Il sughero galleggiante

50 anni fà, il 31 ottobre 1967, moriva il grande poeta ligure Camillo Sbarbaro (1888 – 1967), uno dei più importanti esponenti del lirismo italiano del XX° secolo.

Sbarbaro, come la maggior parte della sua generazione, prese parte alla Grande Guerra e combattè come ufficiale di fanteria sul fronte trentino.

Al termine del conflitto, venne destinato con il suo plotone al presidio di un piccolo villaggio nel Südtirol/Alto Adige di nome Lüsen/Luson, di cui scrive, insieme ad altre vicessitudini, nel resoconto di quegli anni militari poi pubblicato con il titolo Cartoline in franchigia.

Sbarbaro era un poeta minimalista che riusciva a cogliere con la sua sommessa poesia la grande intensità esistenziale sua e di chi lo circondava: un modo spoglio di esistere e di scrivere che neanche la grande tragedia della guerra riuscì a modificare, confermando così la scrittura come “atto continuo e cosciente di conoscenza, una operazione pura di vita” (Carlo Bo).

Di tale minimalismo è prova cosa scrisse di sè come soldato in guerra:

Sughero, galleggio in questo incerto.

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Il centro di gravità

Cento anni fà, la dodicesima offensiva sull’Isonzo (meglio nota come la Battaglia di Caporetto) portò l’Italia sull’orlo del baratro.

Un’offensiva scagliata dalla 14^ Armata austro-tedesca ed eseguita con modalità tattiche nuove per il fronte italiano (ma ampiamente impiegate sul fronte russo) causarono la perdita di un’intera Armata italiana (la 2^) e l’arretramento del fronte dall’Isonzo al Piave, con l’abbandono al nemico di tutto il Friuli e la parte orientale del Veneto.

Molto è stato scritto su questa tragedia militare e poco si ha da aggiungere oggi su questo Blog, tranne la considerazione che gli austro-tedeschi ben avevano individuato il centro di gravità italiano (ossia il suo punto vulnerabile raggiunto il quale la vittoria sarebbe stata certa): la sorpresa.

Non che gli italiani non sapessero dell’imminente offensiva o della presenza, accanto agli austriaci, delle temibili truppe tedesche; ma non si apettavano che il nemico attuasse l’infiltrazione lungo le valli e l’aggiramento delle posizioni forti in montagna in modo da realizzare l’isolamento dei capisaldi italiani.

Gli italiani combattevono secondo gli ordini dettagliatamente ricevuti (Befehlstaktik – Tattica dell’ordine) mentre i tedeschi agivano d’iniziativa nell’ambito di un obiettivo ben definito dai livelli superiori (Auftragstaktik – Tattica del compito): per questo la mancanza di ordini derivanti dalla sorpresa scardinò il dispositivo italiano.

A questo si aggiunse la nota stanchezza delle truppe e l’insufficiente azione di comando favorita anche dall’iniziale taglio, da parte del nemico, delle principali linee di comunicazione.

Ciononostante, la manovra di ripiegamento e di assestamento dell’Esercito sulla linea di difesa Piave – Monte Grappa riuscì e, insieme alla generale mobilitazione di tutto il Paese, pose le basi prima della resistenza e, un anno dopo, della finale e vittoriosa offensiva di Vittorio Veneto.

Un’importante domanda

I Generali devono stare nelle retrovie (nei Posti Comando) a pianificare e condurre la battaglia o in prima linea con i propri uomini a guidare l’azione?

A questa interessante domanda offre un’approfondita risposta il giovane (ma già molto conosciuto agli addetti ai lavori per le sue precedenti ricerche e pubblicazioni) storico Giovanni Cecini nel suo ultimo (e appena uscito) libro Generali in trincea – Comandanti eroici italiani nella Prima Guerra Mondiale Edizioni Chillemi, Roma 2017.

Per mezzo di venti accurate biografie, il libro racconta le vicende dei Generali italiani che meritarono la Medaglia d’oro al valor militare per il loro eroismo in combattimento.

Ritroviamo dunque le storie, tra le altre, dei Generali Antonino Cascino, Antonio Cantore e Maurizio Gonzaga del Vodice (quest’ultimo, per chi scrive, rappresentante indiscusso della più nobile tradizione militare italiana) che, con il loro comportamento valoroso in battaglia, sono assurti a miti della storia dell’esercito italiano.

Finalmente un bel libro da leggere e invitare a leggere (anche per rispondere all’importante iniziale domanda)!

Il campo di papaveri

La terra che accoglie i soldati destinati al riposo eterno spesso, a inizio estate, è coperta di papaveri rossi a perdita d’occhio.

Questo fenomeno naturale è particolarmente rilevante nei campi delle Fiandre, della Piccardia, delle Somme che videro nella Grande Guerra cadere, dall’una e dall’altra parte, migliaia di giovani che non avevano altra speranza che la vita.

Molti, ma non tutti, ebbero una degna sepoltura nei cimiteri militari, ora divenuti monito perenne contro la guerra.

Altri rimasero insepolti, ignoti ai più e classificati come dispersi da coloro che l’inviarono a combattere, là dove lanciarono l’ultima voce al mondo.

I campi di papaveri conservano questa voce, fraterna ed uguale, come un anelito d’esistenza che la natura preserva e vivifica.

