Fiorentina memoria

Circa 600.000 italiani caddero nella Grande Guerra, lottando in uno dei conflitti più tragici che la storia militare ricordi.

I caduti fiorentini, nei diversi fronti di guerra (più di 3.600), sono oggi tutti iscritti nel Famedio ospitati nella Basilica di Santa Croce a Firenze e inaugurato il 4 novembre 1937.

Nello stesso complesso monumentale, nel primo chiostro, è anche presente un Parco della Rimembranza ove sono onorati i fiorentini insigniti della Medaglia d’oro al valor militare, massima onorificenza nazionale tributata per il valore mostrato in combattimento.

La Basilica di Santa Croce ricorda inoltre l’immenso sacrificio sopportato e patito dai soldati italiani nella 1^ guerra mondiale nella Cappella della madre italiana (inaugurata il 4 novembre 1926 alla presenza del Re Vittorio Emanuele III) che accoglie la scultura di Libero Andreotti “La madre italiana” illuminata da vetrate artistiche sopra cui sono riportati tutti i fronti di guerra italiani e alcune battaglie particolarmente significative della Grande Guerra italiana.

Tali fronti di guerra e battaglie sono:
• Isonzo
• Trentino
• Piave
• Gorizia
• Vodice
• Bainsizza
• Macedonia
• Ortigara
• Monte Grappa
• Bligny
• Adriatico
• Vittorio Veneto

La Basilica di Santa Croce, oltre ad essere sito religioso e artistico tra i più importanti d’Italia, è dunque anche luogo della memoria che la città di Firenze conserva ed onora.

Annunci

L’ultimo assedio

Un fatto poco noto delle Guerre di Castro (1641 – 1649), che ha opposto (tra le altre signorie italiane) i Medici all’espansionismo pontificio (regnante Papa Urbano VIII Barberini) in Italia, è stato l’assedio di Pistoia.

Il 3 ottobre 1643 le truppe granducali respingevano l’assalto dei pontifici alle mura pistoiesi, in corrispondenza della Porta San Marco. L’eventuale caduta di Pistoia avrebbe, con ogni probabilità, costretto il Granducato di Toscana a ritirarsi dalla lotta contro il Papa, con imprevedibili conseguenze politiche e militari in Italia.

La salvezza della città dovette molto al valore delle sue truppe, capitanate dal Commissario e Governatore granducale Piero Capponi, discendente da una delle più nobili e prestigiose famiglie fiorentine.

Di questo evento, che ebbe larga eco nelle cronache del tempo, abbiamo testimonianza attraverso il bel dipinto del pittore pistoiese Alessio Gimignani (1567 -1651) oggi esposto nel Museo Civico di Pistoia.

Soldati innamorati

Lo scrittore e psichiatra Mario Tobino (1910 -1991) fu Tenente medico dell’esercito nella Campagna del Nordafrica della seconda guerra mondiale.

La Campagna del Nordafrica vide impegnate nel periodo 1940 -1943 principalmente le forze italo – tedesche e del Commonwealth britannico (alla fine della Campagna, anche forze USA) e fu caratterizzata da uno scontro di fanterie e corazzati nel deserto libico- egiziano e in Tunisia, con rapide avanzate e altrettanto improvvisi arretramenti di fronte. La Campagna si concluse con la sconfitta delle forze dell’Asse che aprì le porte all’invasione dell’Italia e la sua successiva e definita sconfitta.

Da questa esperienza Tobino trasse un classico della letteratura italiana di guerra che è Il deserto della Libia (Einaudi, Torino, 1952) da cui ben due volte è stata prodotta una riduzione cinematografica (Scemo di guerra del 1985 e La rosa del deserto del 2006).

Ambientato nello stesso scenario del conflitto nordafricano, Tobino scrisse Il perduto amore (Mondadori, Milano, 1979) in cui il protagonista è un giovane ufficiale medico, poeta occasionale (come lo stesso Tobino che nei suoi scritti ha sempre un marcato accento autobiografico), che s’innamora di un’affascinante crocerossina, collega di servizio in un’Ospedale militare da campo nelle retrovie.

Il romanzo, avvincente, apre uno spiraglio sull’amore in guerra, inducendo a profonde riflessioni e interrogativi: è possibile innamorarsi in condizioni così difficili ed eccezionali? che senso ha? quali prospettive?

Non volendo svelare la trama (che priverebbe il lettore del suo godimento) lascio questi interrogativi a quanti vorranno immergersi nella lettura appassionante che questo romanzo garantisce.

Posso solo anticipare ciò che Mario Tobino ebbe a dire una volta sull’amore: “L’amore mi ha colpito molte volte nella vita e, sebbene sia ormai vecchio, ne misuro ancora il fuoco”.

Memoria costitutiva

Perchè ricordare il passato? Si può vivere un eterno presente? A queste domande offre una possibile risposta lo scrittore Ugo Giaime che collega la memoria alla cultura e all’ identità del singolo così come della collettività.

