Parole indimenticabili

Il compianto Presidente del Parlamento europeo David Sassoli (1956 – 2022), scomparso improvvisamente lo scorso 11 gennaio, in uno dei suoi ultimi interventi pubblici tenuto al Forum strategico di Bled (Slovenia) il 1° settembre 2021, ha espresso queste importanti parole sulla politica di difesa e sicurezza europea, parole indimenticabili come l’uomo perbenene e il politico europeista che le ha pronunciate:

/…/Una voce europea forte e comune sulla scena internazionale è più che mai necessaria. L’Europa deve prendere il suo posto, far sentire la sua voce, definire i propri interessi strategici anche nel quadro dell’Alleanza Transatlantica, per poter svolgere un’azione di stabilizzazione, di pace e di sviluppo insieme ai nostri partner in un quadro multilaterale.

E questo va di pari passo con la necessità di avanzare insieme verso una vera politica di sicurezza e di difesa comune, senza la quale rimarremo dipendenti dalla buona volontà delle grandi potenze e ci esporremo alle minacce dei regimi autoritari./…/

Il difensore impavido

Dal Colonnello Vincenzo Stella riceviamo e volentieri pubblichiamo. Scanderbeg è una delle figure più importanti della storia militare europea e il Colonnello Stella ci offre un bel ritratto di questo straordinario condottiero.

In pieno centro di Roma, tra il Quirinale e la Fontana di Trevi, si trova il palazzo, la piazza e il vicolo Scanderbeg. Sempre a Roma, nei pressi della Piramide di Caio Cestio, si trova piazza Albania al centro della quale è situato il monumento equestre dedicato a Scanderbeg, realizzato dallo scultore fiorentino Romano Romanelli.
Scanderbeg, condottiero ed eroe albanese, per 25 anni, dal 1443 al 1468, è l’elemento fondamentale nella battaglia tra Cristiani e Musulmani nei Balcani e, come vedremo, l’ultima resistenza prima del tentativo ottomano di occupare l’Italia.
Scanderbeg è il soprannome che gli ottomani danno a Giorgio Castriota per paragonarlo ad Alessandro Magno (Iskerder beg) per le capacità dimostrate in battaglia al servizio del sultano. Infatti Scanderbeg, come spesso facevano gli ottomani nei territori da loro occupati, viene convertito all’Islam (almeno in apparenza), educato ad Andrianopoli alla corte del sultano e impiegato nelle spedizioni di guerra. Viene anche nominato amministratore della circoscrizione di Kruja.
Una volta ribellatosi al sultano, Scanderbeg si dimostra anche abile nelle relazioni internazionali. Pur essendo sempre in inferiorità numerica, resterà invitto nelle battaglie contro gli eserciti ottomani inviati dai sultani Murad II e Maometto II (il conquistatore di Costantinopoli nel 1453) e anche contro i veneziani che a lui si oppongono nei primi anni e che addirittura per cercare di sconfiggerlo si alleano con gli ottomani fino a quando non ne capiranno la pericolosità per i loro commerci. Preferiva colpire di sorpresa, fuggire e attirare gli inseguitori in trappole sfruttando sempre la conoscenza del terreno.
Riunisce tutti i principati albanesi ricostituendo il Principato di Arbanon che aveva costituito, due secoli prima, il primo esperimento documentato di stato albanese anch’esso finalizzato a preservare l’integrità e l’indipendenza del popolo albanese. Utilizza come bandiera l’aquila bicipite nera su fondo rosso, l’emblema paterno.
Nel 1448 firma un trattato di pace con i veneziani. Nel 1451 fa un patto con Alfonso V, re del Regno di Napoli, finalizzato ad assicurare protezione dall’Impero ottomano accettando di divenire suo vassallo (Trattato di Gaeta – 26 marzo 1451). Il limitato aiuto, in truppe e in denaro, offerto agli albanesi viene ricambiato da Scanderbeg nel 1461 durante la guerra per assicurare la successione di re Ferdinando al trono di Napoli. Quest’ultimo resterà per sempre grato a Giorgio Castriota e ricompenserà lui e i suoi discendenti con le terre di Monte Sant’Angelo e San Giovanni Rotondo.
Per i successi sugli ottomani, il mondo cristiano lo considera un mito. Viene definito “difensore impavido della civiltà occidentale” e Papa Callisto III, nel 1457, lo soprannomina “Atleta di Cristo”.
Scanderbeg muore di malaria il 17 gennaio 1468. Gli ottomani riescono ad occupare l’Albania solo 10 anni dopo (1478), costringono i veneziani ad abbandonare Scutari, condizionandone definitivamente i commerci ma soprattutto costituituendo una testa di ponte sull’Adriatico a premessa dell’invasione dell’Italia.
Per sfuggire alle imposizioni degli ottomani ha inizio la prima ondata migratoria, verso l’Italia meridionale, non solo dei discendenti di Scanderbeg ma di intere popolazioni arbëreshë che ancora oggi tramandano le loro antiche tradizioni, la loro fede cristiana di rito bizantino e la loro lingua.
Nel 1480 gli ottomani conquistano Otranto e compiono una terribile carneficina. La conquista terminerà l’anno successivo, nel 1481, in realtà per l’improvvisa morte del sultano Maometto II e la resistenza contro gli ottomani da parte dell’ultimo nobile ribelle albanese, Leke III Dukagjini estensore dell’omonimo codice contenente leggi e consuetudini albanesi.
Scanderbeg aveva tentato l’impresa di riunire le popolazioni albanesi e avuto l’intuizione di legarle permanentemente al mondo occidentale. Resteranno sottomesse agli ottomani fino al 1912. Malgrado gli aiuti promessi, Scanderbeg fu di fatto lasciato a combattere da solo contro l’Impero ottomano. L’Italia divisa e litigiosa non aveva prestato attenzione a più importanti sviluppi geostrategici.
Quante similitudini, con le dovute proporzioni, con situazioni contemporanee.

