La lezione per il futuro

Nel 1925 venne data alle stampe la traduzione (a cura del Generale Ambrogio Bollati) del libro “La guerra dell’avvenire” (Vom Kriege der Zukunft) del Generale tedesco Friedrich von Bernhardi (1849 – 1930).

Importante teorico militare e prolifico scrittore nel periodo precedente la Grande Guerra, von Bernhardi aveva combattuto valorosamente nel primo conflitto mondiale e voleva offrirne testimonianza (anche per le generazioni future) perchè quella terribile esperienza non andasse persa.

Era convinto che la Germania del dopoguerra, “impoverita e sconquassata” come lui stesso scrive, non avrebbe mai più in futuro potuto combattere una guerra come la precedente e ne spiegava le ragioni. Auspicava poi un periodo di pace, facendo però trasparire, date le circostanze dell’epoca, di crederci poco anche lui.

Il valore dell’opera è nell’analisi (fatta “a caldo” e da un protagonista) delle lezioni di quella prima sconvolgente guerra: gli elementi costitutivi della guerra moderna (guerra di massa e fondata sulla tecnologia), la tattica dei vari corpi (fanteria, cavalleria ecc.), l’attacco, la difesa e l’iniziativa, i concetti fondamentali dell’offensiva, le sorgenti della forza, l’influenza della politica e della situazione economica, la ripartizione delle truppe e il combattimento (che von Bernhardi chiama “lotta”).

Ahimè tutto ciò servì (come si desume dal significativo titolo dell’opera) a preparare teoricamente il secondo e ancor più terribile conflitto.

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Eterna massima

Marc Bloch (1886 – 1944) è stato uno dei più grandi storici del Novecento. Francese di origine ebraica, combattè come ufficiale nella Grande Guerra e partecipò alla Seconda Guerra Mondiale tra le fila della Resistenza in Francia. Catturato dai nazisti, venne imprigionato, torturato e infine fucilato (insieme ad altri 29 resistenti) il 16 giugno 1944.

Tra le tante sue riflessioni, questa che segue (tratta dalla sua opera Apologia della Storia, pubblicata dalla Casa editrice Einaudi nel 1950) ha avuto una grande risonanza:

L’ incomprensione del presente nasce fatalmente dall’ignoranza del passato (…) non è però meno vano tentar di comprendere il passato ove nulla si sappia del presente.

Fece e visse la Storia.

I legionari d’Italia

Nel 158°anniversario di fondazione dell’Esercito italiano (4 maggio 1861) da parte del Ministro della Guerra dell’Italia unita, Generale Manfredo Fanti, vorrei ricordare un’Unità, sconosciuta ai più, che ne ha fatto parte: la Legione cecoslovacca.

