Responsabilità

Il Generale Mario Roatta (1887 – 1968) è stato uno dei protagonisti della storia militare italiana della prima metà del Novecento.

Ufficiale pluridecorato nella Grande Guerra, Capo del S.I.M. (Servizio Informazioni Militari), Capo dei volontari italiani (che si batterono a fianco del Generale Francisco Franco) nella guerra civile spagnola, Comandante della 2^ Armata in Jugoslavia nonchè della 6^ Armata in Sicilia, il Generale Roatta concluse la sua carriera come Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, trovandosi ad essere tra i responsabili delle Forze Armate italiane al momento dell’armistizio dell’8 settembre 1943.

Accusato di crimini di guerra, di resa colposa e della mancata difesa di Roma (nonchè di essere coinvolto nell’omicidio degli antifascisti fratelli Rosselli nel 1937 in Francia), entrò in latitanza nel 1945. Successivamente verrà prosciolto da ogni accusa. Rientrato dalla Spagna in Italia nel 1967 morirà a Roma l’anno successivo.

Ha lasciato due opere scritte con propositi difensivi: Otto milioni di baionette (Mondadori, Milano, 1946) e Sciacalli addosso al S.I.M. (Mursia, Milano, 2018).

La sua figura e azione possono essere approfondite nel bel libro dello storico (e collaboratore di questo Blog) Giovanni Cecini I Generali di Mussolini (Newton Compton Editori, Roma, 2016, 2^ edizione 2019).

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La lezione per il futuro

Nel 1925 venne data alle stampe la traduzione (a cura del Generale Ambrogio Bollati) del libro “La guerra dell’avvenire” (Vom Kriege der Zukunft) del Generale tedesco Friedrich von Bernhardi (1849 – 1930).

Importante teorico militare e prolifico scrittore nel periodo precedente la Grande Guerra, von Bernhardi aveva combattuto valorosamente nel primo conflitto mondiale e voleva offrirne testimonianza (anche per le generazioni future) perchè quella terribile esperienza non andasse persa.

Era convinto che la Germania del dopoguerra, “impoverita e sconquassata” come lui stesso scrive, non avrebbe mai più in futuro potuto combattere una guerra come la precedente e ne spiegava le ragioni. Auspicava poi un periodo di pace, facendo però trasparire, date le circostanze dell’epoca, di crederci poco anche lui.

Il valore dell’opera è nell’analisi (fatta “a caldo” e da un protagonista) delle lezioni di quella prima sconvolgente guerra: gli elementi costitutivi della guerra moderna (guerra di massa e fondata sulla tecnologia), la tattica dei vari corpi (fanteria, cavalleria ecc.), l’attacco, la difesa e l’iniziativa, i concetti fondamentali dell’offensiva, le sorgenti della forza, l’influenza della politica e della situazione economica, la ripartizione delle truppe e il combattimento (che von Bernhardi chiama “lotta”).

Ahimè tutto ciò servì (come si desume dal significativo titolo dell’opera) a preparare teoricamente il secondo e ancor più terribile conflitto.

Eterna massima

Marc Bloch (1886 – 1944) è stato uno dei più grandi storici del Novecento. Francese di origine ebraica, combattè come ufficiale nella Grande Guerra e partecipò alla Seconda Guerra Mondiale tra le fila della Resistenza in Francia. Catturato dai nazisti, venne imprigionato, torturato e infine fucilato (insieme ad altri 29 resistenti) il 16 giugno 1944.

Tra le tante sue riflessioni, questa che segue (tratta dalla sua opera Apologia della Storia, pubblicata dalla Casa editrice Einaudi nel 1950) ha avuto una grande risonanza:

L’ incomprensione del presente nasce fatalmente dall’ignoranza del passato (…) non è però meno vano tentar di comprendere il passato ove nulla si sappia del presente.

Fece e visse la Storia.

I legionari d’Italia

Nel 158°anniversario di fondazione dell’Esercito italiano (4 maggio 1861) da parte del Ministro della Guerra dell’Italia unita, Generale Manfredo Fanti, vorrei ricordare un’Unità, sconosciuta ai più, che ne ha fatto parte: la Legione cecoslovacca.

