La fanfara dei bersaglieri

Ugo Giaime è uno scrittore i cui racconti brevi e aforismi hanno come soggetto/oggetto i soldati e la militarità in genere.

Già presente su questo Blog, l’ospitiamo oggi con un racconto breve incentrato su uno dei corpi militari più popolari e amati dagli italiani: i bersaglieri.

“Si festeggiava nella piazza del paese. La sera estiva accoglieva le luci e le voci dei tanti accorsi a godere dell’occasione di spensieratezza. Osservavo appagato e distratto il turbinio d’intorno. D’un tratto, improvvisamente, il vociare s’interruppe e una strana quiete s’impadronì del luogo. Dalle mie spalle, un tono crescente di trombe veniva trasportato dall’aria, sempre più vicino e alto, sembrava incalzarci con il fragore della gioia travolgente: arrivava la fanfara dei bersaglieri!

Passarono fendenti la folla che s’apriva, sorridente, quasi ad abbracciarli, i bersaglieri!

Chiesi a mio padre: 《perché corrono?》Rispose: 《inseguono la vittoria per acciuffarla! 》

Mi sembrò un modo unico e sublime per esprimere la speranza di ogni soldato.”

(Ugo Giaime)

Una lunga storia

Il 19 novembre 1816, con Regie Patenti del Re di Sardegna Vittorio Emanuele di Savoia (1759 -1824), veniva fondata l’Intendenza generale di guerra dell’Armata Sarda, da cui deriva, per trasformazione ma senza soluzione di continuità, l’odierno Corpo di Commissariato dell’Esercito.

Al commissario militare, istituito nell’esercito prussiano con il termine Quartiermeister (Quartiermastro) e sviluppatosi nelle sue attuali funzioni a somiglianza dei Commissaires des Guerres (Commissari alle guerre) dell’esercito francese-napoleonico, è devoluto ancora oggi il sostegno logistico-amministrativo del combattente attraverso la cura dei delicati settori dell’ammistrazione, del vettovagliamento, del vestiario-equipaggiamento, del casermaggio nonché della consulenza legale del Comandante (quest’ultima, una recente attribuzione).

La storia del Commissariato militare è una lunga vicenda che accompagna costantemente, nel suo supporto ancillare (nel senso nobile del termine), la storia dell’Istituzione militare di tutti i Paesi del mondo, segnandone spesso la vittoria e/o la sconfitta, sicuramente la quotidianità.

Mi piace qui ricordare che dalla figura del “Quartiermeister”prussiano nasce, tradizionalmente, il moderno ufficiale di stato maggiore e che il grande riformatore militare tedesco Gerhard von Scharnhorst ebbe proprio il titolo di “Generalquartiermeister” (Quartiermastro generale), corrispondente a Capo di Stato maggiore, dell’esercito hannoveriano prima e prussiano poi.

 

Il Generale Alberto Ficuciello (1940-2016)

Ieri  a Udine è morto, all’età di 76 anni, il Generale Alberto Ficuciello.

Avevo conosciuto e apprezzato il Generale Ficuciello all’inizio degli anni novanta in un casuale ma interessante incontro e da allora ne conservo un prezioso ricordo per quanto ebbe modo di raccontarmi sul suo modo di vedere l’Istituzione militare.

Merita ricordarne la vita, testimonianza di un’esistenza ricca e intensa, paradigmatica di un alto ufficiale al servizio dello Stato e dell’Esercito.

Figlio di un Ufficiale dell’Esercito, il Tenente Generale (ris.) Alberto Ficuciello era nato il 26 marzo 1940 in un villaggio alla frontiera nord-orientale italiana ora in Slovenia. Dopo la Scuola Militare “Nunziatella” di Napoli, aveva frequentato l’Accademia Militare di Modena, venendo promosso Sottotenente dei carristi nel 1960.