La storia della Legione cecoslovacca ha inizio nell’aprile del 1918, quando venne costituita, anche grazie alla mirabile opera del Consiglio dei paesi cecoslovacchi in Italia (sostenuto dal Comitato italiano per l’indipendenza cecoslovacca di cui furono promotori Enrico Scodnik, Gino Scarpa e Franco Spada) ed in particolare del suo Presidente Milan Ratislav STEFANIK (1880 -1919), la 6^ Divisione cecoslovacca (questo era il nome ufficiale della Legione) composta di circa 10.000 uomini, con parte dei quadri e degli specialisti italiani, e ordinata su due brigate, su quattro reggimenti (31°, 32°, 33° e 34°) di tre battaglioni ciascuno, oltre a due battaglioni complementari e dai servizi. La Divisione venne posta al comando del Generale dell’esercito italiano Andrea Graziani (1864 -1931).
Il 24 maggio 1918, al Vittoriano, erano consegnate le prime bandiere ai legionari, tutti in divisa da alpino ma con mostrine bianco-rosse filettate di blu. Per l’occasione, erano presenti le più alte cariche militari e politiche italiane, capeggiate dall’allora Presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando, a significare la grande importanza attribuita all’evento. Le cronache del tempo riportano una profonda commozione tra i presenti e la sensazione che quel giorno l’anelito di libertà del popolo cecoslovacco prese finalmente sostanza, a premessa di quella indipendenza nazionale che si sarebbe realizzata alla fine di quel fatidico 1918 con la dissoluzione dell’Impero asburgico.
Sul Piave, il I battaglione del 33° reggimento superava brillantemente la prova del fuoco a metà giugno, nonostante la sicura morte per tradimento che attendeva i legionari caduti prigionieri degli austriaci. Il loro indiscusso valore venne riconosciuto, per la prima volta, nel bollettino di guerra n. 1122 del 20 giugno 1918 in cui espressamente venne citato “… il primo tributo di sangue al trionfo dei generosi principi di libertà e di indipendenza…” per i quali i combattenti cecoslovacchi combattevano al fianco delle truppe italiane. La Divisione venne poi impiegata sul fronte trentino, nella zona del monte Baldo, fino alle battute finali del conflitto. La 6^ Divisione, infine, venne espressamente citata nel Bollettino della Vittoria (il n. 1268) del 4 novembre 1918.
Alla vigilia dell’armistizio la Divisone fu sdoppiata in un Corpo d’Armata (costituito ora da 6^ e 7^ Divisione) con aggiunti un gruppo squadroni di cavalleria. A Padova, l’8 dicembre i legionari prestavano giuramento di fedeltà alla neonata repubblica cecoslovacca ed erano poi rimpatriati, mentre in Italia, con i prigionieri di Vittorio Veneto, cominciavano ad essere organizzati i primi dei circa 50 battaglioni territoriali (con una forza complessiva superiore a 74.000 uomini) che sarebbero tornati in Cecoslovacchia nel corso del 1919 sotto forma di 2^ Armata territoriale. Successivamente, il Corpo d’Armata cecoslovacco d’Italia venne trasferito in Boemia e partecipò all’occupazione della Slovacchia. Il 31 maggio 1919, con il richiamo in Patria del personale italiano, finì la collaborazione militare italo -cecoslovacca. L’ultimo comandante della Missione militare italiana, Generale Luigi Piccione, venne nominato Generale onorario dell’Esercito cecoslovacco. Al termine delle operazioni belliche (comprese quelle in Slovacchia) la Legione cecoslovacca d’Italia ebbe 876 caduti e 345 dispersi (fonte: Giulio Cesare Gotti Porcinari Coi legionari cecoslovacchi al fronte italiano ed in Slovacchia, Ministero della Guerra, Comando del Corpo di S.M. – Ufficio Storico, Roma, 1933).
Con la Legione cecoslovacca in Italia (e le paritetiche Legioni in Russia e Francia) nacque l’esercito della Repubblica cecoslovacca alla cui tradizione si rifanno oggi gli eserciti della Repubblica Ceca e della Slovacchia.

Paradiso e inferno perduti

“Non solo il paradiso, abbiamo perduto anche l’inferno” (Nicht nur das Paradies, auch die Hölle ging uns verloren).

Willy Peter Reese aveva 20 anni e voleva diventare scrittore quando fu chiamato alle armi e inviato al fronte in Russia con l’uniforme della Wehrmacht.

Dal 1941 al 1944 scriveva alla famiglia cosa stesse vivendo in una guerra senza tregua nè pietà, in cui la brutalità si fece anche colpevolezza. Nelle pause tra i combattimenti e l’attesa dell’attacco nelle trincee, sorse un racconto che venne scoperto e pubblicato molti anni dopo (Willy Peter Reese, Mir selber seltsam fremd – Die Unmenschlichkeit des Krieges – Russland 1941 – 44, Classen Verlag, 2003)

Il libro si avvale anche di una serie di fotografie che scandiscono la vita di Willy Peter prima della guerra: una vita normale, nutrita di affetti familiari e arricchita dalle speranze per il futuro. L’ultimo documento fotografico mostra le lettera della Croce Rossa tedesca (del 1970! 26 anni dopo la sua scomparsa sul campo di battaglia…) in cui ai familiari viene comunicata la morte presunta di Willy Peter (dichiarato a suo tempo Verschollen – disperso) durante i combattimenti tra il 22 e 30 giugno 1944 attorno a Witebsk in Russia.

Questo libro rappresenta un documento eccezionale sulla guerra di cui i soldati (di ogni nazionalità) sono sempre vittime, per le immense sofferenze che patiscono, ed eroi, per il supremo sacrificio che sostengono.

Non si può tacere che essi talvolta sono anche carnefici (anche Willy Peter lo scrive) ma non va mai dimenticato che ne rispondono alla propria coscienza e al giusto rigore delle leggi che il soldato per primo è tenuto a rispettare per il giuramento prestato.

La storia di Willy Peter Reese (che non si rifiutò, non scappo via ma rese testimonianza) accende la luce della conoscenza e offre la dovuta memoria a tutti coloro che, per lo più ignoti, servirono e patirono solo per l’adempimento del proprio dovere nelle condizioni più estreme.

Indipendentemente dal colore dell’uniforme che indossavano.

