Originalità di pensiero

Carlo Pisacane è stato un grande sostenitore (se non il fondatore) del concetto strategico della “Nazione armata” secondo cui l’Esercito, costituito solo per scopi difensivi, doveva essere formato volontariamente dai cittadini.

A riguardo, il grande storico Piero Pieri scrisse:

“L’originalità di Pisacane … no, non è nell’interpretazione dell’arte
napoleonica, e tantomeno nel suo, chiamiamolo così, “primato guerresco degli italiani” … L’originalità e la singolarità del patriota e soldato napoletano è nella sua concezione della nazione armata… Per questo egli, ad onta del molto d’utopistico e a volte addirittura d’ingenuo che in esso si trova, si eleva tra gli altri scrittori militari italiani e stranieri, e rappresenta un che di caratteristico e del tutto particolare nel pensiero militare italiano, anche se appunto per questo il martire di Sanza non figuri per nulla nell’elenco ufficiale dei rappresentanti di tale pensiero”.

(Piero Pieri, Guerra e politica negli scrittori italiani, Ricciardi Editore, Milano- Napoli 1955, pp. 240-241.)

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La sagace opera collettiva

La ristrutturazione dell’Esercito portata avanti da tutti gli appartenenti alla Forza Armata sotto la sagace e ferma guida del Generale Andrea Cucino (1914 – 1989 – oggi ricorrono i trent’anni dalla sua scomparsa) nel biennio 1975 -1977, che nelle intenzioni iniziali doveva essere interforze e motivata principalmente da ragioni tecnico-militari, finì per avere la sua ragione principale nelle urgenti necessità finanziarie del Paese a metà degli anni ’70; per questo motivo non fu completa e diversi settori ad alto contenuto tecnologico e dunque ad alto costo (ad esempio difesa controcarri e contraerei, mezzi per il combattimento notturno, comando e controllo) non furono interessati dal processo di rinnovamento. La ragioni tecnico-militari andavano ricercate principalmente nella nuova politica USA/NATO della “Risposta Flessibile”, nella crescita militare e tecnologica del blocco sovietico e nella crisi dell’egemonia americana in un mondo sempre più multipolare in cui anche l’Italia aveva la sua parte da giocare con una forza militare credibile. La strategia della “Risposta flessibile” era stata elaborata dagli USA negli anni della presidenza Kennedy e soppiantava la strategia della “Rappresaglia massiccia” adottata dagli USA (e quindi dalla NATO) negli anni della presidenza Eisenhower. Tale strategia valorizzava molto le forze convenzionali a scapito dell’arma atomica, che restava comunque l’Ultima Ratio in caso di conflitto con le forze del Patto di Varsavia (e loro alleati). Da questa nuova concezione strategica ne derivava che le forze operative dovevano essere credibili sia per numero che capacità. Per tale ragione, i livelli di forza effettiva delle forze operative terrestri furono elevati al 93% delle tabelle organiche di guerra, con punte del 100% per la Divisione corazzata Ariete e i Reggimenti missili c/a Hawk; erano questi livelli di prontezza operativa che avrebbero permesso ai Reparti d’essere immediatamente impiegabili in caso di necessità. La mobilità delle Unità fu accresciuta con una pressoché totale meccanizzazione/ motorizzazione dell’Esercito di campagna ad eccezione delle truppe alpine (che non ne avebano evidentemente bisogno dato il loro ambiente naturale d’impiego). Fu migliorata anche la capacità di fuoco con la sostituzione dell’obice 105/22 con quello 155/23 mentre fu migliorata la difesa controcarri con l’introduzione dei primi lanciatori missili TOW (Tube-launched Optically-tracked Wire-guided), un sistema americano già utilizzato nella guerra del Vietnam. Venne aumentata anche la flessibilità d’impiego, dovuta sia alla scomparsa delle distinzioni ordinative tra le Unità destinate alle Forze operative e quelle designate per la difesa territoriale, sia all’unificazione organica dei battaglioni meccanizzati di fanteria con i battaglioni bersaglieri e con i gruppi squadroni meccanizzati e dei battaglioni carri con i gruppi squadroni carri, nonché alla creazione dei Battaglioni logistici e all’unificazione strutturale delle grandi unità. La ristrutturazione permise, in ultima analisi, quel necessario aumento di prontezza operativa e mobilità delle Unità che rese l’Esercito italiano una forza credibile nel contesto geostrategico del tempo.

