Le pecorine

Raimondo Montecuccoli scrisse, durante la sua prigionia triennale (1639 – 1642) nel castello dei Duchi di Pomerania a Stettino, oltre al Trattato della guerra (rivisto poi tra il 1648 – 1652) anche altri trattati che lo stesso Montecuccoli chiamava Pecorine perchè rilegati in pergamena.

Le Pecorine erano nove e sono andate tutte disperse tranne la nona giunta a noi con il titolo Delle battaglie.

Con questi trattati Montecuccoli produsse una vera e propria enciclopedia militare, opera straordinaria per quei tempi.

Lui stesso (nel Trattato della guerra) ci svela il contenuto delle Pecorine: le prime tre trattavano della costruzione, assalto e difese delle fortezze; la quarta e la quinta delle macchine e strumenti della guerra; la settima e l’ottave dell’impiego dei diversi armamenti e la nona, per l’appunto l’unica rimasta, delle battaglie.

Un’ opera di dimensioni ragguardevoli che ben riassume e ferma nel tempo il primo periodo di scrittura del Montecuccoli (giovane e ardimentoso) così diverso (per esperienze e maturità) da quello che produrrà, molti anni dopo, i celeberrimi Aforismi dell’arte bellica.

D’altronde il grande storico Piero Pieri ci ricorda che il concentrare lo studio sul Montecuccoli ai soli Aforismi dell’arte bellica significa perdere di vista 《… l’elaborazione della concezione guerresca, le sue fondamenta, gli sviluppi, i ritorni nostalgici durante un trentennio di sempre nuove e più vaste esperienze, di meditazione e di studio 》(Piero Pieri, Raimondo Montecuccoli, in Guerra e politica negli scrittori italiani, Milano – Napoli 1955 pag. 92) che sono testimoniate per l’appunto nel Trattato della guerra, nel Delle Battaglie e, si presuppone, nelle Pecorine.

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Parole tardive

L’annuncio dell’armistizio con gli angloamericani fu dato nel tardo pomeriggio dell’8 settembre 1943 dal Capo del Governo Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio.

Solo tre giorni dopo, l’11 settembre, da Brindisi dove si era trasferito con (parte) della famiglia reale e del governo, Vittorio Emanuele III lanciò via radio un proclama agli italiani:

Per il supremo bene della Patria, che è stato sempre il mio primo pensiero e lo scopo della mia vita e nell’intento di evitare più gravi sofferenze e maggiori sacrifici, ho autorizzato la richiesta dell’armistizio.

Italiani, per la salvezza della Capitale e per poter pienamente assolvere i miei doveri di Re, col Governo e con le Autorità Militari, mi sono trasferito in altro punto del sacro e libero suolo nazionale.

Italiani! Faccio sicuro affidamento su di voi per ogni evento, come voi potete contare fino all’estremo sacrificio, sul vostro Re.

Che Iddio assista l’Italia in quest’ora grave della sua storia.

Vittorio Emanuele

Furono, notoriamente, parole tardive di cui tutto il Paese, e in particolare l’esercito, pagò le tragiche conseguenze.

L’altro Rommel

Nell’80° anniversario dell’inizio della Seconda Guerra Mondiale voglio ricordare l’eroico esercito polacco.

Per farlo, ho scelto la figura del Generale Barone Juliusz Rómmel (1881 – 1967) che il caso ha voluto omonimo di uno dei più grandi Generali tedeschi a lui contemporaneo: Erwin Rommel.

Di formazione militare russa (fino al 1918 infatti la Polonia apparteneva in parte alla Russia), dopo aver preso parte alla guerra russo – giapponese (1904 – 1905) e alla Grande Guerra come ufficiale dell’esercito zarista, combattè valorosamente nella guerra russo – polacca del 1920 e in seguito ascese a sempre maggiori responsabilità nell’esercito polacco.

Posto nel marzo 1939 al comando dell’Armata di Łódź, che aveva il compito dell’immediata e ravvicinata difesa del confine occidentale della Polonia, venne letteralmente travolto con i suoi uomini dall’inarrestabile avanzata delle forze tedesche in seguito all’invasione della Polonia il 1° settembre 1939.

Nominato Comandante della difesa di Varsavia, toccherà a lui l’ingrato compito di firmare la capitolazione della città il 28 settembre 1939.

Catturato subito dopo dai tedeschi, rimase prigioniero in Germania fino all’aprile 1945.

Tornato in Polonia e ritiratosi a vita privata, trascorse gli ultimi anni impegnandosi nella scrittura di libri di soggetto memorialistico e militare.

Giuramenti a confronto

Recentemente mi sono imbattuto nella formula di giuramento previsto per i militari appartenenti alla Bundeswehr (la Difesa federale tedesca):

Ich schwöre, der Bundesrepublik Deutschland treu zu dienen und das Recht und die Freiheit des deutschen Volkes tapfer zu verteidigen.》

Artikel 9 Soldatengesetz

(Io giuro, di servire con fedeltà la Repubblica federale di Germania e di difendere con valore il diritto e la libertà del popolo tedesco.)

