Lo stratagemma

A seguito della caduta del fascismo il 25 luglio 1943, i tedeschi, preoccupati dalla possibile defezione degli italiani dal conflitto, elaborarono il Piano Achse (Asse) finalizzato al disarmo delle Forze Armate italiane e all’occupazione dell’Italia.

Il Piano Achse prevedeva due diverse linee di azioni per i due principali teatri operativi in cui erano presenti i soldati italiani: il territorio nazionale e i Balcani.

Sul territorio italiano, il Piano Achse stabiliva l’afflusso di reparti tedeschi (da aggiungersi a quelli già presenti principalmente per la difesa della Sicilia invasa dagli anglo – americani) dai fronti orientale e occidentale. Poste sotto il comando dei Feldmarescialli Erwin Rommel (con settore operativo a nord degli Appennini) e Albert Kesselring (competente nella rimanente parte della Penisola), le truppe tedesche dovevano assicurare il disarmo dell’esercito, l’occupazione e il controllo di tutto il territorio italiano non ancora conquistato dagli anglo – americani (che dovevano essere arrestati il più a sud possibile).

Nel teatro operativo balcanico invece, i tedeschi prevedevano di utilizzare un più fine stratagemma: venne predisposto un riordino della struttura di comando che, di fatto, privò di ogni autonomia le Unità italiane che vennero poste sotto il diretto controllo germanico cosicchè i tedeschi, che erano perfettamente informati della dislocazione, armamenti e movimenti dei reparti italiani, poterono disarmarli con una certa facilità (ma non sempre e ovunque, basti pensare alla resistenza italiana a Cefalonia e Corfù) all’indomani dell’annuncio dell’armistizio l’8 settembre 1943.

Di quest’ultimo punto del Piano Achse ne è testimone uno dei suoi estensori, il Generale Heinz von Gyldenfeldt (1899 -1971) che nel dopoguerra dichiarò “era stata possibile la verifica di tutti i documenti dell’armata italiana, ridefinita opportunamente la dislocazione delle truppe e preparato in dettaglio il disarmo” (cit. Gianni Oliva, La Resistenza, Giunti, Firenze, 2019 pag. 15).

Bella figura di soldato

Oggi 100 anni fà nasceva a Cuneo Giorgio Bocca (1920 – 2011) uno dei più grandi giornalisti e scrittori italiani.

Ma ancor prima di affermarsi nel campo del giornalismo, Giorgio Bocca fu anche ufficiale degli Alpini in forza al 2° Reggimento di Cuneo durante la Seconda Guerra Mondiale.

In seguito ai tragici eventi dell’8 settembre 1943, Bocca, come molti altri militari italiani (senza i quali, è bene ricordare, la Resistenza ai nazi-fascisti non sarebbe stata possibile) scelse la via della montagna, conducendo per 20 mesi una dura lotta partigiana al termine della quale venne insignito della Medaglia d’argento al valor militare con la seguente motivazione:

“Sottotenente di complemento degli alpini, all’atto dell’armistizio dell’8 settembre 1943 piuttosto che collaborare con i tedeschi e fascisti prendeva con pochi compagni la via dei monti recando seco armi e munizioni. Entrava in contatto con le formazioni partigiane comandate da Duccio Galimberti, subito e per tutto il corso della guerra, si distingueva come animatore di uomini dotato di eccezionale potere di suggestione, come organizzatore di bande armate in zone montane dove la resistenza all’invasore non aveva ancora assunto forma militare precisa e come audacissimo combattente. In qualità di comandante partigiano, alla testa di uomini ai quali aveva saputo infondere con l’esempio, straordinario ardore combattivo, dirigeva personalmente numerose azioni armate contro un nemico infinitamente superiore per numero di effettivi e per armamento, facendo rifulgere il suo coraggio ed il suo spirito d’iniziativa soprattutto nell’occasione di un attacco contro la sede di una divisione fascista quando, dopo essere piombato nel cuore della notte, di sorpresa, sul presidio ed aver ucciso, in combattimento a distanza ravvicinata, il comandante avversario, otteneva la resa del resto della guarnigione e s’impadroniva di un ingente bottino. Bella figura di patriota e di soldato, una delle più significative della resistenza nel Piemonte. Piemonte 8 settembre 1943 – 25 aprile 1945”

Le tappe della scelta fatale

Oggi 80 anni fà (10 giugno 1940) l’Italia entrava nella Seconda Guerra Mondiale da cui uscì sconfitta e distrutta.

