Senza commento

Il pensiero di Raimondo Montecuccoli riguardo l’importanza strategica delle risorse finanziarie che non necessita di alcun ulteriore commento:

È il danaro quello spirito universale che per lo tutto infondendosi, lo anima, lo muove, ed è virtualmente ogni cosa, lo stromento degli stromenti, che ha la forza d’incantare lo spirito de’ più savii, e l’impeto de’ più feroci. Qual meraviglia dunque se, producendo gli effetti mirabili de’ quali sono piene le istorie, richiesto taluno delle cose necessarie alla guerra, egli rispose, tre essere quelle: danaro, danaro, danaro?

(Raimondo Montecuccoli, Aforismi dell’Arte bellica, Titolo V°, aforisma XLIV).

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Il Generale Alberto Bonzani

Il Generale Alberto Bonzani (1872 – 1935) ebbe a svolgere, nel primo dopoguerra, un importante compito di organizzatore a favore della neocostituita Aeronautica militare e dell’Esercito. Specie nel primo quinquennio degli anni ’30 (con il Generale Pietro Gazzera come Ministro della Guerra), tale opera organizzativa permise di affrontare i successivi eventi bellici (guerre d’Etiopia e di Spagna) se non in modo ottimale certamente con un’apparato militare sufficiente.

Ufficiale di artiglieria proveniente dai corsi regolari dell’Accademia di Torino, divenne ufficiale di Stato Maggiore nel 1907. Insegnante di logistica alla Scuola di Guerra, Bonzani si mise in luce come organizzatore dei servizi logistici durante la guerra italo – turca in Libia.

Nella Grande Guerra comandò la Brigata Novara, che seppe mantenere unita e combattiva nei tragici giorni di Caporetto, assumendo anche il comando interinale della 4^ Divisione. Per il suo esemplare comportamento in questi tragici eventi, fu insignito della Croce di Cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia.

Nel 1924, nominato Vice Commissario per l’Aeronautica (nel 1925 Sottosegretario di Stato), si dedicò all’organizzazione della nuova Forza Armata, conseguendo tali brillanti risultati da farlo generalmente considerare il vero fondatore dell’Arma Azzurra.

Nel 1929 venne nominato Capo di Stato Maggiore dell’Esercito e completò l’ordinamento Badoglio – Cavallero del 1926, curando in particolare i settori della mobilitazione, dell’addestramento e della dottrina d’impiego.

Bonzani istituì, tra l’altro, anche le Divisioni Celeri (nel numero di tre, tutte costituite nel corso del 1934) che comprendevano ciascuna: due reggimenti di cavalleria, un reggimento di bersaglieri (ciclisti), una compagnia motociclisti, una compagnia controcarri, un gruppo carri L (leggeri), un reggimento di artiglieria (con componente contraerei), una compagnia mista del genio e aliquote dei servizi.

Ideata per compiere manovre rapide e potenti, la Divisione Celere in realtà si svelò un’Unità difficilmente impiegabile e di limitato rendimento, a causa soprattutto per le diverse caratteristiche delle sue molteplici componenti. Ciò però non toglie merito all’iniziativa di aumentare la manovrabilità delle forze terrestri.

Ceduta la carica di Capo di SME nel 1934, il Generale Bonzani (nel 1926 nominato Senatore del Regno) si ritirò a vita privata a Bologna dove morì nel 1935.

Esercito leale

Nel giorno dell’Unità nazionale e giornata delle Forze Armate, desidero condividere con i lettori del Blog questa mia riflessione che mi deriva da una recente lettura di un bel libro del Generale Oreste Bovio, eminente storico militare.

L’ esercito, nel corso della sua lunga storia e al pari delle altre Forze Armate italiane, è sempre stato leale nei confronti degli organi costituzionali dello Stato e ha costantemente eseguito fedelmente le direttive delle Autorità politiche.

