Una grande speranza

Frank-Walter Steinmeier (1956) è stato oggi eletto Presidente  (Bundespraesident) della Repubblica Federale Tedesca dai Grandi Elettori riuniti nel Parlamento federale (Bundestag).

Pur non avendo, per ragioni storiche, il comando supremo della Bundeswehr  (che spetta al Ministro della Difesa, in pace, e al Cancelliere federale, in guerra), il Presidente federale esercita sulle Forze Armate tedesche una forte influenza morale. Tra l’altro, il Presidente federale dispone di un un ufficiale (normalmente un Colonnello/Capitano di Vascello in servizio di Stato Maggiore) di collegamento con il Ministero della Difesa.

Chi scrive ha avuto il privilegio di ascoltare più volte i suoi discorsi come Ministro degli Esteri della Germania e non esita a definirlo una persona perbene e un politico dedicato al bene comune del proprio Paese e dell’Europa.

Nell’importante circostanza, il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha inviato al Presidente federale eletto un messaggio di congratulazioni in cui, tra l’altro, il Presidente Mattarella afferma:

Germania e Italia sono legate da un’amicizia saldissima e sopratutto da una visione comune e condivisa: quella di un’Europa pacifica, integrata e solidale. Un’Europa capace di promuovere e tutelare principi e diritti, realizzare crescita, occupazione e giustizia sociale al suo interno e di assumere, al contempo, un ruolo autorevole al livello internazionale.

Insomma, l’elezione a Presidente della Repubblica Federale di Germania di Frank-Walter Steinmeier rappresenta una grande speranza per tutti, cittadini tedeschi ed europei.

Onore al merito

Pochi giorni fà, per l’esattezza lo scorso 7 gennaio, si è spento a Firenze (città di cui era stato brevemente Sindaco a metà degli anni ’60) Lelio Lagorio (1925 – 2017).

Primo ministro della Difesa socialista della storia d’Italia, Lelio Lagorio fece molto e bene nei tre anni (1980 – 1983) in cui resse l’impegnativo dicastero.

Anzitutto, promosse la figura del soldato come “cittadino in uniforme”, un concetto di assoluta novità per l’epoca in Italia (in Germania era invece uno dei pilastri del pensiero militare del secondo dopoguerra), che dava concretezza al dettato costituzionale (art. 52) secondo cui la Forze Armate italiane s’informano alla spirito democratico della Repubblica.

Aprì poi le caserme alla cittadinanza affinché si rendesse conto da vicino della realtà militare. In particolare, accostó il più possibile i giovani all’Istituzione militare (memorabile il progetto sportivo Esercito-Scuola di cui chi scrive fu diretto testimone).

Promosse la pubblicistica della Difesa rilanciando il periodico del Ministero della Difesa “Quadrante” (ahimé scomparso da tempo) e autorizzando la fondazione di “Informazioni della Difesa”, edito ancora oggi dallo Stato Maggiore della Difesa.

Ebbe la volontà e capacità, insieme al Presidente del Consiglio dell’epoca Giovanni Spadolini, di rinnovare drasticamente nel 1981 i vertici militari dopo lo scandalo della loggia massonica P2.

Ma il suo maggior successo politico fu la spedizione militare in Libano nel 1982, da lui fortemente e validamente sostenuta, che segnó la rinascita del prestigio delle Forze Armate italiane dopo la disastrosa sconfitta nella seconda guerra mondiale.

Ha pubblicato, tra gli altri scritti, un pregevole libro di memorie sul suo periodo da Ministro della Difesa intitolato “L’ora di Austerlitz” (Polistampa, Firenze, 2005) che offre una preziosa testimonianza storica sugli avvenimenti politici e militari di quegli anni difficili, segnati dal terrorismo politico e dalla Guerra Fredda.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in una dichiarazione di cordoglio per la scomparsa di Lagorio, lo ha definito “un giurista colto e rigoroso, un uomo del dialogo, un servitore dello Stato”.

Lelio Lagorio è stato, a mio  modesto giudizio, un buon Ministro della Difesa: onore al merito.

Buon Natale!