Vale la pena ricordare, giorno per giorno (a partire dal 1° maggio 1940), la sequenza che portò a quella disgraziata decisione:

1° maggio: situazione mensile sull’approntamento dell’esercito presentata dal Capo di S.M.R.E. Generale Rodolfo Graziani;

11 maggio: lettera del Governatore della Libia (e Quadrumviro del Fascismo) Italo Balbo sull’insufficienza bellica della Libia;

13 maggio: rapporto del Sottosegretario alla Guerra Generale Ubaldo Soddu sulla possibilità di garantire un ciclo operativo di appena due mesi o poco più e sull’incognita dell’alimentazione successiva;

13 maggio: promemoria del Generale Carlo Favagrossa, Commissario per le fabbricazioni di guerra, sulla situazione dell’Italia in caso di conflitto;

18 maggio: rapporto del Generale Ubaldo Soddu sull’opportunità di chiedere materiale bellico alla Germania;

21 maggio: promemoria del Generale Carlo Favagrossa sulle difficoltà sempre più ardue di importare materie prime a causa della sospensione della vendita dell’oro;

25 maggio: promemoria del Generale Rodolfo Graziani sull’efficienza dell’esercito.

29 maggio: Benito Mussolini dichiara ai Capi di S.M. delle Forze Armate 《considero questa situazione non ideale ma soddisfacente》.

Uno dei più grandi storici militari italiani, il Generale Mario Montanari, nel suo libro L’Esercito italiano alla vigilia della 2^ Guerra Mondiale ( S.M.E. Ufficio Storico, Roma, 1982, pag. 357) ha scritto:

Dei due fatti con i quali il governo fascista iniziò la conclusione della sua parabola: l’impreparazione della nazione alla guerra e la decisione di intervenire nel conflitto, il primo costituisce colpa, il secondo è errore.”

Doti del soldato

Le riflessioni del grande Napoleone, contenute nei suoi innumerevoli scritti, compongono un corpus a cui attingere per approfondire lo studio e la comprensione non solo dell’arte militare (composta da strategia, tattica, logistica e organica) ma soprattutto della militarità in ogni tempo e luogo.

Cos’è un soldato e quali virtù debba possedere e coltivare (unitamente all’indicazione del modo d’apprendimento) ce lo dice l’aforisma che segue:

La prima dote di un soldato è la forza d’animo di fronte al protrarsi delle fatiche e delle avversità: ma il coraggio è la seconda. La povertà, il sacrificio e la miseria sono la scuola del buon soldato.

Ripensavo a questa frase recentemente, ripercorrendo le vicende del soldato italiano nella seconda guerra mondiale: da Giarabub a Cheren, da El Alamein a Cefalonia e Monte Lungo, non vi è alcun dubbio quanto questo detto napoleonico sia adeguato al suo valoroso caso.

L’illustre reduce

Nel suo libro di memorie (Volevo la luna, Einaudi, 2006) Pietro Ingrao (1915- 2015), uno dei principali protagonisti della recente storia repubblicana nelle file dell’allora P.C.I. – Partito Comunista Italiano, narra la sua militanza, col grado di Sergente, nel Gruppo di Combattimento “Mantova” dell’Esercito italiano nel periodo ottobre 1944 – giugno 1945.

Il Gruppo di Combattimento “Mantova”, comandato dal Generale Guido Bologna, è stata una delle Unità regolari dell’Esercito che partecipò alla guerra di liberazione in Italia nel biennio 1943 -1945.

Era composto essenzialmente da due Reggimenti di fanteria (76° e 114°) e uno di artiglieria (155°) più ovviamente i supporti tattici e logistici. Il Gruppo aveva un organico di 432 ufficiali, 7 ufficiali britannici e 8.758 sottufficiali e militari di truppa.

Dipendente dall’8^ Armata britannica e dislocato nella zona del Chianti, non entrerà in linea per il sopraggiungere della fine delle ostilità sul fronte italiano il 2 maggio 1945.

Nell’immediato dopoguerra, il Gruppo di Combattimento sarà trasformato nella Divisione di fanteria “Mantova”.

Roma valorosa

Nel 2018 il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha conferito al Gonfalone della città di Roma la seconda medaglia d’oro al valor militare (la prima era stata concessa nel 1949 nella ricorrenza del centenario della gloriosa Repubblica Romana).

La ragione di tale prestigiosa e suprema onorificenza risiede, come recita la motivazione di seguito riportata, nella lotta resistenziale che i militari e i cittadini di Roma prestarono contro l’occupazione nazifascista dal 9 settembre 1943 al 4 giugno 1944.

