Il secolo di ferro

Il XVII secolo è noto nella storiografia come il Secolo di ferro a causa delle innumerevoli guerre che furono combattute in Europa in quel periodo storico.

La guerra dei trent’anni ma anche la dura lotta contro la minaccia ottomana segnano questo lungo susseguirsi di guerre.

Grandi figure della storia militare emersero nel seicento; tra queste meritano di essere ricordate Gustavo Adolfo di Svezia, Albrecht Wallenstein, Henri de Turenne e (naturalmente, per chi vi scrive) Raimondo Montecuccoli.

Furono gli anni in cui sorse in Europa l’idea della costituzione di eserciti permanenti, forgiati da una severa disciplina. Nella tattica si affermò il principio della battaglia decisiva, per manovra (come insegna magistralmente il Montecuccoli) o per annientamento del nemico (Gustavo Adolfo di Svezia).

In questo secolo l’arte militare diventa scienza, dotata di proprie leggi che occorre rispettare per conseguire la vittoria.

È la prima grande Rivoluzione Militare della storia che permetterà all’Occidente, dopo esserne stato vittima, di conquistare e dominare il mondo per i secoli a venire.

Di questo interessante argomento tratta il libro La Rivoluzione militare (Il Mulino, Bologna, 2014) dello studioso britannico Geoffrey Parker: un testo assolutamente consigliabile a chi vuole comprendere un momento decisivo della storia militare europea.

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Unter dem Doppeladler

L’esercito austro – ungarico (più esattamente dal 1867 Esercito imperiale e regio – kaiserliche und königliche Armee) è stato uno dei più potenti della storia d’Europa. Composto nel XIX° secolo da ben 11 nazionalità (tra cui quella italiana), si componeva di coscritti reclutati in 103 distretti e nel 1885 poteva mobilitare fino ad 1.150.000 uomini, inquadrati in 3 armate. Comandante supremo (ed effettivo) dell’esercito austro-ungarico era l’imperatore (simbolo dell’unità e della sovranità dello Stato multinazionale), da cui dipendeva direttamente il Capo di Stato Maggiore, responsabile dell’approntamento, della pianificazione e dell’impiego delle forze.

Ogni reggimento disponeva di due diverse bandiere: quella con l’aquila bicipite (Doppeladler)simbolo della monarchia asburgica, e una bandiera bianca con l’aquila bicipite da un lato e lo stemma della regione di reclutamento dall’altro.

Noti come “giubbe bianche” a causa della divisa bianca che per secoli avevano indossato, i soldati austro – ungarici mutarono uniforme a seguito delle riforme militari del 1880, anno in cui venne adottata la divisa blu scura con spalline e file di bottoni neri. Alla vigilia della Grande Guerra, anche l’esercito austro – ungarico (che venne impiegato contro i russi sul fronte orientale, i serbi su quello meridionale e gli italiani sul fronte carsico -isontino) adottò la tenuta grigioverde.

In onore della monarchia asburgica (e del suo esercito) il compositore militare Josef Franz Wagner (1856 – 1908) compose la famosa marcia Unter dem Doppeladler – Marsch ancora oggi conosciuta ed eseguita dalle principali bande militari del mondo.

Sulle vivaci note di questa brillante marcia, formulo a tutti i lettori i più fervidi auguri di Buon Anno!

 

I guardiani della Sublime Porta

Il celeberrimo romanzo Il ponte sulla Drina dello scrittore premio Nobel per la letteratura 1961 Ivo Andrić (1892 – 1975), un grande affresco letterario che abbraccia un periodo che va dal XVI° al XX° secolo e che ha per sfondo un’affascinante Bosnia, narra anche di uno dei più famosi corpi militari della storia: i giannizzeri.

I giannizzeri, fondati nel XIV° secolo, costituivano la guardia personale del sultano ed erano formati per lo più da giovani cristiani provenienti dai territori balcanici occupati. I giovani, strappati alle loro famiglie, venivano portati a Costantinopoli/Istanbul dove erano convertiti all’Islam e sottoposti ad un addestramento militare rigidissimo.

Nerbo della fanteria dell’esercito permanente ottomano, furono temutissimi in battaglia e protagonisti assoluti delle grandi campagne di conquista della Sublime Porta (come era chiamata la monarchia ottomana), specie nell’Europa sudorientale.

I giannizzeri parteciparono anche alla battaglia e conquista di Otranto il 14 agosto 1480 da parte dei turchi (la città sarà poi liberata dalle forze cristiane il 10 settembre 1481).