A riguardo, è indicaticativo quanto sull’argomento ha scritto il Prof. Carlo Ghisalberti (1929), costituzionalista dell’Università La Sapienza di Roma:

” A differenza degli eserciti di altri Stati, quello italiano ha dimostrato sempre un totale lealismo verso le istituzioni, e non ha mai contestato l’ordine costituzionale dello Stato. Anche quando, in momenti difficili della nostra storia, taluni generali assursero alla guida del governo, come La Marmora nel 1864 dopo la sollevazione di Torino per il trasferimento della capitale a Firenze, o Menabrea nel 1867 in conseguenza dell’infelice azione garibaldina di Mentana, o anche il tanto discusso Pelloux nel 1898, e cioè nel momento cruciale della crisi di fine secolo, il rapporto tra le armi e il potere rimase nei limiti fissati dallo Statuto albertino allora vigente”.

“Le guarantigie liberali stabilite da questo operarono sempre come freno di fronte alle velleità autoritarie di certi ambienti che avrebbero voluto usare l’esercito in senso eversivo della legalità. Nessun ruolo nè alcuna prerogativa di carattere politico che potessero alterare l’ordinamento dello Stato vennero, quindi, mai richiesti nè riconosciuti alle Forze Armate, rimaste sostanzialmente disciplinate e neutrali nel corso delle vicende dell’Italia liberale, e solo talvolta impegnato, a lato di quelle di polizia, a tutela dell’ordine pubblico”.

“La nazione potè sempre contare sulla loro fedeltà e sulla loro dedizione assoluta, come si vide prima nei conflitti coloniali, poi durante la Grande Guerra e come infine si sperimentò durante l’avventura dannunziana a Fiume nel 1919: allora l’esercito nel suo insieme, nonostante lo stato d’animo estremamente teso dei suoi componenti, partecipi in larga parte dei sentimenti suscitati dalla questione adriatica, fece il suo dovere reintegrando la legalità, secondo le direttive del governo, con l’impiego dei suoi reparti”.

“Anche nel periodo fascista servì lo Stato, evitando, però, di diventare strumento del regime che, per ovviare alla sua mancata fascistizzazione dovette, con la creazione della milizia, darsi una struttura militare parallela di evidente carattere partitico. L’esercito fu anzi la vittima prima della dittatura per essere stato impiegato, senza che il potere gli fornisse i mezzi adeguati, nella Seconda Guerra Mondiale ed esservi stato sconfitto dopo aver lottato per oltre tre anni in condizioni difficilissime”.

(citato da Oreste Bovio, In alto la bandiera, Bastogi Editrice Italiana, Foggia, 1999, pagg. 17 – 18)

Il sughero galleggiante

50 anni fà, il 31 ottobre 1967, moriva il grande poeta ligure Camillo Sbarbaro (1888 – 1967), uno dei più importanti esponenti del lirismo italiano del XX° secolo.

Sbarbaro, come la maggior parte della sua generazione, prese parte alla Grande Guerra e combattè come ufficiale di fanteria sul fronte trentino.

Al termine del conflitto, venne destinato con il suo plotone al presidio di un piccolo villaggio nel Südtirol/Alto Adige di nome Lüsen/Luson, di cui scrive, insieme ad altre vicessitudini, nel resoconto di quegli anni militari poi pubblicato con il titolo Cartoline in franchigia.

Sbarbaro era un poeta minimalista che riusciva a cogliere con la sua sommessa poesia la grande intensità esistenziale sua e di chi lo circondava: un modo spoglio di esistere e di scrivere che neanche la grande tragedia della guerra riuscì a modificare, confermando così la scrittura come “atto continuo e cosciente di conoscenza, una operazione pura di vita” (Carlo Bo).

Di tale minimalismo è prova cosa scrisse di sè come soldato in guerra:

Sughero, galleggio in questo incerto.

Essere Generali

Raimondo Montecuccoli riflette sulle qualità, innate e acquisite, che i comandanti (definiti in senso ampio “generali”) devono (o dovrebbero) possedere. A parte le considerazioni circa le condizioni socio-politiche del tempo (XVII° secolo) in cui è stato scritto (in particolare per quanto espresso in riferimento alla nobile discendenza), questo aforisma conserva una stringente attualità, specie per quanto attiene alle “qualità acquistate” evidentemente basate sulla formazione e l’addestramento.

“Le qualità richieste ne’ generali, in qual più in qual meno, a proporzione del carico che di grado in grado ci sostengono, sono naturali o acquistate.

Sono naturali,

1° Il genio marziale, ed il temperamento sano, robusto, di estremità grandi, e ripieno di sangue spiritoso, onde ne risultano l’intrepidezza nel pericolo, il decoro nella presenza, e l’infaticabilità nel negozio.

