Il miglior tempo

Nel 1882 l’Italia firmò la Triplice Alleanza con la Germania e l’Austria – Ungheria. Parteciparvi, significò proiettare il nostro paese nel ruolo di attore importante della politica
europea. La Germania aveva convinto l’Austria-Ungheria ad associare l’Italia in un patto difensivo che la tutelasse dal revanscismo francese, mai dimentico della sconfitta patita dai tedeschi nella guerra del 1870 –’71. L’Italia era ben contenta di farne parte perché non
solo entrava nel giro delle grandi potenze ma anche perché l’alleanza la proteggeva da eventuali aggressioni da parte di vicini potenti. In modo particolare, temeva un qualche
colpo di mano francese finalizzato a ristabilire l’autorità temporale del pontefice romano.
La Triplice Alleanza venne rinnovata nel 1887. Stavolta prevedeva una Convenzione militare, stipulata nel 1888, in cui l’Italia s’impegnava a fornire 12 divisioni di fanteria e 3 di
cavalleria, schierabili sul confine renano meridionale in caso di attacco alla Germania da parte della Francia. Bisogna però sottolineare che l’alleanza non portò a una più stretta collaborazione tra l’esercito italiano e quelli di Austria e Germania (sia per ragioni storiche che strettamente pratiche – basti pensare ai problemi di lingua), ma certamente offrì un
quadro di riferimento e di orientamento per la politica militare italiana per oltre un trentennio.
Risale a quel periodo la riforma dell’esercito voluta dal generale Emilio Ferrero, Ministro della Guerra fra il 1881 e il 1884. Il Ferrero aveva sostanzialmente come obiettivo
Il fare un esercito più di quantità che di qualità. Una visione che riteneva legittimata dall’ingresso dell’Italia nella Triplice Alleanza e dalla conseguente necessità di compararsi agli eserciti di Austria–Ungheria e Germania, notoriamente più numerosi. Così la Riforma Ferrero portò i Corpi d’Armata da 10 a 12 con il conseguente aumento di 10.000 unità del contingente di leva annuale. Per contenere la spesa inevitabile, introdusse un meccanismo di congedi anticipati per gran parte dei militari di leva. In ultimo, istituì la
carica di Capo di Stato Maggiore dell’esercito come organo tecnico alle dipendenze del Ministro della Guerra, unico responsabile della politica militare del Paese, ferme restando
le prerogative sovrane del Re d’Italia. Il primo Capo di Stato maggiore dell’esercito fu il Generale Enrico Cosenz che rimase in carica dal 1881 al 1893.
Del mandato di Cosenz come capo di Stato Maggiore restano gli studi sulle fortificazioni nel nord-est e l’elaborazione di un piano difensivo che in caso di attacco dell’Austria-
Ungheria nel settore prevedeva il ritiro del grosso dell’esercito italiano dietro il Piave, per contenere l’attacco avversario in vista di una successiva controffensiva, poderosa e risolutiva. Alla riforma Ferrero, che prevedeva per l’esercito una dotazione massima di
200.000 unità, si oppose fermamente il generale Cesare Ricotti – Magnani, per il quale lo strumento militare italiano alla fine non sarebbe stato equilibrato nelle varie componenti, né sostenibile finanziariamente: forse non a caso, il Ricotti- Magnani prese il posto di
Ferrero al Ministero della Guerra quando quest’ultimo si dimise nel 1884.

Gli anni ’80 del secolo XIX° si rivelarono un periodo formidabile per l’esercito italiano sia per il ruolo giocato nella politica nazionale (ripagato da adeguati finanziamenti), sia per il gioco di alleanze con le maggiori potenze militari. Quanto bastava a garantire notevoli prospettive di crescita professionale. Non passò molto tempo che all’esercito venisse chiesto di sostenere, dopo l’unificazione e il consolidamento nazionale, un’altra grande prova. Garantire all’Italia un “posto al sole” al pari delle altre grandi nazioni europee.
Il 5 febbraio 1885, sbarcava a Massaua, in Eritrea, il tenente colonnello Tancredi Saletta con il suo battaglione di bersaglieri: aveva inizio l’avventura coloniale italiana. La penetrazione italiana nel Corno d’Africa procedette spedita per circa due anni, fino alla
grave battuta d’arresto del 26 gennaio 1887, a Dogali, quando una colonna di circa 500 italiani al comando del tenente colonnello Tommaso De Cristoforis si scontrò con circa
25.000 abissini. Fu un massacro. Sopravvissero solo pochi soldati italiani, feriti e tratti in salvo da una successiva spedizione militare di soccorso. A seguito dei fatti di Dogali, il
governo italiano con il R.D. 4873 del 14 luglio 1887 istituì i Cacciatori d’Africa, una specialità della fanteria composta esclusivamente da volontari tratti dalle altre armi, corpi e specialità dell’esercito. Come distintivo, i Cacciatori avevano una mostreggiatura nera, filettata di rosso.

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2 risposte a "Il miglior tempo"

  1. come sempre si rileva la massima chiarezza su un argomento così complesso e ahime’ sconosciuto ai più. Complimenti direttore. Spartacus

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