Il Giorno della Forza

Dal nostro prezioso collaboratore Col. Vincenzo Stella, recentemente impiegato in un prestigioso incarico in Kosovo, riceviamo e volentieri pubblichiamo.

Il 27 novembre è il “Giorno della Forza”, il giorno in cui la Forza di Sicurezza del Kosovo (FSK) celebra il proprio anniversario.

Oggi la FSK è in piena evoluzione secondo quanto stabilito dalle tre leggi approvate il 18 dicembre 2018 che ne aumentano le dimensioni e le competenze.
Alla missione di condurre Crises Response Operations (CRO) in patria e all’estero, attività di protezione civile ed assistenza alle autorità responsabili della gestione delle operazioni di soccorso a seguito di disastri naturali e specifiche emergenze, è stato aggiunto il compito di essere capace di effettuare operazioni di difesa del territorio.
Per questo motivo oggi la FSK ha avviato un piano di trasformazione che la porterà da una componente attiva di 2500 uomini e una riserva di 800 a una componente attiva di 5000 uomini e una riserva di 3000.

Il Ministro della Difesa, Anton Quni, è responsabile dell’esercizio del controllo civile, della gestione e dell’amministrazione della FSK.
Il Comandante della FSK è il Generale di C.A. Rrahman Rama. Da esso dipende:

  • il Comando della FSK ;
  • lo strumento operativo che si articola su quattro Comandi di Vertice:
    – il Comando delle Forze Terrestri: responsabile della conduzione delle operazioni di difesa del territorio nazionale e del supporto alle autorità civili in caso di emergenze;
    – la Guardia Nazionale: pronta ad integrare la componente del Comando delle Forze Terrestri in operazioni di supporto alle autorità civili e di difesa nazionale;
    – il Comando Logistico;
    – il TRAining and DOctrine Command (TRADOC).

Nel realizzare la trasformazione la FSK adotta un approccio “scalabile” che prevede lo sviluppo bilanciato del reclutamento, addestramento, equipaggiamento e capacità operative.
Le Unità della FSK sono interoperabili per costituzione. Infatti tutte le capacità operative della FSK sono sviluppate secondo gli standard della NATO al fine di essere interoperabili con le forze dei paesi membri dell’Alleanza atlantica. Ciò al fine di rendere la FSK idonea a partecipare in operazioni internazionali di supporto alla pace ma anche, e soprattutto, per agevolare l’integrazione nelle strutture Euro-Atlantiche: uno degli obiettivi chiave del Kosovo.

Tutto il personale della FSK è fortemente impegnato e motivato a far crescere e trasformare la FSK. Anche per questo motivo la FSK è una delle Istituzioni più prestigiose e affidabili del Kosovo.

Le furie rosse

Il Corpo Volontari Italiani è stato una componente volontaria e pluriarma (fanteria, artiglieria, genio ecc..) dell’Esercito italiano, comandata dal Generale Giuseppe Garibaldi (1807 -1882) e operante in Trentino nel corso della Terza Guerra d’Indipendenza nel 1866 (durante la quale Garibaldi telegrafò il 9 agosto il celeberrimo “Obbedisco” in risposta al Generale Alfonso La Marmora che gli aveva ordinato di arrestare la sua avanzata verso Trento).

Il Corpo raggiunse una consistenza di circa 40.000 uomini (tra cui anche alcuni cittadini stranieri) e si coprì di gloria in molte battaglie, tra cui la celeberrima battaglia di Bezzecca del 21 luglio 1866 in cui gli avversari austriaci vennero sconfitti da una controffensiva dei garibaldini.

Alla fine della campagna militare, le perdite garibaldine assommarono a 2549 unità tra caduti, feriti, dispersi e prigionieri. Il Corpo Volontari Italiano venne sciolto con Regio Decreto del 25 agosto 1866 in seguito all’armistizio italo – austriaco che pose fine alle ostilità.

Tra i volontari garibaldini nella Terza Guerra d’Indipendenza vi era anche il futuro Generale Oreste Baratieri (1841 – 1901), già partecipante alla “Spedizione dei Mille” in Sicilia nel 1860, che fu “camicia rossa” per 6 anni, raggiungendo il grado di Capitano e venendo decorato di Medaglia d’argento al valor militare.

Per chi volesse approfondire il vasto e interessante tema dei garibaldini è senz’altro consigliabile il bel libro di Eva Cecchinato Camicie rosse. I garibaldini dall’unità alla Grande Guerra. (Laterza, Bari – Roma, 2011).