2° L’età competente, che troppo giovanile alla maturità, ed all’esperienza, troppo senile alla velocità non deroghi.

3° La nascita, la quale tanto più cospicua, tanto più ella ispira venerazione di se stessa negli animi de’soggetti.

Sono acquistate,

1° Le virtù della prudenza, della giustizia, della fortezza, e della temperanza.

2° L’arte della guerra per teorica e per pratica, e quella del dire, e del comandare”.

(Raimondo Montecuccoli – Aforismi dell’arte bellica- Capitolo II°, Titolo I°, aforisma XII)

Il centro di gravità

Cento anni fà, la dodicesima offensiva sull’Isonzo (meglio nota come la Battaglia di Caporetto) portò l’Italia sull’orlo del baratro.

Un’offensiva scagliata dalla 14^ Armata austro-tedesca ed eseguita con modalità tattiche nuove per il fronte italiano (ma ampiamente impiegate sul fronte russo) causarono la perdita di un’intera Armata italiana (la 2^) e l’arretramento del fronte dall’Isonzo al Piave, con l’abbandono al nemico di tutto il Friuli e la parte orientale del Veneto.

Molto è stato scritto su questa tragedia militare e poco si ha da aggiungere oggi su questo Blog, tranne la considerazione che gli austro-tedeschi ben avevano individuato il centro di gravità italiano (ossia il suo punto vulnerabile raggiunto il quale la vittoria sarebbe stata certa): la sorpresa.

Non che gli italiani non sapessero dell’imminente offensiva o della presenza, accanto agli austriaci, delle temibili truppe tedesche; ma non si apettavano che il nemico attuasse l’infiltrazione lungo le valli e l’aggiramento delle posizioni forti in montagna in modo da realizzare l’isolamento dei capisaldi italiani.

Gli italiani combattevono secondo gli ordini dettagliatamente ricevuti (Befehlstaktik – Tattica dell’ordine) mentre i tedeschi agivano d’iniziativa nell’ambito di un obiettivo ben definito dai livelli superiori (Auftragstaktik – Tattica del compito): per questo la mancanza di ordini derivanti dalla sorpresa scardinò il dispositivo italiano.

A questo si aggiunse la nota stanchezza delle truppe e l’insufficiente azione di comando favorita anche dall’iniziale taglio, da parte del nemico, delle principali linee di comunicazione.

Ciononostante, la manovra di ripiegamento e di assestamento dell’Esercito sulla linea di difesa Piave – Monte Grappa riuscì e, insieme alla generale mobilitazione di tutto il Paese, pose le basi prima della resistenza e, un anno dopo, della finale e vittoriosa offensiva di Vittorio Veneto.

Sors bona nihil aliud

Nient’altro che la buona sorte era il motto del poeta e condottiero ungherese (contemporaneo di Raimondo Montecuccoli) Zrìnyi Miklòs (1620 -1664), cui oggi è dedicata l’Università della Difesa Nazionale di Budapest.

Credo che questo motto possa essere adottato da ciascun Cadetto dell’Accademia Militare di Modena (ed ogni Allievo degli Istituti di formazione delle Forze Armate) che, dopo una lunga e accurata selezione, in questo periodo sta iniziando la sua carriera militare, mostrando indubbio valore personale e indiscussa determinazione.

Quello che all’apparenza è un prestigioso e agognato traguardo non è che il punto di partenza di un lungo cammino, ricco di preziose esperienze ma anche di duri sacrifici.

Molto sta alle qualità dei singoli, alla loro attitudine ad accettare le sfide, al coraggio e alla perseveranza che saranno disponibili ad offrire.

Parimenti, molto dipende anche dall’Istituzione che li accoglie e li forma, affinchè non smetta mai di promuoverli secondo le capacità di ciascuno e le necessità dell’Istituzione stessa, sempre e comunque al miglior servizio del bene comune rappresentato dallo Stato che i militari sono chiamati a servire.

L’unione di due destini, individuale e collettivo ma indissolubilmente legati, rappresenta la migliore sintesi del significato della scelta militare: accettarlo con coscienza affida solo alla sorte il suo migliore compimento.