Per l’alto mare aperto

Oggi la marina militare italiana celebra la propria festa.

Si festeggia l’impresa di Premuda, ossia l’affondamento il 10 giugno 1918, presso l’isola dalmata di Premuda, della corazzata austriaca Szent István (Santo Stefano) ad opera dei MAS (Motoscafo Armato Silurante) 21 e 15, comandati rispettivamente da Giuseppe Aonzo (1887 – 1954) e Luigi Rizzo (1887 – 1951). Quest’ultimo, in particolare, rappresenta per la marina militare italiana una figura leggendaria per via del suo indubbio carisma e delle sue storiche azioni in guerra (e in pace).

In sua memoria e in onore di tutti i marinai italiani, idealmente uniti in questo giorno nel suo nome, riporto la motivazione della medaglia d’oro al valor militare concessa all’ammiraglio Luigi Rizzo, conte di Grado e di Premuda:

Comandante di una sezione di piccole siluranti in perlustrazione nelle acque di Dalmazia, avvistava una poderosa forza navale nemica composta di due corazzate e numerosi cacciatorpediniere e, senza esitare, noncurante del grande rischio, dirigeva immediatamente con la sezione all’attacco. Attraversava con incredibile audacia e somma perizia militare e marinaresca la linea fortissima delle scorte e lanciava due siluri contro una delle due corazzate nemiche, colpendola ripetutamente in modo da affondarla. Liberavasi con grande abilità dal cerchio di cacciatorpediniere che da ogni lato gli sbarrava il cammino e, inseguito e cannoneggiato da uno di essi, con il lancio di una bomba di profondità lo faceva desistere dall’inseguimento danneggiandolo gravemente. Costa Dalmata, notte sul 10 giugno 1918

Ufficiale, Storico e Gentiluomo

In occasione del centenario della nascita dell’ammiraglio Gino Galuppini, indimenticabile Capo Ufficio Storico della Marina militare, ricevo e volentieri pubblico una testimonianza del giovane e promettente storico Giovanni Cecini in ricordo di questo straordinario ufficiale, storico e gentiluomo.

Un ricordo personale in memoria dell’amico Gino Galuppini

(Bologna 1914 – Roma 2010)

 

di Giovanni Cecini

 

In più di un’occasione ho curato la stesura di alcuni racconti memorialistici del generale del Genio Navale e poi ammiraglio Gino Galuppini. Per questo e per i motivi che mi accingo a descrivere, colgo l’occasione per ricordarlo in occasione del centenario della sua nascita, avvenuta il 27 dicembre 1914. L’amicizia che mi legava a questo eclettico personaggio era recente, ma posso dire che la stima e la devozione reciproca furono una sorta di colpo di fulmine, nonostante le quasi tre generazioni anagrafiche, che ci separavano.

Conobbi l’Ammiraglio alla fine del 2004, quando come impiegato di un istituto di credito lavoravo in una filiale di Piazza di Spagna, dove lui era affezionato cliente da diversi decenni. Per lui venire in banca era una sorta di rito, nonostante abitasse a Monte Mario e il percorso rigorosamente in autobus fino a Piazza Augusto Imperatore e poi a piedi non fosse certo dei più comodi per un “giovanotto” della sua età. Molto spesso, da quando gli confidai che come passione mi interessavo di storia militare e mi era quindi capitato di frequente di consultare i suoi volumi, mi veniva a trovare anche senza una motivazione specifica, che interessasse il rapporto cliente-bancario. Lo scopo delle sue visite era quindi sempre più spesso finalizzato a intrattenersi in confronti scientifici, trovando in me un «valido collaboratore per le ricerche» e «amico», come ebbe a scrivermi nelle dediche di due suoi libri, che conservo ancora con gelosia nella mia biblioteca personale.

Questa sua propensione a sentire le mie opinioni sulle sue più recenti attività, mi riempiva di grande orgoglio, anche perché in più di un’occasione mi chiese di aiutarlo in alcune ricerche, in prevalenza da svolgere presso l’emeroteca della Biblioteca nazionale centrale di Castro Pretorio. La sua grande passione era come ovvio la storia della Marina e le sue uniformi. Per questo uno dei suoi lavori in cui venni immerso fu la poco nota vicenda della festa della Forza Armata, che ricadeva in occasione dell’anniversario dell’impresa navale di Premuda (10 giugno 1918), in cui alcune formazioni leggere di natanti italiani misero a segno un’impresa memorabile contro un convoglio corazzato austro-ungherese. La celebrazione voluta dal fascismo a partire dal 1939 e in quella circostanza organizzata con molto sfarzo, cadde presto nell’oblio, data la coincidenza l’anno successivo con l’ingresso nelle ostilità anche del nostro Paese.

Altro argomento caro all’Ammiraglio, per la sua esperienza in cattività durante il Secondo conflitto mondiale, fu la sorte dei prigionieri di guerra italiani dispersi ai quattro angoli della Terra. Le sue ricerche non potevano che concentrarsi sul contesto indiano, dove lui “soggiornò” a spese dell’Impero britannico – come soleva dire con raffinata ironia – per oltre quattro anni in mano degli inglesi. L’esperienza fu per lui un’autentica lezione di vita. Non solo perché ebbe modo di immergersi con dedizione nello studio della cultura e delle abitudini britanniche, che gli saranno fondamentali nel dopoguerra quando andrà a collaborare in ambito NATO proprio con i nemici di allora, ma soprattutto perché in quel contesto coloniale accrebbe la sua consapevolezza della nobile missione, che aveva intrapreso indossando la divisa italiana con le stellette al bavero. Se mi si permette un paragone, nei suoi racconti orientali immaginavo un’ardita somiglianza con il protagonista della pellicola Il ponte sul fiume Kwai, magistralmente interpretato da Alec Guinness.