(Articolo 9 Legge dei soldati)

Naturalmente, si pone il confronto con la formula di giuramento previsto per i militari italiani:

《Giuro di essere fedele alla Repubblica italiana, di osservarne la Costituzione e le leggi e di adempiere, con disciplina ed onore, tutti i doveri del mio stato per la difesa della Patria e la salvaguardia delle libere istituzioni.》

Art. 575 D.P.R. 15 marzo 2010 n.90 “Testo unico delle disposizioni regolamentari in materia di ordinamento militare – T.U.O.M.”

Lascio ai lettori di questo Blog ogni conseguente (eventuale) riflessione sulle comunanze/diversità delle due formule, le quali esprimono entrambe gli elementi costitutivi della militarità nelle rispettive nazioni.

Riflessioni evangeliche

Nelle letture estive di quest’anno ho compreso un libro del Cardinale Carlo Maria Martini (1927 – 2012) “Le tenebre e la luce” (Edizioni Piemme, Casale Monferrato, 2007) da cui ho tratto questo brano in cui il Cardinale Martini riflette sui soldati prendendo spunto dai vangeli:

/…/ Ma proprio quando tutto sembra finito, quando ai soldati non resterebbe altro da fare che tornarsene a casa, la morte di Gesù li scuote profondamente. Lo sappiamo non da Giovanni, ma dai vangeli di Matteo e di Marco: 《 il centurione e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, sentito il terremoto e visto quel che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: “Davvero costui era Figlio di Dio!”》(Matteo 27,54); 《Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo, disse: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio”》 (Marco 15,39).

È bello scoprire che questi soldati, pur con tutto il loro cinismo e la loro brutalità, sono capaci di un magnifico gesto di fede e di contemplazione, qualcosa che si potrebbe definire una sorta di superamento mistico.

È riflettendo su un avvenimento così straordinario e consolante che ho pensato di dedicare la meditazione a tutti i soldati del mondo. Ho rivisto i soldati che incontro per le strade di Gerusalemme, ragazzi e ragazze giovanissimi che, in tre anni di servizio militare, ne vedono di tutti i colori, devono assumere ruoli ripugnanti; sono certo che in qualche modo il Signore è in loro e scava nel loro cuore. E ho ricordato pure tutti i soldati dell’Iraq, e i bambini – soldato in Africa, che compiono gesti cinici e orrendi, ma nei quali sicuramente rimane, come nel centurione sotto la croce di Gesù, un’apertura di fede e di contemplazione. /…/

(C.M. Martini, Le tenebre e la luce, pagg. 123 – 124)

Gli studi di Napoleone

Nella ricorrenza del 250° compleanno di Napoleone Bonaparte (nato ad Ajaccio in Corsica il 15 agosto 1769) ne ripercorriamo brevemente la formazione scolastica – militare.

Napoleone entrò nella Scuola militare di Brienne (nell’est della Francia) all’età di 10 anni (non ancora compiuti), dopo aver frequentato un collegio tenuto dai frati di San Francesco di Paola a Autun per migliorare la sua conoscenza della lingua francese.

A Brienne Napoleone si distinse negli studi, conquistandosi stima e simpatia dopo un inizio non facile a causa delle sue origini corse e non aristocratiche (perquanto il padre di Napoleone, Carlo Maria, per iscrivere il figlio alla Scuola militare avesse vantato un lontano titolo nobiliare toscano).

Nel 1784 lascia Brienne ed entra nella prestigiosa Scuola militare di Parigi, fucina degli ufficiali dell’esercito del Re di Francia.

La permanenza a Parigi è di appena un anno al termine del quale, a soli 16 anni, Napoleone sarà nominato (3° su 4 all’esame finale) ufficiale di artiglieria ed inizierà quel percorso che lo porterà ad essere uno dei grandi geni militari della Storia.

Le radici

Il 18 aprile 1659 il Duca di Savoia Carlo Emanuele II (1634 – 1675) levò la prima unità permanente dell’Armata sabauda: il Reggimento delle Guardie (o Reggimento di Guardia). Posto alle dirette dipendenze del Sovrano che assicurava particolari privilegi al personale, il Reggimento delle Guardie ebbe il primo posto nell’ordine di precedenza tra i Reggimenti sabaudi (tra questi anche il Reggimento di fanteria Aosta fondato nel 1690 ed ancora in vita come 5° Reggimento fanteria Aosta con sede a Messina).

Tale Reggimento nel tempo si è evoluto in Brigata Guardie, Brigata Granatieri Guardie fino all’odierna Brigata Granatieri di Sardegna. I Granatieri (dotati di spiccata prestanza fisica a ricordo della loro funzione originaria di lanciatori di granate) rappresentano la specialità militare più antica dell’Esercito italiano e a cui quest’ultimo fa risalire le proprie tradizioni.

Pochi sanno che il Generale Alessandro La Marmora (1799 – 1855), fondatore dei Bersaglieri nel 1836, era stato in precedenza Maggiore nel Reggimento Guardie.