Come Ufficiale carrista, prestò servizio presso le Divisioni Corazzate Centauro ed Ariete, svolgendo incarichi di comando a tutti i livelli. Aveva prestato servizio in qualità di istruttore e comandante di plotone presso l’Accademia Militare, ed aveva comandato una compagnia carri nel Reggimento Lagunari. Nel 1980-81 comandò il 3° Btg. Carri Galas dell’Ariete.

Frequentò la Scuola di Guerra Italiana ed il Corso Superiore di Stato Maggiore negli anni 1971 – 1974.

Come Ufficiale di Stato Maggiore, prestò servizio presso il Comando della Divisione Corazzata Centauro. Dal 1975 al 1976 fu in servizio in Gran Bretagna presso il Comando della 3^ Divisione britannica, seguito da due lunghi periodi presso lo Stato Maggiore dell’Esercito Italiano, Ufficio Addestramento e Dottrina (1976-80 e 1982-84). Nel 1985 venne inviato a frequentare l’US Army War College a Carlisle in Pennsylvania.

Con il grado di Colonnello, comandò il Distretto Militare Principale di Palermo (1985-86) e fu quindi nominato Addetto Militare presso l’Ambasciata d’Italia nel Regno Unito (1986-89). Promosso Brigadier Generale nel dicembre 1988, al rientro in Italia venne nominato Comandante della Brigata Corazzata Centauro, incarico che ricoprì fino al maggio 1991. Successivamente, prestò servizio a Torino in qualità di Capo di Stato Maggiore della Regione Militare Nord-Ovest (1991-92).

Ebbe quindi l’incarico di Capo del III° Reparto (Operazioni e Addestramento) dello Stato Maggiore dell’Esercito Italiano. Successivamente, promosso al grado di Maggior Generale, fu il primo Vice Comandante del Corpo di Reazione Rapida del Comando Alleato in Europa (ARRC) (1992-95), incarico nel quale ha contribuì allo sviluppo di tutti i concetti dell’ARRC ed al conseguimento della prontezza operativa del Comando, ivi comprese le attività preparatorie allo schieramento e all’impiego dell’ARRC in Bosnia – Erzegovina (IFOR).

Dal gennaio 1996 al febbraio 1997, ebbe il comando della Scuola di Guerra dell’Esercito Italiano.

Il 1° gennaio 1997 fu promosso al grado di Tenente Generale, e dal marzo di quell’anno fino al marzo 1999 ricoprì l’incarico di Sottocapo di Stato Maggiore dell’Esercito.

Dal 31 marzo 1999 all’aprile 2001 fu Direttore del Combined Joint Planning Staff (CJPS) a favore dei comandi strategici della NATO, incarico ottenuto su selezione internazionale.

Il 13 Ottobre 2001 il Tenente Generale Ficuciello assunse l’incarico di Comandante del Comando Alleato Interforze del Sud e delle Forze Operative Terrestri dell’Esercito Italiano.

Nel 2003 lasciò il servizio attivo per sopraggiunti limiti d’età.

Nel luglio 2004 venne nominato Consigliere militare del Presidente del Consiglio dei Ministri.

Nel corso della sua lunga e brillante carriera, il Generale Alberto Ficuciello è stato insignito delle seguenti onorificenze e decorazioni: Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana; Medaglia Mauriziana; Medaglia d’argento di lungo Comando, Croce d’oro con stelletta al merito di servizio; Medaglia per le calamità pubbliche; Medaglia NATO per le operazioni nella ex-Jugoslavia; Medaglia NATO per le operazioni di supporto in Kosovo; Croce di Grand’Ufficiale con Spade dell’Ordine al Merito Melitense.

Coniugato con la Signora Berta Crainz “Bocconiana”, aveva due figli: Corrado, laureato in Ingegneria Aeronautica all’Università degli Studi di Roma, e Massimo, laureato in Scienze Politiche presso la London School of Economics (Regno Unito) e presso l’Università degli Studi di Padova. Entrambi hanno prestato servizio come ufficiali di complemento nell’Esercito Italiano, rispettivamente nei Paracadutisti e nei Lagunari.