Retaggio bavarese

L’esercito bavarese di fatto cessò di esistere il 9 novembre 1918 con l’abdicazione del Re Luigi III (1845 – 1921) e la conseguente dissoluzione del Regno di Baviera.

Ma qualcosa di quell’Esercito ancora oggi sopravvive nella Bundeswehr (Forze Armate Federali) perquanto non ufficialmente parte delle tradizioni ufficiali di quest’ultima.

È la Gebirgsjägerbrigade 23 “Bayern” (Brigata Cacciatori da Montagna 23 “Baviera”) che ha sede nella cittadina di Bad Reichenhall al confine austro -tedesco (vicino a Salisburgo).

Erede della 1. Gebirgsdivision (1^ Divisione da Montagna – sciolta il 30 settembre 2001) che a sua volta si richiamava al prestigioso Deutsche Alpenkorps (Corpo Alpino Tedesco) della Grande Guerra, la Gebirgsjägerbrigade 23 è l’unica grande unità specializzata in combattimento in montagna. Si compone di 3 Battaglioni di Cacciatori, 1 Battaglione di Genio pionieri, 1 Battaglione esplorante e 1 Battaglione logistico, tutti esclusivamente formati da Truppe da Montagna (Gebirgstruppe) il cui segno distintivo è l’ Edelweiß (la Stella alpina). Appartiene alla Brigata anche un Centro Addestramento Conduzione animali da soma, che trovano ancora impiego nelle Truppe da Montagna tedesche.

L’ organico della Brigata (che dipende dalla 10^ Divisione corazzata) è di circa 5.300 uomini dispiegati tutti nel sud della Baviera. La sua marcia d’ordinanza è la König Ludwig II. Marsch composta dal musicista militare Georg Seifert (1819 – 1876) in onore di uno dei monarchi bavaresi più famosi al mondo: il Re Ludwig II (1845 – 1886) che fece costruire i castelli da fiaba che attirano ogni anno in Baviera milioni di visitatori.

La Guardia dei cittadini

La Guardia Nazionale italiana nasce nel 1861 (all’indomani della costituzione dello Stato unitario) come corpo armato volontario ad emulazione della Guardia Nazionale francese costituitasi dopo la rivoluzione del 1789.

Nel periodo della sua esistenza (1861 – 1876), venne impiegata sia sul territorio nazionale che in concorso all’Esercito nella III Guerra d’indipendenza. La sua consistenza nel tempo arrivò a toccare ben 220 Battaglioni.

La sostanziale conclusione del Risorgimento, l’introduzione del servizio militare obbligatorio e la cosiddetta Riforma Riccotti dell’Esercito ne determinarono l’inutilità e, dunque, lo scioglimento.

Ciononostante, l’esperienza storica della Guardia Nazionale italiana resta un concreto esempio del cittadino -soldato che testimoniava, con il servizio, quel dovere di difesa collettiva che contraddistingue ancora oggi l’appartenenza agli Stati moderni basati sul sistema democratico.

Il filosofo e giurista Gian Domenico Romagnosi (1761 -1835) considerava la Guardia Nazionale 《il terzo corpo scelto di milizia avente lo scopo di difendere i cittadini contro i nemici interni, e sì per sussidiare le armate contro i nemici esterni》(Della costituzione di una monarchia nazionale rappresentativa, Filadelfia, 1815, p.149). Gli altri due corpi erano le Legioni e l’Esercito.