Compagnie di Ventura

Le Compagnie di Ventura erano delle formazioni di mercenari (soldati che esercitavano per guadagno il mestiere delle armi) sorte in Italia (e poi diffuse in tutta Europa) che, guidate da un Condottiero, combattevano al soldo di un sovrano e/o di signori feudali nel periodo che va dal XIII al XV secolo.

Le Compagnie di Ventura, nate anche in relazione allo sviluppo economico del tempo, fecero senza dubbio progredire l’arte della guerra, ma contribuirono non poco alla decadenza del costume morale e politico, aumentando, alla fine, l’insicurezza e il disordine dell’epoca.

Un’importante Compagnia di Ventura fu quella di San Giorgio che operò dal 1339 al 1379 in tre diversi ordinamenti (1339, 1365 e 1377). L’ultimo ordinamento, promosso e condotto da Alberico da Barbiano (1349 – 1409) fu quello più celebre perchè comprendeva molti valorosi combattenti come Braccio da Montone (1368 – 1424) e Muzio Attendolo Sforza (1369 – 1424). La Compagnia di San Giorgio aveva una particolarità per il tempo: potevano farne parte solo combattenti italiani.

La Compagnia di San Giorgio (cui si rivolse anche Santa Caterina da Siena) aiutò il Papa Urbano VI nella lotta contro l’Antipapa Clemente VII sconfiggendo i bretoni nella battaglia di Marino del 30 aprile 1379. A seguito di questa vittoria, Urbano VI gli conferì uno stendardo bianco con la croce di San Giorgio in cui campeggiava il motto Liberata Italia ab exteris (l’ Italia liberata dagli stranieri) abbreviato.

In seguito, Alberico da Barbiano fu al servizio del Re di Napoli Carlo di Durazzo, del Signore di Milano Gian Galeazzo Visconti e del Papa Bonifacio IX.

Sull’argomento una lettura consigliabile è quello di Michael Mallet Signori e mercenari – La guerra nell’Italia del Rinascimento Il Mulino, Bologna, 2006.

Annunci

La guerra macedone

Nell’ambito della guerra di coalizione con gli altri alleati, nel 1916 l’Italia decise d’inviare un corpo di spedizione in Macedonia, basato sulla 35^ Divisione comandata dal generale Carlo Petitti di Roreto (1862 -1933), per concorrere al contrasto delle forze austriache e bulgare sul fronte balcanico. La partecipazione italiana, inquadrata nell’Armata alleata d’oriente (composta principalmente da truppe francesi, britanniche, russe, serbe, italiane e greche) sotto comando francese, era più politica che strategica ma apriva la strada ad una più stretta collaborazione tra le forze alleate con la prospettiva (evento che poi si realizzerà nel 1917) che contingenti alleati fossero schierati in Italia. Fu una lotta particolarmente logorante per le truppe italiane; le condizioni ambientali e climatiche del settore dove furono schierate erano in effetti durissime e molte perdite si ebbero per malattia e assideramento. Si trattava di una snervante guerra di trincea in cui l’unico fatto d’arme rilevante fu la battaglia sul fiume Cerna contro forze tedesche e bulgare: solo in questa battaglia gli italiani lamentarono più di 2000 perdite tra morti, feriti e dispersi. Al termine della campagna di guerra in Macedonia il 10 novembre 1918, gli italiani ebbero più di 8.000 perdite e ancora oggi circa 800 soldati italiani riposano (insieme alle spoglie di soldati greci, russi, serbi, francesi e britannici) nel cimitero di guerra di Zeitenlik vicino Salonicco.

Fortezza della libertà

A Livorno vi sono due fortezze: la Vecchia, prospiciente il porto, e la Nuova, più all’interno della città.

Nella fortezza Nuova, voluta dal Granduca di Toscana Ferdinando dei Medici per difendere la città verso nord e costruita dagli architetti Vincenzo Buonanni e Bernardo Buontalenti dal 1590 al 1605, si trova una lapide con i nomi dei numerosi caduti livornesi (90 ma alcune fonti arrivano a 800 considerando i fucilati dalla repressione austriaca successiva alla resa) negli scontri con gli austriaci del 10 e 11 maggio 1849.

Dopo la sconfitta piemontese di Novara (23 marzo 1849), quando la Toscana tornò sotto il dominio austriaco rappresentato dagli Asburgo – Lorena, i patrioti livornesi senza capi, senz’armi, senza munizioni, senza speranza di soccorso, si opposero al ritorno delle truppe austriache, combattendo valorosamente per la libertà della città sulle mura delle fortezze, nei quartieri e sul litorale, finendo poi per soccombere per l’insostenibile rapporto di forza favorevole al nemico.

Possano le imponenti mura della fortezza Nuova continuare a conservare la memoria di tanto valore e trasmetterne il ricordo ai numerosi, livornesi e non, che visitano questo gioiello di architettura militare.

Il gentiluomo di compagnia

Raimondo Montecuccoli ebbe in Enea Silvio Caprara (1631 – 1701) un fido e dedito collaboratore. Accomunati da una lontana parentela, il bolognese Caprara scelse la vita delle armi grazie a Montecuccoli, così come quest’ultimo intraprese la carriera miltare al seguito del cugino Ernesto, generale imperiale.

