A Raffaele

La data dell’8 settembre non può passare sotto silenzio. L’8 settembre 1943 è infatti una delle date fondanti della storia recente italiana: finisce la guerra contro gli angloamericani ma inizia l’occupazione e la tirannia nazifascista.

In questo giorno desidero ricordare il giovane insegnante liceale di storia dell’arte e Tenente dei granatieri Raffaele Persichetti (Roma 12 maggio 1915 – Roma 10 settembre 1943) che, seppur in congedo, prese le armi (insieme a tanti altri, tra cui Giaime Pintor) contro l’invasore e cadde nella battaglia di Porta San Paolo a Roma insieme ad altre centinaia di militari e civili italiani: il suo estremo sacrificio li rappresenta tutti.

A Raffaele Persichetti, per il suo coraggio spinto fino alla morte, venne concessa la Medaglia d’oro al valor militare con la seguente motivazione:

“Ufficiale dei granatieri invalido di guerra all’atto dell’armistizio con gli alleati si schierò generosamente e volontariamente contro l’oppressore tedesco, favorendo ed organizzando la partecipazione di suoi amici e della popolazione alla lotta armata della Capitale. In abito civile e sommariamente armato accorse poi sulla linea di fuoco dei suoi granatieri schierati in battaglia contro superiori forze tedesche. Prode fra i prodi incitò con la parola e con l’esempio i commilitoni all’estrema resistenza fino a che colpito a morte immolava la sua giovane vita nella visione della Patria rinata alla libertà.”
— Roma, Porta San Paolo, 8-10 settembre 1943.

A imperitura e sacra memoria.

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Il leone di Cheren

Tra le battaglie della storia militare italiana, quella di Cheren (febbraio – marzo 1941) in Eritrea, sconosciuta ai più, è una delle più valorose per le armi italiane.

La qualità di alcuni reparti (tra cui i Granatieri di Savoia e le Regie Truppe Coloniali), l’indiscussa capacità dei comandanti (Generali Carnimeo e Lorenzini), il brillante comportamento degli ufficiali in sottordine (valga per tutti la figura del leggendario Capitano di cavalleria Amedeo Guillet) produssero una battaglia difensiva che riuscì a fermare per due mesi l’avanzata delle forze del Commonwealth britannico nell’Africa Orientale Italiana.

Le perdite durante la sanguinosa battaglia furono rilevanti per ambedue gli schieramenti. I caduti italiani, non rimpatriati, riposano oggi nel cimitero militare italiano di Cheren.

In particolare, voglio qui ricordare la figura del Generale Orlando Lorenzini (1890 -1941) che con i suoi ascari diede prova di valore e coraggio eccezionali, morendo sul campo il 17 marzo 1941 colpito da una scheggia di granata.

Al Generale Lorenzini, pluridecorato e più volte promosso per meriti di guerra, venne concessa, alla memoria, la Medaglia d’oro al Valor Militare con la seguente motivazione:

“Figura leggendaria di combattente coloniale che già in Libia e nell’Africa Orientale italiana superando le più aspre difficoltà di terreno e di clima, aveva innumerevoli volte trascinato le sue truppe alla vittoria, era l’anima dell’epica difesa di Cheren, imponendosi all’ammirazione dello stesso nemico. Alla testa dei suoi battaglioni che infiammava con l’esempio del suo indomito valore si prodigava oltre ogni limite per contrastare il passo dell’avversario superiore per mezzi e per numero, contrattaccandolo con audacia sovrumana anche quando la situazione si era fatta disperata. Colpito mortalmente suggellava in aureola di gloria la sua nobile esistenza, tutta intessuta di memorabili episodi di fulgido eroismo.”
Cheren (A.O.I.), 2 febbraio – 17 marzo 1941

Ispirato alla figura del Generale Lorenzini è quanto ebbe a scrivere Ugo Giaime:

“Sul sepolcro del Leone di Cheren

poserò un fiore,

memore del passato,

nel sentimento grato

di un uomo migliore.”

(Ugo Giaime – Granelli di vita)

Un fatto curioso

Il Generale Luigi Poli (1923 -2013), già Capo di Stato Maggiore dell’Esercito nel bienno 1985 – 1987 e Senatore della Repubblica nella X^ legislatura 1987 -1992, partecipò con il grado di Tenente alla guerra di liberazione dell’Italia dal dominio nazifascista, inquadrato nel Gruppo di Combattimento “Legnano”.

