Purissimo eroismo

Il 23 settembre 1943 a Palidoro, in provincia di Roma, il Vicebrigadiere dei Carabinieri Salvo D’Acquisto (1920-1943) si offriva alla fucilazione da parte dei tedeschi al posto di 22 cittadini minacciati di morte come rappresaglia per l’uccisione (da parte d’ignoti) il giorno precedente di 2 soldati tedeschi. Non era colpevole ma si autoaccusò per salvare gli innocenti ostaggi. Nei giorni caotici e drammatici che seguirono il tragico 8 settembre 1943 (proclamazione dell’armistizio con gli alleati), questo giovane sottufficiale dei Carabinieri, come altri ma non tutti, seguì la strada del coraggio e della coscienza di sé. Possa il suo ricordo essere sempre d’ispirazione per tutti i servitori dello Stato.

Per il suo eroico gesto, il Vicebrigadiere D’Acquisto verrà insignito della Medaglia d’oro al Valor militare con la seguente motivazione:

«Esempio luminoso d’altruismo, spinto fino alla suprema rinuncia della vita, sul luogo stesso del supplizio, dove, per barbara rappresaglia, era stato condotto dalle orde naziste insieme a 22 ostaggi civili del territorio della sua stazione, pure essi innocenti, non esitava a dichiararsi unico responsabile di un presunto attentato contro le forze armate tedesche. Affrontava così — da solo — impavido la morte, imponendosi al rispetto dei suoi stessi carnefici e scrivendo una nuova pagina indelebile di purissimo eroismo nella storia gloriosa dell’Arma.»
— Torre di Palidoro (Roma) 23 settembre 1943

Il Presidente memore

Oggi è morto il Presidente emerito della Repubblica italiana Carlo Azeglio Ciampi (1920-2016).

Ufficiale dell’esercito durante la Seconda Guerra Mondiale, fu testimone diretto di quella sciagurata guerra e, ancor più, dei tragici eventi dell’8 settembre 1943.

Eletto Presidente della Repubblica nel 1999, durante il suo settenato si fece promotore di un recupero della memoria collettiva incentrato sulla conoscenza e il ricordo della storia nazionale.

Di questa importante opera, ne è testimonianza, tra le tante, il discorso da lui tenuto a Cefalonia il 1° marzo 2001 in occasione della commemorazione dei soldati della Divisione di fanteria “Acqui” caduti durante i combattimenti del settembre 1943 contro forze tedesche che volevano disarmarli, discorso che ripropongo integralmente a beneficio dei lettori di questo Blog (fonte: http://www.quirinale.it)

DISCORSO DEL
PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
CARLO AZEGLIO CIAMPI
ALLA COMMEMORAZIONE DEI CADUTI ITALIANI
DELLA DIVISIONE “ACQUI”

Cefalonia, 1° marzo 2001

 

Decisero di non cedere le armi. Preferirono combattere e morire per la patria. Tennero fede al giuramento.
Questa – Signor Presidente della Repubblica Ellenica – è l’essenza della vicenda di Cefalonia nel settembre del 1943.
Noi ricordiamo oggi la tragedia e la gloria della Divisione “Acqui”. Il cuore è gonfio di pena per la sorte di quelli che ci furono compagni della giovinezza; di orgoglio per la loro condotta.
La loro scelta consapevole fu il primo atto della Resistenza, di un’Italia libera dal fascismo.

La Sua presenza, Signor Presidente, è per me, per tutti noi Italiani, motivo di gratitudine. E’ anche motivo di riflessione. Rappresentiamo due popoli uniti nella grande impresa di costruire un’Europa di pace, una nuova patria comune di nazioni sorelle, che si sono lasciate alle spalle secoli di barbari conflitti.
La storia, con le sue tragedie, ci ha ammaestrato.
Molti sentimenti si affiancano, nel nostro animo, al dolore per i tanti morti di Cefalonia: morti in combattimento, o trucidati, in violazione di tutte le leggi della guerra e dell’umanità. L’inaudito eccidio di massa, di cui furono vittime migliaia di soldati italiani, denota quanto profonda fosse la corruzione degli animi prodotta dall’ideologia nazista.
Non dimentichiamo le tremende sofferenze della popolazione di Cefalonia e di tutta la Grecia, vittima di una guerra di aggressione.

