Pietà militare

La guerra delle Falklands/Malvinas si svolse nell’aprile- giugno 1982 e vide contrapposti gli argentini (che avevano invaso le isole da loro storicamente rivendicate) ai britannici (legittimi possessori riconosciuti dalla comunità internazionale).

Al termine del conflitto, si contarono 255 caduti nelle file britanniche e 649 in quelle argentine. Quest’ultimi caduti, nella gran parte, non furono rimpatriati ma lasciati sui campi di battaglia (mentre solo 13 caduti britannici vennero inumati nel cimitero militare a loro dedicato nelle Falklands).

Dei caduti argentini rimasti si fece carico, su ordine delle superiori autorità britanniche, un (allora) trentenne Capitano di nome Geoffrey Cardozo che, con profonda pietà umana e spiccato senso cameratesco, raccolse i corpi dei caduti argentini, li identificò laddove possibile (infatti molti rimasero ignoti e solo di recente i più sono stati identificati da una commissione appositamente istituita dal Comitato internazionale della Croce Rossa di Ginevra) e li raccolse in un cimitero militare argentino inaugurato, con tutti gli onori, dai britannici nel febbraio 1983.

A Geoffrey Cardozo (la cui storia ricorda quella del nostro colonnello Paolo Caccia Dominioni), oggi in pensione col grado di colonnello dell’esercito di Sua Maestà la Regina, per la sua pietosa opera furono giustamente riconosciuti i massimi onori sia da parte argentina che britannica: a loro si aggiunga sommessamente l’ammirazione commossa e partecipe di chi scrive.

Arte del comando

Gli eserciti si comandano col cuore e con la mente. Da questa combinazione origina la cosiddetta Arte del comando.

Il cuore garantisce le forze morali, le uniche che possano creare e mantenere compatto un esercito attorno al proprio capo.

L’intelletto, dote naturale ma anche affinata dall’esperienza e dallo studio, guida l’operare dell’esercito secondo le indicazioni politiche e le necessità strategico – tattiche, nei limiti delle possibilità logistiche.

Ad esempio concreto del (possibile) miglior condottiero non esito ad indicare ai lettori di questo Blog la figura del nostro Raimondo Montecuccoli.

Istituzione di pace

Il Generale (e, successivamente, Senatore della Repubblica) Umberto Cappuzzo (1922 -2014), Capo di Stato Maggiore dell’Esercito dal 1981 al 1985, al termine del suo mandato scrisse un interessante libro intitolato Quale Esercito? (Dino Editore, Roma, 1986), che si avvale della preziosa presentazione di Giovanni Spadolini.

Dal libro traggo questo estratto che offro alla riflessione di tutti:

Quando si parla di valori e soprattutto quando si discute del primo fra tutti, la pace, ci si dimentica di una grande rivoluzione – la definirei di tipo copernicano- che ha riguardato il ruolo delle nostre Forze Armate che, da strumento per fare la guerra, si sono trasformate in uno strumento finalizzato ad evitare che altri abbiano la tentazione o la velleità di scatenare un conflitto contro di noi. L’Istituzione militare è divenuta uno strumento di pace. /…/

Anche da questa “rivoluzione”, promossa peraltro dall’art.11 della nostra Costituzione, deriva la piena legittimazione delle Forze Armate italiane dal punto di vista etico.

Sconfitta o vittoria?

Gli scontri che si ebbero a Roma tra l’8 e il 10 settembre 1943 furono duri e sanguinosi: Granatieri, Lancieri, Carristi, Fanti, Carabinieri e altri reparti, unitamente alla popolazione accorsa in sostegno, si batterono per impedire alle forze naziste di occupare la città.

Le Divisioni italiane a difesa della Capitale erano in numero (ed avevano un organico) superiore a quello delle 3 Divisioni nemiche che assediarono Roma; ma quest’ultime avevano una capacità combattiva assai superiore. E soprattutto obiettivi chiari da raggiungere.

Certamente il fattore strategico della sorpresa concorse alla sconfitta dei difensori ma anche la mancanza di un efficace azione politica e di comando italiana diede un triste e drammatico contributo.

Ben 416 militari e 183 civili s’immolarono in quei giorni di battaglia.

È questo tributo di sangue che trasforma un’indubbia sconfitta militare in una memorabile vittoria morale.

Il Padre costituente

Il Generale Arnaldo Azzi (1885 – 1957) è stato un militare deputato dell’Assemblea Costituente della Repubblica italiana.

Arruolatosi come soldato semplice nel 1910, combatté tutte le guerre italiane del XX secolo. In particolare, Comandante della Divisione Firenze in Albania nel 1943, all’atto dell’armistizio dell’8 settembre, seppe mantenere uniti i reparti della Divisione e condurre una guerra di resistenza contro i tedeschi, alleandosi con i partigiani albanesi.

Rientrato in Patria nel 1944, assunse il comando territoriale di Lazio, Abruzzo e Umbria. Entrato in conflitto con Umberto II per diversità di vedute politiche circa il futuro dell’esercito, venne destituito dall’incarico (venne in seguito riabilitato).

Eletto deputato all’Assemblea Costituente per il Partito Repubblicano il 2 giugno 1946, alle successive (e fondamentali) elezioni politiche del 18 aprile 1948 venne eletto deputato alla Camera per il Fronte Democratico Popolare

Una figura assolutamente rilevante di militare e politico che meriterebbe di essere riscoperta e approfondita.

Chiare parole

Gli attuali tragici eventi in Afghanistan stanno segnando la Storia che si studierà negli anni a venire per conoscere, riflettere e capire (e possibilmente non ripetere) quanto accaduto.