Da un suo articolo pubblicato su Internet traggo questo fatto curioso:

“La prima Liberazione di Bologna si realizzò nella notte tra il 20 e il 21 aprile 1945 grazie ad un cannone scoppiato e a un sottotenente, Fermo Rizzi, del Gruppo di combattimento “Legnano”, che era stato mandato a prendere un pezzo d’artiglieria in sostituzione di quello esploso a Monterenzio, dove sostava la sua Unità.

Tornò, il suo Gruppo era partito per Pianoro. Cercandolo, il Rizzi si spinse avanti e giunse a notte fonda a Bologna, che i tedeschi avevano poco prima abbandonato. Guardingo si inoltrò per via Indipendenza, prima che la sua motrice, col cannone al traino, venisse fermata da alcuni increduli bolognesi che gli chiesero chi diavolo fosse. Erano le sei del mattino”.

(http://www.storiaxxisecolo.it/Resistenza/resistenza12b.htm)

Fu così che l’esercito italiano entrò per primo nella Bologna liberata il 21 aprile 1945.

L’infausto azzardo

Alla fine del 1943, le armate anglo-americane erano bloccate dalle forze tedesche sulla linea Gustav che aveva il proprio centro di gravità sul fronte di Montecassino.

In un terreno accidentato e montuoso che favoriva la difesa, annullando la potente meccanizzazione degli alleati, e con un inverno incombente che rendeva la guerra di posizione particolarmente dura e insopportabile, Winston Churchill ritenne che la mossa vincente sul difficile fronte italiano fosse uno sbarco anfibio alle spalle dei tedeschi che avrebbe costretto i tedeschi alla ritirata fino all’appennino tosco -emiliano. Un vero e proprio azzardo.

E così fu.

Il 22 gennaio 1944 il VI° Corpo d’Armata USA comandata dal Generale John P. Lucas e composto principalmente da una Divisione britannica e una Divisione americana (più i relativi supporti) sbarcò sul litorale romano che da Nettuno arrivava a Tor San Lorenzo passando per Anzio.

I tedeschi furono apparentemente presi alla sprovvista e per un paio di giorni non reagirono. L’avanzata alleata verso l’interno, il crollo dei tedeschi sul fronte di Cassino e la liberazione di Roma sembravano a portata di mano.

Ma così non fu.

I tedeschi, ripresisi dalla sorpresa, resistetterò a Montecassino e anzi dirottarono dal Nord dell’Italia, dalla Francia e persino dalla Russia delle unità combattenti che formarono un’ intera Armata (la 14^) al comando del Generale Eberhard von Mackensen che schierarono sul fronte di Anzio.

Il risultato furono 4 mesi di feroci combattimenti che, infine, soltanto la ritirata dei tedeschi da Cassino nel maggio 1944 (a causa di una vittoria strategica alle spalle del dispositivo tedesco ad opera del Corpo di Spedizione Francese – C.E.F. – comandato dal Generale Alphonse Juin) risolse a favore degli alleati.

Oggi di quegli epici fatti sono testimoni i cimiteri di guerra nei dintorni di Anzio (britannico), Nettuno (americano), Pomezia (tedesco) ed un mare che sembra conservare per l’eternità lo spirito degli uomini e dei fatti che hanno scritto una delle pagine più dolorose e drammatiche della seconda guerra mondiale in Italia.

Oltre il proprio limite

Il 24 marzo 1944 veniva trucidato dai nazisti alle Fosse Ardeatine a Roma, insieme ad altre 334 vittime innocenti, il Generale dell’esercito italiano Simone Simoni (1880 -1944).

Appartenente al Fronte Militare Clandestino (costituito nella Capitale dopo l’8 settembre 1943 con compiti informativi a favore del legittimo governo italiano e degli alleati) venne arrestato dai nazisti, insieme a quasi tutti i componenti dell’organizzazione – compreso il suo capo, Colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo (1901 -1944), all’indomani dello sbarco angloamericano di Anzio (22 gennaio 1944) perchè i nazisti temevano che il Fronte Militare Clandestino potesse fomentare un’insurrezione della città di Roma, con conseguenze strategiche disastrose per le forze tedesche che combattevano sul fronte di Anzio e Cassino.

