La guerra di Ludwig

Ludwig Renn (pseudonimo di Arnold Vieth von Golssenau 1889 -1979) è stato uno scrittore tedesco ingiustamente poco conosciuto in Italia al di fuori dei circoli letterari.

Uomo di grande coraggio e di spiccata libertà identitaria, visse una vita fuori dal comune durante tutto il travagliato novecento, lasciando una profonda impronta nella cultura tedesca contemporanea.

Proveniente da una famiglia nobile sassone, aderì al comunismo, venne rinchiuso in un campo di concentramento nazista e partecipò alla guerra di Spagna tra le fila delle Brigate internazionali. Trascorse poi in volontario esilio in Messico gli anni della Seconda Guerra mondiale, al termine della quale si trasferì nella Repubblica Democratica Tedesca.

Noto scrittore, la sua opera più famosa è un libro sulla Grande Guerra, come lui l’aveva vissuta da combattente, intitolato semplicemente Krieg (Guerra): un capolavoro della letteratura di genere.

Il libro è una realistica e cruda testimonianza della brutalità della guerra ma anche dell’immensa umanità che la pervade, perchè la guerra è (ovviamente) combattuta dagli uomini nella loro più variegata diversità. Un tragico e variopinto affresco che ferma la drammatica storia di cui Renn, come altri milioni di uomini, fu testimone e vittima.

Krieg è anzitutto una testimonianza in presa diretta di ciò che Renn ha vissuto in prima persona. Non ha connotati ideologici o scientifici sulla guerra; essa viene descritta nella sua infernale semplicità, quasi monotonia. Anche il linguaggio onomatopeico a cui ricorre Renn quando descrive le mitragliatrici o le esplosioni ha un senso di terrificante banalità a cui l’autore nulla aggiunge ritendo i suoni descritti più che sufficenti a trasmettere il messaggio antieroico del brutale conflitto.

Krieg uscì nel 1928 in Germania ed ebbe un così grande successo che l’anno dopo apparve anche in Italia in una convincente traduzione di Paolo Monelli.

Recentemente, la casa editrice L’Orma lo ha ripubblicato nella versione del 1929 tradotta dal Monelli: una lettura consigliabile a tutti coloro che continuano ad interrogarsi sul (drammatico) fenomeno che è la guerra.

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2 risposte a "La guerra di Ludwig"

  1. Ti propongo la guerra di un altro Ludwig:
    Rincorsa, stacco, volo, atterraggio. Le quattro fasi che caratterizzano il gesto atletico nel salto in lungo sembrano capitoli, titoli quasi emblematici della vita di un saltatore in lungo il cui ultimo segno campeggia freddo e silenzioso su una lastra d’ardesia. Fossa comune 2, piastra E, tra i nomi di tanti giovani morti in guerra, spicca quello di Luz Long, accanto la data di nascita, 27 IV 13 e di morte, 14 VII 43. È il cimitero militare germanico di Motta Sant’Anastasia (Catania) dove termina la parabola vitale di Carl Ludwig Hermann Long, detto Luz. Saltatore in lungo tedesco, argento olimpico alle Olimpiadi di Berlino del 1936 alle spalle dell’amico-rivale Jesse Owens.

    La rincorsa era stato il problema di Jesse Owens, l’atleta americano che partiva favorito nella finale olimpica del lungo a Berlino, sotto gli occhi di Adolf Hitler. Owens aveva già rimediato due nulli nei primi salti di prova. Quelli necessari per la qualificazione alla finale. Un altro errore e sarebbe stato fuori dalla lotta per le medaglie. Luz Long, il migliore atleta tedesco nella specialità, gli suggerì di partire più indietro, di effettuare lo stacco trenta centimetri prima dell’inizio della pedana di rincorsa. Owens seguì il consiglio, passò il turno e andò a vincere la medaglia d’oro proprio davanti a Luz.

    Il tedesco e l’americano passarono alla storia per l’amicizia che non nascosero, neppure sul campo di salto sotto gli occhi del Führer, complimentandosi l’un l’altro a ogni balzo: Long al terzo salto atterra a 7 metri e 84 centimetri, nuovo primato europeo, al quinto affiancò lo statunitense in testa alla classifica con 7,87. Jesse rispose immediatamente con un 7,94, prima di far segnare il nuovo primato olimpico con 8,06 e vincere l’oro (uno dei quattro che porterà a casa in quella edizione dei Giochi). Si narrò che Hitler abbia mal sopportato la sconfitta di un suo atleta, per di più mostratosi amichevole con Owens ma pare che almeno un saluto del Führer alla neo medaglia d’oro ci sia stato. È lo stesso Owens in una sua autobiografia a precisare ciò perché, le attente riprese della propaganda, quelle di Leni Riefenstahl omisero sia il saluto sia il richiamo di un gerarca (pare addirittura Rudolf Hess) a bordo pista per gli abbracci che Long aveva riservato al “negro”.

    I due proseguirono distanti le loro vite ma continuarono a coltivare un’intesa umana che andava in controtendenza con gli eventi mondiali che contrapponevano i loro due popoli. Era amicizia, fratellanza vera. La certezza di ciò sta in una lettera, l’ultima, che Long inviò a Owens nel 1942, si trovava probabilmente in Tunisia, a combattere per il suo Paese con il ruolo di Obergefreiter della Luftwaffe (appuntato della riserva) su uno dei fronti più caldi della Seconda guerra mondiale. Long scrisse: “Dove mi trovo sembra che non sia altro che sabbia e sangue. Io non ho paura per me ma per mia moglie e il mio bambino, che non ha mai realmente conosciuto suo padre. Il mio cuore mi dice che questa potrebbe essere l’ultima lettera che ti scrivo. Se così dovesse essere ti chiedo questo: quando la guerra sarà finita vai in Germania a trovare mio figlio e raccontagli anche che neppure la guerra è riuscita a rompere la nostra amicizia. Tuo fratello, Luz”.

    Fu davvero l’ultima, Long si trovava in Sicilia, di stanza a Niscemi con la divisione corazzata Hermann Göring, durante l’Operazione Husky del 10 luglio 1943, lo sbarco degli Alleati. Fu centrato da una sventagliata di mitra mentre probabilmente era a difesa dell’aeroporto di Ponte Olivo, vicino Gela, e trasportato, agonizzante, all’ospedale da campo approntato presso la base aerea tedesca di Santo Pietro, località vicina all’allora Biscari (oggi Acate).

    Fu, quello di Biscari, un massacro di truppe tedesche e italiane. Poche ore dopo Long morì, a 30 anni, in quell’ospedale da campo siciliano, poi sepolto nel cimitero americano di Gela e infine nel cimitero tedesco di Motta nel 1961. Lontano dai fasti olimpici, privato degli affetti familiari, lontanissimo da quel sentimento di umanità che aveva palesato al mondo e che forse gli era costato l’arruolamento e l’invio su un fronte di guerra molto acceso.

    L’ultimo volo e l’atterraggio brusco della vita di Long si sono svolti a pochi chilometri da casa mia, 75 anni fa. Per rendergli omaggio, con silenzioso rispetto, dall’atrio del cimitero, si attraversa una scalinata e si giunge a un cortile con le fosse comuni. Sulle lapidi, tra i nomi dei soldati tedeschi dispersi in Sicilia tra il 1941 e il 1944, tutti giovani tra i 20 e 30 anni, c’è inciso anche il suo, quello di Luz Long

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