Il destino di un uomo

Il 9 novembre 1970 moriva il Generale Charles de Gaulle: si chiudeva così la vita di un uomo entrato nella Storia della Francia e dell’Europa.

Un film storico (uscito in Francia prima della pandemia) dal semplice titolo De Gaulle (del regista Gabriel Le Bomin) narra la storia personale del Generale e della sua famiglia nei convulsi e terribili giorni della disfatta francese del giugno 1940.

Separato dagli affetti familiari dal precipitare degli eventi, Charles de Gaulle (nel film l’attore Lambert Wilson), neopromosso Generale di Brigata, si trovò schiacciato tra le preoccupazioni familiari e la necessità di agire per salvare la Francia dal baratro.

De Gaulle saprà rimanere fedele a sè stesso e al suo destino: riparerà in Inghilterra da dove lancerà il celebre messaggio radiofonico ai francesi del 18 giugno 1940, data che segna l’inizio della resistenza francese contro l’occupazione nazista.

Riuscirà poi a ricongiungersi alla famiglia, approdata finalmente e tra mille difficoltà in Gran Bretagna, ritrovando quel sostegno morale che sarà senz’altro alla base del suo impegno politico e militare per tutta la durata della guerra ed oltre.

Il mio 4 novembre

Questo Blog ha la fortuna di avvalersi di pochi ma straordinari collaboratori che lo arricchiscono immensamente di contenuti e valore. Ugo Giaime è uno di questi e oggi ci offre le sue impressioni sul 4 novembre, Festa dell’Unità nazionale e Giornata delle Forze Armate, così come lui lo ha vissuto all’estero con i nostri soldati alcuni anni fà. Una testimonianza unica.

Quando si è all’estero, l’Italia manca come non mai. Questa mancanza della Patria, come parte della propria identità, accomuna probabilmente tutti gli uomini che si trovano in terre straniere ma non tutti poi hanno l’occasione di ritrovarla e ritrovarsi in una celebrazione sentitamente condivisa: gli italiani hanno la festa che ricorre ogni 4 novembre in memoria della conclusione vittoriosa della Prima Guerra Mondiale e, soprattutto, di coloro che per essa hanno sacrificato la propria vita.

Non si chiama però “Festa della vittoria” (come anche potrebbe) ma “Festa dell’Unità nazionale e Giornata delle Forze Armate”. Questo perchè il 4 novembre 1918 è unanimamente riconosciuto come il giorno in cui, con la presa di Trento e Trieste, si perfezionò l’unità italiana e perchè a questa il legislatore (che istituì nel 1919 la Festa) associò l’omaggio che il Paese deve a chi tale unità realizzò ossia le Forze Armate.

Tutto ciò pensavo mentre, anni orsono, assistevo a tali celebrazioni da parte di un contingente militare all’estero, felice di ritrovarci (in parte) la Patria lontana. Una giornata fredda ma soleggiata, dove ascoltavo l’idioma comune che esprimeva sentimenti di appartenenza e condivisione, ben rappresentati dal Tricolore nazionale che garriva nel cielo terso.

Guardavo i giovani militari schierati (appartententi per lo più alle Truppe alpine, in specie all’artiglieria da montagna) e riconoscevo in loro i testimoni della dedizione di chi li aveva preceduti molti anni prima, in condizioni ambientali del tutto diverse ma con lo stesso spirito di servizio e umanità, virtù che nobilitano il soldato italiano impiegato nelle odierne missioni fuori dai confini nazionali.

Nell’omaggio ai caduti, che tradizionalmente viene compiuto nella circostanza, ritrovavo il legame che unisce i militari di oggi con quelli di ieri; non so quanta conoscenza i primi avessero dei secondi ma certamente avevano la consapevolezza di esserne gli eredi. E questa grande eredità, allora come oggi, festeggiano in questo giorno tutti gli italiani ovunque si trovino.

Il Maresciallo della gente

E così dopo Sean Connery, oggi il Blog (che è anche una forma di diario degli eventi che accadono) registra la scomparsa di un altro grande attore, forse meno noto a livello internazionale ma assai familiare a tutti gli italiani e da questi molto amato: Gigi Proietti (1940 -2020).

Se si vuole rintracciare da dove derivi gran parte di questa familiarità e amore sinceri, non vi è alcun dubbio che occorra partire (anche) dalla fortunata serie televisiva Il Maresciallo Rocca in cui il Nostro vestiva l’uniforme del Maresciallo Aiutante dei Carabinieri Giovanni Rocca, energico e saggio comandante di Stazione Carabinieri a Viterbo.