In tale contesto, importanti e chiare sono le parole espresse dal Generale Alfons Mais, Capo di Stato Maggiore dell’esercito tedesco (Inspekteur des Deutschen Heeres), in una recente intervista al quotidiano Rhein -Zeitung, in relazione allo sbandamento (e successivo scioglimento de facto) dell’esercito regolare afghano di fronte all’offensiva talebana che ha permesso la rapida riconquista del potere in Afghanistan.

“Io penso (che) il fallimento ha anche molto da fare con la corruzione, con il nepotismo e il cattivo trattamento dei soldati… e anche il corpo dirigenziale non sempre è stato scelto per rendimento quanto piuttosto per quote etniche”.

(“Ich denke, das Scheitern hat auch viel mit Korruption zu tun, mit Vetternwirtschaft und schlechter Behandlung der Soldaten…und das Führungskorps ist auch nicht immer nach Leistung ausgewählt worden, sondern über einen Schlüssel nach Ethnien.”)

“Motivazione, addestramento e (azione di) comando sono anche importanti. E qui i Talebani hanno evidentemente sviluppato una maggiore capacità combattiva.”

(“Wichtig sind auch Motivation, Ausbildung und Führung. Und da haben die Taliban offenbar einen höheren Gefechtswert entwickelt.”)

Vittoria e Pace

Una visita alla Basilica di Sant’Apollinare Nuovo a Ravenna ha comportato, oltre all’ammirazione dei magnifici affreschi, una piacevole scoperta: la Cappella alla Vittoria e alla Pace.

La Cappella (recentemente restaurata e resa visitabile) è la prima a sinistra dell’ingresso ed è composta da dodici tavole realizzate dal pittore veronese Carlo Donati nel 1919.

Le tavole raffigurano un’ottantina di figure (note e meno note) tra cui quella di Francesco Baracca, il principale “asso” dell’aviazione italiana nella Grande Guerra, nato a Lugo (Ravenna) nel 1888 e abbattuto a Nervesa della Battaglia ( Treviso) il 19 giugno 1918.

Con stupore, data la sacralità e la bellezza del sito, durante la visita si apprende che la Basilica venne bombardata dal nemico il 12 febbraio 1916: anche per questo la collocazione in tale luogo di una Cappella di preghiera e di memoria appare una scelta necessaria e giusta per non dimenticare ma anche per perdonare perché la vera vittoria è nella riconciliazione tra nemici e dunque nella pace.

Perché un esercito non combatte?

Perchè un esercito non combatte? Perché, come ci insegna Carl von Clausewitz nel suo celebre Vom Kriege (Della Guerra), manca soprattutto del Geist (lo spirito).

E da dove deriva il Geist? Da tante cose, specialmente dalla prospettiva del futuro e dalla considerazione di sé in questa prospettiva nonché dalla fiducia che in tale futuro si ripone.

E chi offre la prospettiva del futuro? La politica che, oltre a gestire il presente, ha il compito di pensare e costruire il futuro o, almeno, gettarne le basi.

E qui torna Clausewitz che, per primo, ha sancito il primato della politica sulla strategia.

Forse sarebbe il caso, in questi difficili tempi, di tornare a studiare (seriamente) Clausewitz e, già che ci siamo, il nostro Raimondo Montecuccoli che c’insegna anzitutto cos’è un esercito (strumento della sovranità politica).

Il capolavoro del Genio

Il 15 agosto 1769 ad Ajaccio nasceva Napoleone Bonaparte.

Nel giorno della sua nascita, ricordiamo una delle sue più grandi vittorie: Marengo.

Il 14 giugno 1800 i francesi di Napoleone, discesi in Italia per la seconda volta, e gli austriaci guidati dal Generale Michael von Melas si scontrarono su questa piana vicino ad Alessandria.

Gli austriaci ebbero all’inizio la meglio ma poi furono bloccati dal coraggioso attacco frontale del Generale Louis Charles Antoine Desaix (che vi trovò la morte) mentre Napoleone e il Generale François Étienne Kellermann li attaccavano ai fianchi costringendoli alla resa.

Fu una battaglia molto sanguinosa: nel complesso i francesi e gli austriaci ebbero più di 13.000 perdite tra morti, feriti e dispersi.

La vittoria di Marengo permise la restaurazione della Repubblica Cisalpina e fu l’inizio del nuovo predominio francese in Italia dopo la rioccupazione austriaca del biennio 1798 -1800.

Una curiosità: l’opera musicale La Tosca di Giacomo Puccini è ambientata nella Roma ottocentesca alla vigilia della battaglia di Marengo.

Il Savoia invitto

Emanuele Filiberto di Savoia Duca d’Aosta (1869 – 1931), è stato, tra i principi reali d’Italia, il più militare di tutti, avendo prestato principalmente servizio effettivo nell’Esercito piuttosto che svolto vita di corte.

Cugino di primo grado di Vittorio Emanuele III (entrambi erano nipoti di Vittorio Emanuele II), Emanuele Filiberto divenne ufficiale nel 1884 e percorse tutti i gradini della carriera militare fino ad esser promosso Maresciallo d’Italia nel 1926, per i meriti conseguiti nella Grande Guerra.

Infatti, dopo aver comandato il Corpo d’Armata di Napoli, Emanuele Filiberto nel primo conflitto mondiale ebbe il comando della 3^ Armata schierata sul fronte orientale e con questa affrontó il nemico per ben 4 anni di dura lotta senza esserne mai sconfitto (riuscì a ripiegare in ordine anche nelle tragiche circostanze dell’offensiva austro-tedesca di Caporetto): per tale motivo, la 3^ Armata è detta INVITTA.

Alla sua morte, il Duca d’Aosta volle essere sepolto tra i suoi soldati e pertanto oggi riposa tra i caduti tumulati e onorati nel Sacrario Militare di Redipuglia (Gorizia).