Imperitura memoria

Oggi, 8 anni fà, ci lasciava, nella più profonda costernazione di chi lo aveva amato, il colonnello Ferruccio Botti (1935 – 2008), insigne studioso, scrittore e Maestro.

Lo voglio ricordare con una citazione, tratta dal primo volume della sua monumentale opera “Il pensiero militare e navale italiano dalla rivoluzione francese alla prima guerra mondiale (1789-1915)”, che da sempre mi accompagna e mi illumina nel mio cammino di studioso di storia militare:

“Senza una chiara coscienza del proprio passato del quale essere fieri, senza una tradizione e dei valori, delle vittorie, nessuna Nazione e nessun esercito possono essere tali. Nella complessa realtà militare di oggi, conoscere i problemi significa prima di tutto prendere coscienza delle profonde radici storiche che in passato hanno impedito o consigliato determinate soluzioni, e quindi acquisire una reale capacità di valutare il nuovo e le sue ricadute, senza preconcetti ma anche senza facili ottimismi.”

ALERE FLAMMAM!

Il modernismo militare

All’inizio del XX° secolo sorse in Italia un vivace dibattito intorno al rinnovamento profondo dell’Istituzione militare noto con il nome di “modernismo militare”.

Leader di questo movimento, che si proponeva di migliorare la condizione economica e di carriera dei militari nonché di ammodernare e rendere più efficiente l’Istituzione militare italiana, fu il capitano di fanteria Fabio Ranzi (Tivoli 1859-Roma 1922).

Il capitano Ranzi smesse la divisa nel 1889 per dedicarsi al giornalismo, professione dove raggiunse una certa notorietà.

Direttore dal gennaio 1896 al maggio 1898 della rivista “Armi e Progresso- Rivista Militare Sociale”, fondò e diresse la rivista “Pensiero Militare” che rimase in vita, finanziata dai soli abbonamenti, dal 1903 al 1914.

Nel primo numero di “Armi e Progresso” il Ranzi enuncia gli obbiettivi del suo impegno editoriale:

  • compiere il rinnovamento delle idee e delle istituzioni militari;
  • elevare la cultura degli ufficiali;
  • presentare al Paese l’esercito sotto la nuova luce della modernità al fine di congiungere l’Istituzione militare con il Paese.

Il capitano Ranzi scrisse anche un libro, che colse un qualche successo all’epoca, intitolato “Modernità militare”, nel quale ipotizzava una nuova Istituzione militare italiana, interclassista e di massa, non più espressione della monarchia ma rappresentativa dell’ intera nazione. Ranzi, di fatto, teorizzava un nuovo soggetto politico, addirittura autonomo dal governo, che potesse costituire un punto di riferimento per il Paese.

Per il Ranzi tre sono gli aspetti distintivi di un esercito nazionale moderno: unione delle risorse materiali e morali di un popolo; servizio generalizzato dei cittadini (indipendentemente dalla loro estrazione sociale); relazioni gerarchiche e disciplinari adeguate ai tempi.

Ranzi, per sostenere le sue idee riformiste, cercó il sostegno del leader del socialismo italiano Filippo Turati, che peró rimase scettico di fronte a tali idee del Ranzi, che non godette di alcun appoggio dell’opinione pubblica moderata e che anzi provocò allarme nel governo che infatti l’osteggiò fermamente.

Il modernismo militare, che conteneva elementi di indubbia originalità frammisti a spiccati elementi politici populisti, fallì (oltre per il polemismo del Ranzi nei confronti dei vertici politico – militare) sostanzialmente anche per il mancato appoggio della grande maggioranza dei militari italiani le cui esigenze riformiste non erano dettate da rivendicazioni di carattere politico o sociali quanto piuttosto da pratiche esigenze di natura economica e di carriera, che furono prontamente riconosciute e accolte dai governi dell’epoca.

Il pensiero militare italiano del Rinascimento

Con il Rinascimento l’Italia prima e l’Europa poi si avviano verso l’età moderna, dove la fiducia nell’uomo prese il posto dell’affidarsi alla Fede e dove ad un economia finanziaria e mercantile iniziò ad affrancare sempre più l’esistenza dalle fatiche e i sacrifici della terra. Questo cambiamento epocale del pensiero e dell’economia non poteva non riverberarsi sulla società e le sue espressioni, prima fra tutti la Politica e le armi che l’affermavano e sostenevano.

