La schiuma della terra

Leggendo il pregevole saggio del Prof. Alessandro Barbero sulla battaglia di Waterloo del 18 giugno 1815 (Alessandro Barbero, La battaglia – Storia di Waterloo- Laterza, Bari 2003), mi sono imbattuto, all’inizio, con un’ottima storia minima delle Istituzioni militari dell’epoca.

Infatti, il Prof. Barbero anzitutto (e opportunamente) scrive della natura delle organizzazioni militari del tempo, offrendo al lettore un’ampia distinzione tra coscrizione obbligatoria  (francesi e prussiani) e volontariato (britannici). Successivamente, analizza ciascuna delle forze in campo, dimostrando di condividere la teoria secondo cui l’Histoire des Armées è propedeutica a l’Histoire des Battailles.

Degli eserciti descritti, quello che ha suscitato in me maggiore interesse è quello britannico perché da me poco conosciuto rispetto agli altri.

In modo particolare, mi ha colpito che lo stesso Duca di Wellington, vittorioso comandante delle truppe britanniche a Waterloo, affermava che il suo esercito era reclutato fra <la schiuma della terra>, a significare l’origine proletaria dei soldati britannici che si arruolavano volontari nell’esercito di sua Maestà per sfuggire ad un destino di precarietà e ristrettezze economiche.

Gli stessi avversari francesi, animati dagli ideali egalitari frutto della Rivoluzione, erano molto stupiti dalla insuperabile divisione di classe che separava i soldati dai loro ufficiali, senza che questo inficiasse minimamente la loro motivazione al combattimento.

Forse perché il soldato britannico, proletario e semianalfabeta, era ben curato e, soprattutto, ben guidato dai propri comandanti? o forse perché aveva l’intima convizione di essere portatore di valori ideali superiori a quelli dei suoi nemici?

Ai lettori di questo Blog le possibili e plausibili risposte!

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A difesa del Papa

Se vi trovate nel Borgo medievale di Monteriggioni (Siena) non mancate di sostare nel piccolo ma grazioso parco che si trova nel mezzo del piccolo centro.

Possibilmente, sedetevi all’ombra del maestoso olivo che sembra sia stato muto testimone del passaggio nel 1506 del primo contigente di 150 degli allora temibili fanti svizzeri, chiamati a Roma dal Papa Giulio II° (Della Rovere- il cui stemma ancora oggi campeggia nella bandiera del Corpo) come propria guardia personale.

A quel tempo ci si muoveva a piedi e gli svizzeri, come tutti i pellegrini diretti a Roma dal Nord Europa, percorsero la Via Francigena che passa appunto per Monteriggioni.

Le Guardie svizzere ebbero il loro “battesimo del fuoco ” il 6 maggio 1527 contro i Lanzichenecchi dell’Imperatore Carlo V° durante il “Sacco di Roma”: per difendere il Pontefice Clemente VII° s’immolarono più di 100 Guardie.

Oggi la Guardia svizzera pontificia, che costituisce il Corpo militare permante più piccolo del mondo (ma anche tra i più famosi) appartente allo Stato della Città del Vaticano, è costituito da 110 unità (compresi gli ufficiali e sottufficiali) comandanti da un colonnello. Nonostante i il trascorrere dei secoli, le Guardie svizzere pontificie sono ancora responsabili della sicurezza personale del Papa e delle sue residenze, compito che svolgono sempre “Acriter et Fideliter” ossia con immutati coraggio e fedeltà.

L’esercito permanente nel pensiero strategico di Raimondo Montecuccoli

Il pensiero strategico di Montecuccoli si sostanzia, tra l’altro, nel pensare e promuovere, nel XVII° secolo, la creazione di un esercito permanente al servizio dell’Imperatore asburgico. “Gli eserciti perpetui recano grandi vantaggi” così infatti scriveva il grande condottiere modenese nei suoi Aforismi dell’arte bellica. Montecuccoli era influenzato nel suo pensiero dalla propria esperienza contro i celeberrimi e agguerriti Giannizzeri, un corpo militare permanente al servizio del Sultano, principali fautori nei secoli dell’espansione e difesa dell’Impero ottomano.

