La grande storia dei semplici

Chi fa la Storia? I grandi personaggi o gli umili sconosciuti? I più risponderebbero che i primi tracciano la strada che i secondi percorrono e non sarebbe sbagliato.

Ne è conferma un libro recentemente edito (Le voci degli eroi invisibili 1915-1918 Pregi Editore, Salerno, 2016) scritto dal Prof. Giuseppe Preziosi che narra le vicende di 3 combattenti italiani della Grande Guerra (sacrosanto ricordarne i nomi: Ferdinando Lanzalone, Carmine Iasuozzi e Panfilio Balestrieri).

Scritto in uno stile raffinato e avvincente (ricorda istintivamente “Assunta e Alessandro” il bel racconto di Alberto Asor Rosa – Einaudi, 2010 – dedicato alla vita dei propri genitori scomparsi), il libro è un momumento letterario ai suoi protagonisti che ben rappresentano tutti coloro le cui vite furono coinvolte e sconvolte dalla tragedia della Prima Guerra Mondiale, “polvere degli umili nell’ingranaggio della Storia”.

E non mi riferisco unicamente ai soldati al fronte ma anche ai loro familiari che hanno patito la mancanza e l’angosciosa preoccupazione per il destino, spesso sconosciuto, delle loro persone care.

Il libro poi è uno straordinario manuale di storia militare non solo per la precisa ricostruzione dei fatti d’arme ma anche e sopratutto per la preziosa messe d’informazioni (segno evidente di una lunga e accurata ricerca archivistica) sull’ordinamento dell’esercito italiano nella Grande Guerra.

Ne è prova, tra le tante, la precisa ricostruzione dell’organizzazione e compiti delle cosidette Compagnie Presidiarie, del tutto sconosciute (ahimè) a chi scrive prima della lettura del libro del Prof. Preziosi. Per inciso, le Compagnie Presidiarie, formate da personale non impiegabile al fronte, avevano, come suggerisce il nome stesso, funzioni di supporto e presidio (comandi Tappa, depositi ecc.). Ogni Reggimento disponeva di una o più Compagnia Presidiaria, numerata diversamente dal Reggimento d’inquadramento. Al numero indicativo della Compagnia faceva seguito una lettera dell’alfabeto a seconda delle Compagnie Presidiarie cui disponeva il Reggimento. Ad esempio: 78^ Compagnia Presidiaria (a – b perché ne erano due) del 29° Reggimento fanteria della Brigata “Pisa”.

Talvolta ci capita per le mani qualcosa che cambia la nostra percezione di persone e avvenimente, e arrichisce la nostra esistenza di nuove conoscenze ed emozioni: è il fortunato caso di questo pregevole e consigliabile libro.

La duplice ricorrenza

Il 26 gennaio ricorre l’anniversario di due importanti battaglie combattute dall’esercito italiano: la battaglia di Dogali (1887) e quella di Nikolajewka (1943).

La battaglia di Dogali s’inquadra nella guerra d’Abissinia (antico nome dell’odierna Etiopia) del periodo 1885 -1896. Una colonna esplorativa verso l’interno del territorio abissino di circa 500 uomini al comando del Tenente Colonnello Medaglia d’oro al Valor militare Tommaso De Cristoforis verrà annientata da soverchianti forze abissine.

La Battaglia di Nikolajewka, svoltasi nell’ambito della Campagna di Russia (1941 – 1943) vedrà protagonisti gli alpini della Divisione “Tridentina” comandata dal Generale (anch’egli Medaglia d’oro al Valor militare) Luigi Reverberi (ritratto nell’immagine) che, allo stremo delle forze ma con uno slancio irrefrenabile (celeberrima è l’incitazione del Generale Reverberi ai suoi alpini “Tridentina, avanti!”), porterà alla rottura dell’accerchiamento russo dell’Armata italiana in Russia (ARMIR), consentendo così la ritirata della superstiti e stremate forze italiane. Il tributo pagato dalla “Tridentina” al proprio coraggio fu elevato (circa 3.000 tra morti e feriti) ma garantì la salvezza della vita di migliaia altri soldati italiani. Per inciso, durante la battaglia cadde anche il Generale Giulio Martinat, Capo di Stato Maggiore del Corpo d’Armata alpino, che, imbracciato un fucile, si pose alla testa di un gruppo di alpini del Battaglione “Edolo”e attaccò le posizioni russe. Per il suo valore a Nikolajewka il Generale Martinat venne decorato di Medaglia d’oro al Valor militare alla memoria.