Galuppini – come il colonnello Nicholson – nonostante fosse un prigioniero era e rimaneva sempre un ufficiale e questa consapevolezza lo portò a dimostrare in ogni circostanza quel fair play tanto caro ai cittadini di Sua Maestà. Poteva essere privato della sua libertà, ma nessuna guerra o nessun nemico poteva alienare dal suo animo il desiderio di mettersi al servizio degli altri e dare il suo contributo ai quei valori, che travalicano i confini nazionali e le etnie umane. L’allora tenente Galuppini, durante la cattività indiana, fu direttore di mensa e poi ufficiale pagatore, tutte attività svolte con serietà e professionalità, tanto da meritare il rispetto e la fiducia degli inglesi, sia nel periodo in cui era loro avversario, sia a maggior ragione quando ne divenne per scelta cobelligerante, accettando senza remore, l’adesione al Regno del Sud.

Questi episodi, ascoltati con attenzione anche più di una volta, mi offrirono l’occasione di conoscere un personaggio molto più umano rispetto all’ufficiale generale e al grande storico della Marina, che avevo conosciuto sui volumi monografici dello Stato Maggiore.

Grazie a tale clima amichevole coltivai questo reciproco afflato, anche al di fuori della mia sede lavorativa, che ci aveva fatto conoscere in modo così accidentale e inaspettato. Spesso andai a casa sua per avere consigli su alcuni miei studi e una volta anche in occasione di una mia intervista – che mai riuscì a vedere perchè mandata in onda postuma su Rai Storia – relativa alla mitica figura del suo antesignano generale del Genio Navale Umberto Pugliese.

Spinto da un nobile desiderio di conservare la memoria storica per le generazioni successive, una volta, con profondo sacrificio, venne anche a casa mia, quando gli promisi di fargli vedere alcuni “pezzi” della mia collezione di militaria inerenti la Regia Marina. In quella occasione ebbe un brusco sussulto quando gli mostrai due capi d’abbigliamento, che lui subito classificò di poco antecedenti la Grande Guerra: una giacca «uso di bordo» da ufficiale superiore e un berretto da aspirante ufficiale medico, entrambi indumenti che lui aveva descritto nei suoi volumi uniformologici, ma che mai e poi mai era riuscito a reperire dal vivo.

Rimasi di stucco quando a distanza di molti mesi, una volta che mi accompagnò al Centro Alti Studi per la Difesa a trovare il generale Massimo Coltrinari, l’Ammiraglio disse al nostro interlocutore: «Pensi che Giovanni ha in collezione una rarissima giacca della Regia Marina di prima che io nascessi!» Questo, come altri episodi, mi riempivano di gioia il cuore, perchè venivano vissuti con la massima franchezza e naturalezza da colui che io consideravo uno dei mostri sacri della storia militare nazionale.

Così mi piace ricordarlo, soprattutto perché in ufficio cercavo di soddisfare sempre con dinamismo gli altri clienti, pur di avere modo di conversare più a lungo con lui, magari per parlare del “maltese” Carmelo Borg Pisani o per soffermarci sul grado di caporale d’onore della Milizia, che oltre a Benito Mussolini anche Adolf Hitler indossò nel suo viaggio in Italia nel maggio del 1938. In queste piacevoli conversazioni spesso carpivamo anche l’attenzione dei colleghi della filiale, che notavano tra me e l’Ammiraglio – nonostante i 65 anni che ci separavano – un’autentica identità di vedute.

A conclusione di questo racconto, mi piace ricordare la sua dignità anche di fronte alla morte, che percepiva come incombente, considerata la sua non comune vitalità quasi centenaria. Quando veniva a conoscenza della scomparsa di qualche suo coetaneo o addirittura di qualcuno molto più giovane di lui con sincerità commentava sulla sua età anagrafica: «Sono affetto da una malattia, quale la vecchiaia, che è stravagante voler curare».

In questo modo mi sembra corretto terminare questo breve ricordo con due episodi in cui diede prova della sua tipica ironia, quasi britannica. Quando ricevetti in eredità la biblioteca di un parente, prematuramente scomparso, che era stato suo allievo all’Accademia Navale di Livorno all’inizio degli anni Cinquanta, ebbi modo di far vedere all’Ammiraglio non solo alcuni suoi vecchi testi di costruzione navale, ma anche un annuario del 1950 dell’Accademia, al cui interno egli era persino ritratto nel gruppo del corpo docente. Sfogliandolo, arrivò a una foto, che raffigurava la cappella religiosa. Con sarcasmo commentò: «Ai tempi miei quella era la palestra dei cadetti!» Erano passati però già oltre cinquant’anni dall’edizione di quella pubblicazione, che lui considerava di tempi recenti.

Altra occasione di grande ilarità fu quando gli parlai di un mio studio inerente la spedizione nel primo dopoguerra del Regio Esercito nella zona di  – quella che un tempo veniva chiamata – Adalia sulla costa dell’Anatolia meridionale. Mi raccontò che era stato proprio ad Antalya negli anni Cinquanta all’interno di una missione Nato, finalizzata alla costruzione di un’istallazione militare turca. Commentò: «All’epoca non c’era nulla nei dintorni del centro urbano, eravamo gli unici forestieri che ci imbarcavamo per andare ad Antalya. Oggi mi dicono che pullula di strutture turistiche ed è una tra le mete più ambite dai villeggianti stranieri. Come cambiano i tempi!»