Lettera a Raimondo

Ho incontrato Raimondo Montecuccoli molti anni orsono, mentre frequentavo l’Accademia Militare di Modena. In Accademia, infatti, il nome di Montecuccoli ricorreva spesso, fosse altro perché a lui è intitolato un cortile dove gli allievi spesso si ritrovavano per adunate e attività.
Mi incuriosiva molto questo personaggio, perché intuivo uno speciale legame tra lui e l’Accademia Militare, e volli saperne di più. Nella ricca biblioteca dell’Accademia trovai un saggio, contenuto nelle Memorie Storico Militari 1983 (edite nel 1984), intitolato “Raimondo Montecuccoli soldato, statista, teorico militare” del prof. Raimondo Luraghi (1921 -2012), sintesi dell’introduzione critica che appunto proprio in quegli anni il prof.
Luraghi stava curando per l’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito.
Fu un incontro straordinario e indimenticabile.
Ricordo che leggevo questo saggio nel poco tempo libero, prendendo persino appunti delle parti che più mi colpivano. La vita in Accademia non era (e suppongo non sia ancora
oggi) per nulla facile. Persino per chi, come me, aveva già esperienza di vita militare (avendo frequentato la Scuola Militare “Nunziatella” di Napoli), il turbinio di attività militari e culturali rendeva la giornata un pesante fardello da portare. Sentivo dunque la necessità di capire le ragioni di una scelta tanto impegnativa e così totalizzante. Sorse quindi la necessità di affiancare ai miei naturali interlocutori (compagni di corso e superiori) un personaggio, per così dire, sopra le parti e sopra i tempi che potesse indicarmi un modello universale per la mia scelta: questo fu per me Raimondo Montecuccoli.
Molti amici non sono in carne e ossa: vivono nei libri e nella memoria. Ognuno di noi ha i suoi. Io ho incontrato tra le antiche mura dell’Accademia Raimondo Montecuccoli, un vecchio amico che con il tempo è diventato un ammirato e fedele Maestro.

Oggi 411 anni fà nasceva a Pavullo nel Frignano Raimondo Montecuccoli: buon compleanno!

Qualcosa di personale

Nel 339° anniversario della morte di Raimondo Montecuccoli (16 ottobre 1680), voglio ricordare che Piero Pieri, alla pagina 93 del suo illuminante saggio sul Condottiero modenese (Raimondo Montecuccoli in Guerra e politica negli scrittori italiani, Milano – Napoli 1955), riporta un brano di Montecuccoli del settembre 1644 che informa il lettore di alcuni interessanti aspetti personali della vita del Nostro:

La notte ch’altri suol dormire intera, io (per uso sin da fanciullo, che poi s’è convertito in habito) non la dormo se non la metà. Li denari ch’altri hanno accumulati per vivere comodi, io gli ho spesi per acquistar la benevolenza de’ soldati, per guadagnar la notizia delle cose, e per imparare quell’arti che sono subordinate alla militare. Le hore che altri consumano nel gioco et in altri divertimenti io le ho impiegate nella speculazione e nell’esercizio del mestiere》.

Non omnis moriar

Le pecorine

Raimondo Montecuccoli scrisse, durante la sua prigionia triennale (1639 – 1642) nel castello dei Duchi di Pomerania a Stettino, oltre al Trattato della guerra (rivisto poi tra il 1648 – 1652) anche altri trattati che lo stesso Montecuccoli chiamava Pecorine perchè rilegati in pergamena.

Le Pecorine erano nove e sono andate tutte disperse tranne la nona giunta a noi con il titolo Delle battaglie.

Con questi trattati Montecuccoli produsse una vera e propria enciclopedia militare, opera straordinaria per quei tempi.

Lui stesso (nel Trattato della guerra) ci svela il contenuto delle Pecorine: le prime tre trattavano della costruzione, assalto e difese delle fortezze; la quarta e la quinta delle macchine e strumenti della guerra; la settima e l’ottave dell’impiego dei diversi armamenti e la nona, per l’appunto l’unica rimasta, delle battaglie.

Un’ opera di dimensioni ragguardevoli che ben riassume e ferma nel tempo il primo periodo di scrittura del Montecuccoli (giovane e ardimentoso) così diverso (per esperienze e maturità) da quello che produrrà, molti anni dopo, i celeberrimi Aforismi dell’arte bellica.

D’altronde il grande storico Piero Pieri ci ricorda che il concentrare lo studio sul Montecuccoli ai soli Aforismi dell’arte bellica significa perdere di vista 《… l’elaborazione della concezione guerresca, le sue fondamenta, gli sviluppi, i ritorni nostalgici durante un trentennio di sempre nuove e più vaste esperienze, di meditazione e di studio 》(Piero Pieri, Raimondo Montecuccoli, in Guerra e politica negli scrittori italiani, Milano – Napoli 1955 pag. 92) che sono testimoniate per l’appunto nel Trattato della guerra, nel Delle Battaglie e, si presuppone, nelle Pecorine.

