Memorabile trapasso

La lunga e avventurosa vita di Raimondo Montecuccoli ebbe fine oggi 338 anni fà (16 ottobre 1680) all’età di 71 anni.

Il grande condottiero morì a Linz al seguito della Corte imperiale fuggita da Vienna per scampare ad una epidemia.

La causa più probabile della sua morte fu una emorragia interna dovuta ad un’origine non accertata ma a cui l’età e la dura vita fin ad allora vissuta non potevano essere certo estranei.

Secondo tradizione, le sue viscere vennero inumate nella locale Chiesa conventuale dei Cappuccini (Kapuzinerkirche) mentre il corpo (compreso il cuore) venne sepolto nella Chiesa dei Nove Cori Angelici (Kirche am Hof) di Vienna.

Distrutta la tomba viennese a causa dei bombardamenti della seconda guerra mondiale, di lui resta la lapide sepolcrale nella Kapuzinerkirche di Linz dove oggi va, in un pellegrinaggio ideale, il nostro memore e commosso pensiero.

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Lo spionaggio nel pensiero di Raimondo Montecuccoli

Nella sua vita, Montecuccoli ebbe tre periodi che dedicò alla scrittura: 1639 – 1642, durante la prigionia nel castello dei Duchi di Pomerania a Stettino; il periodo 1648 – 1652 nella sua residenza nel castello di Hohenegg durante gli anni successivi alla pace di Vestfalia; 1665 – 1670, ancora nel castello di Hohenegg, dopo il suo trionfo nella battaglia di San Gottardo.
Nel corso del primo periodo vide la luce, insieme ad altre opere minori, il Trattato della Guerra, scritto per l’esattezza (come ci dice lo stesso Montecuccoli) nel 1641.
Al secondo periodo risalgono Le Tavole militari e probabilmente la stesura definitiva del Delle Battaglie
Nell’ultimo periodo, il Montecuccoli scrisse il capolavoro che gli diede fama immortale: Della guerra col turco in Ungheria, opera meglio e universalmente nota come Aforismi dell’arte bellica. Nelle sue riflessioni Montecuccoli affronta tutti i temi della strategia, tattica, organica e logistica componenti l’arte militare, senza tralasciare alcun settore specifico o, per dirla in termini moderni, alcuna “funzione operativa” (combattimento, supporto al combattimento, sostegno logistico ecc.)

È nel Trattato della Guerra, capo (o capitolo) VI, che Montecuccoli si occupa di quello che attualmente noi conosciamo sotto il termine di “Intelligence/Counterintelligence e RSTA – Reconnaissance, surveillance, and target acquisition” ma che il Nostro definiva “Dei spioni e delle Guide”.
Il Trattato della Guerra, di cui ci sono giunte due copie (conservate negli archivi di Vienna e di Modena) ma non l’originale, è il primo lavoro organico sulla guerra che Montecuccoli scrisse, ispirandosi a quel metodo induttivo “osservare e descrivere” che aveva imparato leggendo Francesco Bacone.
Nel Trattato, che differisce dagli Aforismi per essere essenzialmente opera teorica e speculativa frutto delle intense e innumerevoli esperienze belliche maturate nella Guerra dei Trent’anni, Montecuccoli descrive la guerra come fenomeno globale inserito completamente nella storia e nel contesto sociale del tempo.

Contrariamente a Carl Philipp Gottlieb von Clausewitz (1780 -1831, giunto sulla scena politico-militare nel XIX secolo ma tuttora riferimento imprescindibile del pensiero strategico militare), che solo in parte trae le proprie convinzioni dalla modesta esperienza diretta della guerra, Montecuccoli che del fatto bellico è stato un prim’attore, non considera la guerra come espressione diretta della politica ma la osserva e la descrive come fatto autonomo, sottoposto a regole proprie, la cui conoscenza è indispensabile premessa di ogni vittoria sul campo. Montecuccoli, uomo dotato di vasta cultura generale, è anzitutto un combattente e desidera dare un ordine sistemico alle sue conoscenze apprese in combattimento. Sa bene che la vittoria è la risultante dell’azione combinata di diversi fattori, primo fra tutti la conoscenza della consistenza e della capacità operativa del nemico.