Il successo di questa decennale serie televisiva in onda sulla RAI è presto spiegato: realizzava l’immaginario collettivo per cui i Carabinieri rappresentano l’ “Arma della gente”, sempre e comunque a difesa del cittadino con quella imprescindibile umanità che aveva fatto diventare il Maresciallo Rocca alias Gigi Proietti un modello caro a tutto il Paese.

Per questo oggi tutti lo piangiamo: a quale altro ipotetico “Maresciallo della gente” affideremo in futuro le nostre speranze per un possibile quotidiano migliore? Ci consoli che Gigi Proietti ci ha mostrato, con inimitabile arte e travolgente sorriso, che non dobbiamo mai disperare.

Memorabile interpretazione

La triste notizia della morte del grande attore Sean Connery (1930 -2020) non può essere trascurata da chi si dedica allo studio dei soldati, anche come rappresentati nel cinema.

E Sean Connery di soldati (e marinai- lui stesso aveva prestato servizio nella Royal Navy) ne aveva interpretati diversi nella sua lunga carriera artistica. Tra tutte le sue interpretazioni, per chi scrive, resta memorabile quella del Generale dei paracadutisti Robert Roy Urquhart (1901 – 1988) nel film del 1977 A bridge too far – Quell’ultimo ponte, incentrato sulla disastrosa sconfitta alleata nella battaglia di Arnhem in Olanda contro i tedeschi nel settembre 1944.

Il Generale Urquhart (nell’immagine a piè di pagina ritratto di fronte al suo posto comando ad Arnhem) fu uno degli ufficiali britannici più carismatici della seconda guerra mondiale: non poteva trovare miglior Alter Ego in uno dei più grandi attori della storia del cinema!

Tutto ha un costo

Dal nostro collaboratore Col. Vincenzo Stella riceviamo e volentieri pubblichiamo.

Il debito pubblico dello Stato italiano nasce contestualmente alla proclamazione dell’Unità d’Italia (17 marzo 1861) ed è legato soprattutto alle guerre (e al conseguente mantenimento dell’esercito) che furono necessarie per finanziare e unire il Paese.
Pochi mesi dopo la proclamazione del Regno d’Italia (il 10 luglio 1861) fu approvata la “Legge con la quale è istituito il Gran Libro del Debito pubblico del Regno d’Italia”(n. 94). Successivamente, il 4 agosto 1861, questa fu seguita dalla “Legge d’unificazione dei Debiti pubblici d’Italia” (n. 174).
Venivano cosi iscritti nel “Gran Libro” i bilanci di tutti gli stati preunitari. La somma dei debiti pubblici creò un rapporto debito/PIL di circa il 45%.
I disavanzi dei singoli Stati erano stati creati principalmente per sostenere i conflitti che portarono alla nascita del Regno d’Italia e alla politica del Regno di Sardegna di promuovere lo sviluppo economico dello stato sabaudo attraverso la realizzazione di una adeguata rete ferroviaria.
Infatti i contributi al debito pubblico del Regno d’Italia furono:

1321 milioni dal Regno di Sardegna;

657,8 milioni dal Regno delle Due Sicilie;

219,3 milioni dal Granducato di Toscana;

151,5 milioni dalla Lombardia (parte del Regno Lombardo-Veneto);

22,5 milioni dai territori provenienti dallo Stato Pontificio;

16,1 milioni dal Ducato di Modena e Reggio;

14,1 dal Ducato di Parma e Piacenza.

Pertanto il Regno di Sardegna contribuì alla nascita del debito pubblico del Regno d’Italia per il 50%. Nel totale due terzi del debito iniziale del Regno d’Italia era da imputarsi alle spese per le guerre del Risorgimento. Successivamente contribuiranno alla significativa crescita del debito pubblico le spese militari per la Terza guerra d’indipendenza del 1866, la presa di Roma del 1870 e la lotta al brigantaggio.

Nel 1870 il rapporto debito/PIL arriverà al significativo valore del 100%.

Il successore

340 anni orsono (16 ottobre 1680) moriva a Linz all’età di 71 anni il grande condottiere modenese Raimondo Montecuccoli.

A lui sopravvissero 3 figlie ed un figlio. Quest’ultimo, Leopoldo Filippo (1663 – 1698), seguì le orme del padre servendo nell’esercito asburgico fino a raggiungere il grado di Feldmarshallleutnant.

Leopoldo Filippo Montecuccoli, contrariamente al padre (che tanto l’aveva desiderato), venne elevato al rango di Principe (Fürst) del Sacro Romano Impero dall’Imperatore Leopoldo I, titolo che però non potè trasmettere perchè non ebbe eredi.

