Dall’abisso alla speranza

Il grande storico francese (di origine italiana e membro dell’Académie française) Max Gallo (1932 – 2017), universalmente noto per le sue opere su Napoleone, ha scritto anche un libro dedicato alla sconfitta della Francia nella seconda guerra mondiale: 1940 De l’abîme à l’espérance (XO Édition, Paris, 2010).

È un racconto puntuale, quasi un diario, di quei giorni della primavera 1940 in cui ciò che si riteneva impossibile si realizzò: la disfatta francese e la conseguente occupazione nazista.

Dopo la dichiarazione di guerra alla Germania il 3 settembre 1939 in seguito all’invasione della Polonia, si era vissuta la cosiddetta ” drôle de guerre” (letteralmente: guerra farsa) che nient’altro rappresentava che un’interminabile attesa sfociata, infine, nell’inarrestabile attacco tedesco del maggio 1940.

Il potente esercito francese (più di 3 milioni di soldati) è battuto, i resti del Corpo di spedizione britannico è eroicamente evacuato da Dunkerque, la Francia crolla, il popolo fugge e il Maresciallo Philippe Pétain chiede l’armistizio.

Il Paese è nell’abisso ed è allora che la speranza si leva e si fa resistenza: il 18 giugno 1940, da Radio Londra, il Generale Charles de Gaulle lancia un proclama ai francesi: “la fiamma della resistenza francese non si deve spegnere!”

Questo libro racconta i mesi più tragici della storia francese (ed europea) offrendo al lettore la certezza che l’assunzione di responsabilità e il coraggio delle scelte sono la premessa della riscossa del singolo come della nazione intera.

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Il liberatore

La figura del Maresciallo Harold Alexander (1891 – 1969), Comandante delle forze alleate durante la campagna d’Italia 1943-1945, è di particolare interesse per l’importanza che riveste nella storia militare.
Fu il Comandante di una coalizione di forze di 26 Paesi e seppe garantire con il suo stile di comando uno dei fattori decisivi di una guerra di coalizione multinazionale: la coesione delle Forze.
La sua fu una leadership basata su capacità diplomatiche e su una spiccata
sensibilità politica oltre che su una grande esperienza maturata sia come Comandante sui campi di battaglia che come Ufficiale di Stato Maggiore. Sono queste qualità che oggi, nelle moderne operazioni militari interforze e internazionali, rendono la figura di Alexander degna di particolare attenzione.

La sua opera ovviamente non fu esente da errori ma le sue indubbie qualità professionali e personali permisero la vittoriosa condotta e conclusione di una delle campagne più lunghe e difficili di tutta la Seconda Guerra Mondiale. Alexander, non va mai dimenticato, fu il capo militare a cui va attribuita la liberazione dell’Italia dalla tragica occupazione nazifascista.

In particolare, come Comandante del 15° Gruppo d’Armate, comprendente la 7^ Armata USA del Generale George Patton (poi sostituita dalla 5^ Armata comandata dal Generale Mark Clark) e l’8^ Armata britannica del Maresciallo Bernard Montgomery, riuscì a superare le reciproche diffidenze e divergenze strategiche, costituendo una forza alleata che per quasi due anni rappresentò una costante minaccia al dominio nazista nello scacchiere meridionale del fronte europeo.

I suoi sforzi furono ricompensati al termine del conflitto non solo con la giusta vittoria ma anche con il conferimento del nobile titolo di Conte di Tunisi nonchè con la nomina di Governatore Generale del Canada.

Il soldato Marcello

Uno dei film sulla terribile campagna di Russia (1941-1943) s’intitola I Girasoli, ha come protagonisti Sophia Loren e Marcello Mastroianni, ed è stato girato nel 1969 da Vittorio De Sica.

La trama narra di una sposa (Sophia Loren) che nel secondo dopoguerra cerca in Russia il marito soldato disperso (Marcello Mastroianni).

Nella sua affanosa ricerca, la moglie scopre la tragica storia dei soldati italiani dell’ARMIR (Armata italiana in Russia), molti dei quali non faranno più ritorno in Patria ma riposeranno per sempre sui campi di battaglia russi nel frattempo divenuti sterminate distese di girasoli.