Nel capo VI, dunque, Montecuccoli enuncia una serie di principi a cui il condottiero deve attenersi nell’impiego delle spie e quindi nello svolgimento dell’attività di Intelligence :
1. “Le spie devon’ essere molte in numero” affinché l’attività informativa sia la più ampia e accurata possibile. E perché gli informatori, accordandosi tra loro, non forniscano false informazioni o facciano il “doppio gioco”;
2. “non devono anche esser conosciuti da persona alcuna”, ovviamente la segretezza è fondamentale per l’effettivo svolgimento dell’attività informativa. Montecuccoli però poi specifica che chi opera nel settore Intelligence deve essere conosciuto (e dipendere) direttamente dal condottiere/comandante per evitare che un qualsiasi altro intermediario possa essere un agente del nemico e mettere così a repentaglio gli esiti dell’attività informativa. Ponendo in sistema questo precetto con quello precedente, Montecuccoli riconosce indirettamente la necessità di una organizzazione dell’Intelligence da cui non si può prescindere per garantire la sua funzionalità/effettività;
3. “gli spioni passano al campo del nemico sotto colore d’altri affari”, ossia svolgono attività informativa in un settore diverso a quello a cui sembrano appartenere: chi potrebbe sospettare di un saltimbanco giramondo o di un pastore che pascola il proprio gregge?
4. “ma egli non è sempre ben fatto di mandare a spiare indifferentemente nel campo del nemico ogni villano o soldato o persona cognita”; l’attività informativa deve essere svolta da persone preparate a farlo! Anche nel campo dell’Intelligence la formazione è evidente fattore di successo. Montecuccoli è giustamente molto attento alla preparazione professionale nel vasto campo militare e non accetta alcuna improvvisazione o superficialità in materia. In tale contesto, Montecuccoli ritiene opportuna e apprezzabile, soprattutto per la formulazione di un quadro d’insieme della situazione, l’utilizzazione per scopi informativi degli ambasciatori, specie se accompagnati, sotto le mentite spoglie di servitori, di “uomini peritissimi in guerra i quali, presa occasione di vedere l’esercito nemico e considerare le forze e debbolezze sue, gli hanno dato occasione di superarlo, di penetrare i suoi consigli e di speculare i suoi apparecchi /…/”.

Montecuccoli procede poi a descrivere talune pratiche specifiche di “Counterintelligence” come, ad esempio, il rilascio di prigionieri per far conoscere false informazioni al nemico o distribuire alla parte avversaria informazioni che colpiscano il morale delle truppe avversarie: è una pratica che oggi definiremmo di Psychological Operations – PSYOPS (in italiano Guerra psicologica).
Nel contempo, egli narra anche di uno stratagemma atto a vanificare gli effetti della PSYOPS ossia diffondere la voce che le informazioni fatte circolare siano per verificare, da parte del condottiero, l’affidabilità e l’attaccamento dei propri uomini! Montecuccoli ci fornisce anche degli strumenti per far arrivare al destinatario le informazioni segrete. “si può far sapere la sua intenzione ad un altro in grandissima lontananza colla calamita (qui non è chiaro a cosa si riferisca ndr), co’ specchi e col sangue suo proprio.”
Infine, e per questo fu molto criticato in seguito (anzitutto dal suo primo studioso/divulgatore, il Generale francese Lancelot Turpin de Crissé), Montecuccoli prevede la pena di morte per gli informatori nemici scoperti: “per assicurarsi delle spie del nemico, servono molto le pene rigorose et acerbe con le quali si fanno morire quei che sono colti, accioché gli altri che si lasciano adoperare in simil servizio sieno sbigottiti”.

Nell’opera denominata Tavole militari, scritta con ogni probabilità nel 1653 e destinata all’Imperatore Ferdinando III, Raimondo Montecuccoli accenna brevemente all’attività d’Intelligence nella Tavola X (denominata Combattere) nel tratto che si riporta: “Si considerano: SORPRESE (così nel manoscritto originale ndr) l’avere spie fra l’inimico, accioch’è essendo egli avvisato del tuo disegno, non si possa muover che non lo sappia /…/”.

