La perfetta sintesi

Nel 64° anniversario della fondazione della Bundeswehr, ricordiamo oggi uno dei suoi pricipali protagonisti.

La figura e l’opera del Generale Hans Speidel (1897 – 1984) fa pensare alla perfetta sintesi delle grandi figure di Scharnhorst, Gneisenau e Clausewitz. Sull’esempio dei riformatori prussiani (ma anche del Generale Ludwig Beck) Hans Speidel incarna l’etica del servizio e del comando ai più alti livelli. Ufficiale della Kaiserliche Armee, Reichswehr, Wehrmacht e Bundeswehr Hans Speidel rappresenta l’espressione migliore delle diverse Istituzioni militari succedutesi in Germania nel XX° secolo. Esempio di ufficiale di stato maggiore colto (nel 1925 aveva conseguito il dottorato in filosofia) e dedito al servizio, fu addetto militare a Parigi, combattente sul fronte orientale e prezioso collaboratore, tra gli altri, del Feldmaresciallo Erwin Rommel. Sospettato di aver preso parte al tentativo di abbattimento del regime hitleriano del 20 luglio 1944, venne arrestato dalla Gestapo e recluso per quasi un anno. Lettore di storia all’Università di Tubinga nel secondo dopoguerra, fu tra i fondatori della Bundeswehr nel 1955. Nominato comandante della forze terrestri NATO del Centro Europa, terminò la sua lunga carriera militare nel 1963, dedicandosi poi agli studi e alla scrittura militari. Notevole, da questo punto di vista, il suo libro di memorie Aus unserer Zeit (Dal nostro tempo – Propyläne Verlag, 1977) che ebbe un notevole successo editoriale, testimoniato dalle quattro edizioni in tre mesi.

Die rote Preußen

Il 30° anniversario della storica caduta del Muro di Berlino non può passare sotto silenzio.

Fu indubbiamente la fine della Guerra Fredda e l’inizio di una nuova era per la storia mondiale non meno segnata, rispetto alla precedente, da tensioni e conflitti (molti dei quali si trascinano ancora nei giorni nostri): degli sperati al tempo Dividendi della pace se ne son visti ben pochi ahimè!

La domanda di oggi è quanto abbia contribuito agli eventi del 1989 la NVA – National Volksarmee, le potenti Forze Armate della Repubblica Democratica Tedesca, definita anche Die Rote Preußen (la Prussia rossa), proprio per la presenza di una istituzione militare così forte e influente, che si richiamava anche alla tradizione militare prussiana (basta pensare che la massima decorazione militare tedesco orientale era l’ “Ordine di Scharnhorst” – Scharnhorst Orden).

Gli studi storici, ancora incompleti data la vicinanza degli eventi, ci dicono al momento che la NVA non si oppose all’evoluzione politica nella Germania orientale: solo per questo fatto la Nationale Volksarmee merita di essere ricordata positivamente in questo giorno che cambiò il destino della Germania e dell’Europa tutta.

L’armistizio di Villa Giusti

Alle ore 18 del 3 novembre 1918 veniva firmato a Villa Giusti (presso Padova) dalle delegazioni militari dei rispettivi Paesi l’armistizio tra Italia e Austria – Ungheria.

L’armistizio era composto da due protocolli (comprendenti anche clausole navali) che prevedevano la cessazione delle ostilità a partire dalle ore 15 del successivo 4 novembre e, in linea generale, l’abbandono da parte dell’Esercito austro – ungarico di tutti i territori italiani occupati durante la guerra.

Veniva poi tracciata una “linea blu” (corrispondente ai nuovi confini previsti per l’Italia nel Patto di Londra il 26 aprile 1915) a sud ed ovest della quale non dovevano esserci truppe austro – ungariche.

Nell’armistizio veniva anche richiesto il libero transito delle potenze alleate vincitrici attraverso l’intero territorio austro-ungarico in vista di una possibile invasione della Germania (attraverso la Baviera) che allora ancora combatteva e capitolerà solo l’11 novembre.

Tutte le truppe austro – ungariche comprese entro la “Linea blu” al momento dell’entrata in vigore dell’armistizio sarebbero state considerate prigioniere mentre doveva essere lasciato sgombro un margine di almeno 3 chilometri davanti alla suddetta “Linea blu”.

Tutte le artiglierie d’assedio e metà delle artiglierie divisionali e di Corpo d’Armata austro – ungariche dovevano essere cedute; in pratica, in attesa dei necessari conteggi, tutta l’artiglieria nemica compresa entro la “Linea blu” dovette essere abbandonata dal nemico.

Venne poi prevista la riduzione dell’Esercito austro – ungarico a venti Divisioni con effettivi prebellici e la liberazione di tutti i prigionieri di guerra italiani e alleati.

L’originale dell’armistizio di Villa Giusti è oggi conservato dall’Ufficio storico dello Stato Maggiore dell’Esercito.