Per sempre.

(Ugo Giaime)

Il milite immortale

Ogni 2 giugno le celebrazioni per la Festa della Repubblica si aprono con la deposizione, da parte del Presidente della Repubblica, di una corona di fiori (portata da due corazzieri) all’Altare della Patria che custodisce il milite ignoto.

L’ idea di tumulare con tutti gli onori le spoglie di un caduto ignoto della Grande Guerra sorse nel 1920 per opera del Generale Giulio Douhet e si diffuse in tutta Europa.

Il 4 novembre 1921, portato a spalla da 6 decorati di medaglia d’oro al valor militare, venne tumulato al Vittoriano il feretro del milite ignoto, decorato anch’esso di medaglia d’oro al valor militare con la seguente motivazione:

“Degno figlio di una stirpe prode e di una millenaria civiltà, resistette inflessibile nelle trincee più contese, prodigò il suo coraggio nelle più cruente battaglie e cadde combattendo senz’altro premio sperare che la vittoria e la grandezza della Patria.”

Pochi sanno che il milite ignoto italiano è insignato anche della Medal of Honor degli Stati Uniti d’America e della Croce della libertà per il comando militare (di 1^ classe) concessa dall’Estonia.

Un milite immortale che veglia sui valori della Repubblica.

La grande storia dei semplici

Chi fa la Storia? I grandi personaggi o gli umili sconosciuti? I più risponderebbero che i primi tracciano la strada che i secondi percorrono e non sarebbe sbagliato.

Ne è conferma un libro recentemente edito (Le voci degli eroi invisibili 1915-1918 Pregi Editore, Salerno, 2016) scritto dal Prof. Giuseppe Preziosi che narra le vicende di 3 combattenti italiani della Grande Guerra (sacrosanto ricordarne i nomi: Ferdinando Lanzalone, Carmine Iasuozzi e Panfilio Balestrieri).

Scritto in uno stile raffinato e avvincente (ricorda istintivamente “Assunta e Alessandro” il bel racconto di Alberto Asor Rosa – Einaudi, 2010 – dedicato alla vita dei propri genitori scomparsi), il libro è un momumento letterario ai suoi protagonisti che ben rappresentano tutti coloro le cui vite furono coinvolte e sconvolte dalla tragedia della Prima Guerra Mondiale, “polvere degli umili nell’ingranaggio della Storia”.

E non mi riferisco unicamente ai soldati al fronte ma anche ai loro familiari che hanno patito la mancanza e l’angosciosa preoccupazione per il destino, spesso sconosciuto, delle loro persone care.

Il libro poi è uno straordinario manuale di storia militare non solo per la precisa ricostruzione dei fatti d’arme ma anche e sopratutto per la preziosa messe d’informazioni (segno evidente di una lunga e accurata ricerca archivistica) sull’ordinamento dell’esercito italiano nella Grande Guerra.

Ne è prova, tra le tante, la precisa ricostruzione dell’organizzazione e compiti delle cosidette Compagnie Presidiarie, del tutto sconosciute (ahimè) a chi scrive prima della lettura del libro del Prof. Preziosi. Per inciso, le Compagnie Presidiarie, formate da personale non impiegabile al fronte, avevano, come suggerisce il nome stesso, funzioni di supporto e presidio (comandi Tappa, depositi ecc.). Ogni Reggimento disponeva di una o più Compagnia Presidiaria, numerata diversamente dal Reggimento d’inquadramento. Al numero indicativo della Compagnia faceva seguito una lettera dell’alfabeto a seconda delle Compagnie Presidiarie cui disponeva il Reggimento. Ad esempio: 78^ Compagnia Presidiaria (a – b perché ne erano due) del 29° Reggimento fanteria della Brigata “Pisa”.

Talvolta ci capita per le mani qualcosa che cambia la nostra percezione di persone e avvenimente, e arrichisce la nostra esistenza di nuove conoscenze ed emozioni: è il fortunato caso di questo pregevole e consigliabile libro.

Sbarbaro soldato

Il poeta ligure Camillo Sbarbaro (1888-1967), esponente di spicco della letteratura italiana del XX° secolo, come altri letterati suoi contemporanei (ad esempio, Giuseppe Ungaretti), combatté nella Grande Guerra.

Dopo essersi arruolato nella Croce Rossa Italiana, divenne ufficiale di fanteria (prima nel 12° reggimento della Brigata “Casale” e poi nel 27° reggimento della Brigata “Pavia”) e fece la sua esperienza al fronte nel periodo 1917-1918. Successivamente comandò, fino al giugno 1919, un piccolo presidio militare nel villaggio di Luson in Alto Adige (Sudtirolo).

Di questo periodo, Sbarbaro lasciò traccia nella sua opera “Cartoline in franchigia”, in cui non si ritrovano toni patriotici, marziali o politici bensì il proprio quotidiano vissuto nell’osservazione della natura (Sbarbaro era un appassionato botanico) e la scrittura di breve osservazioni che lui chiamava “trucioli”. Tra queste un breve aforisma esistenziale: “Nella vita come in trincea alzi la testa e fischiano le pallottole”.

Anche in guerra Sbarbaro confermò quel “modo spoglio di esistere” che produsse una poetica tra le più alte e intense del Novecento.