L’ultimo assedio

Un fatto poco noto delle Guerre di Castro (1641 – 1649), che ha opposto (tra le altre signorie italiane) i Medici all’espansionismo pontificio (regnante Papa Urbano VIII Barberini) in Italia, è stato l’assedio di Pistoia.

Il 3 ottobre 1643 le truppe granducali respingevano l’assalto dei pontifici alle mura pistoiesi, in corrispondenza della Porta San Marco. L’eventuale caduta di Pistoia avrebbe, con ogni probabilità, costretto il Granducato di Toscana a ritirarsi dalla lotta contro il Papa, con imprevedibili conseguenze politiche e militari in Italia.

La salvezza della città dovette molto al valore delle sue truppe, capitanate dal Commissario e Governatore granducale Piero Capponi, discendente da una delle più nobili e prestigiose famiglie fiorentine.

Di questo evento, che ebbe larga eco nelle cronache del tempo, abbiamo testimonianza attraverso il bel dipinto del pittore pistoiese Alessio Gimignani (1567 -1651) oggi esposto nel Museo Civico di Pistoia.

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Soldati innamorati

Lo scrittore e psichiatra Mario Tobino (1910 -1991) fu Tenente medico dell’esercito nella Campagna del Nordafrica della seconda guerra mondiale.

La Campagna del Nordafrica vide impegnate nel periodo 1940 -1943 principalmente le forze italo – tedesche e del Commonwealth britannico (alla fine della Campagna, anche forze USA) e fu caratterizzata da uno scontro di fanterie e corazzati nel deserto libico- egiziano e in Tunisia, con rapide avanzate e altrettanto improvvisi arretramenti di fronte. La Campagna si concluse con la sconfitta delle forze dell’Asse che aprì le porte all’invasione dell’Italia e la sua successiva e definita sconfitta.

Da questa esperienza Tobino trasse un classico della letteratura italiana di guerra che è Il deserto della Libia (Einaudi, Torino, 1952) da cui ben due volte è stata prodotta una riduzione cinematografica (Scemo di guerra del 1985 e La rosa del deserto del 2006).

Ambientato nello stesso scenario del conflitto nordafricano, Tobino scrisse Il perduto amore (Mondadori, Milano, 1979) in cui il protagonista è un giovane ufficiale medico, poeta occasionale (come lo stesso Tobino che nei suoi scritti ha sempre un marcato accento autobiografico), che s’innamora di un’affascinante crocerossina, collega di servizio in un’Ospedale militare da campo nelle retrovie.

Il romanzo, avvincente, apre uno spiraglio sull’amore in guerra, inducendo a profonde riflessioni e interrogativi: è possibile innamorarsi in condizioni così difficili ed eccezionali? che senso ha? quali prospettive?

Non volendo svelare la trama (che priverebbe il lettore del suo godimento) lascio questi interrogativi a quanti vorranno immergersi nella lettura appassionante che questo romanzo garantisce.

Posso solo anticipare ciò che Mario Tobino ebbe a dire una volta sull’amore: “L’amore mi ha colpito molte volte nella vita e, sebbene sia ormai vecchio, ne misuro ancora il fuoco”.

Napoleone a Milano

Il legame che unisce Napoleone a Milano è indissolubile. Napoleone volle fare di Milano la capitale della Repubblica Cisalpina (1797 – 1802), della Repubblica Italiana (1802 – 1805) e infine del Regno italico (1805 -1814). A Milano venne incoronato Re d’Italia il 26 maggio 1805 e qui, ancora oggi, sono maggiormente presenti le tracce della sua epopea storica in Italia (che ebbe poi importanti momenti anche sull’Isola d’Elba e a Roma – perquanto nella città eterna Napoleone non mise mai piede!).

Girando per la città meneghina, Napoleone è ovunque: Palazzo Reale, Accademia di Brera, Arco della pace. Ma il luogo, per chi scrive, dove trovarne le vestigia più autentiche è lo splendido Museo del Risorgimento.

Situato nel cuore della città (Palazzo Moriggia, via Borgonuovo 23), conserva nelle prime sale dei preziosi cimeli del famoso Corso: il celebre berretto bicorno, lo scettro, la corona e il mantello usati per la sua incoronazione, busti di marmo e, soprattutto, il sublime ritratto di Napoleone Re d’Italia del pittore milanese Andrea Appiani (1754 – 1817).

Non esito a paragonare l’estasi provata nell’ammirarlo a quella conseguente alla visione de La Gioconda al Louvre di Parigi.

Perchè, in fondo, per emozionarsi non bisogna andare molto lontano…

Andrea Appiani fu pittore ufficiale di Napoleone in Italia e lo raffigurò molte volte in ritratti, affreschi e medaglie. Esponente principale del Neoclassicismo, Appiani svolse quasi tutta la sua attività a Milano (e dintorni) a cui, di fatto, ha lasciato un patrimonio artistico immenso rintracciabile in musei, chiese e palazzi milanesi. Andrea Appiani, in epoca napoleonica, fu anche Direttore della prestigiosa Accademia di Brera.