Montecuccoli aveva combattuto nell’esercito imperiale, multinazionale e non permanente. Era un esercito per molti aspetti simili alle coalizioni militari internazionali che oggi operano in varie parti del mondo sotto le bandiere dell’ONU o della NATO o della UE: l’esercito imperiale era non amalgamato, costituito da unità che facevano capo a questo o quel condottiero, che operava con un sistema di comando frammentato e con una logistica limitata. Tutti questi difetti ne inficiavano la capacità operativa e ne aumentavano i costi. Montecuccoli lo aveva ben compreso e per questo si era sempre battuto, in modo particolare quando era Presidente del Consiglio Aulico di Guerra (una sorta di Ministero della Difesa del tempo) presso la corte di Vienna, per ovviare a questi problemi attraverso la costituzione di un esercito permanente che peraltro affermasse anche oggettivamente l’autorità dello Stato. L’Europa del XVII° secolo, anche se ben diversa da quella attuale, presenta talune analogie interessanti. Anzitutto vi era uno stato multinazionale quale il Sacro Romano Impero della Nazione germanica (comunemente detto Impero asburgico), che raccoglieva sotto di sé una decina di nazionalità (tra cui gli italiani). Quindi l’Europa di oggi non si confronta per la prima volta con la multinazionalità. Naturalmente e fortunatamente non è più l’assolutismo bensì la democrazia che tiene uniti i popoli europei, però è interessante notare come gli studi strategici portati avanti da Montecuccoli originassero da un’esperienza militare multinazionale e mirassero a una struttura militare che prescindesse dalle nazionalità ma fosse espressione e al servizio dell’Imperatore, che rappresentava un’indiscutibile autorità politica sovraordinata. Ciò dimostra come l’elemento politico sia determinante per la realizzazione di un’efficace struttura militare integrata e internazionale. Di conseguenza si potrà parlare di esercito europeo solo quando l’Europa si sarà dotata di una struttura politica permanente e funzionante e non solo formale e rappresentativa di interessi nazionali.

Dunque, nell’immaginare il futuro esercito europeo (che potremo qui definire EDF – European Defence Force), può senz’altro venirci in aiuto  il pensiero di Montecuccoli nella sua straordinaria attualità. Egli pensava a un esercito imperiale permanente affiancato da una Milizia territoriale, pensata a similitudine delle «milizie paesane» ideate da Emanuele Filiberto di Savoia (concetto che sarà poi ripreso nello sviluppo della Landwehr prussiana organizzata agli inizi del XIX° secolo dal generale Gerhard von Scharnhorst, non a caso grande ammiratore di Montecuccoli). È in sostanza il modello attuale adottato dagli Stati Uniti che affianca alle Forze Armate regolari la Guardia Nazionale di ogni singolo Stato. Perché un tale modello non dovrebbe applicarsi all’Europa? Affiancare a un esercito europeo permanente (per ristrutturazione degli Eserciti esistenti) delle Guardie Nazionali (traendole dalle forze di riserva) è senz’altro un modello possibile, anzi auspicabile. Certo non da realizzare nell’immediato, ma è una sfida che sta a noi proseguire con determinazione, anche attraverso lo sviluppo di un pensiero strategico unico e condiviso, attraverso la valorizzazione di uomini che, come Raimondo Montecuccoli, hanno operato affinché si formasse una comune coscienza europea ancorché nello specifico campo storico militare.

Montecuccoli nella Guerra dei trent’anni (1618 – 1648)

Innumerevoli furono le campagne militari combattute da Raimondo Montecuccoli lungo la sua esistenza. La sua fama divenne leggendaria con la campagna contro i turchi culminata con la battaglia della Raab del 1° agosto 1664 mentre l’apoteosi la raggiunse con la campagna del Reno contro i francesi di Turenne nel 1675. Ma è nella Guerra dei trent’anni (1618 – 1648) che Raimondo Montecuccoli gettò le basi di quella straordinaria vita militare (e non solo) che fu la sua.

Montecuccoli iniziò la carriera militare come semplice moschettiere per poi essere promosso, nel 1626, Picchiere. Si era nel pieno della guerra dei Trent’anni (1618 – 1648) e l’ Europa  ribolliva di battaglie e combattimenti. Non fu difficile per lui, avvezzo alla disciplina e all’impegno, distinguersi. Nel 1629, con il grado di Alfiere (corrispondente all’odierno Sottotenente), fu chiamato dal cugino Ernesto a far parte dei 17.000 uomini inviati dall’ Imperatore nei Paesi Bassi a rinforzo delle truppe guidate dal generale genovese Ambrogio Spinola. Partecipò alla presa di Amersfoort dove, con in mano lo stendardo imperiale, entrò per primo attraversò la breccia aperta nelle mura, incitando gli altri a seguirlo mentre ancora in città infuriava la battaglia.