Ricordando Franco

Molti militari italiani parteciparono alla resistenza al nazifascismo in Italia: Franco Quarleri era uno di questi.

Franco aveva 25 anni anni quando morì. Era nato a Voghera il 6 marzo 1920 e nella sua cittadina vi trovò la morte in combattimento il 26 aprile 1945.

Era stato ufficiale di complemento del Servizio (oggi Corpo) di Commissariato dell’Esercito (ruolo Sussistenza) ed aveva partecipato alla Campagna di Russia.

Di fronte ai tragici eventi dell’8 settembre 1943 rimase fedele al giuramento prestato al Re e scelse la lotta contro l’invasore nazista.

Per le sue qualità personali e militari, divenne il Vice comandante di una formazione partigiana presso cui era noto con il nome di battaglia di Carli.

Morì il 26 aprile in uno scontro a fuoco con il nemico: offrì coraggiosamente la sua giovane vita per un’Italia libera e democratica.

È stato decorato di medaglia d’oro al valor militare (alla memoria) con la seguente motivazione:
«Giovane entusiasta ed ardito, durante tutta la lotta di liberazione, forniva belle e luminose prove di coraggio nel corso di numerosi combattimenti, raggiungendo nelle file partigiane posizione di responsabilità e di comando. Quando già chiaramente si delineava la sconfitta tedesca, attaccava con decisione una grossa formazione avversaria, precludendole la ritirata, infliggendo forti perdite e facendo numerosi prigionieri. Nell’assaltare gli ultimi ed ostinati nuclei di resistenza, riportava più di una ferita, ma seguendo il suo slancio generoso, proseguiva sino al riparo nemico, abbattendosi sul ciglio conteso dopo avere seminato panico e morte col preciso lancio di bombe a mano. Chiaro esempio di coraggiosa tenacia e di alte virtù militari. Voghera, 25 aprile 1945.»

La città di Voghera lo ha onorato con l’intitolazione di una piazza e la deposizione di una lapide dove cadde.

Per non dimenticare chi ha creduto, fino al sacrificio della propria vita, in un futuro migliore per tutti.

Il Principe azzurro

Tra le figure più importanti della storia bavarese (e tedesca nonchè europea), il Principe elettore (ossia detentore del diritto di eleggere ed essere eletto Imperatore del Sacro Romano Impero) Massimiliano II Emanuele di Baviera (Max II Emanuel von Bayern 1662 – 1726) è considerato il fondatore dell’esercito bavarese e uno dei più valorosi condottieri nel periodo a cavallo tra il XVII e XVIII secolo.

Chiamato dai suoi contemporanei Der blau Kurfürst (il principe azzurro), soprannome attribuitogli dai turchi a causa della vesta azzurra (colore della Baviera) che portava sull’armatura in combattimento, combattè contro gli ottomani (concorrendo alla liberazione di Vienna dall’assedio nel 1683 e di Belgrado nel 1688) nonchè contro gli imperiali guidati da Eugenio di Savoia nella guerra di successione spagnola 1701 – 1715 (nel frattempo era passato dalla parte dei francesi di Luigi XIV), sopportando anche un periodo d’esilio a seguito della sconfitta in quest’ultima guerra.

Di origine italiane (sua madre era Enrichetta Adelaide di Savoia), Massimiliano II Emanuele fu inoltre un grande promotore delle arti; a lui infatti si deve il rifacimento e l’abbellimento del Castello di Schleißheim (dove è possibile ammirare una pregevole serie pittorica dedicata alle vittorie di Massimiliano II Emanuele insieme a una slendida collezione di pittori seicenteschi italiani) ad opera, tra gli altri, dell’architetto italiano Enrico Zuccalli. Il castello di Schleißheim è oggi una delle più ammirate destinazioni turistiche della città di Monaco di Baviera.

Lo spirito degli eserciti

Le vicende politiche in Sudan di queste ore, che vedono protagoniste le Forze Armate sudanesi in un rivolgimento del regime politico finora vigente, mi fanno venire in mente una frase di Montesquieu, famoso studioso francese delle scienze politiche:

Pour que celui qui exécute ne puisse pas opprimer, il faut que les armées qu’on lui confie soient peuple et aient le même esprit que le peuple/…/.

Perchè chi esegue non possa opprimere, occorre che gli eserciti che gli vengono affidati siano popolo e abbiano lo stesso spirito del popolo /…/.

Montesquieu (1689 -1755), De l’esprit de lois, libro XI capitolo 6°