Esercito leale

Nel giorno dell’Unità nazionale e giornata delle Forze Armate, desidero condividere con i lettori del Blog questa mia riflessione che mi deriva da una recente lettura di un bel libro del Generale Oreste Bovio, eminente storico militare.

L’ esercito, nel corso della sua lunga storia e al pari delle altre Forze Armate italiane, è sempre stato leale nei confronti degli organi costituzionali dello Stato e ha costantemente eseguito fedelmente le direttive delle Autorità politiche.

A riguardo, è indicaticativo quanto sull’argomento ha scritto il Prof. Carlo Ghisalberti (1929), costituzionalista dell’Università La Sapienza di Roma:

” A differenza degli eserciti di altri Stati, quello italiano ha dimostrato sempre un totale lealismo verso le istituzioni, e non ha mai contestato l’ordine costituzionale dello Stato. Anche quando, in momenti difficili della nostra storia, taluni generali assursero alla guida del governo, come La Marmora nel 1864 dopo la sollevazione di Torino per il trasferimento della capitale a Firenze, o Menabrea nel 1867 in conseguenza dell’infelice azione garibaldina di Mentana, o anche il tanto discusso Pelloux nel 1898, e cioè nel momento cruciale della crisi di fine secolo, il rapporto tra le armi e il potere rimase nei limiti fissati dallo Statuto albertino allora vigente”.

“Le guarantigie liberali stabilite da questo operarono sempre come freno di fronte alle velleità autoritarie di certi ambienti che avrebbero voluto usare l’esercito in senso eversivo della legalità. Nessun ruolo nè alcuna prerogativa di carattere politico che potessero alterare l’ordinamento dello Stato vennero, quindi, mai richiesti nè riconosciuti alle Forze Armate, rimaste sostanzialmente disciplinate e neutrali nel corso delle vicende dell’Italia liberale, e solo talvolta impegnato, a lato di quelle di polizia, a tutela dell’ordine pubblico”.

“La nazione potè sempre contare sulla loro fedeltà e sulla loro dedizione assoluta, come si vide prima nei conflitti coloniali, poi durante la Grande Guerra e come infine si sperimentò durante l’avventura dannunziana a Fiume nel 1919: allora l’esercito nel suo insieme, nonostante lo stato d’animo estremamente teso dei suoi componenti, partecipi in larga parte dei sentimenti suscitati dalla questione adriatica, fece il suo dovere reintegrando la legalità, secondo le direttive del governo, con l’impiego dei suoi reparti”.

“Anche nel periodo fascista servì lo Stato, evitando, però, di diventare strumento del regime che, per ovviare alla sua mancata fascistizzazione dovette, con la creazione della milizia, darsi una struttura militare parallela di evidente carattere partitico. L’esercito fu anzi la vittima prima della dittatura per essere stato impiegato, senza che il potere gli fornisse i mezzi adeguati, nella Seconda Guerra Mondiale ed esservi stato sconfitto dopo aver lottato per oltre tre anni in condizioni difficilissime”.

(citato da Oreste Bovio, In alto la bandiera, Bastogi Editrice Italiana, Foggia, 1999, pagg. 17 – 18)

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Sors bona nihil aliud

Nient’altro che la buona sorte era il motto del poeta e condottiero ungherese (contemporaneo di Raimondo Montecuccoli) Zrìnyi Miklòs (1620 -1664), cui oggi è dedicata l’Università della Difesa Nazionale di Budapest.

Credo che questo motto possa essere adottato da ciascun Cadetto dell’Accademia Militare di Modena (ed ogni Allievo degli Istituti di formazione delle Forze Armate) che, dopo una lunga e accurata selezione, in questo periodo sta iniziando la sua carriera militare, mostrando indubbio valore personale e indiscussa determinazione.

Quello che all’apparenza è un prestigioso e agognato traguardo non è che il punto di partenza di un lungo cammino, ricco di preziose esperienze ma anche di duri sacrifici.

