Memorabile trapasso

La lunga e avventurosa vita di Raimondo Montecuccoli ebbe fine oggi 338 anni fà (16 ottobre 1680) all’età di 71 anni.

Il grande condottiero morì a Linz al seguito della Corte imperiale fuggita da Vienna per scampare ad una epidemia.

La causa più probabile della sua morte fu una emorragia interna dovuta ad un’origine non accertata ma a cui l’età e la dura vita fin ad allora vissuta non potevano essere certo estranei.

Secondo tradizione, le sue viscere vennero inumate nella locale Chiesa conventuale dei Cappuccini (Kapuzinerkirche) mentre il corpo (compreso il cuore) venne sepolto nella Chiesa dei Nove Cori Angelici (Kirche am Hof) di Vienna.

Distrutta la tomba viennese a causa dei bombardamenti della seconda guerra mondiale, di lui resta la lapide sepolcrale nella Kapuzinerkirche di Linz dove oggi va, in un pellegrinaggio ideale, il nostro memore e commosso pensiero.

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Un sìbilo

La vista di un monumento ai caduti, offre a Ugo Giaime la possibilità d’immaginare e interpretare la morte di un soldato e il senso della sua memoria.

Un sìbilo.

In terra gettato

da un’improvvisa e ignota violenza

abbandona incredulo il presente

verso il futuro sperato.

Perchè?

Altri hanno deciso per la sua vita

che con doverosa volontà

ha reciso

spinto dalla coscienza

della propria identità.

Lo ricorderanno?

La madre, i figli e i viandanti

nelle giornate inondate dal sole

e nelle fresche sere

con i pensieri alle nuvole erranti.

Ugo Giaime

Carabinieri da eliminare

Il 7 ottobre ricorrono i 75 anni dalla deportazione in Germania dei Reali Carabinieri ad opera delle truppe occupanti tedesche. Un episodio poco noto, che costituisce un esempio tipico della fedeltà e del sacrificio, che anche un corpo di polizia militare come l’Arma dei Carabinieri ha espletato e continua ad espletare nei propri oltre due secoli di storia istituzionale. A ricordo di tale esperienza, inizio di quel lungo cammino, che ha riguardato centinaia di migliaia di Internati Militari Italiani (IMI), è uscito per i tipi delle Edizioni Chillemi il volume di Enrico Cursi “Carabinieri da eliminare”. Proponiamo qui la postfazione dello storico Giovanni Cecini, amico del nostro blog, che ci ha indicato l’importanza di questa ricorrenza storica.