Il Rinascimento, per unanime giudizio, sorse a Firenze, città all’epoca tra le più vivaci e ricche d’Europa, nella metà del quattrocento. Nacque non a caso in questa città, poiché in essa si concentravano molteplici fattori (politici, economici e sociali) che favorirono la nascita del movimento. Ma non fu l’unica città italiana, ad essa si associarono Venezia, Milano, Ferrara, Mantova e tante altre città che, vissuta la felice esperienza dell’autonomia comunale nel XIII°– XIV° secolo, avevano poi affidato il loro governo e difesa a Signorie che passeranno alla storia per magnificenza e lungimiranza. Tali Signorie, che anticiperanno la nascita degli Stati italiani preunitari, svolgeranno anche un ruolo fondamentale nello sviluppo dell’arte militare del tempo.

L’arte militare del XV° secolo fu caratterizzata dal grande sviluppo tecnologico rappresentato dalle armi da fuoco (moschetti e artiglierie di vario calibro), che aveva radicalmente cambiato il modo di combattere ma anche l’essenza stessa delle formazioni militari. L’utilizzo del termine arte anziché scienza non é causale giacché la prima esalta le caratteristiche personali del militare (carisma, coraggio, esperienza) mentre la seconda attiene più ad una disciplina, o metodo, da tutti applicabile e basata sulla conoscenza piuttosto che le qualità personali del singolo. La scienza militare si sostituirà all’arte anche in ragione della complessità dei conflitti moderni, che renderà necessarie una serie di conoscenze e funzioni un tempo inesistenti o (finanche) inutili alla soluzione dei conflitti. La logistica, la tattica, l’organica e la strategia, già conosciute e applicate ai tempi della rivoluzione militare del XVII° secolo (l’organicità data loro dagli studi di Raimondo Montecuccoli rimarrà insuperata fino agli studi di Clausewitz, per il quale arte e scienza militari erano concetti inseparabili), sono branche della scienza militare intuite ma non approfondite dall’arte militare. Ad ogni modo, non va mai dimenticato che quando si parla di scienza militare non si può mai far riferimento ad una scienza esatta ma sempre ad una scienza umana e quindi fallibile.

La principale opera militare del Rinascimento è, a parere dello scrivente,  il Trattato dell’Arte della Guerra scritto da Niccolò Machiavelli e pubblicato a Firenze nel 1521. Machiavelli (che nel libro da voce al Condottiero Fabrizio Colonna) si domanda le ragioni della decadenza militare italiana del tempo e nella tradizione militare romana trova possibili rimedi. Machiavelli si era reso conto in largo anticipo della mutazione dei tempi. Il cambiamento nel modo di fare la guerra, infatti, non poteva non riflettersi sul modo di fare politica del tempo, da qui il primo espresso legame che Machiavelli fa tra guerra e politica, in largo anticipo rispetto ad altri pensatori. Nel testo, che lo stesso Machiavelli riconosceva come quello più riuscito tra quelli da lui scritti, il Segretario fiorentino condanna i mercenari ed esalta invece i cittadini che si pongono in armi al servizio dello Stato. Lo stesso sovrano, secondo Machiavelli, deve dare il buon esempio privandosi delle Milizie (perlopiù mercenarie appunto) destinate alla sua difesa personale che deve, al contrario, essere affidata ai suoi sudditi sia come gesto di fiducia del Sovrano nei loro confronti sia come riconoscimento e attaccamento del popolo nei confronti del Sovrano. Anche nella sua più famosa opera “Il Principe” Macchiavelli aveva scritto (Capitolo XIII): <Concludo, adunque, che sanza avere arme proprie, nessun principato e´sicuro…E l´arme proprie son quelle che sono composte o di sudditi o di cittadini o di creati tua>. Ora, questa espressione < creati tua> può sembrare contraddittoria rispetto a quanto detto prima nella stessa frase. In realtà, nello scrivere questo, Machiavelli aveva in mente Cesare Borgia “Il Valentino” che prima di creare il proprio Stato, aveva necessità di appoggiarsi a proprie milizie fidate. Solo quando questo Stato fosse stato creato, le stesse Milizie sarebbero state sostituite da un esercito di popolo. Niccolò Machiavelli, in particolare, elabora quell’idea di Virtù alla base della quale i cittadini devono fondare il proprio amore per la Patria e la sua difesa. La virtù machiavellica non è molto dissimile dal Geist che secoli dopo Clausewitz (profondo conoscitore dell’opera del segretario fiorentino) indicava come elemento determinante della vittoria in guerra. La Virtù è requisito proprio dell’uomo e pone quest’ultimo di fronte al suo agire: anche l’arte della guerra del tempo si forma nello spirito del rinascimento, rappresentando una netta cesura con la concezione del guerriero del passato. Insomma, Machiavelli, esponente di spicco del pensiero militare italiano del Rinascimento, è un fautore e strenuo difensore dell’esercito di leva che si affermerà secoli dopo con la Rivoluzione francese e che vive oggi un ampio ma discutibile ripensamento.