Buon Natale a tutti i lettori di questo Blog di poche pretese ma di grande apertura verso la conoscenza e la riflessione sul mondo delle Istituzioni militari (del passato, presente e futuro), il cui unico e supremo valore è il bene dello Stato e quindi della comunità che, sempre e ovunque, hanno servito, servono e serviranno anche ispirandosi ai valori di umanità, solidarietà e fratellanza che oggi festeggiamo.

Hallelujah

Leonard Cohen (1934-2016), uno dei più grandi artisti dei nostri tempi scomparso ieri, ammirava i soldati per il senso di ordine che richiamavano in lui.

Canadese di religione ebraica, Leonard Cohen, cantò per i soldati israeliani durante la Guerra dello Yom Kippur nell’ottobre 1973.

La foto che pubblico lo ritrae mentre canta per le truppe, in una pausa dei combattimenti, con a fianco il Generale Ariel Sharon (1928-2014) che con la sua Divisione corazzata sbarcò a sorpresa sulla costa egiziana del canale di Suez, puntando poi direttamente sul Cairo e contribuendo così in modo decisivo all’esito favorevole per Israele dell’ultima guerra arabo-israeliana (le precedenti si erano svolte nel 1948, 1956 e 1967).

Cohen amava la libertà, e forse il cantare per i soldati che combattevono per la libertà in un momento così terribile come quello fu il suo contributo per far sperare come un mondo libero e giusto fosse comunque possibile.

Maybe.

L’ultima araba fenice

I militari golpisti che il 21 aprile 1967 sovvertirono l’ordine democratico in Grecia avevano come simbolo l’araba fenice: confesso che non ho mai compreso veramente il perché. Questo simbolo rappresentò un regime militare (detto “Regime dei colonnelli” perché ideato e condotto da ufficiali che perlopiù portavano quel grado) che per ben 7 anni oppresse il popolo greco.

Ieri 8 ottobre è morto (alla veneranda età di 103 anni) il Generale  Stylianos Pattakos, l’ultimo protagonista di quel drammatico periodo della storia greca, culminato nel 1974 con la crisi di Cipro che portò a quella divisione dell’isola che ancora sussiste. Il fallimento dell’occupazione di Cipro (e il conseguente conflitto armato che si sfiorò con la Turchia) portò alla caduta del regime e al ritorno della democrazia in Grecia.

Pattakos venne processato per alto tradimento (capo d’imputazione più che appropriato per militari che attentano alla Costituzione) insieme agli altri ufficiali golpisti e condannato a morte (pena successivamente commutata in ergastolo). Liberato per motivi di salute nel 1990, si era ritirato a vita privata.

Scrivendo questo post, non posso non pensare ad un altro militare greco che in quei frangenti terribili si comportò, tra gli altri, con coraggio e determinazione a difesa della libertà: il giovane Tenente Alexandros “Alekos” Panagulis (1939-1976). Per la sua opposizione estrema al regime (progettò anche un -fallito- attentato al capo della giunta militare Colonnello George Papadopoulos) patì un carcere durissimo.

Raffrontando le due figure, non ho dubbi su chi additare a positivo esempio per i lettori di questo Blog perché sono convinto che i soldati sono sempre al servizio della libertà dei cittadini che servono e mai diversamente.

Il Presidente memore

Oggi è morto il Presidente emerito della Repubblica italiana Carlo Azeglio Ciampi (1920-2016).

Ufficiale dell’esercito durante la Seconda Guerra Mondiale, fu testimone diretto di quella sciagurata guerra e, ancor più, dei tragici eventi dell’8 settembre 1943.

Eletto Presidente della Repubblica nel 1999, durante il suo settenato si fece promotore di un recupero della memoria collettiva incentrato sulla conoscenza e il ricordo della storia nazionale.