Alla fine della presente narrazione, che ha sviluppato tutte le sfaccettature dell’azione dei militari dell’Arma contro l’arbitrio e la sopraffazione della Wehrmacht, sgorga nell’animo del lettore un grande senso di pietà e di riconoscenza. Nelle pagine del volume di Enrico Cursi, sembrano rivivere le intense iniziative del legittimo Comando Generale e delle dipendenti unità centrali o territoriali, volte tutte a mantenere il pieno controllo della delicata situazione, creatasi in quella calda estate 1943. L’arresto di Mussolini prima e la successiva uscita dalla guerra dell’Asse poi ebbero infatti come immediato effetto lo sbandamento psicologico di una Nazione, prima che quello materiale, dovuto anche alla pronta e calcolata reazione bellica tedesca.
I carabinieri, catapultati come tutti gli altri militari e il Paese intero alla prova dei fatti in un sostanziale quanto larvato ribaltamento d’alleanza, hanno preso sin da subito le armi e condotto uno scontro aperto contro l’aggressività germanica. Come non mai, nelle intense ore dell’8 e 9 settembre si confermò quell’esistenziale binomio funzionale, derivante dal doppio ruolo di arma combattente e di corpo di polizia, affidato sin dalla sua costituzione all’Arma dei Carabinieri. In ciò il Comando Generale (finché esso ebbe vita) poté contare sul valido supporto di ufficiali dall’alto profilo morale e professionale. Grazie ad essi i comandi territoriali hanno potuto reggere anche di fronte alle reiterate minacce tedesche, volte tutte a depotenziare con gradualità l’autorevolezza e la saldezza di spirito dei militari dell’Arma. Questo ultimo bieco proponimento non ebbe il risultato sperato. I carabinieri oggetto di narrazione, sia che fossero in servizio attivo permanente o richiamati, hanno dato invece un loro incorrotto e valido contributo alla salvaguardia dell’ordine pubblico e della continuità dello Stato. Emblematico il tortuoso salvataggio della bandiera di guerra dell’Arma. Tutto ciò avvenne nonostante la grande confusione, derivante dall’intempestiva proclamazione dell’armistizio, nonostante le repentine (e anzi spesso preventive) misure draconiane tedesche e infine nonostante l’abbandono della Capitale delle più alte cariche politiche e militari dello Stato legittimo.
L’ordine di disarmo, disposto dalle ricostituite istituzioni fasciste, divenne il momento delle scelte: accettare passivamente gli eventi o predisporre nel miglior modo un’azione ostruzionistica verso la prepotenza e l’arbitrio dei comandi germanici. Una volta chiusa l’esperienza di resistenza attiva contro i tedeschi e la seguente cessazione delle ostilità, siglata dalle residuali istituzioni monarchiche presenti nella Capitale, i carabinieri gestirono l’emergenza in modo composto e votato sempre alla salvaguardia della popolazione e dell’ordine pubblico. Creando un reticolo di collegamenti ufficiali od ufficiosi, le unità territoriali ebbero il grande coraggio di tenere testa all’ex alleato, sempre più galvanizzato dalla rapida occupazione di Roma, delle zone limitrofe e dalla liberazione di Mussolini.
Il successivo disarmo fu l’anticamera dell’eliminazione dei carabinieri, come ci indica il titolo del volume. Il preciso racconto della deportazione diventa quindi una struggente carrellata di testimonianza di quel che i carabinieri dovettero patire, ancor prima di essere costretti nei campi detentivi. Già sapendo che la destinazione sarebbe stata la Germania, il lettore è stato condotto lentamente e con un crescendo di commozione al seguito di quei poveretti, vessati da mille tribolazioni. Il lungo peregrinare, causato in tempo di guerra dalle difficili linee di comunicazione, si trasformò in un’anticipata agonia. Alcuni di loro, percorrendo in carri bestiame un percorso tortuoso e allucinante (durato ben 7 giorni!), che ha toccato tra l’altro Firenze, Bologna, Modena, Genova, Ventimiglia, Marsiglia, Lione e infine Monaco di Baviera, arrivarono stremati ancor prima di iniziare il loro inferno personale. Infatti solo allora in qualità di internati militari, ossia una finzione giuridica che toglieva agli italiani i diritti riconosciuti invece dalle convenzioni internazionali ai prigionieri di guerra, prendeva avvio la lunga marcia verso l’ignoto.
Insomma la narrazione ci ha offerto uno spaccato inedito, ma non per questo avulso dalla proverbiale missione di fedeltà, insita nell’istituzione dei Carabinieri. La scelta, di ritenere l’onore verso il giuramento prestato come massima direttrice delle proprie azioni, testimonia oggi come ieri l’esempio più concreto di come gli appartenenti alla Fedelissima esplichino il proprio servizio fino all’estremo sacrificio. Per molti dei carabinieri di quel settembre-ottobre 1943 significò la morte, per altri l’atroce destino nei campi di prigionia, per altri ancora la fuga verso un futuro di ulteriore lotta, questa volta in clandestinità. Se oggi viviamo in una Repubblica libera e democratica, lo dobbiamo anche a questo loro silenzioso sacrificio.

Giovanni Cecini

Interessante opinione

Lo scrittore Giovanni Comisso (1895 – 1969), combattente come ufficiale del Genio telegrafisti (l’attuale Arma delle Trasmissioni) nella Prima Guerra Mondiale e Legionario fiumano, ci ha lasciato un importante punto di vista sulle conseguenze della Grande Guerra per il popolo italiano:

Le grandi perdite di ufficiali nel principio della guerra aveva costretto il Comando supremo dell’esercito a ricorrere a mezzi spicciativi per crearne di nuovi e venne dimostrato che il grado non era un mito, nè un’attribuzione privilegiata, ma un ordine a tutti accessibile e con esso la facoltà di comandare. Le prove di valore tramutarono rapidamente soldati in ufficiali, soldati che erano uomini del popolo, sul limite della borghesia e così venne infranta la divisione tra una classe e l’altra, tra quella che comandava e quella sottomessa. La vita stessa di guerra dove i diritti civili e individuali dovevano sottostate a quelli militari convinse con ebrezza coloro che avevano raggiunto un grado di poterne fare sistema continuato ad oltranza. Questa sete di autorità è il fenomeno nuovo, balzato dalla guerra.

