Les camarades italiens

Dopo i fatti di Caporetto, nel marzo 1918 l’Italia decise d’inviare un corpo di spedizione sul fronte occidentale anche in risposta all’afflusso sul fronte italiano di rinforzi alleati. Venne scelto il II Corpo d’Armata del generale Alberico Albricci, composto dalla 3^ e 8^ Divisione, inquadrata nella 5^ Armata francese. Il settore di schieramento italiano comprendeva la posizione strategica dell’altura di Bligny, una collina di circa 200 m considerata essenziale per la tenuta dell’intero schieramento italiano e alleato. Il 15 luglio 1918 i tedeschi sferrarono una potente offensiva su tutto il fronte della Marna e preponderanti forze nemiche si concentrarono proprio contro lo schieramento italiano. La lotta fu furiosa, con continui attacchi e contrattacchi da ambedue le parti, incentrata proprio sulla conquista della collina di Bligny. Alla fine gli italiani, al prezzo di forti perdite, resistettero e respinsero gli assalti conservando il fronte assegnato e l’importante collina. Sui luoghi della battaglia fu presente, come giovane sottotenente degli Arditi, anche lo scrittore Curzio Malaparte. I drammatici eventi di cui furono protagonisti gli italiani è oggi testimoniato dal grande cimitero di guerra italiano di Bligny in cui riposano le spoglie di 3.440 soldati italiani caduti durante l’omonima battaglia e, in generale, sul fronte francese.

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Uno e tre

Nella bella Fiesole si trova una lapide che ricorda Monsignor Giovanni Giorgis (1887 -1954) Vescovo della cittadina dal 1937 al 1954.

Monsignor Giorgis era stato impiegato nella Grande Guerra come Cappellano militare del Battaglione Val d’Adige del 6° Reggimento Alpini, guadagnandosi sul campo la Medaglia di Bronzo al valor militare (per l’opera pastorale e assistenziale svolta durante la Battaglia dei Tre Monti 28 – 31 gennaio 1918).

Tra le altre benemerenze, Don Giovanni fu tra i Cappellani militari che proposero San Maurizio (già legionario di una Legione romana schierata sulle Alpi) Patrono degli Alpini, festeggiato dal prestigioso Corpo il 22 settembre.

Questo mi ha fatto riflettere come si possa essere più cose nello stesso momento: sacerdote, alpino e decorato al valor militare!

Una testimonianza di come talvolta la militarità rappresenti diversi aspetti dell’identità di un uomo.

La guerra di Ludwig

Ludwig Renn (pseudonimo di Arnold Vieth von Golssenau 1889 -1979) è stato uno scrittore tedesco ingiustamente poco conosciuto in Italia al di fuori dei circoli letterari.

Uomo di grande coraggio e di spiccata libertà identitaria, visse una vita fuori dal comune durante tutto il travagliato novecento, lasciando una profonda impronta nella cultura tedesca contemporanea.

Proveniente da una famiglia nobile sassone, aderì al comunismo, venne rinchiuso in un campo di concentramento nazista e partecipò alla guerra di Spagna tra le fila delle Brigate internazionali. Trascorse poi in volontario esilio in Messico gli anni della Seconda Guerra mondiale, al termine della quale si trasferì nella Repubblica Democratica Tedesca.

Noto scrittore, la sua opera più famosa è un libro sulla Grande Guerra, come lui l’aveva vissuta da combattente, intitolato semplicemente Krieg (Guerra): un capolavoro della letteratura di genere.

Il libro è una realistica e cruda testimonianza della brutalità della guerra ma anche dell’immensa umanità che la pervade, perchè la guerra è (ovviamente) combattuta dagli uomini nella loro più variegata diversità. Un tragico e variopinto affresco che ferma la drammatica storia di cui Renn, come altri milioni di uomini, fu testimone e vittima.

Krieg è anzitutto una testimonianza in presa diretta di ciò che Renn ha vissuto in prima persona. Non ha connotati ideologici o scientifici sulla guerra; essa viene descritta nella sua infernale semplicità, quasi monotonia. Anche il linguaggio onomatopeico a cui ricorre Renn quando descrive le mitragliatrici o le esplosioni ha un senso di terrificante banalità a cui l’autore nulla aggiunge ritendo i suoni descritti più che sufficenti a trasmettere il messaggio antieroico del brutale conflitto.

Krieg uscì nel 1928 in Germania ed ebbe un così grande successo che l’anno dopo apparve anche in Italia in una convincente traduzione di Paolo Monelli.

Recentemente, la casa editrice L’Orma lo ha ripubblicato nella versione del 1929 tradotta dal Monelli: una lettura consigliabile a tutti coloro che continuano ad interrogarsi sul (drammatico) fenomeno che è la guerra.