Fieri avversari anche di Raimondo Montecuccoli nella Battaglia della Raab del 1° agosto 1664, vennero da quest’ultimo attentamente studiati e immortalati nei noti “Aforismi dell’arte bellica”.

Nel tempo, i giannizzeri assunsero un tale potere da costituire una minaccia per lo stesso sultano: più di una rivolta dei giannizzeri si risolse con la destituzione del loro protetto (come avveniva nell’antica Roma con i pretoriani nei confronti dell’imperatore).

Tale incombente minaccia, unita alla loro perdita di prestigio per le sconfitte subite contro i moderni eserciti europei, portò al loro scioglimento nel 1826 da parte del sultano Mahmud II°. Non fu però un fatto indolore: i giannizzeri si rivoltarono per l’ennesima volta ma la rivolta fu soffocato nel sangue dalle truppe fedeli al sultano.

Ciononostante,  il mito della grandezza militare dei giannizzeri persiste fino ai nostri giorni, tramandato dall’epica delle principali battaglie dell’occidente contro l’impero ottomano, rimanendo uno dei corpi più prestigiosi dell’intera storia militare moderna.

La schiuma della terra

Leggendo il pregevole saggio del Prof. Alessandro Barbero sulla battaglia di Waterloo del 18 giugno 1815 (Alessandro Barbero, La battaglia – Storia di Waterloo- Laterza, Bari 2003), mi sono imbattuto, all’inizio, con un’ottima storia minima delle Istituzioni militari dell’epoca.

Infatti, il Prof. Barbero anzitutto (e opportunamente) scrive della natura delle organizzazioni militari del tempo, offrendo al lettore un’ampia distinzione tra coscrizione obbligatoria  (francesi e prussiani) e volontariato (britannici). Successivamente, analizza ciascuna delle forze in campo, dimostrando di condividere la teoria secondo cui l’Histoire des Armées è propedeutica a l’Histoire des Battailles.

Degli eserciti descritti, quello che ha suscitato in me maggiore interesse è quello britannico perché da me poco conosciuto rispetto agli altri.

In modo particolare, mi ha colpito che lo stesso Duca di Wellington, vittorioso comandante delle truppe britanniche a Waterloo, affermava che il suo esercito era reclutato fra <la schiuma della terra>, a significare l’origine proletaria dei soldati britannici che si arruolavano volontari nell’esercito di sua Maestà per sfuggire ad un destino di precarietà e ristrettezze economiche.

Gli stessi avversari francesi, animati dagli ideali egalitari frutto della Rivoluzione, erano molto stupiti dalla insuperabile divisione di classe che separava i soldati dai loro ufficiali, senza che questo inficiasse minimamente la loro motivazione al combattimento.

Forse perché il soldato britannico, proletario e semianalfabeta, era ben curato e, soprattutto, ben guidato dai propri comandanti? o forse perché aveva l’intima convizione di essere portatore di valori ideali superiori a quelli dei suoi nemici?

Ai lettori di questo Blog le possibili e plausibili risposte!

A difesa del Papa

Se vi trovate nel Borgo medievale di Monteriggioni (Siena) non mancate di sostare nel piccolo ma grazioso parco che si trova nel mezzo del piccolo centro.

Possibilmente, sedetevi all’ombra del maestoso olivo che sembra sia stato muto testimone del passaggio nel 1506 del primo contigente di 150 degli allora temibili fanti svizzeri, chiamati a Roma dal Papa Giulio II° (Della Rovere- il cui stemma ancora oggi campeggia nella bandiera del Corpo) come propria guardia personale.

A quel tempo ci si muoveva a piedi e gli svizzeri, come tutti i pellegrini diretti a Roma dal Nord Europa, percorsero la Via Francigena che passa appunto per Monteriggioni.

Le Guardie svizzere ebbero il loro “battesimo del fuoco ” il 6 maggio 1527 contro i Lanzichenecchi dell’Imperatore Carlo V° durante il “Sacco di Roma”: per difendere il Pontefice Clemente VII° s’immolarono più di 100 Guardie.

Oggi la Guardia svizzera pontificia, che costituisce il Corpo militare permante più piccolo del mondo (ma anche tra i più famosi) appartente allo Stato della Città del Vaticano, è costituito da 110 unità (compresi gli ufficiali e sottufficiali) comandanti da un colonnello. Nonostante i il trascorrere dei secoli, le Guardie svizzere pontificie sono ancora responsabili della sicurezza personale del Papa e delle sue residenze, compito che svolgono sempre “Acriter et Fideliter” ossia con immutati coraggio e fedeltà.