Promosso Capitano del Reggimento del Colonnello Wrangler partecipò, nel 1631, alla presa di Neubrandenburg, ove fu ferito. Qui ebbe l’ onore di consegnare le chiavi della città al Maresciallo Tilly, Comandante supremo dell’Esercito imperiale asburgico, che lo lodò pubblicamente. Nello stesso anno prese parte all’assedio di Magdeburgo (qui assistette al famoso sacco, tra i peggiori della storia, immortalato dal successivo quadro del pittore Eduard Steinbrück riprodotto in apertura di questo articolo) nonché alla conquista della fortezza di Kollbus, dove presentò al Maresciallo Tilly le bandiere che egli stesso aveva catturato al nemico. Il primo grande condottiero che Montecuccoli ebbe la fortuna di conoscere fu il Maresciallo Tilly. Monacale e austero, severo anzitutto con sé stesso prima ancora che con gli altri, Tilly offrì a Montecuccoli un grande esempio di semplicità, sobrietà e disciplina. Le impressioni però non furono soltanto positive: Tilly (al contrario di Wallenstein) non dava molta importanza alla logistica e agli occhi di Montecuccoli rimasero impresse le immagine dei paurosi saccheggi a cui le truppe, male o irregolarmente nutrite, si dedicavano dopo ciascuna vittoria. In seguito Montecuccoli sostenne energicamente la necessità di una maggiore umanità nei confronti dei civili non solo per generosità d’animo ma anche perché comprendeva lucidamente l’inutilità e finanche il danno della vessazione e del saccheggio. Lasciata la fanteria, assunse il Comando di uno Squadrone di Corazzieri con cui valorosamente prese parte alla famosa battaglia di Breitenfeld del 7 settembre 1631, ove fu testimone della catastrofica disfatta inflitta dal Re di Svezia Gustavo Adolfo al Maresciallo Tilly, che poco dopo morì a Ingolstadt. Montecuccoli fu ferito gravemente e preso prigioniero dagli svedesi, fu condotto a Halle ove rimase per sei mesi. Ristabilitosi, fu in seguito liberato grazie al pagamento di un riscatto.

Promosso al grado di Maggiore, combatté, sotto il comando del cugino Ernesto, sul Reno e in Baviera. Successivamente divenne Tenente Colonnello in un Reggimento di Cavalleria. Il 16 novembre 1632  a Lützen, villaggio sassone vicino Lipsia, Gustavo  Adolfo e Wallenstein si affrontarono in una battaglia grandiosa tra svedesi e imperiali, destinata a marcare le sorti delle aspirazioni svedesi sul territorio imperiale, anche se si concluse con una sostanziale parità. Non è certo che Montecuccoli abbia partecipato alla battaglia. Senza alcun dubbio però fu molto colpito dalla scomparsa del grande Re svedese che in quella battaglia trovò la morte. In sua memoria scrisse persino un sonetto indirizzato all’amico Fulvio Testi.

Nel 1633 morì Ernesto Montecuccoli. Fu per Raimondo una gravissima perdita poiché il cugino Ernesto aveva rappresentato per lui un valoroso esempio e un costante punto di riferimento. Rafforzato in questo anche dalla crescente stima che la sua figura riscuoteva tra pari e superiori,  l’anno seguente lo troviamo nella decisiva battaglia di Nördlingen che si risolse in una grande vittoria degli imperiali sugli svedesi. In quell’occasione Montecuccoli ebbe il comando ad interim di un reggimento di cavalleria ed elaborò una tattica d´ impiego delle truppe diversa da quella dagli svedesi, al tempo ritenuti maestri indiscussi. Era la prima volta che Montecuccoli elaborava un proprio schema di combattimento, segno inconfondibile della sua accresciuta professionalità e del suo spiccato acume in battaglia.