Con la sua morte, infatti, si estinse il ramo maschile di Raimondo Montecuccoli il cui nome però venne tenuto alto dai numerosi suoi discendenti collaterali, tra i quali spicca per fama e importanza storica l’ammiraglio Rodolfo conte Montecuccoli (1843 -1923), il modernizzatore della flotta austro-ungarica prima della Grande Guerra.

Nella ricorrenza dell’anniversario, segnalo ai lettori del Blog quanto organizzato a Pavullo nel Frignano (luogo di nascita di Raimondo Montecuccoli) da parte di coloro che, meritatamente, ne curano la memoria con dedizione ed impegno lodevoli.

Buon compleanno, Don Stefano!

Il 10 ottobre 1908 a La Morra (Cuneo) nasceva Stefano Oberto, Cappellano militare degli Alpini, Medaglia d’oro al valor militare (concessa alla memoria nel 1950), morto come prigioniero di guerra dei sovietici nel campo di Oranki il 5 aprile 1943.

Don Stefano, dopo l’ordinazione sacerdotale insegnante di storia e filosofia in un liceo torinese, era stato richiamato per esigenze di guerra ed aveva partecipato alla campagna sul fronte occidentale e alla campagna di Grecia prima di partire per la Russia con il suo Battaglione “Dronero” del 2° Reggimento Alpini di Cuneo.

Dalla motivazione del conferimento della sua alta onorificenza si desume la grandezza d’animo e lo straordinario spirito di sacrificio del sacerdote – soldato; ma nel giorno del suo compleanno mi limito a ricordarlo come un uomo che, nella sua difficile esperienza in tempi tragici, ha creduto nella propria missione sulla terra nel nome dell’amore per gli altri.

Possa il suo esempio ispirarci nel nostro quotidiano cammino.

«Cappellano del battaglione alpini “Dronero “, magnifica figura di asceta e patriota, sul fronte greco-albanese si prodigò con mirabile abnegazione e sprezzo del pericolo nella sua instancabile alta missione di assistenza morale. Rinunciando all’esonero, volle seguire i suoi alpini sul fronte russo dividendo con loro pericoli e sacrifici. Durante l’estenuante ripiegamento dal Don, benché stremato dalle durissime fatiche, diede luminose prove delle sue elevatissime virtù militari e cristiane, portandosi sempre dove maggiore era il rischio, pur di assolvere al suo compito di conforto agli alpini feriti e congelati. In fase critica, seppe far rifulgere il suo spirito eroico, mettendosi di iniziativa alla testa dei resti di un plotone rimasto senza comandante e lanciandosi decisamente al contrattacco di preponderanti forze nemiche. Caduto prigioniero dopo strenua lotta, quando il battaglione esaurì ogni possibilità di resistenza, continuò nella sua opera benefica durante le tragiche marce verso l’interno e, fra l’abbandono generale, valendosi del grande ascendente che aveva sugli alpini, li invitò ad austera rassegnazione, ne lenì le sofferenze trasformandosi in medico ed infermiere, ne condivise la dura sorte con stoica fermezza. Morì, stremato dalla fatica e dai disagi, nel campo di prigionia n. 74 di Oranki il 5 aprile 1943. Sacerdote esemplare e saldo combattente ha voluto, col sacrificio, concorrere a tenere in grande onore, in terra straniera, lo spirito eroico del soldato d’Italia.»
— Fronte greco-albanese, dicembre 1940-aprile 1941; Fronte russo, settembre 1942-gennaio 1943

L’eterno tragico racconto

John Ronald Reuel Tolkien (1892 -1973), scrittore inglese di fama mondiale (basti pensare al suo celeberrimo Il signore degli anelli), fu ufficiale dell’esercito britannico nella Grande Guerra e combattè in Francia (Somme) tra il giugno – ottobre 1916, dove le perdite dei britannici furono immense.

Prima della guerra, Tolkien era un diligente studente di Oxford che praticava con successo il Rugby e forse già fantasticava quella mitologia che poi sarà la fonte creativa della sua attività di romanziere.

La partecipazione alla guerra lo cambiò per sempre. Cercò, con la sua scrittura, una forma narrativa fantastica che però rendesse immortale ciò che aveva drammaticamente vissuto in combattimento: i morti, l’eroismo, l’azione.

In Tolkien, l’epica e il coraggio, la perseveranza e il sacrificio (talvolta estremo) dei soldati vengono immortalati nei suoi romanzi fantastici in cui però il realismo della tragica vita vissuta fa da indubbia ed efficace cornice, rendendo così la guerra, anche quella frutto di un’invenzione letteraria, sempre un eterno tragico racconto.