La partecipazione italiana all’operazione  “Barbarossa” (nome in codice all’attacco tedesco all’Unione Sovietica) vide prima l’impiego di un Corpo d’Armata (CSIR – Corpo di spedizione italiano in Russia) al comando del Generale Giovanni Messe e poi di un’intera Armata (l’8^) al comando del Generale Italo Gariboldi.

Non vi era alcuna ragione strategica che giustificasse la nostra partecipazione (peraltro non richiesta dagli alleati tedeschi) alla gravosa impresa bellica in una terra tanto lontana e ostile, ma supposti motivi di opportunità politica condannò all’estremo sacrificio, in condizioni orribili, migliaia di militari italiani.

Anche di questa immane tragedia della storia parla il film, offrendo un postumo e imperituro tributo ai caduti di un’inutile guerra.

Una curiosità: Marcello Mastroianni (nato nel 1924) non prese parte alla campagna di Russia ma in quegli anni prestava servizio, come disegnatore tecnico, all’Istituto Geografico militare di Firenze.

A Raffaele

La data dell’8 settembre non può passare sotto silenzio. L’8 settembre 1943 è infatti una delle date fondanti della storia recente italiana: finisce la guerra contro gli angloamericani ma inizia l’occupazione e la tirannia nazifascista.

In questo giorno desidero ricordare il giovane insegnante liceale di storia dell’arte e Tenente dei granatieri Raffaele Persichetti (Roma 12 maggio 1915 – Roma 10 settembre 1943) che, seppur in congedo, prese le armi (insieme a tanti altri, tra cui Giaime Pintor) contro l’invasore e cadde nella battaglia di Porta San Paolo a Roma insieme ad altre centinaia di militari e civili italiani: il suo estremo sacrificio li rappresenta tutti.

A Raffaele Persichetti, per il suo coraggio spinto fino alla morte, venne concessa la Medaglia d’oro al valor militare con la seguente motivazione:

“Ufficiale dei granatieri invalido di guerra all’atto dell’armistizio con gli alleati si schierò generosamente e volontariamente contro l’oppressore tedesco, favorendo ed organizzando la partecipazione di suoi amici e della popolazione alla lotta armata della Capitale. In abito civile e sommariamente armato accorse poi sulla linea di fuoco dei suoi granatieri schierati in battaglia contro superiori forze tedesche. Prode fra i prodi incitò con la parola e con l’esempio i commilitoni all’estrema resistenza fino a che colpito a morte immolava la sua giovane vita nella visione della Patria rinata alla libertà.”
— Roma, Porta San Paolo, 8-10 settembre 1943.

A imperitura e sacra memoria.

Il leone di Cheren

Tra le battaglie della storia militare italiana, quella di Cheren (febbraio – marzo 1941) in Eritrea, sconosciuta ai più, è una delle più valorose per le armi italiane.

La qualità di alcuni reparti (tra cui i Granatieri di Savoia e le Regie Truppe Coloniali), l’indiscussa capacità dei comandanti (Generali Carnimeo e Lorenzini), il brillante comportamento degli ufficiali in sottordine (valga per tutti la figura del leggendario Capitano di cavalleria Amedeo Guillet) produssero una battaglia difensiva che riuscì a fermare per due mesi l’avanzata delle forze del Commonwealth britannico nell’Africa Orientale Italiana.

Le perdite durante la sanguinosa battaglia furono rilevanti per ambedue gli schieramenti. I caduti italiani, non rimpatriati, riposano oggi nel cimitero militare italiano di Cheren.

In particolare, voglio qui ricordare la figura del Generale Orlando Lorenzini (1890 -1941) che con i suoi ascari diede prova di valore e coraggio eccezionali, morendo sul campo il 17 marzo 1941 colpito da una scheggia di granata.

Al Generale Lorenzini, pluridecorato e più volte promosso per meriti di guerra, venne concessa, alla memoria, la Medaglia d’oro al Valor Militare con la seguente motivazione:

“Figura leggendaria di combattente coloniale che già in Libia e nell’Africa Orientale italiana superando le più aspre difficoltà di terreno e di clima, aveva innumerevoli volte trascinato le sue truppe alla vittoria, era l’anima dell’epica difesa di Cheren, imponendosi all’ammirazione dello stesso nemico. Alla testa dei suoi battaglioni che infiammava con l’esempio del suo indomito valore si prodigava oltre ogni limite per contrastare il passo dell’avversario superiore per mezzi e per numero, contrattaccandolo con audacia sovrumana anche quando la situazione si era fatta disperata. Colpito mortalmente suggellava in aureola di gloria la sua nobile esistenza, tutta intessuta di memorabili episodi di fulgido eroismo.”
Cheren (A.O.I.), 2 febbraio – 17 marzo 1941

Ispirato alla figura del Generale Lorenzini è quanto ebbe a scrivere Ugo Giaime:

“Sul sepolcro del Leone di Cheren

poserò un fiore,

memore del passato,

nel sentimento grato

di un uomo migliore.”