Sottoposto ad atroci torture nella famigerata prigione nazista di via Tasso (oggi Museo della Resistenza a Roma), il Generale Simoni si rifiutò di fare i nomi di altri membri del Fronte Militare fino ad allora scampati alla cattura e venne infine portato all’estremo supplizio alle Fosse Ardeatine.

Alla fine della guerra, il Generale Simone Simoni fu insignito della Medaglia d’oro al valor militare alla memoria.

Al Generale Simoni è intitolata la caserma di Firenze oggi sede della Direzione di Amministrazione dell’Esercito.

Mi sono spesso soffermato a riflettere sulla figura e l’opera del Generale Simoni e di altri che, come lui, hanno perso la propria vita (o l’hanno messa in estremo pericolo) per combattere un nemico militarmente superiore e paurosamente crudele. Ne ho sempre tratto un esempio concreto d’identità e di conseguente coraggio. La cosapevolezza di sè e dei valori universali dell’uomo spiega lo slancio coraggioso di andare oltre i propri limiti, testimoniando, il più delle volte con l’estremo sacrificio, la superiorità della propria coscienza di fronte ad ogni ingiustizia e all’affermazione della verità che rende liberi.

Il giudizio finale

Nelle conclusioni del suo bel libro “I Generali di Mussolini”, già presentato ai lettori di questo Blog lo scorso 15 novembre, l’autore Giovanni Cecini arriva ad un giudizio finale sulla nostra sconfitta nell’ultima guerra che io desidero proporre ai lettori, sottolineando il fatto che ramente ho trovato parole più chiare e, se possibile, così definitive.

“(…) Non volendo mettere in dubbio le singole capacità militari di ciascuno, collettivamente i generali italiani furono un disastro. E questo non tanto perché essi non valessero, ma perché preferirono anteporre l’obbedienza politica al dovere di essere comandanti di uomini e pianificatori di una guerra sostenibile. Al contempo, Mussolini non esitò a circondarsi di gente chiaccherata, che pur di non essere continuamente ricattata divenne succube di un megalomane. A ciò si aggiunse la sovrapposizione di molti e autonomi centri di potere, che ruppero le gerarchie e infransero la razionalità di un Comando Supremo. (…) Sta di fatto che la guerra fu persa, fu persa male e nessuno pagò veramente per tanta ignavia. Solo i morti non poterono più parlare. Pertanto, molti di quelli che ottennero onori e denaro dal fascismo, ebbero poi la faccia tosta di scrivere o dichiarare di esserne stati vittima. (…) Se la giustizia legale o morale non è riuscita a fare il suo corso, almeno può valere oggi la memoria per discernere chi fece il proprio dovere, da chi invece il proprio personalissimo interesse.” (da Giovanni Cecini, I Generali di Mussolini, Newton&Compton Editori, Roma 2016, pagg. 522- 523).

Resta sempre la viva speranza che queste parole possano destare nei lettori quella necessaria riflessione senza la quale gli errori del passato sono fatalmente destinati a ripetersi.

 

Un ottimo consiglio

Per celia, qualche tempo fà, ho tempestato i miei amici con una semplice domanda (più di storia generale che di storia militare): “dimmi il nome di tre Generali italiani della seconda guerra mondiale”. I miei pazienti amici hanno esitato a rispondere. I nomi di Graziani, Badoglio o Messe erano a stento ricordati.

L’ultimo libro del giovane  (ma già affermato) storico Giovanni Cecini, “I Generali di Mussolini”, Newton&Compton Editore, Roma 2016, è dunque un ottimo consiglio per chiunque -compreso i miei cari amici- voglia conoscere e/o approfondire le vicende dei responsabili militari durante il ventennio fascista, avendo così un quadro più chiaro di un periodo storico che ancora influenza, sotto molteplici aspetti (compreso quello militare), il nostro presente.

36 generali, 3 Forze armate, 7 fronti di guerra. Attraverso le biografie dei più rappresentativi tra i comandanti militari del Paese, un’inedita narrazione della seconda guerra mondiale. Carriere, intrighi, rivalità, vittorie e sconfitte: tali sono gli ingredienti di una storia controversa e avvincente. Questi sono i generali di Mussolini. Questi sono coloro la cui conoscenza è indispensabile per abbozzare un giudizio su una delle vicende più tragiche della nostra storia recente.

Un libro semplicemente imperdibile perché illuminante!

http://www.newtoncompton.com/libro/i-generali-di-mussolini