Al comando dei bavaresi

Durante la Guerra dei Trent’anni (1618 – 1648) Raimondo Montecuccoli viaggiò (e combattè) in lungo e in largo per la Germania.

Nel gennaio 1645 l’Imperatore Ferdinando III lo incaricò di un’importante missione presso il Principe Elettore di Baviera Massimiliano I (fondatore e capo della Lega cattolica, che univa i principi cattolici tedeschi contro i connazionali principi luterani). Così Montecuccoli si recò a Monaco per convincere Massimiliano I a correre in soccorso delle truppe imperiali che si trovavano a Magdeburgo minacciate dagli svedesi.

Evidentemente Montecuccoli riuscì nell’impresa tant’è che Massimiliano I non solo concesse i sperati rinforzi ma mise Montecuccoli a capo degli stessi: fu uno straordinario gesto di fiducia nell’ancora giovane ma già glorioso condottiere modenese.

La lunga marcia di avvicinamento (in inverno, fatto eccezionale per l’epoca) verso la Sassonia fu segnata dagli scontri con gli svedesi, in uno dei quali lo stesso Montecuccoli fu ferito dovendo così rinunciare al comando e all’impresa che di fatto fallì.

Montecuccoli raggiunse poi il Castello di Hohenegg in Bassa Austria dove trascorse la convalescenza e potè dedicarsi agli amati studi fino all’aprile 1645.

Coscienza dell’io

Tra gli scritti di Raimondo Montecuccoli è sempre difficile sceglierne uno più significativo di altri, perchè tutti sono ricchi di tanti e attuali spunti: c’è veramente l’imbarazzo della scelta!

La sua teoria strategica e la pratica che aveva fatto della guerra, gli offrì infatti la possibilità di scrivere pagine memorabili, ancora oggi di assoluta validità.

Per oggi ne ho scelto uno (tratto dalla sua introduzione agli Aforismi dell’Arte bellica) per l’alto insegnamento morale che offre a chiunque abbia la fortuna di leggerlo. È una riflessione personale che attiene al valore del giudizio della propria coscienza:

/…/ conciossiachè la vera gloria è il testimonio della nostra coscienza! E che pro ch’altri ci lodi, quando ella ci accusa? O che nuoce che altri ci biasimi, se ella ci difende? /…/

L’opera prima

La prima opera redatta da Raimondo Montecuccoli (durante la sua prigionia nel Castello di Stettino nel periodo 1639 – 1641) fu il Trattato della Guerra.

Scritta “… a me stesso, e che non avendo avuto altro fine che di piacer e di giovar all’animo mio, ho a questo scopo solo diretta tutta la forma di quest’opra.”, il Trattato della Guerra descrive la guerra come fenomeno globale, risultante dalla storia e dalla società.

È questa una visione assolutamente nuova e originale del tempo, senz’altro frutto della drammatica esperienza fatta sino ad allora dal Montecuccoli nella Guerra ei Trent’anni (1618 – 1648).

Scritta probabilmente senza rilettura e rifinitura, Raimondo Montecuccoli offre al lettore un’opera scorrevole, spesso brillante e senz’altro incisiva nell’ambito degli studi storici sulla guerra.

Della prima e fondamentale opera di Montecuccoli non vi è manoscritto originale ma una copia manoscritta destinata al Duca di Modena e conservata nella Biblioteca estense. Una seconda copia, ma diversa sostanzialmente dal manoscritto modenese, è conservata presso l’Archivio di guerra (Kriegsarchiv) di Vienna.

Sorprendente legame

Cosa lega il condottiere Raimondo Montecuccoli al poeta Rainer Maria Rilke (1875 – 1926)? La battaglia di Mogersdof/Raab del 1° agosto 1664.

Tale battaglia infatti fa da cornice ad un breve racconto epico scritto da Rilke nei suoi anni giovanili (probabilmente nel 1899) e pubblicato poi nel 1912: Il canto d’amore e morte dell’alfiere Christoph Rilke (Die Weise von Liebe und Tod des Cornets Christoph Rilke).

Il protagonista del poema, Christoph, un giovane alfiere dell’esercito imperiale (supposto antenato di Rilke stesso), muore con la bandiera in mano durante la decisiva battaglia condotta da Montecuccoli contro i turchi. Prima di morire però (Rilke scrive della morte: Eine lachende Wasserkunst- un divertente gioco d’acqua), conosce tutti i più nobili sentimenti, in primis l’amore (che scopre tra le braccia di una contessa la notte precedente alla morte in combattimento) ma anche l’amicizia dello straniero (nello scritto, il marchese francese).

Il racconto ebbe un enorme successo nel periodo antecedente la Grande Guerra e si narra che ogni soldato tedesco in partenza per il fronte avesse con sè una copia del Cornet (come è comunemente e sinteticamente conosciuto l’opera nella storia della letteratura tedesca).

Sicuramente questa rappresentazione dell’impegno in guerra fino alla ricerca della morte eroica è componente non trascurabile del concetto di vita del militare germanico del tempo, espressione di una società fortemente impregnata del militarismo guglielmino.