Non mi soffermo tanto sullo svolgimento delle battaglie quanto sul valore dei comandanti e soldati che le combatterono affinché il ricordo del loro sacrificio ispiri, nel cuore di ciascuno, ora e sempre, l’assolvimento del proprio dovere con umiltà ma senza dimenticare la determinazione e il coraggio che questi fatti d’arme testimoniano.

Anche a questo serve la storia militare.

Ei fu

Il più grande genio militare della storia è stato finora senz’altro Napoleone Bonaparte (1769-1821), Imperatore dei francesi e fondatore della Grande Armée.

Marengo, Austerlitz, Wagram, Borodino e Waterloo sono le grandi battaglie della storia militare legate al suo nome e alla sua opera fondata sull’intuizione, l’inventiva, il carisma e la capacità organizzativa.

Come è stato possibile? la risposta è nell’innovazione che Napoleone ha portato sui campi di battaglia. Geniale e visionario, Napoleone ha fatto progredire l’arte militare, servendosi dell’insieme dei mezzi tecnici e spirituali che gli venivano offerti dall’illuminismo e la rivoluzione francese.

Napoleone porterà la strategia, la tattica, l’organica e la logistica (le componenti della scienza militare moderna) ad un punto di sviluppo mai raggiunto prima e che influenzerà il pensiero strategico nei decenni a seguire, almeno fino alla seconda guerra mondiale.

Il peggior nemico di Napoleone fu lui stesso: la sua smisurata ambizione politica lo porterà alla disfatta. Ciononostante resta per gli storici militari (e non solo) il punto di partenza di un’era che irradia i propri effetti (nel bene come nel male) fino ai giorni nostri.

Onore al merito

Pochi giorni fà, per l’esattezza lo scorso 7 gennaio, si è spento a Firenze (città di cui era stato brevemente Sindaco a metà degli anni ’60) Lelio Lagorio (1925 – 2017).

Primo ministro della Difesa socialista della storia d’Italia, Lelio Lagorio fece molto e bene nei tre anni (1980 – 1983) in cui resse l’impegnativo dicastero.

Anzitutto, promosse la figura del soldato come “cittadino in uniforme”, un concetto di assoluta novità per l’epoca in Italia (in Germania era invece uno dei pilastri del pensiero militare del secondo dopoguerra), che dava concretezza al dettato costituzionale (art. 52) secondo cui la Forze Armate italiane s’informano alla spirito democratico della Repubblica.

Aprì poi le caserme alla cittadinanza affinché si rendesse conto da vicino della realtà militare. In particolare, accostó il più possibile i giovani all’Istituzione militare (memorabile il progetto sportivo Esercito-Scuola di cui chi scrive fu diretto testimone).

Promosse la pubblicistica della Difesa rilanciando il periodico del Ministero della Difesa “Quadrante” (ahimé scomparso da tempo) e autorizzando la fondazione di “Informazioni della Difesa”, edito ancora oggi dallo Stato Maggiore della Difesa.

Ebbe la volontà e capacità, insieme al Presidente del Consiglio dell’epoca Giovanni Spadolini, di rinnovare drasticamente nel 1981 i vertici militari dopo lo scandalo della loggia massonica P2.

Ma il suo maggior successo politico fu la spedizione militare in Libano nel 1982, da lui fortemente e validamente sostenuta, che segnó la rinascita del prestigio delle Forze Armate italiane dopo la disastrosa sconfitta nella seconda guerra mondiale.