Il decalogo

All’ingresso in Accademia Militare nel 1986 (ma suppongo anche prima o dopo quell’anno – attualmente non so…) veniva distribuito all’aspirante Allievo Ufficiale un Decalogo del Cadetto che ripropongo nell’immagine d’apertura. Era una (opportuna e necessaria) introduzione, breve ma efficace, all’etica militare.

A rileggerlo oggi fa effetto, specialmente per l’immutato quadro di riferimento valoriale che offre. Come tutti i valori, questi sono astratti ma incidono nella realtà dell’individuo e quindi nella vita della comunità di cui l’individuo fa (o farà) parte. Ispirarsi a loro significa avere dei punti di riferimento ideali che con l’operare diventano dei fatti. E l’uomo è sempre e soprattutto ciò che fa.

Lascio al lettore dunque la riflessione (e l’eventuale commento) su ciascun punto del Decalogo: da parte mia mi limito ad osservare che questo vale ancora oggi non solo per il Cadetto ma per chiunque voglia intraprendere la vita militare, in ogni ordine e grado.

Scienza o arte?

La lettura degli innumerevoli e pregiati scritti di Raimondo Montecuccoli porta alla conseguente riflessione se gli stessi siano fondanti per interpretare le questioni militari in modo scientifico e dar vita cosi alle “Scienze militari”.

Fino a Montecuccoli, le questioni militari erano state sì trattate ma non in maniera così sistematica come ha fatto il grande condottiero modenese bensì in maniera narrativa e/o esperenziale: basti pensare all’Arte della Guerra di Niccolò Machiavelli.

Ciononostante, considerando per scienza ciò che sia dimostrabile e ripetibile, nell’analisi della storia militare è difficile parlare di “Scienze militari” quanto piuttosto di “Arte militare” perché in quest’ultima è presente un Quid (ad esempio, l’azione di comando) determinante per il successo/insuccesso dell’azione militare che evidentemente è difficile teorizzare e, ancor più, dimostrare empiricamente.

In questa diatriba ci viene in aiuto la saggezza latina espressa nel motto In medio stat virtus: infatti senz’altro l’arte militare può essere affinata dalla conoscenza di quei principi o costanti che la storia militare insegna attraverso l’analisi delle battaglie e delle istituzioni militari per cui, ad esempio, è altrettanto certo che un’operazione militare non potrà mai essere coronata dal successo (indipendentemente dalla genialità del Comandante o dal valore dei combattenti) se non supportata adeguamente dalla componente logistica o da un sostenibile piano strategico derivanti da uno studio approfondito. E questo è scientifico!

Prova tragica

In Germania, dopo la Seconda Guerra Mondiale, le lapidi che ricordano i caduti (Kriegerdenkmal) sono considerati dei memoriali (Mahnmal) contro la guerra piuttosto che altro poiché i caduti rappresentano le prime vittime della guerra stessa.

