Il milite immortale

Ogni 2 giugno le celebrazioni per la Festa della Repubblica si aprono con la deposizione, da parte del Presidente della Repubblica, di una corona di fiori (portata da due corazzieri) all’Altare della Patria che custodisce il milite ignoto.

L’ idea di tumulare con tutti gli onori le spoglie di un caduto ignoto della Grande Guerra sorse nel 1920 per opera del Generale Giulio Douhet e si diffuse in tutta Europa.

Il 4 novembre 1921, portato a spalla da 6 decorati di medaglia d’oro al valor militare, venne tumulato al Vittoriano il feretro del milite ignoto, decorato anch’esso di medaglia d’oro al valor militare con la seguente motivazione:

“Degno figlio di una stirpe prode e di una millenaria civiltà, resistette inflessibile nelle trincee più contese, prodigò il suo coraggio nelle più cruente battaglie e cadde combattendo senz’altro premio sperare che la vittoria e la grandezza della Patria.”

Pochi sanno che il milite ignoto italiano è insignato anche della Medal of Honor degli Stati Uniti d’America e della Croce della libertà per il comando militare (di 1^ classe) concessa dall’Estonia.

Un milite immortale che veglia sui valori della Repubblica.

La grande storia dei semplici

Chi fa la Storia? I grandi personaggi o gli umili sconosciuti? I più risponderebbero che i primi tracciano la strada che i secondi percorrono e non sarebbe sbagliato.

Ne è conferma un libro recentemente edito (Le voci degli eroi invisibili 1915-1918 Pregi Editore, Salerno, 2016) scritto dal Prof. Giuseppe Preziosi che narra le vicende di 3 combattenti italiani della Grande Guerra (sacrosanto ricordarne i nomi: Ferdinando Lanzalone, Carmine Iasuozzi e Panfilio Balestrieri).

Scritto in uno stile raffinato e avvincente (ricorda istintivamente “Assunta e Alessandro” il bel racconto di Alberto Asor Rosa – Einaudi, 2010 – dedicato alla vita dei propri genitori scomparsi), il libro è un momumento letterario ai suoi protagonisti che ben rappresentano tutti coloro le cui vite furono coinvolte e sconvolte dalla tragedia della Prima Guerra Mondiale, “polvere degli umili nell’ingranaggio della Storia”.

E non mi riferisco unicamente ai soldati al fronte ma anche ai loro familiari che hanno patito la mancanza e l’angosciosa preoccupazione per il destino, spesso sconosciuto, delle loro persone care.

Il libro poi è uno straordinario manuale di storia militare non solo per la precisa ricostruzione dei fatti d’arme ma anche e sopratutto per la preziosa messe d’informazioni (segno evidente di una lunga e accurata ricerca archivistica) sull’ordinamento dell’esercito italiano nella Grande Guerra.

Ne è prova, tra le tante, la precisa ricostruzione dell’organizzazione e compiti delle cosidette Compagnie Presidiarie, del tutto sconosciute (ahimè) a chi scrive prima della lettura del libro del Prof. Preziosi. Per inciso, le Compagnie Presidiarie, formate da personale non impiegabile al fronte, avevano, come suggerisce il nome stesso, funzioni di supporto e presidio (comandi Tappa, depositi ecc.). Ogni Reggimento disponeva di una o più Compagnia Presidiaria, numerata diversamente dal Reggimento d’inquadramento. Al numero indicativo della Compagnia faceva seguito una lettera dell’alfabeto a seconda delle Compagnie Presidiarie cui disponeva il Reggimento. Ad esempio: 78^ Compagnia Presidiaria (a – b perché ne erano due) del 29° Reggimento fanteria della Brigata “Pisa”.

Talvolta ci capita per le mani qualcosa che cambia la nostra percezione di persone e avvenimente, e arrichisce la nostra esistenza di nuove conoscenze ed emozioni: è il fortunato caso di questo pregevole e consigliabile libro.

Sbarbaro soldato

Il poeta ligure Camillo Sbarbaro (1888-1967), esponente di spicco della letteratura italiana del XX° secolo, come altri letterati suoi contemporanei (ad esempio, Giuseppe Ungaretti), combatté nella Grande Guerra.