Il figlio Massimo è caduto, insieme ad altri 18 militari e  civili italiani, nell’adempimento del proprio dovere il 12 novembre 2003 nell’attentato di Nassiriya che ha visto coinvolto il contingente italiano in Iraq.

Il Generale Ficuciello, in ricordo del figlio – ufficiale specializzato nella Pubblica Informazione-, diede vita al “Premio di giornalismo internazionale Massimo Ficuciello” che chi scrive ebbe l’onore di ricevere nell’ottobre 2011.

(Notizie biografiche tratte dal sito http://www.ferreamole.it)

La riforma Cavallero

La riforma Cavallero prende il nome dal Sottosegretario al Ministero della Guerra (al tempo il Ministro era Benito Mussolini) generale Ugo Cavallero (1880 – 1943) e fu approvata dal Parlamento nel marzo 1926. Si trattó di una riforma molto importante perché con tale struttura l’esercito italiano affronterà i principali conflitti degli anni trenta (guerre d’Etiopia e di Spagna).

La riforma Cavallero, elaborata in stretta collaborazione con il Capo di stato Maggiore generale, all’epoca il maresciallo d’Italia Pietro Badoglio (1871 – 1956), presupponeva un piano strategico difensivo nei confronti della Francia e offensivo riguardo alla Jugoslavia: la guerra futura dell’Italia quindi avrebbe dovuto combattersi sulle Alpi (lo scacchiera africano – Libia, Somalia ed Eritrea- era del tutto trascurato dalla pianificazione delle forze, che considerava sufficienti le truppa coloniali di difesa stazionate in loco). Questa (errata) premessa spiega la scarsa attenzione riservata dalla riforma Cavallero alla meccanizzazione dell’esercito, continuando ad insistere invece sul concetto, proprie delle guerre passate, che “il numero é potenza”: purtroppo i soldati italiani scopriranno dolorosamente, soprattutto sui campi di battaglia nordafricani e russi, quanto questo concetto fosse drammaticamente sbagliato. Il mancato sviluppo di unità corazzate e meccanizzate cosi come la mancanza di una stretta collaborazione con la neocostituita (1923) Aeronautica militare ebbero per l’Italia fatali conseguenze nel secondo conflitto mondiale.

La riforma Cavallero, invero molto ampia, puntava a ricostituire un esercito nelle dimensioni precedenti alla Grande Guerra: 30 divisioni di fanteria, ciascuna con 3 reggimenti di fanteria e uno di artiglieria (più i relativi supporti), a cui si aggiungevano 3 divisioni alpine. Vennero migliorate le artiglierie e l’addestramento mentre la ferma fu confermata a 18 mesi. Per ragioni di bilancio (2,5 miliardi di lire, un cifra al tempo comunque significativa) l’esercito non doveva superare i 250.000 uomini, consistenza ritenuta sufficiente specie in considerazione dei volumi organici rappresentati dalla Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale (M.N.S.V) fondata nel 1923 con evidenti obiettivi di sicurezza interna e di tutela del regime fascista.

Un giorno più lungo degli altri

Il 2 luglio 1993 a Mogadiscio l’esercito italiano ha combattuto una battaglia di cui oggi ricorre il 22° anniversario: la Battaglia del pastificio.

Al termine di un’operazione finalizzata al sequestro di armi e svolta da militari del contingente italiano della missione UNOSOM (United Nations Operation in Somalia) destinata alla pacificazione e stabilizzazione del Paese africano martoriato da una guerra civile, i miliziani somali, facendosi scudo di donne e bambini, attaccarono i  soldati italiani in corrispondenza del vecchio pastificio (indicato anche come Check Point Pasta).