La storia della Legione cecoslovacca ha inizio nell’aprile del 1918, quando venne costituita, anche grazie alla mirabile opera del Consiglio dei paesi cecoslovacchi in Italia (sostenuto dal Comitato italiano per l’indipendenza cecoslovacca di cui furono promotori Enrico Scodnik, Gino Scarpa e Franco Spada) ed in particolare del suo Presidente Milan Ratislav STEFANIK (1880 -1919), la 6^ Divisione cecoslovacca (questo era il nome ufficiale della Legione) composta di circa 10.000 uomini, con parte dei quadri e degli specialisti italiani, e ordinata su due brigate, su quattro reggimenti (31°, 32°, 33° e 34°) di tre battaglioni ciascuno, oltre a due battaglioni complementari e dai servizi. La Divisione venne posta al comando del Generale dell’esercito italiano Andrea Graziani (1864 -1931).
Il 24 maggio 1918, al Vittoriano, erano consegnate le prime bandiere ai legionari, tutti in divisa da alpino ma con mostrine bianco-rosse filettate di blu. Per l’occasione, erano presenti le più alte cariche militari e politiche italiane, capeggiate dall’allora Presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando, a significare la grande importanza attribuita all’evento. Le cronache del tempo riportano una profonda commozione tra i presenti e la sensazione che quel giorno l’anelito di libertà del popolo cecoslovacco prese finalmente sostanza, a premessa di quella indipendenza nazionale che si sarebbe realizzata alla fine di quel fatidico 1918 con la dissoluzione dell’Impero asburgico.
Sul Piave, il I battaglione del 33° reggimento superava brillantemente la prova del fuoco a metà giugno, nonostante la sicura morte per tradimento che attendeva i legionari caduti prigionieri degli austriaci. Il loro indiscusso valore venne riconosciuto, per la prima volta, nel bollettino di guerra n. 1122 del 20 giugno 1918 in cui espressamente venne citato “… il primo tributo di sangue al trionfo dei generosi principi di libertà e di indipendenza…” per i quali i combattenti cecoslovacchi combattevano al fianco delle truppe italiane. La Divisione venne poi impiegata sul fronte trentino, nella zona del monte Baldo, fino alle battute finali del conflitto. La 6^ Divisione, infine, venne espressamente citata nel Bollettino della Vittoria (il n. 1268) del 4 novembre 1918.
Alla vigilia dell’armistizio la Divisone fu sdoppiata in un Corpo d’Armata (costituito ora da 6^ e 7^ Divisione) con aggiunti un gruppo squadroni di cavalleria. A Padova, l’8 dicembre i legionari prestavano giuramento di fedeltà alla neonata repubblica cecoslovacca ed erano poi rimpatriati, mentre in Italia, con i prigionieri di Vittorio Veneto, cominciavano ad essere organizzati i primi dei circa 50 battaglioni territoriali (con una forza complessiva superiore a 74.000 uomini) che sarebbero tornati in Cecoslovacchia nel corso del 1919 sotto forma di 2^ Armata territoriale. Successivamente, il Corpo d’Armata cecoslovacco d’Italia venne trasferito in Boemia e partecipò all’occupazione della Slovacchia. Il 31 maggio 1919, con il richiamo in Patria del personale italiano, finì la collaborazione militare italo -cecoslovacca. L’ultimo comandante della Missione militare italiana, Generale Luigi Piccione, venne nominato Generale onorario dell’Esercito cecoslovacco. Al termine delle operazioni belliche (comprese quelle in Slovacchia) la Legione cecoslovacca d’Italia ebbe 876 caduti e 345 dispersi (fonte: Giulio Cesare Gotti Porcinari Coi legionari cecoslovacchi al fronte italiano ed in Slovacchia, Ministero della Guerra, Comando del Corpo di S.M. – Ufficio Storico, Roma, 1933).
Con la Legione cecoslovacca in Italia (e le paritetiche Legioni in Russia e Francia) nacque l’esercito della Repubblica cecoslovacca alla cui tradizione si rifanno oggi gli eserciti della Repubblica Ceca e della Slovacchia.

Paradiso e inferno perduti

“Non solo il paradiso, abbiamo perduto anche l’inferno” (Nicht nur das Paradies, auch die Hölle ging uns verloren).

Willy Peter Reese aveva 20 anni e voleva diventare scrittore quando fu chiamato alle armi e inviato al fronte in Russia con l’uniforme della Wehrmacht.

Dal 1941 al 1944 scriveva alla famiglia cosa stesse vivendo in una guerra senza tregua nè pietà, in cui la brutalità si fece anche colpevolezza. Nelle pause tra i combattimenti e l’attesa dell’attacco nelle trincee, sorse un racconto che venne scoperto e pubblicato molti anni dopo (Willy Peter Reese, Mir selber seltsam fremd – Die Unmenschlichkeit des Krieges – Russland 1941 – 44, Classen Verlag, 2003)

Il libro si avvale anche di una serie di fotografie che scandiscono la vita di Willy Peter prima della guerra: una vita normale, nutrita di affetti familiari e arricchita dalle speranze per il futuro. L’ultimo documento fotografico mostra le lettera della Croce Rossa tedesca (del 1970! 26 anni dopo la sua scomparsa sul campo di battaglia…) in cui ai familiari viene comunicata la morte presunta di Willy Peter (dichiarato a suo tempo Verschollen – disperso) durante i combattimenti tra il 22 e 30 giugno 1944 attorno a Witebsk in Russia.

Questo libro rappresenta un documento eccezionale sulla guerra di cui i soldati (di ogni nazionalità) sono sempre vittime, per le immense sofferenze che patiscono, ed eroi, per il supremo sacrificio che sostengono.

Non si può tacere che essi talvolta sono anche carnefici (anche Willy Peter lo scrive) ma non va mai dimenticato che ne rispondono alla propria coscienza e al giusto rigore delle leggi che il soldato per primo è tenuto a rispettare per il giuramento prestato.

La storia di Willy Peter Reese (che non si rifiutò, non scappo via ma rese testimonianza) accende la luce della conoscenza e offre la dovuta memoria a tutti coloro che, per lo più ignoti, servirono e patirono solo per l’adempimento del proprio dovere nelle condizioni più estreme.

Indipendentemente dal colore dell’uniforme che indossavano.