Dopo essersi arruolato nella Croce Rossa Italiana, divenne ufficiale di fanteria (prima nel 12° reggimento della Brigata “Casale” e poi nel 27° reggimento della Brigata “Pavia”) e fece la sua esperienza al fronte nel periodo 1917-1918. Successivamente comandò, fino al giugno 1919, un piccolo presidio militare nel villaggio di Luson in Alto Adige (Sudtirolo).

Di questo periodo, Sbarbaro lasciò traccia nella sua opera “Cartoline in franchigia”, in cui non si ritrovano toni patriotici, marziali o politici bensì il proprio quotidiano vissuto nell’osservazione della natura (Sbarbaro era un appassionato botanico) e la scrittura di breve osservazioni che lui chiamava “trucioli”. Tra queste un breve aforisma esistenziale: “Nella vita come in trincea alzi la testa e fischiano le pallottole”.

Anche in guerra Sbarbaro confermò quel “modo spoglio di esistere” che produsse una poetica tra le più alte e intense del Novecento.

L’immortale

Tra i miti della Grande Guerra che ancora sopravvivono, il più celebre è quello del Capitano pilota tedesco Manfred von Richthofen (1892 – 1918), passato alla storia come il “Barone Rosso” (der rote Baron) per via del suo aereo triplano dipinto di rosso.

Il “Barone Rosso” è ancora oggi, per tutti i piloti militari del mondo, un modello di audacia e di abilità al comando durante i combattimenti aerei.

Le strategie e le tattiche di combattimento nel cielo elaborate dal giovane capitano (Rittermeister) degli ulani fattosi aviatore, influenzano ancora ai giorni nostri la pianificazione degli scontri aerei. Per non parlare dello spirito cavalleresco che fa del “Barone Rosso” un riferimento ideale dell’etica aviatoria (diede espresso ordine di colpire sempre gli aerei nemici e mai i loro piloti).

Per suo eccezionale valore, il “Barone Rosso” fu pluridecorato; in particolare, venne insignito della più alta decorazione militare prussiana dell’epoca: la croce “Pour le Merite” (ordine al valore militare fondato da Federico il Grande).

Manfred von Richthofen morì, probabilmente ferito a morte da colpi sparati dalle trincee nemiche, il 21 aprile 1918 sulle Somme, in Francia. A quel giorno, aveva conseguito l’abbattimento di ben 80 aerei nemici (risultando così il pilota tedesco più vittorioso della Grande Guerra). Ebbe tre sepolture provvisorie (tra cui nel cimitero d’onore Invalidenfriedhof di Berlino – lo stesso dove è sepolto Scharnhorst) prima che i suoi resti mortali trovassero definitiva sistemazione nella cappella di famiglia a Wiesbaden (Assia) nel 1976.

A testimonianza di come la memoria del “Barone Rosso” sia oggi indubbiamente viva (perquanto la storia dell’esercito imperiale non faccia parte delle tradizioni della Bundeswehr), l’odierna Luftwaffe (aeronautica militare tedesca) l’onora con uno Stormo di Eurofighters a lui intitolato: il Geschwader (Stormo) 71 “Richthofen” di Wittmund, nel nord della Germania.

Memoria di un prode

Nella carneficina della Grande Guerra, la morte colse tutti senza distinzione alcuna. Tra i tanti caduti, anche la categoria dei Generali, inevitabilmente, ebbe i propri.

Tra questi, voglio ricordare il Maggior Generale Ferruccio Trombi (1858 – 1915), Comandante della Brigata “Verona”, morto in combattimento il 28 novembre 1915 ad Oslavia – Gorizia (oggi sede di un sacrario militare che custodisce le spoglie di ben 57.741 soldati italiani morti nelle battaglie per la presa della città).