L’esercito permanente nel pensiero strategico di Raimondo Montecuccoli

Il pensiero strategico di Montecuccoli si sostanzia, tra l’altro, nel pensare e promuovere, nel XVII° secolo, la creazione di un esercito permanente al servizio dell’Imperatore asburgico. “Gli eserciti perpetui recano grandi vantaggi” così infatti scriveva il grande condottiere modenese nei suoi Aforismi dell’arte bellica. Montecuccoli era influenzato nel suo pensiero dalla propria esperienza contro i celeberrimi e agguerriti Giannizzeri, un corpo militare permanente al servizio del Sultano, principali fautori nei secoli dell’espansione e difesa dell’Impero ottomano.

Montecuccoli aveva combattuto nell’esercito imperiale, multinazionale e non permanente. Era un esercito per molti aspetti simili alle coalizioni militari internazionali che oggi operano in varie parti del mondo sotto le bandiere dell’ONU o della NATO o della UE: l’esercito imperiale era non amalgamato, costituito da unità che facevano capo a questo o quel condottiero, che operava con un sistema di comando frammentato e con una logistica limitata. Tutti questi difetti ne inficiavano la capacità operativa e ne aumentavano i costi. Montecuccoli lo aveva ben compreso e per questo si era sempre battuto, in modo particolare quando era Presidente del Consiglio Aulico di Guerra (una sorta di Ministero della Difesa del tempo) presso la corte di Vienna, per ovviare a questi problemi attraverso la costituzione di un esercito permanente che peraltro affermasse anche oggettivamente l’autorità dello Stato. L’Europa del XVII° secolo, anche se ben diversa da quella attuale, presenta talune analogie interessanti. Anzitutto vi era uno stato multinazionale quale il Sacro Romano Impero della Nazione germanica (comunemente detto Impero asburgico), che raccoglieva sotto di sé una decina di nazionalità (tra cui gli italiani). Quindi l’Europa di oggi non si confronta per la prima volta con la multinazionalità. Naturalmente e fortunatamente non è più l’assolutismo bensì la democrazia che tiene uniti i popoli europei, però è interessante notare come gli studi strategici portati avanti da Montecuccoli originassero da un’esperienza militare multinazionale e mirassero a una struttura militare che prescindesse dalle nazionalità ma fosse espressione e al servizio dell’Imperatore, che rappresentava un’indiscutibile autorità politica sovraordinata. Ciò dimostra come l’elemento politico sia determinante per la realizzazione di un’efficace struttura militare integrata e internazionale. Di conseguenza si potrà parlare di esercito europeo solo quando l’Europa si sarà dotata di una struttura politica permanente e funzionante e non solo formale e rappresentativa di interessi nazionali.

Dunque, nell’immaginare il futuro esercito europeo (che potremo qui definire EDF – European Defence Force), può senz’altro venirci in aiuto  il pensiero di Montecuccoli nella sua straordinaria attualità. Egli pensava a un esercito imperiale permanente affiancato da una Milizia territoriale, pensata a similitudine delle «milizie paesane» ideate da Emanuele Filiberto di Savoia (concetto che sarà poi ripreso nello sviluppo della Landwehr prussiana organizzata agli inizi del XIX° secolo dal generale Gerhard von Scharnhorst, non a caso grande ammiratore di Montecuccoli). È in sostanza il modello attuale adottato dagli Stati Uniti che affianca alle Forze Armate regolari la Guardia Nazionale di ogni singolo Stato. Perché un tale modello non dovrebbe applicarsi all’Europa? Affiancare a un esercito europeo permanente (per ristrutturazione degli Eserciti esistenti) delle Guardie Nazionali (traendole dalle forze di riserva) è senz’altro un modello possibile, anzi auspicabile. Certo non da realizzare nell’immediato, ma è una sfida che sta a noi proseguire con determinazione, anche attraverso lo sviluppo di un pensiero strategico unico e condiviso, attraverso la valorizzazione di uomini che, come Raimondo Montecuccoli, hanno operato affinché si formasse una comune coscienza europea ancorché nello specifico campo storico militare.

Montecuccoli nella Guerra dei trent’anni (1618 – 1648)

Innumerevoli furono le campagne militari combattute da Raimondo Montecuccoli lungo la sua esistenza. La sua fama divenne leggendaria con la campagna contro i turchi culminata con la battaglia della Raab del 1° agosto 1664 mentre l’apoteosi la raggiunse con la campagna del Reno contro i francesi di Turenne nel 1675. Ma è nella Guerra dei trent’anni (1618 – 1648) che Raimondo Montecuccoli gettò le basi di quella straordinaria vita militare (e non solo) che fu la sua.