“L’essenza di ogni Cultura, anche e sopratutto di quella militare, si sostanzia nei fatti e nei momenti che la costituiscono: la memoria di tali fatti e momenti è fondamentale per l’identità e la sopravvivenza della Cultura stessa e di chi vi appartiene.”

(Ugo Giaime – Granelli di vita)

Lupi gli implacabili fanti!

La nona offensiva dell’Isonzo dell’esercito italiano si svolse dal 31 ottobre al 4 novembre 1916.

L’obbiettivo era quello di consolidare le linee di difesa italiane attorno a Gorizia (conquistata nel precedente agosto), spingendo sempre più a oriente le linee austro-ungariche.

Fu un offensiva vittoriosa ma sanguinosissima: solo gli italiani ebbero 10.214 caduti 50.425 feriti e 18.293 dispersi (fonte: sito internet esercito italiano http://www.esercito.difesa.it/storia/pagine/l9-offensiva-isonzo.aspx).

In questa offensiva, un ruolo importante ebbe la Brigata Toscana, composta dal 77° e 78° Reggimento fanteria, che conquistò il Monte Veliki e il Dosso Fàiti.

Alla conquista del Dosso Fàiti il 3 novembre del 1916 (data che segnerà in seguito la festa di Corpo del 78° Reggimento) fu presente anche Gabriele D’Annunzio che per l’occasione dedicò i seguenti versi ai fanti vittoriosi:

Sicchè il nemico sbigottito

ne chiamò Lupi

gli implacabili fanti!

Per questo glorioso fatto d’armi, la Brigata Toscana (e i 2 reggimenti che ne facevano parte) assunse la denominazione Lupi di Toscana, una delle unità (nei vari periodi di riordino fino allo scioglimento avvenuto nel 2008) più prestigiose della storia dell’Esercito italiano.

Dall’abisso alla speranza

Il grande storico francese (di origine italiana e membro dell’Académie française) Max Gallo (1932 – 2017), universalmente noto per le sue opere su Napoleone, ha scritto anche un libro dedicato alla sconfitta della Francia nella seconda guerra mondiale: 1940 De l’abîme à l’espérance (XO Édition, Paris, 2010).

È un racconto puntuale, quasi un diario, di quei giorni della primavera 1940 in cui ciò che si riteneva impossibile si realizzò: la disfatta francese e la conseguente occupazione nazista.

Dopo la dichiarazione di guerra alla Germania il 3 settembre 1939 in seguito all’invasione della Polonia, si era vissuta la cosiddetta ” drôle de guerre” (letteralmente: guerra farsa) che nient’altro rappresentava che un’interminabile attesa sfociata, infine, nell’inarrestabile attacco tedesco del maggio 1940.

Il potente esercito francese (più di 3 milioni di soldati) è battuto, i resti del Corpo di spedizione britannico è eroicamente evacuato da Dunkerque, la Francia crolla, il popolo fugge e il Maresciallo Philippe Pétain chiede l’armistizio.

Il Paese è nell’abisso ed è allora che la speranza si leva e si fa resistenza: il 18 giugno 1940, da Radio Londra, il Generale Charles de Gaulle lancia un proclama ai francesi: “la fiamma della resistenza francese non si deve spegnere!”

Questo libro racconta i mesi più tragici della storia francese (ed europea) offrendo al lettore la certezza che l’assunzione di responsabilità e il coraggio delle scelte sono la premessa della riscossa del singolo come della nazione intera.

I guerrieri del Faraone

Nell’antico Egitto la casta dei Guerrieri era, accanto a quella degli Scribi, grande e potente.

Nella millenaria storia d’Egitto, non esisteva una potente organizzazione militare paragonabile, secoli dopo, a quella dei Greci e dei Romani (che infatti sconfissero gli egizi, prima con Alessandro Magno e poi con Cesare Ottaviano, occupandone il territorio) quanto piuttosto dei guerrieri che, sotto gli ordini del Faraone, difendevano l’Egitto e la sua popolazione, in primis i contadini, da incursioni delle popolazioni nomadi.

D’altraparte, la stessa conformazione fisica dell’Egitto costituiva una naturale difesa: un territorio circondato da mare e deserto dove solo la fertile valle del Nilo poteva rappresentare un degno obiettivo geopolitico. Ma ai nemici occorreva raggiungerla!

L’organizzazione militare egizia (che includeva fanti, arcieri, cavalieri e carri) aveva comunque una duplice particolarità: una composizione multietnica ed una spiccata attenzione alla logistica.

La prima è provata dalla presenza, ad esempio, di guerrieri nubiani e libi tra le sue file; la seconda è giustificata dalle condizioni ambientali d’impiego, spesso a presidio di fortezze nel deserto, che necessitavano di una particolare cura dei rifornimenti.

I guerrieri egizi dunque non costituiscono un paradigma di studio dell’Istituzione militare antica (che trova nella Falange macedone e nella Legione romana fulgidi esempi) ma rappresentano comunque la testimonianza di come la guerra abbia plasmato la vita degli uomini e l’organizzazione sociale di ogni tempo.