A voi, ufficiali, sottufficiali e soldati della “Acqui”qui presenti, sopravvissuti al tragico destino della vostra Divisione, mi rivolgo con animo fraterno.
Noi, che portavamo allora la divisa, che avevamo giurato, e volevamo mantenere fede al nostro giuramento, ci trovammo d’improvviso allo sbaraglio, privi di ordini.
La memoria di quei giorni è ancora ben viva in noi. Interrogammo la nostra coscienza. Avemmo, per guidarci, soltanto il senso dell’onore, l’amor di Patria, maturato nelle grandi gesta del Risorgimento.
Voi, alla fine del lungo travaglio causato dal colpevole abbandono, foste posti, il 14 settembre 1943, dal vostro comandante, Generale Gandin, di fronte a tre alternative: combattere al fianco dei tedeschi; cedere loro le armi; tenere le armi e combattere.
Schierati di fronte ai vostri comandanti di reparto, vi fu chiesto, in circostanze del tutto eccezionali, in cui mai un’unità militare dovrebbe trovarsi, di pronunciarvi.
Con un orgoglioso passo avanti faceste la vostra scelta, “unanime, concorde, plebiscitaria”:“combattere, piuttosto di subire l’onta della cessione delle armi”.
Decideste così, consapevolmente, il vostro destino. Dimostraste che la Patria non era morta. Anzi, con la vostra decisione, ne riaffermaste l’esistenza. Su queste fondamenta risorse l’Italia.
Combatteste con coraggio, senza ricevere alcun aiuto, al di fuori di quello offerto dalla Resistenza greca. Poi andaste incontro a una sorte tragica, senza precedenti nella pur sanguinosa storia delle guerre europee.
Si leggono, con orrore, i resoconti degli eccidi; con commozione, le testimonianze univoche sulla dignità, sulla compostezza, sulla fierezza di coloro che erano in procinto di essere giustiziati.
Dove trovarono tanto coraggio ragazzi ventenni, soldati sottufficiali, ufficiali di complemento e di carriera?
La fedeltà ai valori nazionali e risorgimentali diede compattezza alla scelta di combattere.
L’onore, i valori di una grande tradizione di civiltà, la forza di una Fede antica e viva, generarono l’eroismo di fronte al plotone d’esecuzione.
Coloro che si salvarono, coloro che dovettero la vita ai coraggiosi aiuti degli abitanti dell’isola di Cefalonia, coloro che poi combatterono al fianco della Resistenza greca, non hanno dimenticato, non dimenticheranno. Questa terra, bagnata dal sangue di tanti loro compagni, è anche la loro terra.
Divenne chiaro in noi, in quell’estate del 1943, che il conflitto non era più fra Stati, ma fra princìpi, fra valori.
Un filo ideale, un uguale sentire, unirono ai militari di Cefalonia quelli di stanza in Corsica, nelle isole dell’Egeo, in Albania o in altri teatri di guerra. Agli stessi sentimenti si ispirarono le centinaia di migliaia di militari italiani che, nei campi di internamento, si rifiutarono di piegarsi e di collaborare, mentre le forze della Resistenza prendevano corpo sulle nostre montagne, nelle città.