La guerra macedone

Nell’ambito della guerra di coalizione con gli altri alleati, nel 1916 l’Italia decise d’inviare un corpo di spedizione in Macedonia, basato sulla 35^ Divisione comandata dal generale Carlo Petitti di Roreto (1862 -1933), per concorrere al contrasto delle forze austriache e bulgare sul fronte balcanico. La partecipazione italiana, inquadrata nell’Armata alleata d’oriente (composta principalmente da truppe francesi, britanniche, russe, serbe, italiane e greche) sotto comando francese, era più politica che strategica ma apriva la strada ad una più stretta collaborazione tra le forze alleate con la prospettiva (evento che poi si realizzerà nel 1917) che contingenti alleati fossero schierati in Italia. Fu una lotta particolarmente logorante per le truppe italiane; le condizioni ambientali e climatiche del settore dove furono schierate erano in effetti durissime e molte perdite si ebbero per malattia e assideramento. Si trattava di una snervante guerra di trincea in cui l’unico fatto d’arme rilevante fu la battaglia sul fiume Cerna contro forze tedesche e bulgare: solo in questa battaglia gli italiani lamentarono più di 2000 perdite tra morti, feriti e dispersi. Al termine della campagna di guerra in Macedonia il 10 novembre 1918, gli italiani ebbero più di 8.000 perdite e ancora oggi circa 800 soldati italiani riposano (insieme alle spoglie di soldati greci, russi, serbi, francesi e britannici) nel cimitero di guerra di Zeitenlik vicino Salonicco.

Centenario

Nel centenario della morte nella Grande Guerra del Magg. amm. Oreste Salomone, primo pilota militare ad essere insignito della Medaglia d’oro al Valor Militare, pubblico uno dei tanti scritti a lui dedicati dal suo grande amico ed estimatore Gabriele D’Annunzio, ispirati dall’atto eroico che valse al Magg. Salomone l’alta decorazione.

Lo sanno i vivi, lo sanno i morti. L’ombra della macchina alata è simile all’ombra del legno di sacrificio e di salvazione. Quando, in un giorno ormai lontanissimo (…) sul campo di Gonàrs squallido come un calvario spianato, scorsi l’apparecchio condotto da Oreste Salomone con la soma funerea, tutto asperso di sangue, la similitudine mi apparve. Le sue doppie ali traverse, fra la prua e i timoni, formavano la croce cruenta.

(Gabriele D’Annunzio -La riscossa, 1918)

Il regalo di Natale

Quest’anno chi scrive ha già, per ragioni eccezionali, ricevuto il suo regalo di Natale (sperando non sia l’ultimo!).

Si tratta del recente bel libro del grande storico Alessandro Barbero Caporetto (Editori Laterza, Bari – Roma, 2017).

Sono 645 pagine (comprese Note e Bibliografia) che offrono una visione completa di questo tragico evento della storia militare (e non solo) italiana di cui quest’anno celebriamo i 100 anni.

Una scrittura brillante ed avvincente si accompagna ad una conoscenza approfondita degli eventi storici nonchè ad una dettagliata ricostruzione della battaglia. Notevolissima ed ampia è la documentazione a cui Barbero attinge.

La domanda che Barbero (e tutti noi con lui) si pone è: perchè l’esercito italiano si è rivelato così fragile, fino al punto di crollare?

Il libro lo spiega puntualmente e racconta anche perchè l’esercito alla fine non crollò ma ripiegò e si riposizionò sul Piave e sul Monte Grappa (dove si stemperò la spinta offensiva austro -tedesca rintuzzata dalla nostra convinta resistenza), offrendo alla storia nazionale una tragica epopea che merita di essere conosciuta da tutti, anche per mezzo di questo straordinario libro.

Un’ ultima pregevole annotazione. Il libro parla di un argomento poco frequente nei testi di storia militare: i prigionieri di guerra.

I soldati italiani che vennero catturati dal nemico durante la battaglia di Caporetto furono circa 300.000; riguardo questo argomento, Barbero si concentra sul momento della cattura, sull’esperienze immediatamente successive fino all’avviamento dei prigionieri italiani nei campi di concentramento austriaci e tedeschi, dove molti trovarono la morte per fame e malattie aumentando così le vittime della più grande sconfitta militare italiana.

Il sughero galleggiante

50 anni fà, il 31 ottobre 1967, moriva il grande poeta ligure Camillo Sbarbaro (1888 – 1967), uno dei più importanti esponenti del lirismo italiano del XX° secolo.

Sbarbaro, come la maggior parte della sua generazione, prese parte alla Grande Guerra e combattè come ufficiale di fanteria sul fronte trentino.

Al termine del conflitto, venne destinato con il suo plotone al presidio di un piccolo villaggio nel Südtirol/Alto Adige di nome Lüsen/Luson, di cui scrive, insieme ad altre vicessitudini, nel resoconto di quegli anni militari poi pubblicato con il titolo Cartoline in franchigia.

Sbarbaro era un poeta minimalista che riusciva a cogliere con la sua sommessa poesia la grande intensità esistenziale sua e di chi lo circondava: un modo spoglio di esistere e di scrivere che neanche la grande tragedia della guerra riuscì a modificare, confermando così la scrittura come “atto continuo e cosciente di conoscenza, una operazione pura di vita” (Carlo Bo).

Di tale minimalismo è prova cosa scrisse di sè come soldato in guerra:

Sughero, galleggio in questo incerto.