Ha pubblicato, tra gli altri scritti, un pregevole libro di memorie sul suo periodo da Ministro della Difesa intitolato “L’ora di Austerlitz” (Polistampa, Firenze, 2005) che offre una preziosa testimonianza storica sugli avvenimenti politici e militari di quegli anni difficili, segnati dal terrorismo politico e dalla Guerra Fredda.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in una dichiarazione di cordoglio per la scomparsa di Lagorio, lo ha definito “un giurista colto e rigoroso, un uomo del dialogo, un servitore dello Stato”.

Lelio Lagorio è stato, a mio  modesto giudizio, un buon Ministro della Difesa: onore al merito.

+++News: nuovo Comandante EUTM RCA+++

Il Consiglio politico e di sicurezza dell’Unione Europea ha nominato il Generale belga Herman Ruys nuovo Comandante della European Union Military Traning Mission in the Central African Republic (EUTM RCA) basata a Bangui.

EUTM RCA, istituita il 16 luglio 2016, ha l’obiettivo di assistere e modernizzare, in senso di effettività, inclusività e Governance democratica, le Forze Armate Centrafricane.

Insieme a EUTM Mali e EUTM Somalia, EUTM RCA rappresenta una missione militare di Security Sector Reform (SSR) promossa e condotta dall’Unione Europea.

Il primo studioso

Il primo che studiò e diffuse il pensiero strategico e militare di Raimondo Montecuccoli fu il generale e scrittore militare francese Lancelot Turpin conte di Crissé e Sanzay (1716-1793).

Lancelot Turpin de Crissé (com’è generalmente noto)  scrisse i Commentaires sur les Mémoires de Montécuculi pubblicati in 3 volumi a Parigi nel 1769 e ad Amsterdam nel 1770.

Significativamente, Turpin de Crissé volle dedicare la sua opera Au Militaire francais, non solo per il suo attaccamento all’Istituzione militare francese ma intuendo anche quanto fosse importante la diffusione in ambito militare della conoscenza dell’originale (per il tempo) pensiero montecuccoliano.

Nei due primi volumi, Lancelot Turpin de Crissé commenta il pensiero strategico e militare di Montecuccoli in maniera generale; nel terzo invece l’analisi di Turpin de Crissé si focalizza sulla campagna di Montecuccoli contro i turchi del 1663 – 1664, culminata col trionfo delle  truppe guidate da Montecuccoli nella famosa battaglia di San Gottardo/Mogersdorf (anche conosciuta come Battaglia dela Raab, dal nome del fiume lungo il quale è stata combattuta) del 1° agosto 1664.

Turpé di Crissé, pur confermando la sua ammirazione per il celebre condottiero modenese, non gli risparmia argute critiche e fondate correzioni.

Il grande riformatore militare prussiano Gerhard von Scharnhorst studiò il pensiero e le opere di Montecuccoli proprio sui Commentaires che portava sempre con sé, raccomandandone la lettura a tutti.

A titolo di curiosità, una copia dei Commentaires di Turpin de Crissé è conservata nella Biblioteca di Stato di Monaco di Baviera.

Sbarbaro soldato

Il poeta ligure Camillo Sbarbaro (1888-1967), esponente di spicco della letteratura italiana del XX° secolo, come altri letterati suoi contemporanei (ad esempio, Giuseppe Ungaretti), combatté nella Grande Guerra.

Dopo essersi arruolato nella Croce Rossa Italiana, divenne ufficiale di fanteria (prima nel 12° reggimento della Brigata “Casale” e poi nel 27° reggimento della Brigata “Pavia”) e fece la sua esperienza al fronte nel periodo 1917-1918. Successivamente comandò, fino al giugno 1919, un piccolo presidio militare nel villaggio di Luson in Alto Adige (Sudtirolo).

Di questo periodo, Sbarbaro lasciò traccia nella sua opera “Cartoline in franchigia”, in cui non si ritrovano toni patriotici, marziali o politici bensì il proprio quotidiano vissuto nell’osservazione della natura (Sbarbaro era un appassionato botanico) e la scrittura di breve osservazioni che lui chiamava “trucioli”. Tra queste un breve aforisma esistenziale: “Nella vita come in trincea alzi la testa e fischiano le pallottole”.

Anche in guerra Sbarbaro confermò quel “modo spoglio di esistere” che produsse una poetica tra le più alte e intense del Novecento.