Parole tardive

L’annuncio dell’armistizio con gli angloamericani fu dato nel tardo pomeriggio dell’8 settembre 1943 dal Capo del Governo Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio.

Solo tre giorni dopo, l’11 settembre, da Brindisi dove si era trasferito con (parte) della famiglia reale e del governo, Vittorio Emanuele III lanciò via radio un proclama agli italiani:

Per il supremo bene della Patria, che è stato sempre il mio primo pensiero e lo scopo della mia vita e nell’intento di evitare più gravi sofferenze e maggiori sacrifici, ho autorizzato la richiesta dell’armistizio.

Italiani, per la salvezza della Capitale e per poter pienamente assolvere i miei doveri di Re, col Governo e con le Autorità Militari, mi sono trasferito in altro punto del sacro e libero suolo nazionale.

Italiani! Faccio sicuro affidamento su di voi per ogni evento, come voi potete contare fino all’estremo sacrificio, sul vostro Re.

Che Iddio assista l’Italia in quest’ora grave della sua storia.

Vittorio Emanuele

Furono, notoriamente, parole tardive di cui tutto il Paese, e in particolare l’esercito, pagò le tragiche conseguenze.

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L’altro Rommel

Nell’80° anniversario dell’inizio della Seconda Guerra Mondiale voglio ricordare l’eroico esercito polacco.

Per farlo, ho scelto la figura del Generale Barone Juliusz Rómmel (1881 – 1967) che il caso ha voluto omonimo di uno dei più grandi Generali tedeschi a lui contemporaneo: Erwin Rommel.

Di formazione militare russa (fino al 1918 infatti la Polonia apparteneva in parte alla Russia), dopo aver preso parte alla guerra russo – giapponese (1904 – 1905) e alla Grande Guerra come ufficiale dell’esercito zarista, combattè valorosamente nella guerra russo – polacca del 1920 e in seguito ascese a sempre maggiori responsabilità nell’esercito polacco.

Posto nel marzo 1939 al comando dell’Armata di Łódź, che aveva il compito dell’immediata e ravvicinata difesa del confine occidentale della Polonia, venne letteralmente travolto con i suoi uomini dall’inarrestabile avanzata delle forze tedesche in seguito all’invasione della Polonia il 1° settembre 1939.

Nominato Comandante della difesa di Varsavia, toccherà a lui l’ingrato compito di firmare la capitolazione della città il 28 settembre 1939.

Catturato subito dopo dai tedeschi, rimase prigioniero in Germania fino all’aprile 1945.

Tornato in Polonia e ritiratosi a vita privata, trascorse gli ultimi anni impegnandosi nella scrittura di libri di soggetto memorialistico e militare.

Responsabilità

Il Generale Mario Roatta (1887 – 1968) è stato uno dei protagonisti della storia militare italiana della prima metà del Novecento.

Ufficiale pluridecorato nella Grande Guerra, Capo del S.I.M. (Servizio Informazioni Militari), Capo dei volontari italiani (che si batterono a fianco del Generale Francisco Franco) nella guerra civile spagnola, Comandante della 2^ Armata in Jugoslavia nonchè della 6^ Armata in Sicilia, il Generale Roatta concluse la sua carriera come Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, trovandosi ad essere tra i responsabili delle Forze Armate italiane al momento dell’armistizio dell’8 settembre 1943.

Accusato di crimini di guerra, di resa colposa e della mancata difesa di Roma (nonchè di essere coinvolto nell’omicidio degli antifascisti fratelli Rosselli nel 1937 in Francia), entrò in latitanza nel 1945. Successivamente verrà prosciolto da ogni accusa. Rientrato dalla Spagna in Italia nel 1967 morirà a Roma l’anno successivo.

Ha lasciato due opere scritte con propositi difensivi: Otto milioni di baionette (Mondadori, Milano, 1946) e Sciacalli addosso al S.I.M. (Mursia, Milano, 2018).

La sua figura e azione possono essere approfondite nel bel libro dello storico (e collaboratore di questo Blog) Giovanni Cecini I Generali di Mussolini (Newton Compton Editori, Roma, 2016, 2^ edizione 2019).

Paradiso e inferno perduti

“Non solo il paradiso, abbiamo perduto anche l’inferno” (Nicht nur das Paradies, auch die Hölle ging uns verloren).

Willy Peter Reese aveva 20 anni e voleva diventare scrittore quando fu chiamato alle armi e inviato al fronte in Russia con l’uniforme della Wehrmacht.

Dal 1941 al 1944 scriveva alla famiglia cosa stesse vivendo in una guerra senza tregua nè pietà, in cui la brutalità si fece anche colpevolezza. Nelle pause tra i combattimenti e l’attesa dell’attacco nelle trincee, sorse un racconto che venne scoperto e pubblicato molti anni dopo (Willy Peter Reese, Mir selber seltsam fremd – Die Unmenschlichkeit des Krieges – Russland 1941 – 44, Classen Verlag, 2003)

Il libro si avvale anche di una serie di fotografie che scandiscono la vita di Willy Peter prima della guerra: una vita normale, nutrita di affetti familiari e arricchita dalle speranze per il futuro. L’ultimo documento fotografico mostra le lettera della Croce Rossa tedesca (del 1970! 26 anni dopo la sua scomparsa sul campo di battaglia…) in cui ai familiari viene comunicata la morte presunta di Willy Peter (dichiarato a suo tempo Verschollen – disperso) durante i combattimenti tra il 22 e 30 giugno 1944 attorno a Witebsk in Russia.

Questo libro rappresenta un documento eccezionale sulla guerra di cui i soldati (di ogni nazionalità) sono sempre vittime, per le immense sofferenze che patiscono, ed eroi, per il supremo sacrificio che sostengono.