In visita occasionale nel cimitero di una piccola parrocchia nella placida e bella campagna bavarese, ho osservato una lapide su cui sono iscritti i nomi dei caduti, l’anno e i luoghi dove sono morti. Dalla immagine pubblicata, si nota come i caduti sono aumentati col passare degli anni di guerra e come la Campagna di Russia abbia provocato il maggior numero di vittime (compresi i morti in prigionia a conflitto terminato) rispetto agli altri fronti di guerra della Wehrmacht. Se poi si assume che a quel tempo la popolazione del piccolo villaggio da me visitato fosse molto meno numerosa di oggi, appare ancora più alto il contributo di sangue richiesto dalla guerra a questa piccola comunità.

Non è la prova più evidente e tragica che veramente della guerra i soldati sono le prime vittime?

Il Natale sul fronte russo di Don Gnocchi

Don Carlo Gnocchi (1902 -1956) è stato un sacerdote (Beatificato nel 2009), cappellano militare degli Alpini durante la Seconda Guerra Mondiale, decorato della Medaglia d’argento al valor militare.

In questo giorno dedicato al Santo Natale, giova alla memoria riportare la sua testimonianza di un Natale di guerra vissuto dai soldati italiani durante la tragica campagna di Russia 1941 -1943

Già l’anno prima il Natale si era risolto, per il Corpo di spedizione in Russia, in una giornata di lotta furibonda e improvvisa, poiché i Russi erano usciti inaspettatamente dalla calma, proprio sul fronte degli Italiani: se non esclusivamente con l’acre proposito di profanare la dolcezza religiosa del giorno natalizio, almeno nel facile intento di operare una azione di sorpresa. E davvero dovette essere un risveglio brutale e una sfida cocente quell’allarme gridato di casa in casa, di fortino in fortino, quando già l’atmosfera della notte santa, calda di fiati e di canti sommessi si disponeva a intimità di presepe e di focolare e i pensieri dei soldati si facevano lontani e sognanti dietro il suono raffreddato e pretenzioso delle fisarmoniche./…/

Don Carlo Gnocchi
Da “Penna Nera delle Grigne”, Numero speciale Natale 1955

Generazione sfortunata e tradita

Cosa hanno in comune lo storico Joachim Fest, lo scrittore (Premio Nobel per la letteratura nel 1999) Günter Grass, il sacerdote Joseph Ratzinger (divenuto poi sommo Pontefice della Chiesa cattolica romana), il politico liberale Hans- Dieter Genscher e molti altri ancora nati in Germania tra il 1926 e il 1930?

Di appartenere ahimè a una generazione sfortunata e tradita. Sfortunata perché nati sotto uno dei regimi più criminali che la storia ricordi; tradita perché hanno ingenuamente dovuto credere alle bugie e alle farneticazioni riguardo la Endsieg (vittoria finale) di questo regime.

Circa 200.000 giovani vennero impiegati dal 1943 come Flakhelfer (Ausiliari della Contraerea) contro i bombardieri alleati e con la creazione del Volksturm (Milizia popolare che arruoló tutti i cittadini maschi tedeschi dai 16 ai 60 anni) nell’autunno 1944 migliaia di altri ancora furono impiegati, soprattutto nella difesa del fronte orientale contro i sovietici. Armati perlopiù solo di Panzerfaust (arma controcarro portatile) molti “soldati bambino” del Volksturm s’immolarono contro gli avanzanti carri armati sovietici. Inutilmente.

Decine di migliaia (solo nelle ultime settimane di guerra se ne contarono più di 60.000!) furono i giovanissimi che caddero: a loro venne negata non solo la gioia della gioventù ma anche e soprattutto la speranza della vita.