(Ugo Giaime – Granelli di vita)

Un fatto curioso

Il Generale Luigi Poli (1923 -2013), già Capo di Stato Maggiore dell’Esercito nel bienno 1985 – 1987 e Senatore della Repubblica nella X^ legislatura 1987 -1992, partecipò con il grado di Tenente alla guerra di liberazione dell’Italia dal dominio nazifascista, inquadrato nel Gruppo di Combattimento “Legnano”.

Da un suo articolo pubblicato su Internet traggo questo fatto curioso:

“La prima Liberazione di Bologna si realizzò nella notte tra il 20 e il 21 aprile 1945 grazie ad un cannone scoppiato e a un sottotenente, Fermo Rizzi, del Gruppo di combattimento “Legnano”, che era stato mandato a prendere un pezzo d’artiglieria in sostituzione di quello esploso a Monterenzio, dove sostava la sua Unità.

Tornò, il suo Gruppo era partito per Pianoro. Cercandolo, il Rizzi si spinse avanti e giunse a notte fonda a Bologna, che i tedeschi avevano poco prima abbandonato. Guardingo si inoltrò per via Indipendenza, prima che la sua motrice, col cannone al traino, venisse fermata da alcuni increduli bolognesi che gli chiesero chi diavolo fosse. Erano le sei del mattino”.

(http://www.storiaxxisecolo.it/Resistenza/resistenza12b.htm)

Fu così che l’esercito italiano entrò per primo nella Bologna liberata il 21 aprile 1945.

L’infausto azzardo

Alla fine del 1943, le armate anglo-americane erano bloccate dalle forze tedesche sulla linea Gustav che aveva il proprio centro di gravità sul fronte di Montecassino.

In un terreno accidentato e montuoso che favoriva la difesa, annullando la potente meccanizzazione degli alleati, e con un inverno incombente che rendeva la guerra di posizione particolarmente dura e insopportabile, Winston Churchill ritenne che la mossa vincente sul difficile fronte italiano fosse uno sbarco anfibio alle spalle dei tedeschi che avrebbe costretto i tedeschi alla ritirata fino all’appennino tosco -emiliano. Un vero e proprio azzardo.

E così fu.

Il 22 gennaio 1944 il VI° Corpo d’Armata USA comandata dal Generale John P. Lucas e composto principalmente da una Divisione britannica e una Divisione americana (più i relativi supporti) sbarcò sul litorale romano che da Nettuno arrivava a Tor San Lorenzo passando per Anzio.

I tedeschi furono apparentemente presi alla sprovvista e per un paio di giorni non reagirono. L’avanzata alleata verso l’interno, il crollo dei tedeschi sul fronte di Cassino e la liberazione di Roma sembravano a portata di mano.

Ma così non fu.

I tedeschi, ripresisi dalla sorpresa, resistetterò a Montecassino e anzi dirottarono dal Nord dell’Italia, dalla Francia e persino dalla Russia delle unità combattenti che formarono un’ intera Armata (la 14^) al comando del Generale Eberhard von Mackensen che schierarono sul fronte di Anzio.

Il risultato furono 4 mesi di feroci combattimenti che, infine, soltanto la ritirata dei tedeschi da Cassino nel maggio 1944 (a causa di una vittoria strategica alle spalle del dispositivo tedesco ad opera del Corpo di Spedizione Francese – C.E.F. – comandato dal Generale Alphonse Juin) risolse a favore degli alleati.

Oggi di quegli epici fatti sono testimoni i cimiteri di guerra nei dintorni di Anzio (britannico), Nettuno (americano), Pomezia (tedesco) ed un mare che sembra conservare per l’eternità lo spirito degli uomini e dei fatti che hanno scritto una delle pagine più dolorose e drammatiche della seconda guerra mondiale in Italia.