Molto sta alle qualità dei singoli, alla loro attitudine ad accettare le sfide, al coraggio e alla perseveranza che saranno disponibili ad offrire.

Parimenti, molto dipende anche dall’Istituzione che li accoglie e li forma, affinchè non smetta mai di promuoverli secondo le capacità di ciascuno e le necessità dell’Istituzione stessa, sempre e comunque al miglior servizio del bene comune rappresentato dallo Stato che i militari sono chiamati a servire.

L’unione di due destini, individuale e collettivo ma indissolubilmente legati, rappresenta la migliore sintesi del significato della scelta militare: accettarlo con coscienza affida solo alla sorte il suo migliore compimento.

La lunga penna nera

145 anni orsono nasceva il Corpo degli Alpini.

Con Regio Decreto n. 1056 del 15 ottobre 1872, infatti, l’allora Ministro della Guerra Generale Cesare Ricotti Magnani (uno dei più grandi tra i riformatori militari italiani) autorizzava la costituzione di 15 compagnie ad arruolamento regionale destinate alla difesa dei valichi alpini.

L’idea della costituzione di siffatte unità era stata del Capitano Giuseppe Domenico Perrucchetti che aveva pubblicato sulla celebre Rivista Militare (ancora oggi periodico ufficiale dell’Esercito) uno studio sulla difesa alpina.

Il Corpo degli Alpini, la cui fama è stata costruita con le più alte virtù militari concretamente professate dai suoi appartententi durante tutte le campagne di guerra e operazioni militari dell’Italia, è una delle Istituzioni più riconosciute e amate dagli italiani.

Gli Alpini attualmente sono inquadrati in due Brigate (circa 5.000 uomini ciascuna) dipendenti dal Comando Truppe Alpine di Bolzano: la Brigata Taurinense (con sede a Torino – in questo periodo impiegata in Afghanistan) e la Julia (con sede a Udine).

Gli Alpini hanno il privilegio di possedere un proprio canto che, sommessamente, chi scrive si compiace oggi d’intonare idealmente in loro onore!

Sul cappello che noi portiamo
c’è una lunga penna nera
che a noi serve da bandiera
su pei monti a guerreggiar.
Evviva evviva il reggimento
Evviva evviva il Corpo degli Alpin.
Su pei monti che noi andremo
pianteremo l’accampamento,
brinderemo al reggimento:
Viva il Corpo degli Alpin.
Su pei monti che noi saliremo
coglieremo stelle alpine
per portarle alle bambine
farle piangere e sospirar.
Farle piangere e sospirare
nel pensare ai bellì alpini
che tra i ghiacci e le slavine
van sui monti a guerreggiar.

Organizzazione ed educazione

Tra le grandi figure militari italiane ormai dimenticate, ricordiamo oggi il Generale Carlo Corsi (1826 – 1905). Fiorentino di nascita, Corsi fu anzitutto un valoroso combattente che servì nell’Esercito toscano (con cui partecipò anche alla battaglia di Curtatone e Montanara), in quello sardo (combattendo nella II^ guerra d’indipendenza del 1859) e in quello italiano (con il quale prese parte alla III^ guerra d’indipendenza del 1866). Concluse la sua lunga e brillante carriera militare con il grado di Tenente Generale.

Grande storico militare (scrisse l’insuperato Sommario di storia militare in 4 volumi, riedito per l’ultima volta nel 1931), educatore di schiere di ufficiali (fu per molti anni insegnante di storia militare presso la Scuola di Guerra) e colto divulgatore (scriveva regolarmente per la Rivista Militare e La Nuova Antologia), trascrivo una sua frase molto significativa e ancora indubbiamente valida:

“La forza dell’Esercito deriva dalla bontà della sua organizzazione e della sua educazione, dalla combinazione delle forze fisiche e morali.” (Dell’Esercito piemontese, pag. 59)

Da ricordare e meditare con attenzione.