Non si può tacere che essi talvolta sono anche carnefici (anche Willy Peter lo scrive) ma non va mai dimenticato che ne rispondono alla propria coscienza e al giusto rigore delle leggi che il soldato per primo è tenuto a rispettare per il giuramento prestato.

La storia di Willy Peter Reese (che non si rifiutò, non scappo via ma rese testimonianza) accende la luce della conoscenza e offre la dovuta memoria a tutti coloro che, per lo più ignoti, servirono e patirono solo per l’adempimento del proprio dovere nelle condizioni più estreme.

Indipendentemente dal colore dell’uniforme che indossavano.

Ricordando Franco

Molti militari italiani parteciparono alla resistenza al nazifascismo in Italia: Franco Quarleri era uno di questi.

Franco aveva 25 anni anni quando morì. Era nato a Voghera il 6 marzo 1920 e nella sua cittadina vi trovò la morte in combattimento il 26 aprile 1945.

Era stato ufficiale di complemento del Servizio (oggi Corpo) di Commissariato dell’Esercito (ruolo Sussistenza) ed aveva partecipato alla Campagna di Russia.

Di fronte ai tragici eventi dell’8 settembre 1943 rimase fedele al giuramento prestato al Re e scelse la lotta contro l’invasore nazista.

Per le sue qualità personali e militari, divenne il Vice comandante di una formazione partigiana presso cui era noto con il nome di battaglia di Carli.

Morì il 26 aprile in uno scontro a fuoco con il nemico: offrì coraggiosamente la sua giovane vita per un’Italia libera e democratica.

È stato decorato di medaglia d’oro al valor militare (alla memoria) con la seguente motivazione:
«Giovane entusiasta ed ardito, durante tutta la lotta di liberazione, forniva belle e luminose prove di coraggio nel corso di numerosi combattimenti, raggiungendo nelle file partigiane posizione di responsabilità e di comando. Quando già chiaramente si delineava la sconfitta tedesca, attaccava con decisione una grossa formazione avversaria, precludendole la ritirata, infliggendo forti perdite e facendo numerosi prigionieri. Nell’assaltare gli ultimi ed ostinati nuclei di resistenza, riportava più di una ferita, ma seguendo il suo slancio generoso, proseguiva sino al riparo nemico, abbattendosi sul ciglio conteso dopo avere seminato panico e morte col preciso lancio di bombe a mano. Chiaro esempio di coraggiosa tenacia e di alte virtù militari. Voghera, 25 aprile 1945.»

La città di Voghera lo ha onorato con l’intitolazione di una piazza e la deposizione di una lapide dove cadde.

Per non dimenticare chi ha creduto, fino al sacrificio della propria vita, in un futuro migliore per tutti.

Gli altri Granatieri

Accanto ai celeberrimi Granatieri di Sardegna, le cui origini risalgono al 18 aprile 1659, l’Esercito italiano ha annoverato tra le sue fila anche i Granatieri di Savoia.

La Divisione Granatieri di Savoia (65^) viene costituita a Latina (al tempo Littoria) il 12 ottobre 1936 su due reggimenti Granatieri, il 10° e l’11°, il Battaglione Mitraglieri Divisionale e il 60° Reggimento Artiglieria da Campagna su due gruppi da 65/17.

Nel novembre dello stesso anno si trasferisce ad Addis Abeba capitale dell’Etiopia.

Nel maggio 1940 entra a far parte della divisione anche l’11 ^ Legione Camicie Nere, formata da due battaglioni.

Dopo l’epopea della battaglia di Cheren del gennaio -marzo 1941, la Divisione Granatieri di Savoia viene di fatto considerata sciolta per eventi bellici il 20 aprile 1941 ed i superstiti componenti il comando divisione danno vita al Comando della 25^ Divisione Coloniale.

Elementi della Divisione Granatieri di Savoia parteciperanno alla difesa del Massiccio dell’Amba Alagi dal 21 aprile al 17 maggio 1941, al comando del Duca Amedeo di Savoia – Aosta (1898 – 1942). Il comportamento dei difensori dell’Amba Alagi durante gli aspri combattimenti meritò l’ammirazione del nemico che concesse loro la resa con l’onore delle armi.

Dall’abisso alla speranza

Il grande storico francese (di origine italiana e membro dell’Académie française) Max Gallo (1932 – 2017), universalmente noto per le sue opere su Napoleone, ha scritto anche un libro dedicato alla sconfitta della Francia nella seconda guerra mondiale: 1940 De l’abîme à l’espérance (XO Édition, Paris, 2010).

È un racconto puntuale, quasi un diario, di quei giorni della primavera 1940 in cui ciò che si riteneva impossibile si realizzò: la disfatta francese e la conseguente occupazione nazista.

Dopo la dichiarazione di guerra alla Germania il 3 settembre 1939 in seguito all’invasione della Polonia, si era vissuta la cosiddetta ” drôle de guerre” (letteralmente: guerra farsa) che nient’altro rappresentava che un’interminabile attesa sfociata, infine, nell’inarrestabile attacco tedesco del maggio 1940.

Il potente esercito francese (più di 3 milioni di soldati) è battuto, i resti del Corpo di spedizione britannico è eroicamente evacuato da Dunkerque, la Francia crolla, il popolo fugge e il Maresciallo Philippe Pétain chiede l’armistizio.

Il Paese è nell’abisso ed è allora che la speranza si leva e si fa resistenza: il 18 giugno 1940, da Radio Londra, il Generale Charles de Gaulle lancia un proclama ai francesi: “la fiamma della resistenza francese non si deve spegnere!”

Questo libro racconta i mesi più tragici della storia francese (ed europea) offrendo al lettore la certezza che l’assunzione di responsabilità e il coraggio delle scelte sono la premessa della riscossa del singolo come della nazione intera.