Gli Aforismi hanno costituito il principale riferimento del pensiero strategico militare per tutti gli eserciti, fino all’inizio del XIX secolo, allorché è prevalso il pensiero di colui che ancora oggi è considerato la stella polare delle discipline strategiche: il sopracitato Carl von Clausewitz, autore del celeberrimo Vom Kriege (Della Guerra).
I principi esposti dal Montecuccoli negli Aforismi furono alla base delle vittoriose campagne intraprese da Carlo di Lorena ed Eugenio di Savoia.
Anche negli Aforismi Montecuccoli si occupa di Intelligence. Per l’esattezza, nell’aforisma n. XXXII il egli scrive: “Le spie si allettano e si mantengono col danaro: procedasi cauto, e s’infinga con esse, perché elle sono talvolta doppie: assicurarsi della persona et aver pegni di moglie o di figliuli, s’elle propongono qualche sorpresa: non lasciarle conoscere né da altri né fra loro. Possono spiare prigionieri, trombetti, trasfuggitori, che vengono o che si mandano, villani, corridori, soldati travestiti, messaggeri deditizi. Le spie dell’inimico, colte che siano, si impiccano.”
Come si può notare, Montecuccoli riassume quanto già ampiamente scritto nel Trattato della Guerra, avvalorato dalla grande esperienza maturata nella recente e vittoriosa campagna contro i turchi. D’altra parte, lo stratega conosceva bene anche teoricamente l’importanza, nella storia, della funzione Intelligence per la conoscenza dei grandi scrittori classici come Erodoto, Senofonte, Cesare, Tacito e Polibio (per citarne solo alcuni) che narrano nelle loro pagine di spie e inganni di guerra.

In conclusione, l’Intelligence è una funzione operativa imprescindibile nella strategia militare che ha come obiettivo, da sempre, la sconfitta del nemico e la sicurezza delle forze proprie attraverso la conoscenza delle informazioni del e sul nemico stesso: Raimondo Montecuccoli ha il merito non solo di averlo provato vittoriosamente sul campo ma soprattutto di averne delineato i contorni teorici che offrono di questa funzione un lato scientifico mai esplorato fino ad allora.

Sublime giudizio

Dal celeberrimo Sommario di storia militare del Generale Carlo Corsi (1826 – 1905), di fatto uno dei fondatori della storiografia militare italiana, riporto il seguente giudizio su Raimondo Montecuccoli la cui opera teorica nel campo strategico il Corsi non esita a paragonare a quella nel campo politico di Niccolò Machiavelli.

Qualche parola ancora intorno al nostro Montecuccoli che fu il più compito capitano di quei tempi. Alle belle qualità militari e morali del Turenna, cui egli rassomigliò molto per temperamento di ingegno e di carattere, s’aggiunse in lui un amore ardentissimo dell’arte guerresca, uno studio attento e profondo di tutti i singoli mezzi di guerra del nemico, un criterio politico, economico, filosofico sempre retto e sempre consapevole di sè stesso, una facilità somma nello esporre e sviluppare i concetti della sua mente, e anche le idee altrui, e quindi un’attitudine singolare alla teorica, in tutto ciò cui si volgesse il suo lucido spirito. Nei suoi scritti apparisce quale fu di fatto, cultore scrupoloso dell’ordine. Tra le qualità del buon capitano pone come sopreccellenti quelle che vengono dalla natura, che più valgono a soggiogare gli animi delle milizie ed agevolare il comando. Raccomanda le milizie stabili. Preferisce anch’egli la guerra offensiva alla difensiva, di cui mostra la maggior difficoltà. Accenna come ottime linee di operazioni i grandi fiumi, per la facilità dei trasporti. Manovrare a cavallo d’un fiume è buonissima condizione agli occhi suoi/…/ Spoglie di quella parte formale e caduca, le dottrine del Montecuccoli restano vere e sublimi in ogni tempo, come quelle del Machiavelli.

L’ammirato rivale: Turenne

Raimondo Montecuccoli ebbe un grande rivale sui campi di battaglia: Henri de La Tour d’Auvergne, Visconte di Turenne (1611 – 1675), Maresciallo di Francia di Luigi XIII e Luigi XIV.

Turenne fu, insieme al Gran Condė, il più grande condottiero di Francia del XVII secolo: vincitore nelle Fiandre, liberatore dell’Alsazia, sostegno militare della monarchia durante la crisi della Fronde.

Militare di temperamento, con chiare visioni strategiche e spiccate capacità tecniche, segnò i suoi tempi e influenzò quelli a venire attraverso i suoi tanti ammiratori, Napoleone e Clausewitz in primis.

Degnissimo avversario del Montecuccoli, venne da quest’ultimo affrontato nelle due Campagne del Reno del 1673 e 1675, offrendo alla storia militare mirabili esempi di guerra manovrata.

Proprio durante la seconda Campagna del Reno, il 27 luglio 1675, Turenne troverà la morte colpito da un colpo di cannone nemico durante una ricognizione finalizzate ad individuare il luogo migliore per dar battaglia alle forze avversarie di Montecuccoli.

Alla notizia della sua morte, il grande generale modenese ebbe a dire ” è morto oggi un uomo che faceva onore all’uomo”.