Tra i ricordi

Lo scrittore Raffaele La Capria (1922), nel suo bel libro (di ricordi) Ai dolci amici addio (Edizioni Nottetempo, Roma, 2016) in cui raccoglie i profili di suoi più cari amici ahimè scomparsi, parlando del giornalista Antonio Ghirelli (1922 – 2012) accenna alla chiamata alle armi di entrambi.

Ambedue, compagni di classe nel Regio Liceo Ginnasio Umberto I nella Napoli d’anteguerra, furono reclute nel LII Battaglione d’istruzione a Mesagne – Aeroporto di San Vito nel 1943, dopo l’armistizio dell’8 settembre, quando il LII Battaglione faceva parte del 1° Raggruppamento Motorizzato, la prima unità dell’esercito italiano che, con la battaglia di Monte lungo l’8 dicembre 1943, combattè i tedeschi per la liberazione d’Italia.

La Capria lo ricorda come un periodo faticoso (aveva ribattezzato il suo Battaglione, con un efficace gioco di parole, distruzione) ma anche ricco di condivisione con Ghirelli sulla strada di quella formazione letteraria e culturale che poi segnarà il futuro di quella generazione di giovani intelletuali.

Ricorda infatti La Capria di come la sera, dopo il duro addestramento quotidiano, lui e Ghirelli si ritrovassero sotto tenda a tradurre a lume di candela Les Nourritures terrestres di André Gide. Scrive La Capria “…era quel libro un inno alla felicità, agli impulsi, agli istinti, alla vita.”

Non è noto come la vita militare di entrambi proseguì ma, nella vasta opera di Raffaele La Capria, è l’unico riferimento che questo grande scrittore contemporaneo fa alla propria esperienza militare (peraltro in periodo di guerra) e dunque merita senz’altro di essere annotato.

Passeggiando per Nettuno

Una bella giornata di sole autunnale, passeggiando per Nettuno, una graziosa località di mare vicino Roma, capita di scorgere una lapide che indica il luogo ove ebbe sede il comando del 6° Corpo d’Armata durante la sanguinosa battaglia per Roma (gennaio – maggio 1944) seguita allo sbarco di Anzio il 22 gennaio 1944.

Il pensiero corre dunque agli anglo -americani della 1^ Divisione britannica e della 3^ Divisione U.S.A. che in questi dintorni combatterono e caddero in una feroce lotta contro la poderosa e combattiva 14^ Armata tedesca, che pure ebbe rilevanti perdite.

Ma non si può fare a meno di pensare anche al Generale John Porter Lucas (1890 – 1949) che del 6° Corpo fu comandante fino alla fine di febbraio del 1944; criticato per non aver subito puntato su Roma, ebbe comunque il merito di esser riuscito ad arrestare la grande offensiva tedesca d’inizio febbraio del ’44 (Operazione Fischerfang) che minacciò di ributtare a mare gli anglo – americani.

A questo, in fondo, servono le lapidi commemorative: a ricordare luoghi, eventi e persone che hanno fatto la Storia.

Qualcosa di personale

Nel 339° anniversario della morte di Raimondo Montecuccoli (16 ottobre 1680), voglio ricordare che Piero Pieri, alla pagina 93 del suo illuminante saggio sul Condottiero modenese (Raimondo Montecuccoli in Guerra e politica negli scrittori italiani, Milano – Napoli 1955), riporta un brano di Montecuccoli del settembre 1644 che informa il lettore di alcuni interessanti aspetti personali della vita del Nostro:

La notte ch’altri suol dormire intera, io (per uso sin da fanciullo, che poi s’è convertito in habito) non la dormo se non la metà. Li denari ch’altri hanno accumulati per vivere comodi, io gli ho spesi per acquistar la benevolenza de’ soldati, per guadagnar la notizia delle cose, e per imparare quell’arti che sono subordinate alla militare. Le hore che altri consumano nel gioco et in altri divertimenti io le ho impiegate nella speculazione e nell’esercizio del mestiere》.

Non omnis moriar

Nel buon nome del passato

Die Bundeswehr è il nome della Difesa federale tedesca composta da militari e civili. Un Istituzione che non ha legami tradizionali con alcuna delle precedenti organizzazioni militari tedesche (solo nel XX° secolo ben quattro: Kaiserliche Armee, Reichswehr, Wehrmacht e Nationalvolksarmee, quest’ultima espressione della Repubblica Democratica tedesca).

Ma non fu un nome scelto a caso dai parlmentari tedeschi nel 1955 nell’ambito dell’acceso dibattito legato al riarmo della Repubblica Federale Tedesca: proposto dal deputato (del partito liberale – FDP) Hasso von Manteuffel (1897 – 1978), già valoroso Generale della Wehrmacht nel secondo conflitto mondiale, il nome si richiamava a quello proposto nel 1849 da Daniel Friedrich Gottlieb Teichert (1796 – 1853) nell’Assemblea nazionale (Deutschen Nationalversammlung) di Francoforte sul Meno per riunire le diverse forze di difese cittadine della Germania dell’epoca.

La scelta del nome fu dunque un ricollegarsi alla migliore tradizione democratica tedesca, quella che si richiamava alla rivoluzione civile del 1848: un auspicio che nel tempo si è rilevato fondato.