La guerra macedone

Nell’ambito della guerra di coalizione con gli altri alleati, nel 1916 l’Italia decise d’inviare un corpo di spedizione in Macedonia, basato sulla 35^ Divisione comandata dal generale Carlo Petitti di Roreto (1862 -1933), per concorrere al contrasto delle forze austriache e bulgare sul fronte balcanico. La partecipazione italiana, inquadrata nell’Armata alleata d’oriente (composta principalmente da truppe francesi, britanniche, russe, serbe, italiane e greche) sotto comando francese, era più politica che strategica ma apriva la strada ad una più stretta collaborazione tra le forze alleate con la prospettiva (evento che poi si realizzerà nel 1917) che contingenti alleati fossero schierati in Italia. Fu una lotta particolarmente logorante per le truppe italiane; le condizioni ambientali e climatiche del settore dove furono schierate erano in effetti durissime e molte perdite si ebbero per malattia e assideramento. Si trattava di una snervante guerra di trincea in cui l’unico fatto d’arme rilevante fu la battaglia sul fiume Cerna contro forze tedesche e bulgare: solo in questa battaglia gli italiani lamentarono più di 2000 perdite tra morti, feriti e dispersi. Al termine della campagna di guerra in Macedonia il 10 novembre 1918, gli italiani ebbero più di 8.000 perdite e ancora oggi circa 800 soldati italiani riposano (insieme alle spoglie di soldati greci, russi, serbi, francesi e britannici) nel cimitero di guerra di Zeitenlik vicino Salonicco.

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Centenario

Nel centenario della morte nella Grande Guerra del Magg. amm. Oreste Salomone, primo pilota militare ad essere insignito della Medaglia d’oro al Valor Militare, pubblico uno dei tanti scritti a lui dedicati dal suo grande amico ed estimatore Gabriele D’Annunzio, ispirati dall’atto eroico che valse al Magg. Salomone l’alta decorazione.

Lo sanno i vivi, lo sanno i morti. L’ombra della macchina alata è simile all’ombra del legno di sacrificio e di salvazione. Quando, in un giorno ormai lontanissimo (…) sul campo di Gonàrs squallido come un calvario spianato, scorsi l’apparecchio condotto da Oreste Salomone con la soma funerea, tutto asperso di sangue, la similitudine mi apparve. Le sue doppie ali traverse, fra la prua e i timoni, formavano la croce cruenta.

(Gabriele D’Annunzio -La riscossa, 1918)

Il regalo di Natale

Quest’anno chi scrive ha già, per ragioni eccezionali, ricevuto il suo regalo di Natale (sperando non sia l’ultimo!).

Si tratta del recente bel libro del grande storico Alessandro Barbero Caporetto (Editori Laterza, Bari – Roma, 2017).

Sono 645 pagine (comprese Note e Bibliografia) che offrono una visione completa di questo tragico evento della storia militare (e non solo) italiana di cui quest’anno celebriamo i 100 anni.

Una scrittura brillante ed avvincente si accompagna ad una conoscenza approfondita degli eventi storici nonchè ad una dettagliata ricostruzione della battaglia. Notevolissima ed ampia è la documentazione a cui Barbero attinge.

La domanda che Barbero (e tutti noi con lui) si pone è: perchè l’esercito italiano si è rivelato così fragile, fino al punto di crollare?

Il libro lo spiega puntualmente e racconta anche perchè l’esercito alla fine non crollò ma ripiegò e si riposizionò sul Piave e sul Monte Grappa (dove si stemperò la spinta offensiva austro -tedesca rintuzzata dalla nostra convinta resistenza), offrendo alla storia nazionale una tragica epopea che merita di essere conosciuta da tutti, anche per mezzo di questo straordinario libro.

Un’ ultima pregevole annotazione. Il libro parla di un argomento poco frequente nei testi di storia militare: i prigionieri di guerra.

I soldati italiani che vennero catturati dal nemico durante la battaglia di Caporetto furono circa 300.000; riguardo questo argomento, Barbero si concentra sul momento della cattura, sull’esperienze immediatamente successive fino all’avviamento dei prigionieri italiani nei campi di concentramento austriaci e tedeschi, dove molti trovarono la morte per fame e malattie aumentando così le vittime della più grande sconfitta militare italiana.

Il sughero galleggiante

50 anni fà, il 31 ottobre 1967, moriva il grande poeta ligure Camillo Sbarbaro (1888 – 1967), uno dei più importanti esponenti del lirismo italiano del XX° secolo.

Sbarbaro, come la maggior parte della sua generazione, prese parte alla Grande Guerra e combattè come ufficiale di fanteria sul fronte trentino.

Al termine del conflitto, venne destinato con il suo plotone al presidio di un piccolo villaggio nel Südtirol/Alto Adige di nome Lüsen/Luson, di cui scrive, insieme ad altre vicessitudini, nel resoconto di quegli anni militari poi pubblicato con il titolo Cartoline in franchigia.