Montecuccoli iniziò la carriera militare come semplice moschettiere per poi essere promosso, nel 1626, Picchiere. Si era nel pieno della guerra dei Trent’anni (1618 – 1648) e l’ Europa  ribolliva di battaglie e combattimenti. Non fu difficile per lui, avvezzo alla disciplina e all’impegno, distinguersi. Nel 1629, con il grado di Alfiere (corrispondente all’odierno Sottotenente), fu chiamato dal cugino Ernesto a far parte dei 17.000 uomini inviati dall’ Imperatore nei Paesi Bassi a rinforzo delle truppe guidate dal generale genovese Ambrogio Spinola. Partecipò alla presa di Amersfoort dove, con in mano lo stendardo imperiale, entrò per primo attraversò la breccia aperta nelle mura, incitando gli altri a seguirlo mentre ancora in città infuriava la battaglia.

Promosso Capitano del Reggimento del Colonnello Wrangler partecipò, nel 1631, alla presa di Neubrandenburg, ove fu ferito. Qui ebbe l’ onore di consegnare le chiavi della città al Maresciallo Tilly, Comandante supremo dell’Esercito imperiale asburgico, che lo lodò pubblicamente. Nello stesso anno prese parte all’assedio di Magdeburgo (qui assistette al famoso sacco, tra i peggiori della storia, immortalato dal successivo quadro del pittore Eduard Steinbrück riprodotto in apertura di questo articolo) nonché alla conquista della fortezza di Kollbus, dove presentò al Maresciallo Tilly le bandiere che egli stesso aveva catturato al nemico. Il primo grande condottiero che Montecuccoli ebbe la fortuna di conoscere fu il Maresciallo Tilly. Monacale e austero, severo anzitutto con sé stesso prima ancora che con gli altri, Tilly offrì a Montecuccoli un grande esempio di semplicità, sobrietà e disciplina. Le impressioni però non furono soltanto positive: Tilly (al contrario di Wallenstein) non dava molta importanza alla logistica e agli occhi di Montecuccoli rimasero impresse le immagine dei paurosi saccheggi a cui le truppe, male o irregolarmente nutrite, si dedicavano dopo ciascuna vittoria. In seguito Montecuccoli sostenne energicamente la necessità di una maggiore umanità nei confronti dei civili non solo per generosità d’animo ma anche perché comprendeva lucidamente l’inutilità e finanche il danno della vessazione e del saccheggio. Lasciata la fanteria, assunse il Comando di uno Squadrone di Corazzieri con cui valorosamente prese parte alla famosa battaglia di Breitenfeld del 7 settembre 1631, ove fu testimone della catastrofica disfatta inflitta dal Re di Svezia Gustavo Adolfo al Maresciallo Tilly, che poco dopo morì a Ingolstadt. Montecuccoli fu ferito gravemente e preso prigioniero dagli svedesi, fu condotto a Halle ove rimase per sei mesi. Ristabilitosi, fu in seguito liberato grazie al pagamento di un riscatto.

Promosso al grado di Maggiore, combatté, sotto il comando del cugino Ernesto, sul Reno e in Baviera. Successivamente divenne Tenente Colonnello in un Reggimento di Cavalleria. Il 16 novembre 1632  a Lützen, villaggio sassone vicino Lipsia, Gustavo  Adolfo e Wallenstein si affrontarono in una battaglia grandiosa tra svedesi e imperiali, destinata a marcare le sorti delle aspirazioni svedesi sul territorio imperiale, anche se si concluse con una sostanziale parità. Non è certo che Montecuccoli abbia partecipato alla battaglia. Senza alcun dubbio però fu molto colpito dalla scomparsa del grande Re svedese che in quella battaglia trovò la morte. In sua memoria scrisse persino un sonetto indirizzato all’amico Fulvio Testi.

Nel 1633 morì Ernesto Montecuccoli. Fu per Raimondo una gravissima perdita poiché il cugino Ernesto aveva rappresentato per lui un valoroso esempio e un costante punto di riferimento. Rafforzato in questo anche dalla crescente stima che la sua figura riscuoteva tra pari e superiori,  l’anno seguente lo troviamo nella decisiva battaglia di Nördlingen che si risolse in una grande vittoria degli imperiali sugli svedesi. In quell’occasione Montecuccoli ebbe il comando ad interim di un reggimento di cavalleria ed elaborò una tattica d´ impiego delle truppe diversa da quella dagli svedesi, al tempo ritenuti maestri indiscussi. Era la prima volta che Montecuccoli elaborava un proprio schema di combattimento, segno inconfondibile della sua accresciuta professionalità e del suo spiccato acume in battaglia.