Molti furono i caduti (tornano alla mente i nomi di Raffaele Persichetti, Aladino Govoni, Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo solo per citare quelli presenti in questo Blog) di tale lotta nei luoghi richiamati dalla motivazione: uomini e donne (55 quest’ultime) che una Colonna spezzata ed una lapide ricordano a Porta San Paolo, antica e muta testimone del valore militare della città eterna i cui abitanti affrontarono il nemico in tempi in cui era “vanità sperare e follia combattere”.

La Città eterna, già centro e anima delle speranze italiane nel breve e straordinario tempo della Seconda repubblica romana, per 271 giorni contrastò l’occupazione di un nemico sanguinario e oppressore con sofferenze durissime. Più volte Roma nella sua millenaria esistenza aveva subito l’oltraggio dell’invasore, ma mai come in quei giorni il suo popolo diede prova di unità, coraggio, determinazione. Nella strenua resistenza di civili e militari a Porta San Paolo, nei tragici rastrellamenti degli ebrei e del Quadraro, nel martirio delle Fosse Ardeatine e di Forte Bravetta, nelle temerarie azioni di guerriglia partigiana, nella stoica sopportazione delle più atroci torture nelle carceri di via Tasso e delle più indiscriminate esecuzioni, nelle gravissime distruzioni subite, i partigiani, i patrioti e la popolazione tutta riscattarono l’Italia dalla dittatura fascista e dalla occupazione nazista. Fiero esempio di eroismo per tutte le città e i borghi occupati, Roma diede inizio alla Resistenza e alla guerra di Liberazione nazionale nella sua missione storica e politica di Capitale d’Italia. 9 settembre 1943 – 4 giugno 1944.”

Tattica vincente

Il 10 maggio 1940 la Wehrmacht nazista attaccava contemporaneamente Olanda, Belgio e Francia iniziando una Campagna d’Occidente che si sarebbe conclusa poco più di un mese dopo con la totale vittoria della Wehrmacht.

Il principale protagonista di questa impresa, ritenuta all’epoca impossibile, fu il Generale Heinz Guderian (1888 – 1954) e la tattica usata era basata sull’impiego a massa su un punto preciso dei corazzati coordinati con l’artiglieria, la fanteria motorizzata e il supporto aereo ravvicinato. Questa tattica venne ribattezzata Blitzkrieg (guerra lampo).

La “guerra lampo” era stata già utilizzata con successo nella Campagna di Polonia del settembre 1939 ma ebbe la definitiva consacrazione nella Campagna d’Occidente, rendendo così del tutta inutile la Linea Maginot, serie di fortificazioni francesi sul confine franco – tedesco.

Elaborata dagli strateghi tedeschi (tra cui il Generale Guderian) prima della Seconda Guerra Mondiale, la “guerra lampo” è stata a lungo studiata da tutti gli eserciti belligeranti e alla fine applicata con successo dall’Armata Rossa dopo esserne stata vittima nelle fasi iniziali della Campagna di Russia.

Per un critico approfondimento dell’argomento, il testo di riferimento è Karl – Heinz Frieser BlitzkriegLegende. Der Westfeldzug 1940. Oldenbourg Verlag, München, 1995 tradotto in molte lingue (tranne ahimè in italiano…!).

Le quattro resistenze

Il movimento della resistenza nazionale che concorse alla liberazione dell’Italia dall’occupazione nazifascista può ben dividersi in quattro resistenze (senza una graduatoria tra loro):

  • la resistenza, anche all’estero, delle Forze Armate italiane (e in alcuni casi, anche con la partecipazione dei civili) contro i nazisti in seguito all’armistizio dell’8 settembre 1943;
  • la guerra partigiana 1943 -1945;
  • la partecipazione delle Forze Armate nazionali alla campagna militare d’Italia degli alleati anglo – americani;
  • la resistenza passiva degli Internati Militari Italiani – IMI nei Lager nazisti.

Ognuna di queste resistenze necessita di essere studiata, tramandata e ricordata per una comprensione giusta e completa del movimento di liberazione in Italia.

Fuori da questo elenco ma sempre importante di essere ricordata, perchè attiene alla vita dell’uomo nel suo complesso, è la resistenza civile di chi sceglie in ogni momento di difendere le luci del bene dall’avanzare delle tenebri del male.

PS Il Sole 24 Ore di domenica 26 aprile 2020 offre questa (condivisibile) definizione della Festa della Liberazione:

È il giorno simbolo della vittoriosa lotta di resistenza militare e politica attuata dalle forze armate alleate, dall’Esercito Cobelligerante italiano ed anche dalle forze partigiane durante la seconda guerra mondiale a partire dall’8 settembre 1943 contro il governo fascista della Repubblica Sociale Italiana e l’occupazione nazista.