Esercito e nazione

Oggi l’esercito italiano festeggia il 156° anniversario della sua fondazione ad opera dell’allora Ministro della Guerra del Regno d’Italia Generale Manfredo Fanti.

Una riflessione che s’impone in tale giorno è il cammino percorso dall’esercito insieme alla nazione in questi lunghi e, talvolta, difficili anni. Perchè, nella storia d’Italia, esercito e nazione sono un tutt’uno e non si può disgiungere la storia dell’uno dall’altra. Nel bene come nel male.

Una prova tra le tante? La resistenza sul Piave ormai cento anni fà. La nazione s’identificò con il proprio esercito che combatteva per arrestare l’invasore e, alla fine, la vittoria nella dura lotta fu nostra.

Ed è la nazione, con i suoi uomini e donne, che ha costituito e costituisce l’esercito, fedele alla Stato che la nazione esprime (e che la rappresenta).

Dunque, la festa dell’esercito (come delle altre Forze Armate) è un momento celebrativo non solo dei suoi appartenenti ma anche, e sopratutto, di tutta la nazione italiana, sempre servita, con lealtà e generosità, dal proprio esercito fin dalla sua costituzione il 4 maggio 1861.

La fanfara dei bersaglieri

Ugo Giaime è uno scrittore i cui racconti brevi e aforismi hanno come soggetto/oggetto i soldati e la militarità in genere.

Già presente su questo Blog, l’ospitiamo oggi con un racconto breve incentrato su uno dei corpi militari più popolari e amati dagli italiani: i bersaglieri.

“Si festeggiava nella piazza del paese. La sera estiva accoglieva le luci e le voci dei tanti accorsi a godere dell’occasione di spensieratezza. Osservavo appagato e distratto il turbinio d’intorno. D’un tratto, improvvisamente, il vociare s’interruppe e una strana quiete s’impadronì del luogo. Dalle mie spalle, un tono crescente di trombe veniva trasportato dall’aria, sempre più vicino e alto, sembrava incalzarci con il fragore della gioia travolgente: arrivava la fanfara dei bersaglieri!

Passarono fendenti la folla che s’apriva, sorridente, quasi ad abbracciarli, i bersaglieri!

Chiesi a mio padre: 《perché corrono?》Rispose: 《inseguono la vittoria per acciuffarla! 》

Mi sembrò un modo unico e sublime per esprimere la speranza di ogni soldato.”

(Ugo Giaime)

Una lunga storia

Il 19 novembre 1816, con Regie Patenti del Re di Sardegna Vittorio Emanuele di Savoia (1759 -1824), veniva fondata l’Intendenza generale di guerra dell’Armata Sarda, da cui deriva, per trasformazione ma senza soluzione di continuità, l’odierno Corpo di Commissariato dell’Esercito.

Al commissario militare, istituito nell’esercito prussiano con il termine Quartiermeister (Quartiermastro) e sviluppatosi nelle sue attuali funzioni a somiglianza dei Commissaires des Guerres (Commissari alle guerre) dell’esercito francese-napoleonico, è devoluto ancora oggi il sostegno logistico-amministrativo del combattente attraverso la cura dei delicati settori dell’ammistrazione, del vettovagliamento, del vestiario-equipaggiamento, del casermaggio nonché della consulenza legale del Comandante (quest’ultima, una recente attribuzione).

La storia del Commissariato militare è una lunga vicenda che accompagna costantemente, nel suo supporto ancillare (nel senso nobile del termine), la storia dell’Istituzione militare di tutti i Paesi del mondo, segnandone spesso la vittoria e/o la sconfitta, sicuramente la quotidianità.

Mi piace qui ricordare che dalla figura del “Quartiermeister”prussiano nasce, tradizionalmente, il moderno ufficiale di stato maggiore e che il grande riformatore militare tedesco Gerhard von Scharnhorst ebbe proprio il titolo di “Generalquartiermeister” (Quartiermastro generale), corrispondente a Capo di Stato maggiore, dell’esercito hannoveriano prima e prussiano poi.