L’immortale

Tra i miti della Grande Guerra che ancora sopravvivono, il più celebre è quello del Capitano pilota tedesco Manfred von Richthofen (1892 – 1918), passato alla storia come il “Barone Rosso” (der rote Baron) per via del suo aereo triplano dipinto di rosso.

Il “Barone Rosso” è ancora oggi, per tutti i piloti militari del mondo, un modello di audacia e di abilità al comando durante i combattimenti aerei.

Le strategie e le tattiche di combattimento nel cielo elaborate dal giovane capitano (Rittermeister) degli ulani fattosi aviatore, influenzano ancora ai giorni nostri la pianificazione degli scontri aerei. Per non parlare dello spirito cavalleresco che fa del “Barone Rosso” un riferimento ideale dell’etica aviatoria (diede espresso ordine di colpire sempre gli aerei nemici e mai i loro piloti).

Per suo eccezionale valore, il “Barone Rosso” fu pluridecorato; in particolare, venne insignito della più alta decorazione militare prussiana dell’epoca: la croce “Pour le Merite” (ordine al valore militare fondato da Federico il Grande).

Manfred von Richthofen morì, probabilmente ferito a morte da colpi sparati dalle trincee nemiche, il 21 aprile 1918 sulle Somme, in Francia. A quel giorno, aveva conseguito l’abbattimento di ben 80 aerei nemici (risultando così il pilota tedesco più vittorioso della Grande Guerra). Ebbe tre sepolture provvisorie (tra cui nel cimitero d’onore Invalidenfriedhof di Berlino – lo stesso dove è sepolto Scharnhorst) prima che i suoi resti mortali trovassero definitiva sistemazione nella cappella di famiglia a Wiesbaden (Assia) nel 1976.

A testimonianza di come la memoria del “Barone Rosso” sia oggi indubbiamente viva (perquanto la storia dell’esercito imperiale non faccia parte delle tradizioni della Bundeswehr), l’odierna Luftwaffe (aeronautica militare tedesca) l’onora con uno Stormo di Eurofighters a lui intitolato: il Geschwader (Stormo) 71 “Richthofen” di Wittmund, nel nord della Germania.

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Buon Natale!

Buon Natale a tutti i lettori di questo Blog di poche pretese ma di grande apertura verso la conoscenza e la riflessione sul mondo delle Istituzioni militari (del passato, presente e futuro), il cui unico e supremo valore è il bene dello Stato e quindi della comunità che, sempre e ovunque, hanno servito, servono e serviranno anche ispirandosi ai valori di umanità, solidarietà e fratellanza che oggi festeggiamo.

Definizione

 

Riflettendo sul grande quadro del pittore Diego Velazqeuez “La resa di Breda” (noto anche con il titolo “Le lance”- Museo del Prado di Madrid) che ritrae il momento in cui il 5 aprile 1625 il comandante olandese Maurizio di Nassau (1567-1625) si arrende al comandante spagnolo (ma di origine genovese) Ambrogio Spinola (1569-1630), mi è venuto in mente un illuminante aforisma che definisce la resa:

Una sottile linea separa la viltà dall’intelligenza: si chiama resa.

(Ugo Giaime – Aforismi militari)

Il primo esercito unito

Con la fine della Seconda Guerra d’Indipendenza nel luglio 1859 e la conseguente vittoria franco-piemontese contro le truppe austriache, oltre all’acquisizione della Lombardia da parte del Regno di Sardegna, vennero meno le dinastie filoasburgiche che reggevano i Ducati di Modena e Parma nonché il Granducato di Toscana.

Contestualmente al dissolvimento di questi Stati, nacque, per volontà dei governi provvisori di Firenze, Modena e Parma posti sotto la tutela del Re di Sardegna  Vittorio Emanuele II°, l’esercito della Lega dell’Italia Centrale il cui comando fu affidato al Generale (emiliano d’origine) Manfredo Fanti (1806 – 1865).

L’esercito della Lega, equipaggiato, ordinato e armato dall’Armata Sarda, si componeva di circa 50.000 uomini inquadrati in 10 Brigate di fanteria, 11 Battaglioni bersaglieri, 4 Reggimenti di cavalleria (leggera e pesante), 2 Reggimenti di artiglieria e 1 reggimento del genio.

Nel marzo 1860, dopo i plebisciti di annessione della Toscana e dell’Emilia, l’esercito della Lega confluì nell’Armata Sarda che venne rinominata Regio Esercito.

Dopo la fusione con l’esercito della Lega, il neocostituito Regio Esercito (che aveva nel Re d’Italia Vittorio Emanuele II° il suo Capo supremo) contava circa 187.000 uomini inquadrati su 5 Corpi d’Armata, 13 Divisioni  e 2 Brigate autonome (denominate “Savoia” e “Cacciatori delle Alpi”).

Il 4 maggio 1861, a seguito della proclamazione del Regno d’Italia il 17 marzo 1861, il Regio Esercito assumerà quindi il nome di Esercito italiano (per poi tornare a chiamarsi Regio Esercito Italiano nel 1884).

E vincer bisogna

Per chi scrive, le tradizioni militari italiane, fatta eccezione per l’esperienza storica delle legioni romane (che peró si puó ben dire appartengano alla storia militare dell’intero Occidente), risalgono alla battaglia di Legnano combattuta vittoriosamente il 29 maggio 1176 dagli italiani della Lega Lombarda contro l’Imperatore Federico Barbarossa.

Fu la prima volta che gli italiani misero in campo un esercito regolare che combatté contro altre forze convezionali straniere. Vincendo.

A Legnano si confrontarono due modelli di esercito ben distinti tra loro per origine: feudale quello di Federico Barbarossa, imperniato su fanti e cavalieri di professione al servizio dell’imperatore; comunale quello della Lega Lombarda formato da cittadini che nel costituirsi in esercito vedevano legittimato il proprio ruolo politico e, in ultimo, garantivano la libertà delle proprie città.

Senza scendere nei dettagli della feroce battaglia, mi preme qui sottolineare il grande e importante retaggio storico che la battaglia di Legnano costituisce ancora oggi per l’Italia e ha costituito fino a pochi anni fà per il suo esercito.

Anzitutto, la battaglia di Legnano è ricordata nel nostro inno nazionale nella strofa “…dall’Alpi alla Sicilia dovunque è Legnano” a significare l’unità combattiva degli italiani, specie di fronte ad un invasore.

Dal 1934 al 1996 poi, il nome glorioso di Legnano veniva portato da una Grande Unità dell’esercito italiano che seppe combattere con onore nella seconda guerra mondiale e, sopratutto, nella guerra di liberazione dove, nella dura lotta, si distinse il Gruppo da combattimento “Legnano”. Questa Grande Unità aveva come simbolo il “Soldato di Legnano”, opera scultorea della fine del XIX° secolo che ancora oggi troneggia nella cittadina lombarda.

A proposito della battaglia di Legnano, il grande poeta Giosué Carducci compose un poema in cui veniva declamato il verso E VINCER BISOGNA assunto poi come motto della disciolta Brigata meccanizzata Legnano.

Mai tale esortazione fu così adatta come in questi tempi.