(Giovanni Comisso, Le mie stagioni, pagg.106 -107, Longanesi, Milano, 1963)

Fiume amaro

L’Italia entrò nella Grande Guerra contro l’Austria- Ungheria accanto alla Francia, Gran Bretagna e Russia (a cui si era legata con il Patto di Londra il 26 aprile 1915) il 24 maggio 1915 operando sul fiume Isonzo che segnava di fatto il confine militare tra i due Paesi. Su questo fiume si svilupparono ben 12 battaglie (11 offensive e 1 difensiva) e rappresentò il principale teatro operativo italiano. Molte imprese militari che caratterizzano la 1^ guerra mondiale sulla fronte italiana si svolsero sui luoghi segnati dalla presenza di questo fiume che per la sua importanza sarà secondo solo al Piave, il “Fiume sacro” all’Italia. Appartengono infatti alle operazioni militari isontine i fatti d’arme della presa di Gorizia (6^ battaglia), del Vodice (10^ battaglia), della Bainsizza (11^ battaglia) e di Caporetto (12^ battaglia). Nel complesso, si ebbero circa 300.000 soldati italiani e austro-ungarici che caddero in queste sanguinosissime battaglie. Un “Fiume amaro” per la sorte di migliaia di combattenti e per i loro cari.

Anelante a sè stesso

Un gradevole soggiorno estivo a Lucca mi ha portato alla scoperta del Monumento a Tito Strocchi, giovane lucchese protagonista (dimenticato come molti, ahimè!) del nostro Risorgimento tra le fila dei garibaldini nella Terza Guerra d’Indipendenza del 1866 e a Mentana nel 1867 (nonchè a Digione contro i prussiani nel 1870 -’71).

Riporto qui di seguito un significativo estratto di un’opera biografica a lui dedicata che credo rappresenti al meglio il suo messaggio esistenziale ai posteri:

Mi abbrucia il desio di una vita nuova, varia, piene di emozioni. Anelo trovarmi nel fuoco della mischia e conoscere me stesso in mezzo ai pericoli. Questa vita che conduciamo e una vita da oche; a noi che arde il sangue dei vent’anni abbisogna una vita di avventure, io anelo provare una qualche emozione forte, sia pure quella della paura…

Io anelo poter dire un giorno, se vivrò, anch’io ho fatto qualche cosa per la patria mia, io non sono indegno dei miei genitori.

(da Enrico Del Carlo, Vita di Tito Strocchi 1846-1879 giornalista, mazziniano e garibaldino)

Anche Giosuè Carducci volle dedicare a Tito Strocchi un’ode, epigrafe del suo sepolcro nel cimitero di Lucca:

SE FORTEMENTE SENTIRE – È DA ROMANI – ONORATE, O CITTADINI, LA TOMBA – DI – TITO STROCCHI – MORTO A TRENTATRE ANNI – NOBILI COSE PENSÒ – DEGNE SCRISSE -COMBATTÈ VALOROSO – NEL TRENTINO, NELL’ AGRO ROMANO, A DIGIONE – NULLA CHIESE E NULLA EBBE NEL MONDO – SE NON TARDA PIETÀ “

Lo spionaggio nel pensiero di Raimondo Montecuccoli

Nella sua vita, Montecuccoli ebbe tre periodi che dedicò alla scrittura: 1639 – 1642, durante la prigionia nel castello dei Duchi di Pomerania a Stettino; il periodo 1648 – 1652 nella sua residenza nel castello di Hohenegg durante gli anni successivi alla pace di Vestfalia; 1665 – 1670, ancora nel castello di Hohenegg, dopo il suo trionfo nella battaglia di San Gottardo.
Nel corso del primo periodo vide la luce, insieme ad altre opere minori, il Trattato della Guerra, scritto per l’esattezza (come ci dice lo stesso Montecuccoli) nel 1641.
Al secondo periodo risalgono Le Tavole militari e probabilmente la stesura definitiva del Delle Battaglie
Nell’ultimo periodo, il Montecuccoli scrisse il capolavoro che gli diede fama immortale: Della guerra col turco in Ungheria, opera meglio e universalmente nota come Aforismi dell’arte bellica. Nelle sue riflessioni Montecuccoli affronta tutti i temi della strategia, tattica, organica e logistica componenti l’arte militare, senza tralasciare alcun settore specifico o, per dirla in termini moderni, alcuna “funzione operativa” (combattimento, supporto al combattimento, sostegno logistico ecc.)