Una cultura da bancarella

Tra le figure militari della nostra storia militare, sento particolarmente vicina a me quella del Generale di brigata aerea Amedeo Mecozzi (1892 – 1971), teorico negli anni ’20 del secolo scorso della cosidetta Aviazione d’assalto.

Nato a Roma in una famiglia di umili condizioni e avviato precocemente al lavoro, seppe costruire la sua vita con una ammirevole determinazione e forza d’animo.

Vorace lettore sin dagli anni giovanili (con mirabile autoironia, già famoso a livello internazionale per i suoi scritti di strategia, diceva di possedere solo una “cultura da bancarella” derivante dalla sua passione di acquistare libri usati dai banchi sul tevere o nei mercati rionali), approfondì gli studi sull’impiego dell’arma aerea, diventando accanto a Giulio Douhet uno dei primi e più innovativi teorici di strategia aerea.

Arruolatosi nell’esercito come soldato semplice nel 1906, partecipò alla Grande Guerra come ufficiale di complemento pilota, realizzando 6 abbattimenti di aerei nemici. Transitato in servizio permanente effettivo nel dopoguerra, iniziò un’intensa attività di pubblicista nel campo aereonautico e, fondata nel 1923 l’Arma azzurra, vi transitò subito con il grado di capitano.

Capo Ufficio Stampa del fondatore dell’aeronautica militare Maresciallo dell’Aria Italo Balbo (1896 – 1940), avvió un’intensa attività pubblicistica in cui propugnava l’idea dell’uso determinante dell’arma aerea sul campi di battaglia, mettendone in evidenza l’alto valore tattico nel sostegno delle truppe terrestri e navali impegnate nei combattimenti. Polemizzó con Douhet che invece enfatizzava il ruolo strategico dell’aviazione nella risoluzione dei conflitti, specie nei bombardamenti dei punti vitali del nemico, compresi i centri abitati.

Sostanzialmente, i suoi studi trovarono effettiva applicazione nella seconda guerra mondiale nell’accentuato ruolo di sostegno alle operazioni corazzate e di fanteria da parte della componente aerea. Un’esemplare applicazione degli studi di Amedeo Mecozzi é quello dell’impiego del famoso aereo da bombardamento in picchiata Junkers JU 87 (Stuka) da parte dei tedeschi nei diversi fronti di guerra. Oggi le teorie del Mecozzi si sostanziano nella funzione CAS (Close Air Support) svolte dalle aviazioni miltari di tutto il mondo.

Direttore della prestigiosa Rivista Aeronautica, al termine della seconda guerra mondiale si ritiró a vita privata, continuando a dedicarsi agli amati studi e a pubblicare (possedeva una propria piccola casa editrice) diversi libri di strategia aerea. Morì a Roma, la sua città, il 2 novembre 1971.

Nel 2006 l’Ufficio storico dell’Aeronautica militare ha pubblicato due pregiati volumi dal titolo Scritti scelti sul potere aereo e l’aviazione d’assalto (1920 – 1970), curati dal compianto colonnello Ferruccio Botti.

Il pensiero militare

Il pensiero militare attiene a tutto ciò che riguarda la definizione, predisposizione e impiego dell’Istituzione militare.

Dal pensiero militare discendono gli ordinamenti, regolamenti e dottrine d’impiego delle Forze Armate.

Il pensiero militare è dunque necessaria premessa allo sviluppo delle organizzazioni militari.

Gli scrittori militari, da Vegezio in epoca antica al generale von Baudissin nel periodo contemporaneo passando per Montecuccoli e Scharnhorst nell’età moderna (per citarne soltanto alcuni), hanno sempre cercato di individuare i fattori che, combinati insieme, potessero garantire la migliore Istituzione militare possibile al loro tempo o nel futuro.

Il pensiero militare è parte del pensiero strategico ma si distingue da quest’ultimo per l’oggetto di studio: non la guerra/conflitto nel suo complesso ma una componente specifica quale sono le forze regolari combattenti.

Tra gli studiosi del pensiero militare italiano e internazionale, voglio ricordare ed evidenziare la figura del colonnello Ferruccio Botti (1935 – 2008), i cui memorabili studi e scritti sull’argomento hanno offerto un contributo fondamentale per la conoscenza in Italia della storia e attualità delle Istituzioni militari.