Ai giovani di oggi, educati nello spirito di libertà e di concordia fra le nazioni europee, eventi come quelli che commemoriamo sembrano appartenere a un passato remoto, difficilmente comprensibile.
Possa rimanere vivo, nel loro animo, il ricordo dei loro padri che diedero la vita perché rinascesse l’Italia, perché nascesse un’Europa di libertà e di pace. Ai giovani italiani, ai giovani greci e di tutte le nazioni sorelle dell’Unione Europea, dico: non dimenticate.
Caro Presidente della Repubblica Ellenica,

Le sono grato per avermi accolto nella Sua terra, e per aver voluto vivere con me questa giornata di memorie, di pietà, nell’isola di Cefalonia, ricordando insieme i Caduti greci e italiani.
Oggi i nostri popoli condividono, con convinzione e con determinazione, la missione di fare dell’Europa un’area di stabilità, di progresso, di pace.
La nuova Europa, un tempo origine di sanguinose guerre, ha già dato a tre generazioni dei suoi figli pace e benessere. Propone l’esempio della sua concordia a tutti i popoli.
Uomini della Divisione “Acqui”: l’Italia è orgogliosa della pagina che voi avete scritto, fra le più gloriose della nostra millenaria storia.
Soldati, Sottufficiali e Ufficiali delle Forze Armate Italiane: onore ai Caduti di Cefalonia; onore a tutti coloro che tennero alta la dignità della Patria.
Il loro ricordo vi ispiri coraggio e fermezza, nell’affrontare i compiti che la Patria oggi vi affida, per missioni non più di guerra, ma di pace.

Viva le Forze Armate d’Italia e di Grecia.
Viva la Grecia. Viva l’Italia. Viva l’Unione Europea

A difesa del Papa

Se vi trovate nel Borgo medievale di Monteriggioni (Siena) non mancate di sostare nel piccolo ma grazioso parco che si trova nel mezzo del piccolo centro.

Possibilmente, sedetevi all’ombra del maestoso olivo che sembra sia stato muto testimone del passaggio nel 1506 del primo contigente di 150 degli allora temibili fanti svizzeri, chiamati a Roma dal Papa Giulio II° (Della Rovere- il cui stemma ancora oggi campeggia nella bandiera del Corpo) come propria guardia personale.

A quel tempo ci si muoveva a piedi e gli svizzeri, come tutti i pellegrini diretti a Roma dal Nord Europa, percorsero la Via Francigena che passa appunto per Monteriggioni.

Le Guardie svizzere ebbero il loro “battesimo del fuoco ” il 6 maggio 1527 contro i Lanzichenecchi dell’Imperatore Carlo V° durante il “Sacco di Roma”: per difendere il Pontefice Clemente VII° s’immolarono più di 100 Guardie.

Oggi la Guardia svizzera pontificia, che costituisce il Corpo militare permante più piccolo del mondo (ma anche tra i più famosi) appartente allo Stato della Città del Vaticano, è costituito da 110 unità (compresi gli ufficiali e sottufficiali) comandanti da un colonnello. Nonostante i il trascorrere dei secoli, le Guardie svizzere pontificie sono ancora responsabili della sicurezza personale del Papa e delle sue residenze, compito che svolgono sempre “Acriter et Fideliter” ossia con immutati coraggio e fedeltà.

Il grande rifiuto

L’obiettivo politico e militare della Repubblica Sociale Italiana (RSI), Stato fantoccio fascista nel Centro- Nord dell’Italia, era quello di costituire, con l’aiuto determinante e interessato della Germania nazista, le Forze armate repubblicane fasciste con i più di 600.000 internati militari italiani (IMI) catturati dopo l’8 settembre 1943 e rinchiusi nei campi di concentramento tedeschi. Incaricato di realizzare questo importante progetto fu il generale Emilio Canevari (1892 – 1966), Segretario generale del Ministero della Difesa della RSI retto dal Maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani (1882 – 1955). Per Canevari le Forze Armate della RSI avrebbero anche dovuto garantire la sovranità della RSI sul proprio territorio; ma in questo modo Canevari si pose in contrasto con gli alleati tedeschi che ne richiesero la destituizione (ottenendola) dopo solo pochi mesi dall’assunzione dell’incarico. Per buffa ironia della sorte, Canevari non voleva altro che applicare il pensiero dei grandi teorici militari tedeschi, appreso grazie ai suoi approfonditi studi della storia militare della Germania, di cui fu all’epoca apprezzato divulgatore.