Per il suo coraggio, al Maggior Generale Trombi fu concessa la Medaglia d’oro al Valor militare (alla memoria) con la seguente motivazione:

“Comandante di settore al Sabotino, dal 18 al 27 novembre, prodigò ineusaribili doti di energia, di valore, di perizia, per affrontare e superare una difficile situazione. Chiamato improvvisamente ad assumere la direzione delle operazioni in altro settore, accoglieva con entusiasmo l’incarico e, nell’adempimento di esso, sulle linee più avanzate, ove erasi recato per rincuorare le truppe, colpito in pieno da un proiettile di artiglieria nemica, moriva da prode, suggellando con tale splendida fine sul campo dell’onore tutta la sua vita di fiero e valoroso soldato. – Oslavia- 28 novembre 1915”

Una minima traccia, nell’ombra del tempo, di una storia personale che oggi merita di essere illuminata dalla luce della conoscenza.

Ultima Verba

Il 12 luglio 1916, il politico trentino, campione della causa irredentista, Cesare Battisti (1875-1916), catturato con l’uniforme italiana di Tenente degli Alpini, viene condannato a morte per alto tradimento (i trentini erano allora sudditi dell’Impero asburgico), con esecuzione immediata. Insieme a lui viene catturato (e anch’esso giustiziato) il patriota italiano Fabio Filzi (1884-1916).

A Cesare Battisti è fatto divieto di scrivere, sicché l’ultima sua lettera ai familiari viene da lui dettata ad un Sottufficiale austriaco e indirizzata al fratello perché teme che la moglie, residente in Italia, non possa riceverla:

“Caro fratello!

Mi hanno condannato a morte. La sentenza sarà subito eseguita. Mando a te il saluto estremo, che non posso indirizzare alla mia famiglia. Portalo tu, quando potrai, alla mia Ernesta, che fu per me una santa, ai miei dolcissimi figli, Gigino, Livietta, Camillo, al nonno e alle zie, allo zio e alle mie sorelle, e alle loro famiglie. Io vado incontro alla mia sorte con animo sereno e tranquillo. Ai miei figli: siate buoni e vogliate bene alla mamma, consolate il suo dolore.”

Da lì a poco, Cesare Battisti verrà impiccato nel castello di Trento, immolando così la sua vita alla causa italiana ed entrando nella Storia nazionale con quella stessa testa alta che lo contraddistingue nel cammino verso il supplizio come l’ultimo eroe del Risorgimento.

Non è affatto sbagliato affermare che Cesare Battisti concretizzò con la sua opera, e ancor più, con il suo sacrificio quell’ideale mazziniano dell’indissolubità tra giustizia, libertà, nazione e popolo.

Pensieri di un soldato

Ferruccio Parri (1890-1981), Padre fondatore della nostra Repubblica, fu combattente della Grande Guerra come ufficiale di fanteria. Per il grande coraggio mostrato sul campo di battaglia, fu decorato per ben tre volte della Medaglia d’argento al valor militare.

Fine scrittore, riporto di seguito le sue illuminanti riflessioni annotate prima di condurre un attacco contro il nemico, sottolineandone l’originalità e la profondità eccezionali.

<Fu una inquieta notte, non nelle mie abitudini, come se dovessi anch’io fare i conti finali con la vita. Ma sapevo abbastanza per non meravigliarmi più della viltà naturale degli uomini, così che anche la guerra, quella triste guerra, si intesseva di un gioco di scarico di responsabilità, aggravato spesso, in quelli che stanno in alto, dalla ipocrisia e dalla prepotenza. Ma io, col mio orgoglio di fondo, che parte mi prendevo, che figura facevo? Dovevo obbedire ai generali o sparare contro i generali? Una riflessione ormai matura mi aveva insegnato a guardarmi da giudizi avventati sui grandi complessi sociali, avventure e sbandamenti. Ero una pedina. Allora un inganno stupido? Come conciliare la chiarezza che desideravo nel pensiero e nell’azione con la consapevolezza della mia ingenuità ma col rifiuto della stupidità? Quale era il Dio che mi impediva quella mattina di appiattirmi, di mandare al macello i soldati, di mandare avanti, al mio posto, il mio soldatino, anche lui con la mamma e il babbo che lo aspettavano? Il mio Dio non stava in cielo, non stava nella fede dei credenti, nei libri dei filosofi, non nella teorizzazione valida per tutte le genti umane. E spremi, spremi trovavo un solo semplice, non ragionabile ma inestirpabile invito: “sii in pace con te stesso”>.

(citato da Maurizio Viroli, L’autunno della Repubblica, Laterza, Bari 2016, pagg. 198-199)