Nel 1635  partecipò alla conquista di Kaiserslautern ove dimostrò ancora una volta estremo coraggio e spiccata audacia, meritandosi la pubblica lode del Comandante delle truppe imperiali, il Generale italiano Matteo Galasso. Promosso Colonnello gli fu assegnato il comando di un Reggimento di corazzieri (alla giovane età di 26 anni!). L’anno successivo, nella battaglia di Wittstock, solo le ripetute cariche di cavalleria degli uomini al comando di Montecuccoli riuscirono a salvare l´esercito imperiale da una disastrosa rotta. Montecuccoli cominciò così a intravedere le gravi lacune dei comandanti imperiali, soprattutto nell’uso delle artiglierie, alle quali dedicherà approfondite riflessioni da cui scaturiranno in seguito una diversa azione di comando e, soprattutto, le sue innovative opere sulla scienza bellica.

Gli anni tra il 1637 e il 1638 sono per lui anni difficili: muore l’amata madre Anna Bigi e deve confrontarsi, con successo, con dei calunniatori che tentano di infangarne, per pura invidia, la sempre più crescente fama. Unico sollievo a tante difficoltà la corrispondenza con l´amico Fulvio Testi, cui arriva a dedicare un libro di poesie.

Nel 1639, tornato al fronte, combatte nella battaglia di Melnik dove viene ferito e catturato per la seconda volta dagli svedesi. Rinchiuso nella fortezza di Stettino, vive un periodo di prigionia che durerà tre anni e lo segnerà per sempre (in senso positivo, dato il tempo che dedicherà agli studi durante la prigionia).

Nel giugno del 1642 fu scambiato con un Colonnello svedese, prigioniero degli imperiali, e ritrovò la sua libertà. Accolto con grande simpatia e considerazione alla corte imperiale dall’Arciduca Leopoldo Guglielmo, gli venne annunciata la sua promozione al grado di Generale insieme alla stima personale dell’Imperatore Ferdinando III°.

I tempi erano difficili per le truppe imperiali: gli svedesi erano in Slesia mentre i francesi (nel frattempo entrati apertamente in campo contro il Sacro Romano Impero germanico) minacciavano da Occidente con una manovra a tenaglia che alla fine risolverà a loro favore il trentennale conflitto. Raimondo Montecuccoli riprese subito servizio, attaccò e sconfisse gli svedesi a Troppau.

Nominato nel 1644 Tenente – Maresciallo dell’esercito imperiale (grado che nella gerarchia militare asburgica precedeva quello di Comandante generale della cavalleria) iniziò per lui un periodo convulso di combattimenti e battaglie: prima in Sassonia, dove sconfisse gli svedesi a Königsmark; poi in Ungheria dove combattè un nuovo nemico, Giorgio Racoczy, il principe di Transilvania; infine in Franconia (Baviera) dove ebbe il comando di tutte le truppe imperiali. Era diventato il pupillo del Maresciallo Matteo Galasso che fino alla sua morte, avvenuta nel 1647, lo considerò il suo più valido collaboratore. Ferito di nuovo nel 1645, fu nominato membro del Consiglio Aulico Imperiale di Guerra, supremo organo militare dell´Impero, nonchè Gentiluomo di camera dell’Imperatore. Intanto la situazione per il Sacro Romano Impero della nazione germanica andava sempre più peggiorando. Occorreva rallentare il nemico in marcia verso Vienna almeno fino a quando le trattative per la pace che si stavano svolgendo in Westfalia non si fossero concluse. In questa azione frenante il Montecuccoli si spese senza risparmio d’energia: soccorse la città di Brno in Boemia dove constrinse il condottiero svedese Torstensson a levare l’assedio; affrontò successivamente in Baviera gli svedesi, di cui guadagno la stima per l´alto valore militare dimostrato; nel periodo 1646-1647 poi combatté di nuovo in Boemia dove con forze di gran lungo inferiori riuscì a bloccare l’avanzata del valoroso generale svedese Wittemberg. Infine, nel 1647 contribuì valorosamente a sconfiggere a Treibel gli svedesi di Wrangel: tale vittoria gli portò la promozione a Generale di cavalleria. La mirabile azione frenante, effettuata principalmente con poderose cariche di cavalleria ai lati dello schieramento avversari, fu cosi efficace che all’annuncio del Trattato di pace di Westfalia le Armate francesi di Turenne e quelle svedesi del Wrangler erano ben lontane dal principale obiettivo dell’ultima fase della guerra: Vienna. Si può quindi ben dire che Raimondo Montecuccoli con la sua accanita resistenza contribui a salvare la dinastia asburgica e con essa l’impero.