È nel Trattato della Guerra, capo (o capitolo) VI, che Montecuccoli si occupa di quello che attualmente noi conosciamo sotto il termine di “Intelligence/Counterintelligence e RSTA – Reconnaissance, surveillance, and target acquisition” ma che il Nostro definiva “Dei spioni e delle Guide”.
Il Trattato della Guerra, di cui ci sono giunte due copie (conservate negli archivi di Vienna e di Modena) ma non l’originale, è il primo lavoro organico sulla guerra che Montecuccoli scrisse, ispirandosi a quel metodo induttivo “osservare e descrivere” che aveva imparato leggendo Francesco Bacone.
Nel Trattato, che differisce dagli Aforismi per essere essenzialmente opera teorica e speculativa frutto delle intense e innumerevoli esperienze belliche maturate nella Guerra dei Trent’anni, Montecuccoli descrive la guerra come fenomeno globale inserito completamente nella storia e nel contesto sociale del tempo.

Contrariamente a Carl Philipp Gottlieb von Clausewitz (1780 -1831, giunto sulla scena politico-militare nel XIX secolo ma tuttora riferimento imprescindibile del pensiero strategico militare), che solo in parte trae le proprie convinzioni dalla modesta esperienza diretta della guerra, Montecuccoli che del fatto bellico è stato un prim’attore, non considera la guerra come espressione diretta della politica ma la osserva e la descrive come fatto autonomo, sottoposto a regole proprie, la cui conoscenza è indispensabile premessa di ogni vittoria sul campo. Montecuccoli, uomo dotato di vasta cultura generale, è anzitutto un combattente e desidera dare un ordine sistemico alle sue conoscenze apprese in combattimento. Sa bene che la vittoria è la risultante dell’azione combinata di diversi fattori, primo fra tutti la conoscenza della consistenza e della capacità operativa del nemico.

Nel capo VI, dunque, Montecuccoli enuncia una serie di principi a cui il condottiero deve attenersi nell’impiego delle spie e quindi nello svolgimento dell’attività di Intelligence :
1. “Le spie devon’ essere molte in numero” affinché l’attività informativa sia la più ampia e accurata possibile. E perché gli informatori, accordandosi tra loro, non forniscano false informazioni o facciano il “doppio gioco”;
2. “non devono anche esser conosciuti da persona alcuna”, ovviamente la segretezza è fondamentale per l’effettivo svolgimento dell’attività informativa. Montecuccoli però poi specifica che chi opera nel settore Intelligence deve essere conosciuto (e dipendere) direttamente dal condottiere/comandante per evitare che un qualsiasi altro intermediario possa essere un agente del nemico e mettere così a repentaglio gli esiti dell’attività informativa. Ponendo in sistema questo precetto con quello precedente, Montecuccoli riconosce indirettamente la necessità di una organizzazione dell’Intelligence da cui non si può prescindere per garantire la sua funzionalità/effettività;
3. “gli spioni passano al campo del nemico sotto colore d’altri affari”, ossia svolgono attività informativa in un settore diverso a quello a cui sembrano appartenere: chi potrebbe sospettare di un saltimbanco giramondo o di un pastore che pascola il proprio gregge?
4. “ma egli non è sempre ben fatto di mandare a spiare indifferentemente nel campo del nemico ogni villano o soldato o persona cognita”; l’attività informativa deve essere svolta da persone preparate a farlo! Anche nel campo dell’Intelligence la formazione è evidente fattore di successo. Montecuccoli è giustamente molto attento alla preparazione professionale nel vasto campo militare e non accetta alcuna improvvisazione o superficialità in materia. In tale contesto, Montecuccoli ritiene opportuna e apprezzabile, soprattutto per la formulazione di un quadro d’insieme della situazione, l’utilizzazione per scopi informativi degli ambasciatori, specie se accompagnati, sotto le mentite spoglie di servitori, di “uomini peritissimi in guerra i quali, presa occasione di vedere l’esercito nemico e considerare le forze e debbolezze sue, gli hanno dato occasione di superarlo, di penetrare i suoi consigli e di speculare i suoi apparecchi /…/”.