Nel 1635  partecipò alla conquista di Kaiserslautern ove dimostrò ancora una volta estremo coraggio e spiccata audacia, meritandosi la pubblica lode del Comandante delle truppe imperiali, il Generale italiano Matteo Galasso. Promosso Colonnello gli fu assegnato il comando di un Reggimento di corazzieri (alla giovane età di 26 anni!). L’anno successivo, nella battaglia di Wittstock, solo le ripetute cariche di cavalleria degli uomini al comando di Montecuccoli riuscirono a salvare l´esercito imperiale da una disastrosa rotta. Montecuccoli cominciò così a intravedere le gravi lacune dei comandanti imperiali, soprattutto nell’uso delle artiglierie, alle quali dedicherà approfondite riflessioni da cui scaturiranno in seguito una diversa azione di comando e, soprattutto, le sue innovative opere sulla scienza bellica.

Gli anni tra il 1637 e il 1638 sono per lui anni difficili: muore l’amata madre Anna Bigi e deve confrontarsi, con successo, con dei calunniatori che tentano di infangarne, per pura invidia, la sempre più crescente fama. Unico sollievo a tante difficoltà la corrispondenza con l´amico Fulvio Testi, cui arriva a dedicare un libro di poesie.

Nel 1639, tornato al fronte, combatte nella battaglia di Melnik dove viene ferito e catturato per la seconda volta dagli svedesi. Rinchiuso nella fortezza di Stettino, vive un periodo di prigionia che durerà tre anni e lo segnerà per sempre (in senso positivo, dato il tempo che dedicherà agli studi durante la prigionia).

Nel giugno del 1642 fu scambiato con un Colonnello svedese, prigioniero degli imperiali, e ritrovò la sua libertà. Accolto con grande simpatia e considerazione alla corte imperiale dall’Arciduca Leopoldo Guglielmo, gli venne annunciata la sua promozione al grado di Generale insieme alla stima personale dell’Imperatore Ferdinando III°.

I tempi erano difficili per le truppe imperiali: gli svedesi erano in Slesia mentre i francesi (nel frattempo entrati apertamente in campo contro il Sacro Romano Impero germanico) minacciavano da Occidente con una manovra a tenaglia che alla fine risolverà a loro favore il trentennale conflitto. Raimondo Montecuccoli riprese subito servizio, attaccò e sconfisse gli svedesi a Troppau.

Nominato nel 1644 Tenente – Maresciallo dell’esercito imperiale (grado che nella gerarchia militare asburgica precedeva quello di Comandante generale della cavalleria) iniziò per lui un periodo convulso di combattimenti e battaglie: prima in Sassonia, dove sconfisse gli svedesi a Königsmark; poi in Ungheria dove combattè un nuovo nemico, Giorgio Racoczy, il principe di Transilvania; infine in Franconia (Baviera) dove ebbe il comando di tutte le truppe imperiali. Era diventato il pupillo del Maresciallo Matteo Galasso che fino alla sua morte, avvenuta nel 1647, lo considerò il suo più valido collaboratore. Ferito di nuovo nel 1645, fu nominato membro del Consiglio Aulico Imperiale di Guerra, supremo organo militare dell´Impero, nonchè Gentiluomo di camera dell’Imperatore. Intanto la situazione per il Sacro Romano Impero della nazione germanica andava sempre più peggiorando. Occorreva rallentare il nemico in marcia verso Vienna almeno fino a quando le trattative per la pace che si stavano svolgendo in Westfalia non si fossero concluse. In questa azione frenante il Montecuccoli si spese senza risparmio d’energia: soccorse la città di Brno in Boemia dove constrinse il condottiero svedese Torstensson a levare l’assedio; affrontò successivamente in Baviera gli svedesi, di cui guadagno la stima per l´alto valore militare dimostrato; nel periodo 1646-1647 poi combatté di nuovo in Boemia dove con forze di gran lungo inferiori riuscì a bloccare l’avanzata del valoroso generale svedese Wittemberg. Infine, nel 1647 contribuì valorosamente a sconfiggere a Treibel gli svedesi di Wrangel: tale vittoria gli portò la promozione a Generale di cavalleria. La mirabile azione frenante, effettuata principalmente con poderose cariche di cavalleria ai lati dello schieramento avversari, fu cosi efficace che all’annuncio del Trattato di pace di Westfalia le Armate francesi di Turenne e quelle svedesi del Wrangler erano ben lontane dal principale obiettivo dell’ultima fase della guerra: Vienna. Si può quindi ben dire che Raimondo Montecuccoli con la sua accanita resistenza contribui a salvare la dinastia asburgica e con essa l’impero.