Sbarbaro era un poeta minimalista che riusciva a cogliere con la sua sommessa poesia la grande intensità esistenziale sua e di chi lo circondava: un modo spoglio di esistere e di scrivere che neanche la grande tragedia della guerra riuscì a modificare, confermando così la scrittura come “atto continuo e cosciente di conoscenza, una operazione pura di vita” (Carlo Bo).

Di tale minimalismo è prova cosa scrisse di sè come soldato in guerra:

Sughero, galleggio in questo incerto.

Il centro di gravità

Cento anni fà, la dodicesima offensiva sull’Isonzo (meglio nota come la Battaglia di Caporetto) portò l’Italia sull’orlo del baratro.

Un’offensiva scagliata dalla 14^ Armata austro-tedesca ed eseguita con modalità tattiche nuove per il fronte italiano (ma ampiamente impiegate sul fronte russo) causarono la perdita di un’intera Armata italiana (la 2^) e l’arretramento del fronte dall’Isonzo al Piave, con l’abbandono al nemico di tutto il Friuli e la parte orientale del Veneto.

Molto è stato scritto su questa tragedia militare e poco si ha da aggiungere oggi su questo Blog, tranne la considerazione che gli austro-tedeschi ben avevano individuato il centro di gravità italiano (ossia il suo punto vulnerabile raggiunto il quale la vittoria sarebbe stata certa): la sorpresa.

Non che gli italiani non sapessero dell’imminente offensiva o della presenza, accanto agli austriaci, delle temibili truppe tedesche; ma non si apettavano che il nemico attuasse l’infiltrazione lungo le valli e l’aggiramento delle posizioni forti in montagna in modo da realizzare l’isolamento dei capisaldi italiani.

Gli italiani combattevono secondo gli ordini dettagliatamente ricevuti (Befehlstaktik – Tattica dell’ordine) mentre i tedeschi agivano d’iniziativa nell’ambito di un obiettivo ben definito dai livelli superiori (Auftragstaktik – Tattica del compito): per questo la mancanza di ordini derivanti dalla sorpresa scardinò il dispositivo italiano.

A questo si aggiunse la nota stanchezza delle truppe e l’insufficiente azione di comando favorita anche dall’iniziale taglio, da parte del nemico, delle principali linee di comunicazione.

Ciononostante, la manovra di ripiegamento e di assestamento dell’Esercito sulla linea di difesa Piave – Monte Grappa riuscì e, insieme alla generale mobilitazione di tutto il Paese, pose le basi prima della resistenza e, un anno dopo, della finale e vittoriosa offensiva di Vittorio Veneto.

Un’importante domanda

I Generali devono stare nelle retrovie (nei Posti Comando) a pianificare e condurre la battaglia o in prima linea con i propri uomini a guidare l’azione?

A questa interessante domanda offre un’approfondita risposta il giovane (ma già molto conosciuto agli addetti ai lavori per le sue precedenti ricerche e pubblicazioni) storico Giovanni Cecini nel suo ultimo (e appena uscito) libro Generali in trincea – Comandanti eroici italiani nella Prima Guerra Mondiale Edizioni Chillemi, Roma 2017.

Per mezzo di venti accurate biografie, il libro racconta le vicende dei Generali italiani che meritarono la Medaglia d’oro al valor militare per il loro eroismo in combattimento.

Ritroviamo dunque le storie, tra le altre, dei Generali Antonino Cascino, Antonio Cantore e Maurizio Gonzaga del Vodice (quest’ultimo, per chi scrive, rappresentante indiscusso della più nobile tradizione militare italiana) che, con il loro comportamento valoroso in battaglia, sono assurti a miti della storia dell’esercito italiano.

Finalmente un bel libro da leggere e invitare a leggere (anche per rispondere all’importante iniziale domanda)!

Il campo di papaveri

La terra che accoglie i soldati destinati al riposo eterno spesso, a inizio estate, è coperta di papaveri rossi a perdita d’occhio.

Questo fenomeno naturale è particolarmente rilevante nei campi delle Fiandre, della Piccardia, delle Somme che videro nella Grande Guerra cadere, dall’una e dall’altra parte, migliaia di giovani che non avevano altra speranza che la vita.

Molti, ma non tutti, ebbero una degna sepoltura nei cimiteri militari, ora divenuti monito perenne contro la guerra.

Altri rimasero insepolti, ignoti ai più e classificati come dispersi da coloro che l’inviarono a combattere, là dove lanciarono l’ultima voce al mondo.

I campi di papaveri conservano questa voce, fraterna ed uguale, come un anelito d’esistenza che la natura preserva e vivifica.

Per sempre.

(Ugo Giaime)