L’obiettivo di costituire le nuove FF.AA. fasciste non fu peró raggiunto (furono costituite solo 4 delle 25 divisioni previste, per lo più formate da giovani delle classi di leva 1924 -1925 arruolati obbligatoriamente) perché la grande maggioranza degli internati militari si rifiutó di aderire alla RSI. Se avessero aderito, la campagna d’Italia avrebbe avuto ben altro esito, considerando l’inferiorità numerica di cui avrebbero sofferto gli alleati di fronte ai nazifascisti. Questo rifiuto é giustamento riconosciuto come un atto di resistenza passiva dei militari italiani, atto tanto più valoroso quanto più si considerano le condizioni di vita miserevoli a cui i nostri internati erano costretti nei Lager.

Le ragioni di questo rifiuto sono molteplici. Anzitutto, il ripudio della guerra fascista per stanchezza e disillusione, dopo tre anni di duri combattimenti segnati dalla sconfitta nella maggioranza dei teatri operativi (Africa Orientale, Nordafrica e Russia). Vi era poi la difesa della propria dignità di uomini e soldati, umiliata proprio da coloro che chiedevano un’adesione alla loro guerra. A queste ragioni, si aggiungeva per gli ufficiali (particolarmente richiesti a causa della loro scarsità nelle ricostituite Forze Armate fasciste) la fedeltà alle Istitutioni dello Stato monarchico, in primis l’istituzione militare, la cui tradizione e continuità offrivano un appiglio di dignità personale e motivazionale superiore allo sconforto seguito ai tragici eventi dell’8 settembre.

Bisogna anche riconoscere che, con il tempo, gli stessi tedeschi abbandonarono il progetto di arruolare gli internati militari, preferendo il loro più proficuo utilizzo come manodopera da impiegare nelle fabbriche e campagne al posto degli operai e contadini tedeschi impegnati sui diversi fronti di guerra.

La ricostruzione di una nuova Italia ebbe dunque inizio (anche) con un grande rifiuto dettato dalla coscienza di uomini coraggiosi che spesso pagarono con la vita questa loro scelta: ben 50.000 furono infatti gli internati militari italiani che morirono per cause diverse nel periodo 1943 -1945.

Legio Patria Nostra

Tra i corpi militari, probabilmente quello maggiormente ammantato di leggenda è il Corpo della Legione straniera francese (in francese “Légion étrangère”).

Fondata dal Re di Francia Luigi Filippo d’Orléans (1773-1850) il 9 marzo 1831, la Legione straniera aveva (ed ha ancora oggi) la particolarità di arruolare reclute di nazionalità diverse alle quali, al termine dell’onorevole servizio, viene concessa la cittadinanza francese.

La Legione è stata valorosa protagonista di tutta la storia militare francese compresa quella contemporanea. Non c’è stata campagna di guerra francese dove la Legione non sia stata presente. Tra queste, la meno nota al grande pubblico ma la più importante per la storia della Legione è stata la campagna del Messico (1862- 1867), fortamente voluta dall’Imperatore Napoleone III° (1808-1873) per estendere l’influenza francese nell’importante Paese centroamericano.

Durante tale campagna, infatti, è stata combattuta il 30 aprile 1863 la battaglia di Camerone nella cui ricorrenza annuale i legionari festeggiano la propria Festa di Corpo.

Nella battaglia di Camerone una compagnia di 65 legionari comandati dal Capitano Jean Danjou affrontarono in un drammatico combattimento ben 2.000 soldati messicani: tutti i legionari (compreso il Capitano Danjou) morirono o furono gravemente feriti.

Il Capitano Danjou aveva precedentemente perso una mano e quindi portava una protesi di legno, recuperata insieme al corpo di Danjou dopo la battaglia di Camerone: ogni 30 aprile questa “reliquia” viene portata in processione dai legionari a ricordo del valore e del coraggio che sempre e ovunque ha distinto la celeberrima “Legion étrangère”.