Forti e gentili

Nell’autunno 1943 in Abruzzo, per iniziativa dell’Avvocato Ettore Troilo (1898 -1974), nacque la formazione partigiana “Patrioti della Maiella”. La particolarità di questa unità è che si unì ai reparti regolari italiani e alleati che stavano combattendo la guerra di liberazione in Italia.

Dopo aver liberato diverse località della provincia di Chieti, i patrioti della “Maiella” ai primi di febbraio del 1944 attaccarono l’abitato di Pizzoferrato (Chieti) che però si rivelò un insuccesso: caddero 10 patrioti e il Maggiore del British Army Lionel Wigram, ufficiale di collegamento col comando britannico.

All’arrivo della primavera ripresero i combattimenti e la “Maiella” concorse alla liberazione di Sulmona. Continuando a risalire la penisola, al settembre 1944 la Brigata “Maiella” aveva sofferto 26 morti, 51 feriti e 10 dispersi.

Partecipò poi, insieme ai Gruppi di Combattimento dell’Esercito italiano, all’offensiva dell’aprile 1945 entrando prima a Bologna e raggiungendo infine Asiago. La Brigata “Maiella” (la cui consistenza organica raggiunse le 1.500 unità) si sciolse il 15 luglio 1945 ed alla fine della dura lotta ebbe complessivi 54 caduti e 131 feriti.

I patrioti della “Maiella” furono decorati con 15 medaglie d’argento, 43 medaglie di bronzo e 144 croci al valor militare. La Bandiera della Brigata venne infine decorata di Medaglia d’oro al valor militare.

Nobile e fiero

Il colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo (1901 – 1944) è una delle vittime dell’eccidio nazista delle Fosse Ardeatine del 24 marzo 1944.

Ufficiale dell’esercito in servizio di Stato Maggiore, all’indomani dell’occupazione tedesca di Roma nel settembre 1943 Montezemolo fondò il Fronte Militare Clandestino, un’organizzazione militare di resistenza con compiti informativi nei confronti del legittimo Governo italiano e degli alleati.

Per la sua importante attività, il Fronte Militare Clandestino rappresentò sempre una spina nel fianco per l’occupante tedesco: per questo ai suoi membri veniva data una caccia senza tregua.

Il Colonnello Montezemolo venne arrestato (sembra per la soffiata di un delatore) dalla polizia tedesca il 25 gennaio 1944, imprigionato nel famigerato carcere nazista di via Tasso 145 (trasformato poi nell’attuale Museo storico della Liberazione), torturato e infine fucilato alle Fosse Ardeatine insieme ad altri 334 innocenti.

Al Colonnello Montezemolo è stata concessa, alla memoria, la medaglia d’oro al valor militare con la seguente motivazione:

«Ufficiale superiore dotato di eccezionali qualità morali, intellettuali e di carattere, dopo l’armistizio, fedele al Governo del Re ed al proprio dovere di soldato, organizzava, in zona controllata dai tedeschi, un’efficace resistenza armata contro il tradizionale nemico. Per oltre quattro mesi dirigeva, con fede ed entusiasmo inesauribili, la attività informativa e le organizzazioni patriote della zona romana. Con opera assidua e con sagace tempestività, eludendo l’accanita vigilanza avversaria, forniva al Comando Supremo alleato ed italiano numerose e preziose informazioni operative, manteneva viva e fattiva l’agitazione dei patrioti italiani, preparava animi, volontà e mezzi per il giorno della riscossa, con una attività personale senza soste, tra rischi continui. Arrestato dalla sbirraglia nazifascista e sottoposto alle più inumane torture, manteneva l’assoluto segreto circa il movimento da lui creato, perfezionato e diretto, salvando così l’organizzazione e la vita ai propri collaboratori. In occasione di una esecuzione sommaria di rappresaglia nemica, veniva allineato con le vittime designate nelle adiacenze delle catacombe romane e barbaramente trucidato. Chiudeva così, nella luce purissima del martirio, una vita eroica, interamente e nobilmente spesa al servizio della Patria.»
— Roma, Catacombe di S. Calisto, 24 marzo 1944

Sulla figura del Colonnello Montezemolo ed il Fronte Militare Clandestino, l’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito ha pubblicato nel 2008 un approfondito studio condotto dalla storica Sabrina Sgueglia della Marra.