I combattimenti accaniti durarono ore e al termine gli italiani ebbero 3 morti e 36 feriti (le perdite somale, certamente superiori, non furono mai quantificate con certezza).

I caduti italiani furono:

Andrea Millevoi, Sottotenente del reggimento Lancieri di Montebello, Medaglia d’oro al valor militare alla memoria;

Stefano Paolicchi, Sergente Maggiore del 9º Reggimento d’assalto paracadutisti “Col Moschin”, Medaglia d’oro al valor militare alla memoria;

Pasquale Baccaro, Caporale di leva al 186º Reggimento paracadutisti “Folgore”, Medaglia d’oro al valor militare alla memoria.

Tra i feriti gravi, l’allora Sottotenente dei paracadutisti (oggi Tenente Colonnello) Gianfranco Paglia, anch’egli decorato di Medaglia d’oro al Valor militare.

Non saranno purtroppo gli unici caduti della Missione italiana in Somalia (denominata Operazione Ibis) durata dal dicembre 1992 al marzo 1994; altri militari italiani morirono nella speranza che il loro operato portasse pace e stabilità alla Somalia. Questi i loro indimenticabili nomi:

Infermiera volontaria della Croce Rossa italiana Sorella Maria Cristina Luinetti

Paracadutista Giovanni Strambelli

Paracadutista Jonathan Mancinelli

Caporale  Rossano Visioli

Caporale Giorgio Righetti

Sergente Maggiore Roberto Cuomo

Maresciallo Capo Vincenzo Licausi

Lanciere Tommaso Carrozza

Tenente Giulio Ruzzi

Una forza per il Paese

Il 4 maggio del 1861, con una Nota a firma del Ministro della Guerra Manfredo Fanti, nasceva l’esercito italiano.

A quella data, ancor prima dell’intergrazione di quanto restava degli eserciti garibaldino e borbonico, l’esercito italiano si componeva di cinque corpi d’armata, ciascuno su tre divisioni,  e una divisione di cavalleria. I supporti erano costituiti da 8 reggimenti di artiglieria e 2 reggimenti del genio.

Da allora, 154 anni di esistenza che hanno rispecchiato fedelmente la vita e la storia dell’Italia, nei tempi grandiosi come in quelli bui, sempre al servizio dello Stato e della sua politica.

Poiché l’esercito, come le altre istituzioni militari italiane, é una forza per il Paese.

Messaggio del Presidente Mattarella in occasione del 154° anniversario di costituzione dell’Esercito

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha inviato al Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Gen. C.A. Danilo Errico, il seguente messaggio:

“Ai soldati di ogni grado, arma e specialità caduti o rimasti gravemente feriti nell’adempimento del proprio dovere in oltre un secolo e mezzo di storia al servizio del Paese, per gli ideali di libertà, rispetto dei diritti umani e pacifica convivenza, nel giorno del 154° anniversario della costituzione dell’Esercito Italiano, va il mio primo pensiero, colmo di gratitudine e commozione, mentre rivolgo, con rispetto, un saluto alla bandiera della Forza Armata, simbolo del valore, del coraggio e della gloria.

Un abbraccio ideale giunga ai tanti soldati impegnati lontano da casa per aiutare popoli amici a ritrovare la fiducia nel futuro.

A cento anni dall’immane conflitto mondiale, la Forza Armata si conferma strumento fondamentale per la sicurezza nazionale e, nel contesto delle iniziative della comunità internazionale cui l’Italia partecipa, strumento di affermazione di valori di pace, nella consapevolezza che soccorrere chi è privato dei propri diritti fondamentali è preciso dovere morale di ogni paese civile.

L’Esercito fin dall’unità nazionale ha tracciato un lungo percorso che arriva fino ai giorni nostri con la partecipazione alle missioni decise dalla comunità internazionale, con esempi di eroismo e di sacrifici che hanno ben meritato la stima, il rispetto, la riconoscenza e l’affetto dei nostri concittadini e dei tanti che avete aiutato a ritrovare libertà e dignità.