Il gentiluomo di compagnia

Raimondo Montecuccoli ebbe in Enea Silvio Caprara (1631 – 1701) un fido e dedito collaboratore. Accomunati da una lontana parentela, il bolognese Caprara scelse la vita delle armi grazie a Montecuccoli, così come quest’ultimo intraprese la carriera miltare al seguito del cugino Ernesto, generale imperiale.

Enea Silvio Caprara seguì il Montecuccoli praticamente ovunque fino alla morte del grande condottiere modenese, fungendo da gentiluomo di compagnia durante le missioni diplomatiche del Montecuccoli (in Svezia, Inghilterra e in Italia) o quale comandante subordinato nelle diverse campagne militari (Caprara fu presente nella Battaglia della Raab contro i turchi il 1° agosto 1664).

Alla morte di Raimondo Montecuccoli (16 ottobre 1680) il Caprara era ormai un generale affermato a cui l’Imperatore asburgico Leopoldo I affidò importanti compiti militari.

Caprara si distinse nell’assedio e liberazione di Vienna dai turchi nel 1683 e nelle campagne in Ungheria e nel Nord Italia al fianco del Principe Eugenio di Savoia (tra i due però non corse mai buon sangue).

Valoroso soldato dal difficile e altero carattere, Caprara fu uno dei più importanti generali italiani al servizio dell’Impero asburgico e confermò l’ottima e meritata fama che gli italiani avevano nel seicento come prestigiosi comandanti.

Contrariamente a Raimondo Montecuccoli, Enea Silvio Caprara alla sua morte tornò in Italia e riposa oggi nella chiesa di San Francesco a Bologna, sua città natale.

La nascita della Prussia

Nel 1657 Carlo X di Svezia (succeduto alla regina Cristina che aveva abdicato al trono e si era convertita al cattolicesimo) intraprese una campagna militare finalizzata a conquistare la Polonia e ad espandere l’influenza svedese nel Baltico. Già nel 1655, l’aggressivo re aveva attaccato vittoriosamente la Danimarca ed ora minacciava seriamente di sconvolgere lo Status Quo nell’Europa del Nord.

L’Imperatore Leopoldo I di Asburgo, alleatosi con Olanda e Inghilterra, decise d’intervenire per bloccare il pericoloso espansionismo svedese ed affidò il comando dell’esercito a Raimondo Montecuccoli, nel frattempo nominato Feldmaresciallo.

Il Montecuccoli intraprese una campagna che portò alla liberazione di Poznan e Cracovia. Grazie alle sue abili e riconosciute doti diplomatiche, Raimondo Montecuccoli convinse poi il Brandeburgo a sciogliere l’alleanza con gli svedesi e ad unirsi all’Impero contro l’antico alleato. Il Meklemburgo, l’Holstein e lo Jutland vennero così liberati dalle truppe imperiali e brandeburghesi comandati da Montecuccoli. La Danimarca venne liberata e la Svezia duramente sconfitta.

Con la pace di Oliva del 3 maggio del 1660 l’Impero rafforzò la propria sicurezza ed egemonia alle sue frontiere settentrionali e la Prussia (comprendente il Brandeburgo) venne riconosciuto come Ducato indipendente, nell’ambito del Sacro Romano Impero, sotto la sovranità della casa reale dei Hohenzollern che regnerà (la Prussia prima e la Germania dopo) fino al 1918.

Un altro importante e storico successo da ascrivere alle capacità militari e diplomatiche del grande condottiero modenese.

Il vantaggio competitivo

Nelle sue riflessioni (e nei conseguenti scritti noti col nome Aforismi dell’arte bellica) Raimondo Montecuccoli indica i punti di forza dell’esercito imperiale (e in genere degli eserciti occidentali) nei confronti dell’esercito ottomano:

  • nella fortificazione, la cui sottigliezza egli ( il turco n.d.r) non cape
  • nel maneggio spedito dell’artiglieria
  • nel distinto movimento dell’esercito

Il primo vantaggio è testimoniato dal lungo assedio turco della fortezza veneziana di Candia, durato dal 1646 al 1669: ben ventitre anni!

Il secondo e terzo vantaggio vennero provati dalla celeberrima battaglia della Raab del 1° agosto 1664 con cui Montecuccoli arrestò l’avanzata turca su Vienna.

Si trattava, in estrema sintesi, di un vantaggio tecnologico e tattico (più che numerico, potendo gli ottomani schierare un esercito più numeroso rispetto le potenze occidentali) che alla lunga (XVIII e XIX secolo) portò all’arresto e alla definitiva sconfitta dell’ Impero ottomano che nel 1918, in seguito alla catastrofe della Grande Guerra, infine scomparve del tutto.