Enea Silvio Caprara seguì il Montecuccoli praticamente ovunque fino alla morte del grande condottiere modenese, fungendo da gentiluomo di compagnia durante le missioni diplomatiche del Montecuccoli (in Svezia, Inghilterra e in Italia) o quale comandante subordinato nelle diverse campagne militari (Caprara fu presente nella Battaglia della Raab contro i turchi il 1° agosto 1664).

Alla morte di Raimondo Montecuccoli (16 ottobre 1680) il Caprara era ormai un generale affermato a cui l’Imperatore asburgico Leopoldo I affidò importanti compiti militari.

Caprara si distinse nell’assedio e liberazione di Vienna dai turchi nel 1683 e nelle campagne in Ungheria e nel Nord Italia al fianco del Principe Eugenio di Savoia (tra i due però non corse mai buon sangue).

Valoroso soldato dal difficile e altero carattere, Caprara fu uno dei più importanti generali italiani al servizio dell’Impero asburgico e confermò l’ottima e meritata fama che gli italiani avevano nel seicento come prestigiosi comandanti.

Contrariamente a Raimondo Montecuccoli, Enea Silvio Caprara alla sua morte tornò in Italia e riposa oggi nella chiesa di San Francesco a Bologna, sua città natale.

L’amante della Repubblica

Nello Rosselli (1900 -1937) è stato uno storico, giornalista e antifascista ucciso in Francia, insieme al fratello Carlo, da esponenti dell’estrema destra francese.

Nei suoi studi storici, si occuppò a lungo della vita e dell’opera di Carlo Pisacane (1818- 1857), una delle figure più intrepide del nostro Risorgimento e fervente repubblicano.

A Carlo Pisacane, Nello Rosselli dedicò un bel libro (edito solo 40 anni dopo la sua morte) dalla cui introduzione ho tratto questi due significativi (nel loro richiamo all’attualità e limpido tratteggio del personaggio) passaggi:

“La personalità di Pisacane nella nostra storia politica è di quelle che disorientano per la loro
molteplicità. C’è da un verso il soldato colto e studioso che considera il risorgimento d’Italia quale un problema spiccatamente militare; c’è dall’altro lo scrittore che ne sottolinea le premesse e le inderogabili finalità di rivoluzione integrale. C’è il mazziniano puro di Sapri; il socialista e il nazionalista; l’aristocratico e il transfuga della sua classe sociale; l’uomo romantico e l’ammirator di
Cattaneo.
Io lo vedo in certo modo come uno specchio d’Italia nel suo tempo. In lui, per quanto non uomo di primissima linea nel Risorgimento, anzi proprio perché non lo fu né mai pretese d’esserlo, si riflettono infatti le varie esigenze, aspirazioni, impostazioni ideali del popolo italiano a mezzo il
secolo XIX. La sua vita inquieta le comprende e le esprime un po’ tutte; egli ha l’istinto immediato e sicuro della necessità di volta in volta prevalente, sa la falla che preme di chiudere, il silenzio che preme di rompere, il gesto che preme di fare.”/…/

“Guerriero e cospiratore, Pisacane ci ammonisce che il riscatto di un popolo dalla tirannia, dalla
servitú, dalla cronica fiacchezza politica, è anzitutto problema morale. Cospirazioni, sètte, rivolte, guerra, sta bene; ma hanno ad essere l’ultimo atto. Primo elemento della soluzione: indagare e chiarire perché mai questo popolo si lasciò rapire o rinnegò indipendenza e libertà. Secondo: crearsi e diffondere la coscienza della possibilità, e quindi della doverosità della risurrezione. Terzo: crearsi
e diffondere una visione chiara degli ostacoli da superare, delle resistenze da vincere, degli errori da
evitare, dei mezzi piú atti a sollecitare la risurrezione, e poi del senso da darle, e del come fondarla graniticamente.
Intorno a questi problemi appunto Pisacane studiò con ostinata passione, e chi legga i suoi libri
ha la sensazione d’un incessante frenetico inquieto perché? volto alla storia remota e recente d’Italia,
ai suoi geni, alle sue miserie, alle sue condizioni geografiche, economiche, ai suoi ordinamenti passati, ai costumi del suo popolo, all’Europa circostante. Perché cosí grande e libera l’Italia, e poi non piú che una inerte colonia di sfruttamento per le nazioni finitime? Perché cosí belligera e poi cosí imbelle e vigliacca? Perché tanta decadenza nei mezzi, nelle volontà, negli ingegni? Perché?
La risposta suona un inno di fede: l’Italia sta per rinascere a un alto destino; ma il problema del
come è gravissimo. Dar vita a una grande nazione è assunto da giganti; bisogna suscitare nei futuri
cittadini l’animo, il costume, la consapevolezza adatti ai compartecipi di tanta impresa. Studiare come viva lo Stato moderno, su quali forze si regga, quale ne sia l’ordinamento migliore, quali rapporti debbano correre tra la cittadinanza e il potere esecutivo, quali obiettivi concreti si debbano proporre alla nuova entità statale che si disegna.” /…/

(da Nello Rosselli – Carlo Pisacane nel Risorgimento italiano, Einaudi, Torino 1977)