Montecuccoli procede poi a descrivere talune pratiche specifiche di “Counterintelligence” come, ad esempio, il rilascio di prigionieri per far conoscere false informazioni al nemico o distribuire alla parte avversaria informazioni che colpiscano il morale delle truppe avversarie: è una pratica che oggi definiremmo di Psychological Operations – PSYOPS (in italiano Guerra psicologica).
Nel contempo, egli narra anche di uno stratagemma atto a vanificare gli effetti della PSYOPS ossia diffondere la voce che le informazioni fatte circolare siano per verificare, da parte del condottiero, l’affidabilità e l’attaccamento dei propri uomini! Montecuccoli ci fornisce anche degli strumenti per far arrivare al destinatario le informazioni segrete. “si può far sapere la sua intenzione ad un altro in grandissima lontananza colla calamita (qui non è chiaro a cosa si riferisca ndr), co’ specchi e col sangue suo proprio.”
Infine, e per questo fu molto criticato in seguito (anzitutto dal suo primo studioso/divulgatore, il Generale francese Lancelot Turpin de Crissé), Montecuccoli prevede la pena di morte per gli informatori nemici scoperti: “per assicurarsi delle spie del nemico, servono molto le pene rigorose et acerbe con le quali si fanno morire quei che sono colti, accioché gli altri che si lasciano adoperare in simil servizio sieno sbigottiti”.

Nell’opera denominata Tavole militari, scritta con ogni probabilità nel 1653 e destinata all’Imperatore Ferdinando III, Raimondo Montecuccoli accenna brevemente all’attività d’Intelligence nella Tavola X (denominata Combattere) nel tratto che si riporta: “Si considerano: SORPRESE (così nel manoscritto originale ndr) l’avere spie fra l’inimico, accioch’è essendo egli avvisato del tuo disegno, non si possa muover che non lo sappia /…/”.

Gli Aforismi hanno costituito il principale riferimento del pensiero strategico militare per tutti gli eserciti, fino all’inizio del XIX secolo, allorché è prevalso il pensiero di colui che ancora oggi è considerato la stella polare delle discipline strategiche: il sopracitato Carl von Clausewitz, autore del celeberrimo Vom Kriege (Della Guerra).
I principi esposti dal Montecuccoli negli Aforismi furono alla base delle vittoriose campagne intraprese da Carlo di Lorena ed Eugenio di Savoia.
Anche negli Aforismi Montecuccoli si occupa di Intelligence. Per l’esattezza, nell’aforisma n. XXXII il egli scrive: “Le spie si allettano e si mantengono col danaro: procedasi cauto, e s’infinga con esse, perché elle sono talvolta doppie: assicurarsi della persona et aver pegni di moglie o di figliuli, s’elle propongono qualche sorpresa: non lasciarle conoscere né da altri né fra loro. Possono spiare prigionieri, trombetti, trasfuggitori, che vengono o che si mandano, villani, corridori, soldati travestiti, messaggeri deditizi. Le spie dell’inimico, colte che siano, si impiccano.”
Come si può notare, Montecuccoli riassume quanto già ampiamente scritto nel Trattato della Guerra, avvalorato dalla grande esperienza maturata nella recente e vittoriosa campagna contro i turchi. D’altra parte, lo stratega conosceva bene anche teoricamente l’importanza, nella storia, della funzione Intelligence per la conoscenza dei grandi scrittori classici come Erodoto, Senofonte, Cesare, Tacito e Polibio (per citarne solo alcuni) che narrano nelle loro pagine di spie e inganni di guerra.

In conclusione, l’Intelligence è una funzione operativa imprescindibile nella strategia militare che ha come obiettivo, da sempre, la sconfitta del nemico e la sicurezza delle forze proprie attraverso la conoscenza delle informazioni del e sul nemico stesso: Raimondo Montecuccoli ha il merito non solo di averlo provato vittoriosamente sul campo ma soprattutto di averne delineato i contorni teorici che offrono di questa funzione un lato scientifico mai esplorato fino ad allora.