La campagna militare del Reno di Montecuccoli (1675)

Il generale Gerhard von Scharnhorst, capo dei riformatori militari prussiani e brillante pubblicista militare, era notoriamente un grande ammiratore di Raimondo Montecuccoli, specie per la sua magistrale condotta della cosiddetta campagna militare del Reno del 1675, evento militare facente parte della Guerra d’Olanda (1672 – 1678), combattuta da Francia contro il Sacro Romano Impero, Brandeburgo, Spagna e Provincie Unite. Al termine di questa guerra si affermò, fino al sorgere della potenza prussiana nel XVIII° secolo, la supremazia militare della Francia  in Europa. Anche Carl von Clausewitz si interessò  alla manovra montecuccoliana durante tale campagna, derivandone preziosi elementi di conoscenza e di confronto con la manovra napoleonica che poi trascriverà nella sua famosa opera “Della Guerra” (Vom Kriege).

Luigi XIV, al fine di consolidare il suo progetto egemonico sull’Europa occidentale, aveva invaso la Lorena e fatto varcare il Reno al grande Maresciallo Turenne. Henri de la Tour d’Auvergne, visconte di Turenne (1611-1675), fu con il Gran Condé, altro grande Maresciallo di Francia ai tempi di Luigi XIV, il più temibile degli avversari di Raimondo Montecuccoli dal quale ebbe, ricambiata, una stima assoluta. Allievo e nipote di Maurizio di Nassau, sotto il quale servì da giovane contro Ambrogio Spinola, di Turenne Montecuccoli apprezzò lo spirito offensivo che caratterizzò le numerose campagne da lui condotte da solo o con gli svedesi in Germania. Turenne combatté nelle fiandre, in Olanda, in Italia e nel Roussillon. E’ uno degli eroi popolari della storia militare francese.  Di fronte all’atteggiamento aggressivo di Luigi XIV, l’Imperatore non dichiarò subito la guerra ma attese qualche tempo speranzoso, se non in un ritiro delle truppe francesi, che il “Re Sole” non portasse la sua minaccia direttamente contro l’Impero o i suoi alleati. Ma così non fu. Luigi XIV attaccò l’Olanda, alleata imperiale,  costringendo Leopoldo I a dichiarare guerra. Montecuccoli si preparava, nonostante la non più giovane età, a questa ulteriore campagna di guerra che per lui sarà l’ultima.