Sempre pronta rispetto alle esigenze del Paese, la Forza Armata sa rispondere sempre senza riserve, sia che si tratti di calamità naturali, sia quando risulti necessario, in supporto e congiuntamente alle forze di polizia, dissuadere azioni volte ad indebolire l’ordine democratico o a provocare allarme nei concittadini.

L’Esercito Italiano rende fieri tutti i cittadini: organizzazione integra, composta di persone che pongono innanzi a loro il dovere e la lealtà, pronti a rispondere ai compiti loro assegnati, capaci di adattarsi alle nuove sfide, uomini e donne che onorano il Tricolore in Patria ed in tante aree del mondo, anche mettendo a rischio la propria vita.

Ufficiali, sottufficiali, graduati e militari di truppa e personale civile dell’Esercito, giungano a voi tutti e alle vostre famiglie in questa giornata il saluto caloroso e l’augurio più fervido dei cittadini italiani e miei personali.

Viva l’Esercito, viva le Forze Armate, viva l’Italia!”

Roma, 4 maggio 2015

La Riforma Ferrero

Gli anni che vanno dal 1870 al 1900 furono molto importanti per la politica militare italiana. La spettacolare vittoria tedesca contro i francesi nel 1871 e l’adesione dell’Italia alla Triplice Allenza (Germania, Austria – Ungheria e Italia) nel 1882, ebbero come conseguenza una profonda rivisitazione dello strumento militare italiano che si concretizzò con due importanti riforme: la Riforma Ricotti del 1876 (di cui abbiamo già scritto su questo Blog) e la Riforma Ferrero del 1882.

La Riforma Ferrero prende il nome dal Ministro della Guerra che la propose, generale Emilio Ferrero (1819 – 1887), e venne approvata dal Parlamento italiano con la legge 29 giugno 1882 n. 831. Gli elementi caratterizzanti la riforma furono anzitutto la creazione della carica di Capo di stato maggiore dell’esercito per trasformazione della carica di Comandante del Corpo di stato maggiore. Il primo Capo di stato maggiore fu il generale Enrico Cosenz (1820 – 1898) che resse l’incarico per un lungo periodo, fino al 1893. I compiti del Capo di stato maggiore dell’esercito erano contenuti nel R.D. del 29.7.1882 n. 968 e si sostanziavano nella pianificazione delle operazioni dell’esercito il cui impiego restava nelle mani del Sovrano mentre l’approntamento era responsabilità del Ministro della Guerra (generalmente un militare).

L’ordinamento dell’esercito venne ingrandito, portando il numero dei  Corpi d’Armata da dieci a dodici, anche se gli organici rimasero sostanzialmente invariati, circa 200.000 uomini, in modo da non far salire le spese militari. Il generale Ferrero aveva in animo di aumentare la struttura generale dell’esercito, in linea con le altre potenze europee, con l’intenzione di creare un “contenitore” da riempire in caso di mobilitazione. Si trattava di una politica di potenza in divenire piuttosto che in atto. Per questo le critiche alla riforma non erano del tutto infondate perché si vennero a creare delle Unità ad organici incompleti e quindi non del tutto operative. Inoltre, per ragioni di bilancio, fu rimandato l’aggiornamento del parco artiglieria, considerato giustamente essenziale per l’efficacia dell’intero strumento militare. Ma l’Italia era allora in pieno processo di unificazione, il che comportava l’investimento di enormi somme che, come spesso accade ancora adesso, andavano a detrimento delle spese militari.

La Riforma Ferrero ha senz’altro il merito di aver migliorato il Comando e Controllo dello strumento militare non solo attraverso la definizione di competenze e responsabilità della politica militare nazionale ma anche per mezzo della creazione dello Stato Maggiore che ancora oggi rappresenta il “cuore e il cervello” dell’esercito italiano.