini e folle di guerra” (1921) oltre ad un fortunato romanzo (ancora oggi reperibile in libreria) intitolato “Ilia e Alberto”(1930).

Il suo Diario di guerra rappresenta una autorevole testimonianza del periodo che precede la disfatta di Caporetto (ottobre – novembre 1917) e comprende eventi bellici importantissimi della guerra sul fronte italiano nel 1917: la decima battaglia dell’Isonzo (maggio), la battaglia dell’Ortigara (giugno), la conquista dell’altipiano della Bainsizza (agosto).

Per l’importanza e l’intensità della narrazione, le pagine scritte sugli eventi relativi alla dodicesima battaglia dell’Isonzo (Caporetto) assumono il significato di fonte primaria per comprendere quei tragici eventi. Leggendo il Diario di Gatti, infatti, emergono chiari il contesto e le responsabilità italiane di fronte alla (peraltro) attesa offensiva austro-tedesca.

Una voce, quella del Colonnello Gatti, che ancora oggi risuona forte come monito per gli errori commessi e come riconoscimento del valore dei caduti in una lotta  tanto dura quanto eroica.

La strategia italiana nella Grande Guerra

Considerati gli obiettivi politici fissati dal governo (conquista Trento, Trieste e Dalmazia), al Generale Luigi Cadorna (1850 -1928), Capo di Stato Maggiore dell’Esercito dal luglio 1914, fu affidato il compito di elaborare la strategia che avrebbe portato l’Italia alla vittoria nella Grande Guerra.

I confini italo – austriaci, stabiliti dopo la terza guerra d’indipendenza del 1866, favorivano l’Impero asburgico; e aveva nel trentino una posizione a cuneo che si propendeva verso la pianura padana. Tale “saliente trentino” (come veniva definito in termini militari) avrebbe agevolato, in caso di attacco austriaco, la presa alle spalle delle forze italiane schierate sul confine orientale. Dunque la prima preoccupazione di Cadorna fu quella di schierare un’Armata (la Prima) lungo il confine trentino con compiti difensivi.

Venne poi stabilito che l’esercito italiano con due Armate (la Seconda e la Terza) sarebbe passato all’offensiva sul confine orientale avendo come obbiettivi strategici la direttrice Gorizia – Lubiana – Vienna. Un’ulteriore Armata (la Quarta) sarebbe rimasta in riserva.

Nell’elaborare questo piano strategico, il Generale Cadorna confidava nel concorso degli eserciti russo (sul fronte galiziano) e serbo (sul fronte balcanico) che avrebbero dovuto attrarre il maggior numero di forze austro-ungariche. Ma questo ahimé non avvenne perché sia l’esercito russo che quello serbo erano tenuti in scacco dall’esercito austro- tedesco che, nonostante l’inferiorità numerica, aveva preso l’iniziativa sui rispettivi fronti (l’esercito serbo venne poi salvato dalla prigionia da una provvidenziale evacuazione della marina militare italiana).

Dunque, l’esercito italiano si trovó a fronteggiare quello austro-ungarico che sul fronte carsico -isontino si era attestato sulle forti posizioni difensive rappresentate dalle cime delle Alpi Giulie: 11 battaglie offensive sul fronte carsico-isontino non riuscirono a scardinare questo formidabile sistema difensivo e la 12^ battaglia, stavolta difensiva, portó l’esercito italiana alla disfatta di Caporetto e alla ritirata sul fiume Piave.

La strategia del Generale Luigi Cadorna era fallita (a onor del vero, non del tutto – basti pensare alla grande offensiva austriaca fermata in trentino nel maggio 1916 – e non solo per sua colpa) e toccó al Generale Armando Diaz, succeduto a Cadorna nel novembre 1917, elaborare una nuova strategia che riscattasse il valore e l’onore delle armi italiane.

L’invitto

Il Generale Paul Emil von Lettow – Vorbeck (1870 – 1964) ebbe il comando delle truppe tedesche (nazionali e indigene) nell’Africa Orientale Tedesca durante la Grande Guerra (chiamate in tedesco “Schutztruppe Ostafrika”).

La “Schutztruppe Ostafrika”, che dipendevano dal Governatore della Colonia, si componeva all’inizio del primo conflitto mondiale di 14 compagnie territoriali per un totale di circa 14.000 uomini.

L’Africa Orientale Tedesca, fondata nel 1885 e dissolta nel 1919 a seguito del Trattato di pace di Versailles, si estendeva sui territori oggi identificabili con la Tanzania, il Burundi e il Ruanda.

Strategicamente, allo scoppio della Grande Guerra, il Generale von Lettow – Vorbeck si trovó come il nostro Duca Amedeo d’Aosta con l’Africa Orientale Italiana all’inizio della Seconda Guerra Mondiale: completamente tagliato fuori dalla Madrepatria e circondato dai nemici.

Ma la reazione del Generale e i conseguenti effetti furono diversi.

Mentre il Duca d’Aosta ingaggió con il nemico una lotta convenzionale, il Generale von Lettow – Vorbeck, cosciente della sua assoluta inferiorità numerica, attuó la tattica della guerriglia che ebbe come conseguenza quella di attrarre sempre più forze britanniche (distolte dal fronte occidentale europeo) e mantenere fino alla fine del conflitto un’alta capacità combattiva delle proprie truppe che sostanzialmente rimasero imbattute.

Al rientro in Patria nel marzo del 1919, a von Lettow – Vorbeck e i suoi soldati venne tributato a Berlino un vero e proprio trionfo e furono gli unici che poterono sfilare invitti sotto la Porta di Brandeburgo.