Un’ultima annotazione. A Milano sorse e ebbe il proprio comando l’esercito del Regno italico nelle cui fila servirono grandi personaggi della storia d’Italia, primo fra tutti Ugo Foscolo (grande amico anche di Andrea Appiani). Tra i suoi esponenti più importanti, va ricordato il Generale Pietro Teuliè a cui (giustamente) l’esercito italiano ha dedicato la Scuola Militare di Milano.

Fraternità d’armi

 

Di che reggimento siete

Fratelli?

Parola tremante

Nella notte

Foglia appena nata

Nell’aria spasimante

Involontaria rivolta

Dell’uomo presente alla sua

Fragilità

Fratelli

“La guerra improvvisamente mi rivela il linguaggio. Cioè io dovevo dire in fretta perché il tempo poteva mancare, e nel modo più tragico… in fretta dire quello che sentivo e quindi se dovevo dirlo in fretta lo dovevo dire con poche parole, e se lo dovevo dire con poche parole lo dovevo dire con parole che avessero avuto un’intensità straordinaria di significato (Giuseppe Ungaretti)”

L’immortal cantico

Il 5 maggio 1821 in esilio sull’ isola di Sant’Elena nell’ oceano Atlantico, moriva uno dei più grandi (e discussi) geni militari dell’umanità: Napoleone.

Alessandro Manzoni (1785 -1873) scrisse per l’occasione un’ode che, giustamente, è una delle poesie più celebri della letteratura italiana.

In essa, il Manzoni (che, si narra, la scrisse di getto in tre giorni) esalta la figura e le imprese di Napoleone nonchè la fragilità esistenziale e la misericordia divina.

Ne riporto le prime rime che non hanno eguali per forza e bellezza.

“Ei fu. Siccome immobile,
Dato il mortal sospiro,
Stette la spoglia immemore
Orba di tanto spiro,
Così percossa, attonita
La terra al nunzio sta,

Muta pensando all’ultima
Ora dell’uom fatale;
Nè sa quando una simile
Orma di piè mortale
La sua cruenta polvere
A calpestar verrà.

Lui folgorante in solio
Vide il mio genio e tacque;
Quando, con vece assidua,
Cadde, risorse e giacque,
Di mille voci al sonito
Mista la sua non ha:

Vergin di servo encomio
E di codardo oltraggio,
Sorge or commosso al subito
Sparir di tanto raggio:
E scioglie all’urna un cantico
Che forse non morrà.”

E il cantico, dopo 196 anni anni dalla sua composizione, ancora risuona nell’immensità della storia.

La pittura alata

Una buona occasione per festeggiare il recente 94° annuale di fondazione dell’Aeronautica Militare Italiana (28 marzo 1923) è la lettura di un interessante libro scritto dalla giovane e promettente giornalista Ada Fichera intitolato “La bellezza in volo”.

Edito dalla Rivista “Informazioni della Difesa” (organo ufficiale dello Stato Maggiore della Difesa), analizza, con cura e piacevole scrittura, le opere pittoriche dipinte durante il periodo pioneristico dell’aviazione italiana (specie durante la Grande Guerra) appartenenti alla preziosa raccolta della famiglia dell’ingegnere Gianni Caproni (1886 – 1957), padre dell’industria aeronautica italiana.

La collezione, attualmente in parte esposta presso il Museo “Gianni Caproni” di Trento e in parte rimasta di proprietà privata, annovera dipinti e disegni di pittori pregevoli come Gerardo Dottori, Luigi Bonazza, Mario Sironi e molti altri.

Si tratta di una vasta gamma di opere artistiche di soggetto aeronautico e di stile futurista, che segna la nascita della cosiddetta Aeropittura, ulteriore espressione d’eccellenza dell’arte italiana.

Nell’ occasione, un’ ultima annotazione: ai comandi di un bombardiere Caproni Ca.3 morì il 2 febbraio 1918 il Maggiore del Corpo di Amministrazione dell’Esercito (ai tempi l’aviazione era una specialità dell’Esercito) Oreste Salomone (1879 -1918), primo aviatore militare italiano insignito di Medaglia d’oro al Valor militare (concessa  per un’azione eroica svolta il 18 febbraio 1916 sui cieli di Lubiana). L’ orazione funebre per il Maggiore Salomone venne tenuta dal suo grande amico il poeta (e ufficiale dei “Lancieri di Novara”) Gabriele D’Annunzio.

Ad Oreste Salomone D’Annunzio dedicò pagine molto intense della sua opera “Notturno”:

《Dimmi tu se noi possiamo più vivere senza una eroica ragione di vivere. Dimmi tu se noi possiamo continuare ad essere uomini senza avere la certezza che l’ora di transumare tornerà, Oreste!》

Definizione

 

Riflettendo sul grande quadro del pittore Diego Velazqeuez “La resa di Breda” (noto anche con il titolo “Le lance”- Museo del Prado di Madrid) che ritrae il momento in cui il 5 aprile 1625 il comandante olandese Maurizio di Nassau (1567-1625) si arrende al comandante spagnolo (ma di origine genovese) Ambrogio Spinola (1569-1630), mi è venuto in mente un illuminante aforisma che si riferisce alla resa:

Una sottile linea separa la viltà dalla resa: si chiama intelligenza.

(Ugo Giaime – Aforismi militari)