Racconto di uomini

Con “Dardanelli!” l’autore Giuseppe Sfacteria, ufficiale commissario della Marina militare, si cimenta ancora in un opera letteraria, e “fa centro”, con un appassionante racconto, nella forma del romanzo breve, in cui – come nel precedente “Di mare e di guerra” – l’occasione del racconto è data da un episodio della storia militare e tale occasione è, in realtà, il pretesto per raccontare la storia di personaggi di pura fantasia che pure, calati nel contesto Ligure, terra d’origine dell’autore e da questi efficacemente ricostruito, tanto hanno di concreto e, certamente, spingono ad una riflessione.
In “Di mare e di guerra” il pretesto guerresco era offerto dalla gloriosa azione di Premuda di Rizzo, Aonzo e Gori (notte sul 10 giugno 1918). “Dardanelli!” parte da più lontano, dall’azione di forzamento dello stretto dei Dardanelli del 18-19 luglio 1912 ad opera di una squadriglia di Torpediniere al comando del capitano di vascello Luigi Millo, come perno da cui prende avvio un racconto che vede il protagonista, Carlo, orfano di uno dei partecipanti a quell’impresa, volontario nella guerra di Spagna, decide di vivere intensamente la propria epoca, porre in dubbio la propria adesione al fascismo, per giungere ad affrontare serenamente la meritata vecchiaia. Non mancano, nel racconto, le sorprese. Si tratta, in definitiva, di un racconto interessante e godibile che lascia al lettore una sensazione di freschezza e la consapevolezza di aver appreso, con leggerezza, qualcosa di più della storia della nostra Marina.

Giuseppe Sfacteria, Dardanelli! Libertà Edizioni, 2020.

Una bussola per l’Europa

Dal nostro collaboratore Colonnello Vincenzo Stella riceviamo e volentieri pubblichiamo questo prezioso articolo relativo allo Strategic Compass dell’Unione Europea

Nel mese di novembre 2021, a Bruxelles, è stata avviata l’ultima fase del processo che dovrebbe consentire all’Unione Europea di dotarsi di una “Bussola Strategica” (Strategic Compass) per la sicurezza e la difesa.
In estrema sintesi si tratta di un documento, basato su un’analisi condivisa della minaccia, in cui gli stati membri dell’Unione si impegnano a concretizzare un livello di ambizione nell’ambito della sicurezza e difesa.
Tutto ha avuto inizio il 16 giugno 2020 sulla base di una decisione del Ministri della Difesa dell’UE. Pochi mesi dopo che il Regno Unito aveva cessato di essere uno stato membro dell’UE (31 gennaio 2020), al termine del semestre di presidenza del Consiglio dell’UE della Croazia e all’avvio del semestre della Germania. E’ previsto che le attività si concludano a marzo 2022, durante il semestre di presidenza della Francia. Che singolare combinazione! In effetti la decisione arriva subito dopo che è venuto a mancare uno stato membro che ha spesso creato intralcio a progressi nell’ambito della sicurezza e difesa e dopo la decisione del Presidente degli Stati Uniti di ritirare e riposizionare un grosso contingente di forze dislocate in Germania senza prima consultarsi o concordare con la NATO.
Ovviamente, come del resto è prassi presso la NATO per la preparazione di analoghi documenti che determinano il livello di ambizione, si è dovuto innanzitutto analizzare la minaccia e le probabili sfide da tenere quale riferimento per indirizzare le riflessioni su obiettivi, priorità e strumenti necessari. Questa prima fase è stata condotta dall’Alto Rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza assieme alle organizzazioni di intelligence civili e militari dell’UE (SIAC- Single Intelligence Analysis Capacity) e in stretta cooperazione con gli stati membri.
Le conclusioni dell’analisi, che possono essere considerate un successo del semestre di presidenza tedesca, sono risultate in un documento riservato che è stato utilizzato per realizzare un primo consenso e per indirizzare l’avvio dei lavori delle altre Istituzioni europee per la redazione della prima bozza della Bussola Strategica.
La bozza è stata completata a novembre del 2021 ed è stata presentata agli stati membri per essere discussa e modificata con l’obiettivo di avere un documento condiviso e pronto per l’approvazione a marzo 2022, durante il semestre di presidenza Consiglio dell’UE della Francia.
E’ opportuno ricordare che nel corso della redazione della citata bozza è avvenuto il ritiro dall’Afghanistan e il caso dei sottomarini a propulsione nucleare all’Australia. Entrambi gli avvenimenti, apparentemente scollegati, hanno spinto gli stati membri e l’UE nel suo complesso ad interrogarsi sulle alleanze e sul ruolo dell’UE quale attore globale e hanno contribuito ad indirizzare la redazione del documento.
La posizione dell’Italia circa la Bussola Strategica, che ha soprattutto una dimensione altamente politica, può essere sintetizzata dalla risposta fornita dal Ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, ad un intervista pubblicata su “Il Messaggero” il 14 novembre a cura di Cristiana Mangani.
Alla domanda “La Difesa europea sta prendendo forma. Secondo le prime indiscrezioni sarà composta da circa 5000 militari effettivi e sarà operativa entro il 2025. Gli eventi più recenti, a cominciare dall’Afghanistan, hanno messo in luce la necessità che l’Europa si smarchi dagli USA, quale sarà il ruolo di questo esercito?” il Ministro ha così risposto:
“Una maggiore ambizione da parte dell’Europa non significa affrancarsi da qualcosa. Anzi, vorrei essere molto chiaro su questo punto: l’architrave della nostra sicurezza è e resta l’indissolubilità del rapporto transatlantico. Si sta finalmente riconoscendo nella dimensione della sicurezza e della difesa un tassello fondamentale nella costruzione di un’Unione più capace di competere sulla scena mondiale. Vorrei, però, invitare ad una riflessione molto concreta: prima di essere una questione tecnica, di numeri e di assetti in campo, che sono certamente importanti, il tema è tutto di scelta politica. Io penso che il cuore della questione sia innanzitutto ed essenzialmente questo. Oggi l’Unione Europea sta svolgendo una riflessione strategica approfondita, è il momento che si compiano convinte e coraggiose scelte politiche e l’Italia sta dando un contributo importante in questo senso per tenere alto il livello della discussione.”
Concludendo vorrei attirare l’attenzione del lettore sul fatto che l’UE non parte da zero. Negli ultimi anni sono state sviluppate procedure e strumenti tesi a promuovere una maggiore efficienza e coerenza nel settore della sicurezza e della difesa. Solo per citarne alcuni: la Revisione Annuale Coordinata sulla Difesa (CARD) per razionalizzare le spese militari europee; la Cooperazione Permanente Strutturata (PESCO) per incrementare le capacità e l’interoperabilità delle Forze Armate europee; i Fondi Europei per la Difesa (EDF) per promuovere collaborazioni nell’industria della difesa. Infine ricordo che al momento l’UE ha 18 missioni o operazioni civili e militari schierate nel mondo.
Sulla base di quanto appena riportato la “Bussola Strategica” cercherà di costituire una guida per preparare, decidere e agire proponendo concrete idee in quattro settori:

  • Agire: più velocemente e in maniera decisa in caso di crisi;
  • Assicurare: i cittadini europei contro minacce in veloce mutamento;
  • Investire: in capacità e tecnologie;
  • Collaborare: con altri per raggiungere obiettivi comuni.

Una piccola grande storia

La campagna di Russia (giugno 1941 – gennaio 1943) fu per gli italiani politicamente inutile e strategicamente disastrosa. Infatti, i tedeschi non chiesero mai il nostro aiuto e la perdita sostanzialmente di un’Armata (l’8^ Armata – detta ARMIR Armata italiana in Russia) indebolì non poco il nostro dispositivo militare divenuto ormai difensivo dopo il fallimento della “Guerra Parallela” in Grecia, Africa Orientale e Nordafrica. In Russia perdemmo 100.000 uomini (tra morti, feriti, dispersi e prigionieri), più dell’attuale consistenza dell’odierno Esercito italiano.
Ma i combattenti a queste teorie strategiche non pensavano mentre lottavano sugli innevati campi di battaglia russi, sperimentando quell’ “orrore bianco” foriero di spaventose morti e sofferenze indicibili a cui solo il coraggio e il valore del singolo cercavano di porre rimedio per sé e per gli altri.
La “Grande Storia” si compone sempre della piccola storia degli sconosciuti ai più. Uno di questi, che merita senz’altro di essere menzionato, è il Tenente della Sussistenza Mauro Magrone, appartenente a quella Divisione “Torino” il cui eroismo collettivo nella campagna di Russia viene giustamente ancora oggi celebrato. Uno dei tanti che “fecero l’impresa”, il giovane Tenente Mauro Magrone. Immaginiamolo mentre, seppur sofferente per congelamento agli arti, incita alla resistenza chi guarda a lui con fiducia e speranza nel momento della paura e dello sconforto, ritrovando la forza della lotta che può salvare la propria vita e quella di chi ci sta accanto. Così è andata (così ha poi trovato la morte insieme a tanti altri ignoti combattenti come lui) la “piccola” storia del Tenente Magrone, sul cui sacrificio si fonda anche oggi l’orgoglio di essere soldati italiani.