Il piano di Montecuccoli era di passare sulla sinistra del Reno (quindi in territorio francese) per obbligare Turenne ad abbandonare la Germania sia per non essere aggirato che per difendere la madrepatria aggredita. Le forze a disposizione di Montecuccoli ammontavano a  circa 40000 uomini tra imperiali, brandeburghesi e olandesi. Come proggettato, fece passare 6000 uomini sulla sinistra del Reno, nonostante l’opposizione del Principe-Vescovo di Magonza, favorevole a Luigi XIV. Turenne, che aveva distrutto tutti i ponti sul fiume e  temeva di restare isolato in Germania, si vede costretto a ripassare il Reno ad Andernach. Appena ciò avvenne, Montecuccoli ripassò il Reno, ripiegando su Darmstadt, dove stabilì quartiere per le sue truppe, recandosi successivamente a Vienna per ricevere ordini. Qui ricevette da Leopoldo I l’ordine di riprendere le operazioni contro i francesi. Raggiunse, quindi, di nuovo il Reno ma si accampò con le sue truppe a Rottemburg. Turenne, che si trovava ad Aschaffenburg, inviò una consistente avanguardia contro Montecuccoli che si sganciò dal nemico puntando con una parte delle truppe verso la Franconia (più precisamente alla confluenza tra il Meno e il Reno) mentre le restanti truppe puntavano su Wuerzburg. Così tra lui e il Turenne si frappose una distesa paludosa. Con questa manovra di ripiegamento aveva evitata una battaglia in condizioni  sfavorevoli. Montecuccoli riprese poi l’iniziativa, spingendo le truppe del generale Spork verso Aschaffenburg per attrarvi Turenne, che cadde nell’inganno. Riuscì così, muovendo nuovamente verso il Reno, a ricongiungersi con gli alleati olandesi, insieme ai quali espugnò Bonn senza eccessive perdite, mentre le forze francesi inviate in rinforzo della guarnigione della piazzaforte, venivano sconfitte ancora una volta dal valoroso e fidato Generale Spork (con l’aiuto determinante di truppe olandesi). In tale situazione,Turenne decise di tornare a Parigi per decidere il da farsi con Luigi XIV. La guerra non era finita.  Turenne tornò ad affrontare il Montecuccoli che entrò in questa ennesima campagna con 20000 uomini. Passato il Reno a Spira, offrì battaglia al Turenne che la evitò abilmente passando dalla sinistra alla destra del fiume, in corrispondenza di Ottenheim, per arrivare ad Offenburg, in modo da sorprendere Montecuccoli. Ma quest’ultimo lo prevenne accorrendovi insieme alle truppe del Generale Caprara. Mentre Turenne riceveva truppe fresche da Parigi, gli imperiali, lontani dalle proprie basi di rifornimento, erano in gravi difficoltà. Ciononostante l’urto risolutivo era imminente e Montecuccoli vi si dispose, mentre il Maresciallo francese si preparava alla battaglia, disponendosi sul Reno tra Altenheim e Strasburgo, lanciando avanguardie verso gli imperiali che avevano occupato la forte posizione di Sassbach. E fu proprio a Sassbach che il 26 luglio 1675 Turenne trovò la morte. Spintosi in avanti per organizzare di persona una postazione di artiglieria che avrebbe dovuto battere il villaggio per scardinane le difese, il grande Maresciallo di Francia fu raggiunto da un colpo di cannone avversario che l’uccise all’istante. Quando Montecuccoli seppe della triste sorte del grande avversario se ne rattristò sinceramente, considerandolo giustamente uno dei più valorosi avversari. Per quanto la morte di Turenne avesse scompaginato le fila francesi, queste furono riordinate dal Marchese di Vaubrun che ne assunse il comando. Montecuccoli li attaccò in forza il 1° agosto e li sconfisse nonostante la tenace resistenza opposta, testimoniata dalla morte sul campo dello stesso Marchese di Vaubrun. Il Principe di Condé si mosse allora alla riscossa dalle Fiandre  ma ancora una volta trovò il Montecuccoli a sbarragli il passo a Breusch: il Gran Condé si ritirò, coprendosi con 2.000 cavalieri che furono annientati e non poterono impedire che la cavalleria imperiale raggiungesse la retroguardia francese, impossessandosi dei rifornimenti. Fu l’ultima, grandiosa impresa militare di Raimondo Montecuccoli, soldato italiano al servizio del Sacro Romano Impero della Nazione Tedesca.

Raimondo Montecuccoli nella storia militare europea

Raimondo Montecuccoli appartiene alla storia (e quindi, alla tradizione) militare di diversi Paesi europei.

Il Nostro appartiene anzitutto e indubbiamente alla tradizione militare asburgica (e di conseguenza, austriaca): servì per tutta la vita gli Imperatori della casata degli Asburgo e contribuì non poco, con le sue vittorie, alla grandezza militare di quest’ultima.

Montecuccoli appartiene poi alla tradizione militare italiana poiché era un soldato italiano e combatté vittoriosamente nella cosiddetta Guerra di Castro nel 1643.

I francesi conoscono bene la figura del celeberrimo condottiero modenese perché combatté e sconfisse, nella campagna del Reno del 1675, una delle più grandi figure della storia militare francese: Il maresciallo Turenne. Montecuccoli poi fu studiato e molto ammirato da Napoleone.

Anche gli ungheresi considerano parte della propria storia militare Montecuccoli per essere stato uno dei condottieri più gloriosi contro i turchi nelle guerre d’Ungheria del XVII° secolo.

Poco noto è, infine, il fatto che la figura e le opere di Raimondo Montecuccoli sono ben presenti nella tradizione militare tedesca specie quella del XVIII° secolo. Tedeschi del Rheinbund erano le truppe al suo fianco nella Battaglia di San Gottardo, tedeschi erano i suoi due principali ammiratori e divulgatori nel ´700: Federico Il Grande di Prussia e il riformatore militare generale Gerhard von Scharnhorst.

E perché non riscoprire il pensiero strategico del grande condottiero modenese in vista dell’esercito europeo? Montecuccoli teorizzò gli eserciti permanenti e rispolverare oggi le sue ragioni certo non farebbe male.