Riflessioni evangeliche

Nelle letture estive di quest’anno ho compreso un libro del Cardinale Carlo Maria Martini (1927 – 2012) “Le tenebre e la luce” (Edizioni Piemme, Casale Monferrato, 2007) da cui ho tratto questo brano in cui il Cardinale Martini riflette sui soldati prendendo spunto dai vangeli:

/…/ Ma proprio quando tutto sembra finito, quando ai soldati non resterebbe altro da fare che tornarsene a casa, la morte di Gesù li scuote profondamente. Lo sappiamo non da Giovanni, ma dai vangeli di Matteo e di Marco: 《 il centurione e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, sentito il terremoto e visto quel che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: “Davvero costui era Figlio di Dio!”》(Matteo 27,54); 《Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo, disse: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio”》 (Marco 15,39).

È bello scoprire che questi soldati, pur con tutto il loro cinismo e la loro brutalità, sono capaci di un magnifico gesto di fede e di contemplazione, qualcosa che si potrebbe definire una sorta di superamento mistico.

È riflettendo su un avvenimento così straordinario e consolante che ho pensato di dedicare la meditazione a tutti i soldati del mondo. Ho rivisto i soldati che incontro per le strade di Gerusalemme, ragazzi e ragazze giovanissimi che, in tre anni di servizio militare, ne vedono di tutti i colori, devono assumere ruoli ripugnanti; sono certo che in qualche modo il Signore è in loro e scava nel loro cuore. E ho ricordato pure tutti i soldati dell’Iraq, e i bambini – soldato in Africa, che compiono gesti cinici e orrendi, ma nei quali sicuramente rimane, come nel centurione sotto la croce di Gesù, un’apertura di fede e di contemplazione. /…/

(C.M. Martini, Le tenebre e la luce, pagg. 123 – 124)

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Avvistamento e allarme

Nel periodo che va dal XVI al XVIII secolo la costa salentina che si estende da Porto Cesareo fino a Gallipoli venne fortificata con torri d’avvistamento e allarme contro gli (eventuali) attacchi di turchi e saraceni provenienti dal mare.

A riguardo, non va mai dimenticato che nell’agosto del 1480 la città salentina di Otranto fu conquistata e occupata dagli Ottomani (con il conseguente massacro di almeno 800 cristiani e la deportazione in Anatolia di donne e bambini) e solo nel settembre 1481 liberata dalle forze cristiane.

All’inizio, si trattava di torri cilindriche ma successivamente, per ordine del Vicerè Don Pedro di Toledo nella seconda metà del XVI secolo, furono trasformate in costruzioni quadrangolari per permettere l’impiego di pezzi d’artiglieria su ogni lato.

Dotati di un corpo di guardia di pochi uomini, disponevano anche di staffette a cavallo per il pattugliamento della costa e l’allarme dei centri abitati in caso di avvistamento del nemico.

In contatto visivo tra loro, le torri comunicavano col fumo di giorno e col fuoco di notte sicchè al primo avvistamento poteva darsi subito l’allarme generale.

Oggi queste torri rappresentano la muta (e suggestiva) testimonianza di un tempo nel quale la minaccia dal mare rappresentava per il Salento (e non solo) un pericolo costante da cui difendersi.

Eterna massima

Marc Bloch (1886 – 1944) è stato uno dei più grandi storici del Novecento. Francese di origine ebraica, combattè come ufficiale nella Grande Guerra e partecipò alla Seconda Guerra Mondiale tra le fila della Resistenza in Francia. Catturato dai nazisti, venne imprigionato, torturato e infine fucilato (insieme ad altri 29 resistenti) il 16 giugno 1944.

Tra le tante sue riflessioni, questa che segue (tratta dalla sua opera Apologia della Storia, pubblicata dalla Casa editrice Einaudi nel 1950) ha avuto una grande risonanza:

L’ incomprensione del presente nasce fatalmente dall’ignoranza del passato (…) non è però meno vano tentar di comprendere il passato ove nulla si sappia del presente.

Fece e visse la Storia.

Lo spirito degli eserciti

Le vicende politiche in Sudan di queste ore, che vedono protagoniste le Forze Armate sudanesi in un rivolgimento del regime politico finora vigente, mi fanno venire in mente una frase di Montesquieu, famoso studioso francese delle scienze politiche:

Pour que celui qui exécute ne puisse pas opprimer, il faut que les armées qu’on lui confie soient peuple et aient le même esprit que le peuple/…/.

Perchè chi esegue non possa opprimere, occorre che gli eserciti che gli vengono affidati siano popolo e abbiano lo stesso spirito del popolo /…/.

Montesquieu (1689 -1755), De l’esprit de lois, libro XI capitolo 6°

Sereno Santo Natale!

Scrivo brevemente queste due righe per augurare a tutti i lettori del Blog un sereno Santo Natale, nel nome di Colui che …luce dona alle menti/e pace infonde nei cuor.

Accompagno i miei più fervidi auguri con l’immagine di due soldati che rappresentano le migliaia di militari italiani impiegati in Patria (7.500 unità) all’estero (5.800 unità): perchè la sicurezza e la pace vanno difese in ogni momento…e loro ci sono sempre!

Auguri e grazie

Franco Di Santo

I guerrieri del Faraone

Nell’antico Egitto la casta dei Guerrieri era, accanto a quella degli Scribi, grande e potente.

Nella millenaria storia d’Egitto, non esisteva una potente organizzazione militare paragonabile, secoli dopo, a quella dei Greci e dei Romani (che infatti sconfissero gli egizi, prima con Alessandro Magno e poi con Cesare Ottaviano, occupandone il territorio) quanto piuttosto dei guerrieri che, sotto gli ordini del Faraone, difendevano l’Egitto e la sua popolazione, in primis i contadini, da incursioni delle popolazioni nomadi.

D’altraparte, la stessa conformazione fisica dell’Egitto costituiva una naturale difesa: un territorio circondato da mare e deserto dove solo la fertile valle del Nilo poteva rappresentare un degno obiettivo geopolitico. Ma ai nemici occorreva raggiungerla!

L’organizzazione militare egizia (che includeva fanti, arcieri, cavalieri e carri) aveva comunque una duplice particolarità: una composizione multietnica ed una spiccata attenzione alla logistica.

La prima è provata dalla presenza, ad esempio, di guerrieri nubiani e libi tra le sue file; la seconda è giustificata dalle condizioni ambientali d’impiego, spesso a presidio di fortezze nel deserto, che necessitavano di una particolare cura dei rifornimenti.

I guerrieri egizi dunque non costituiscono un paradigma di studio dell’Istituzione militare antica (che trova nella Falange macedone e nella Legione romana fulgidi esempi) ma rappresentano comunque la testimonianza di come la guerra abbia plasmato la vita degli uomini e l’organizzazione sociale di ogni tempo.