La riforma Cavallero

La riforma Cavallero prende il nome dal Sottosegretario al Ministero della Guerra (al tempo il Ministro era Benito Mussolini) generale Ugo Cavallero (1880 – 1943) e fu approvata dal Parlamento nel marzo 1926. Si trattó di una riforma molto importante perché con tale struttura l’esercito italiano affronterà i principali conflitti degli anni trenta (guerre d’Etiopia e di Spagna).

La riforma Cavallero, elaborata in stretta collaborazione con il Capo di stato Maggiore generale, all’epoca il maresciallo d’Italia Pietro Badoglio (1871 – 1956), presupponeva un piano strategico difensivo nei confronti della Francia e offensivo riguardo alla Jugoslavia: la guerra futura dell’Italia quindi avrebbe dovuto combattersi sulle Alpi (lo scacchiera africano – Libia, Somalia ed Eritrea- era del tutto trascurato dalla pianificazione delle forze, che considerava sufficienti le truppa coloniali di difesa stazionate in loco). Questa (errata) premessa spiega la scarsa attenzione riservata dalla riforma Cavallero alla meccanizzazione dell’esercito, continuando ad insistere invece sul concetto, proprie delle guerre passate, che “il numero é potenza”: purtroppo i soldati italiani scopriranno dolorosamente, soprattutto sui campi di battaglia nordafricani e russi, quanto questo concetto fosse drammaticamente sbagliato. Il mancato sviluppo di unità corazzate e meccanizzate cosi come la mancanza di una stretta collaborazione con la neocostituita (1923) Aeronautica militare ebbero per l’Italia fatali conseguenze nel secondo conflitto mondiale.

La riforma Cavallero, invero molto ampia, puntava a ricostituire un esercito nelle dimensioni precedenti alla Grande Guerra: 30 divisioni di fanteria, ciascuna con 3 reggimenti di fanteria e uno di artiglieria (più i relativi supporti), a cui si aggiungevano 3 divisioni alpine. Vennero migliorate le artiglierie e l’addestramento mentre la ferma fu confermata a 18 mesi. Per ragioni di bilancio (2,5 miliardi di lire, un cifra al tempo comunque significativa) l’esercito non doveva superare i 250.000 uomini, consistenza ritenuta sufficiente specie in considerazione dei volumi organici rappresentati dalla Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale (M.N.S.V) fondata nel 1923 con evidenti obiettivi di sicurezza interna e di tutela del regime fascista.

L’ordinamento Diaz

Dopo gli ordinamenti Albricci e Bonomi, finalizzati sostanzialmente alla smobilitazione dell’esercito italiano dopo la Grande Guerra, nel gennaio 1923 venne approvato dal Parlamento l’ordinamento Diaz, dal nome del Ministro della Guerra pro tempore Maresciallo d’Italia e Duca della Vittoria Armando Diaz (1861 -1928). L’ordinamento Diaz assume un certo rilievo storico perché fu il primo provvedimento riorganizzativo dell’esercito in epoca fascista.

Nell’ordinamento Diaz si prevedeva la ricostituzione del disciolto Stato Maggiore dell’esercito con il nome di Stato Maggiore Centrale. Veniva inoltre prevista l’istituzione della carica di Ispettore generale (di nomina regia e dipendente dal Ministro della Guerra) cui spettava il comando dell’esercito in tempo di pace. A lui era sottoposto il Capo di Stato Maggiore Centrale cui erano affidati compiti generali di approntamento e pianificazione dell’esercito. Aumentarono le divisioni di fanteria (da 27 a 30) che in caso di guerra avrebbero raggiunto il ragguardevole numero di 52.

Pur riconoscendo l’importanza crescente della manovra e della conseguente meccanizzazione delle forze, non si ritenne di potenziare il settore cui vennero destinati fondi inferiori a quelli destinati all’acquisto e al mantenimento dei quadrupedi (!!). La forza complessiva dell’esercito venne portata a 250.000 uomini (con un rilevante aumento di ufficiali in servizio permanente effettivo il cui numero arrivò a circa 17.000) e la ferma fissata a 18 mesi. L’ordinamento Diaz prefigurava la creazione dell’Aeronautica militare come Arma combattente autonoma, cosa che infatti avvenne il 28 marzo dello stesso anno.

L’ordinamento Diaz, puntando maggiormente sul numero piuttosto che sulla qualità, gettó le basi di quell’esercito di “Otto milioni di baionette” la cui insensatezza di fronte alle sfide della guerra moderna i soldati italiani (e l’Italia nel suo complesso) pagheranno drammaticamente.