Di questa importante opera, ne è testimonianza, tra le tante, il discorso da lui tenuto a Cefalonia il 1° marzo 2001 in occasione della commemorazione dei soldati della Divisione di fanteria “Acqui” caduti durante i combattimenti del settembre 1943 contro forze tedesche che volevano disarmarli, discorso che ripropongo integralmente a beneficio dei lettori di questo Blog (fonte: http://www.quirinale.it)

DISCORSO DEL
PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
CARLO AZEGLIO CIAMPI
ALLA COMMEMORAZIONE DEI CADUTI ITALIANI
DELLA DIVISIONE “ACQUI”

Cefalonia, 1° marzo 2001

 

Decisero di non cedere le armi. Preferirono combattere e morire per la patria. Tennero fede al giuramento.
Questa – Signor Presidente della Repubblica Ellenica – è l’essenza della vicenda di Cefalonia nel settembre del 1943.
Noi ricordiamo oggi la tragedia e la gloria della Divisione “Acqui”. Il cuore è gonfio di pena per la sorte di quelli che ci furono compagni della giovinezza; di orgoglio per la loro condotta.
La loro scelta consapevole fu il primo atto della Resistenza, di un’Italia libera dal fascismo.

La Sua presenza, Signor Presidente, è per me, per tutti noi Italiani, motivo di gratitudine. E’ anche motivo di riflessione. Rappresentiamo due popoli uniti nella grande impresa di costruire un’Europa di pace, una nuova patria comune di nazioni sorelle, che si sono lasciate alle spalle secoli di barbari conflitti.
La storia, con le sue tragedie, ci ha ammaestrato.
Molti sentimenti si affiancano, nel nostro animo, al dolore per i tanti morti di Cefalonia: morti in combattimento, o trucidati, in violazione di tutte le leggi della guerra e dell’umanità. L’inaudito eccidio di massa, di cui furono vittime migliaia di soldati italiani, denota quanto profonda fosse la corruzione degli animi prodotta dall’ideologia nazista.
Non dimentichiamo le tremende sofferenze della popolazione di Cefalonia e di tutta la Grecia, vittima di una guerra di aggressione.

A voi, ufficiali, sottufficiali e soldati della “Acqui”qui presenti, sopravvissuti al tragico destino della vostra Divisione, mi rivolgo con animo fraterno.
Noi, che portavamo allora la divisa, che avevamo giurato, e volevamo mantenere fede al nostro giuramento, ci trovammo d’improvviso allo sbaraglio, privi di ordini.
La memoria di quei giorni è ancora ben viva in noi. Interrogammo la nostra coscienza. Avemmo, per guidarci, soltanto il senso dell’onore, l’amor di Patria, maturato nelle grandi gesta del Risorgimento.
Voi, alla fine del lungo travaglio causato dal colpevole abbandono, foste posti, il 14 settembre 1943, dal vostro comandante, Generale Gandin, di fronte a tre alternative: combattere al fianco dei tedeschi; cedere loro le armi; tenere le armi e combattere.
Schierati di fronte ai vostri comandanti di reparto, vi fu chiesto, in circostanze del tutto eccezionali, in cui mai un’unità militare dovrebbe trovarsi, di pronunciarvi.
Con un orgoglioso passo avanti faceste la vostra scelta, “unanime, concorde, plebiscitaria”:“combattere, piuttosto di subire l’onta della cessione delle armi”.
Decideste così, consapevolmente, il vostro destino. Dimostraste che la Patria non era morta. Anzi, con la vostra decisione, ne riaffermaste l’esistenza. Su queste fondamenta risorse l’Italia.
Combatteste con coraggio, senza ricevere alcun aiuto, al di fuori di quello offerto dalla Resistenza greca. Poi andaste incontro a una sorte tragica, senza precedenti nella pur sanguinosa storia delle guerre europee.
Si leggono, con orrore, i resoconti degli eccidi; con commozione, le testimonianze univoche sulla dignità, sulla compostezza, sulla fierezza di coloro che erano in procinto di essere giustiziati.
Dove trovarono tanto coraggio ragazzi ventenni, soldati sottufficiali, ufficiali di complemento e di carriera?
La fedeltà ai valori nazionali e risorgimentali diede compattezza alla scelta di combattere.
L’onore, i valori di una grande tradizione di civiltà, la forza di una Fede antica e viva, generarono l’eroismo di fronte al plotone d’esecuzione.
Coloro che si salvarono, coloro che dovettero la vita ai coraggiosi aiuti degli abitanti dell’isola di Cefalonia, coloro che poi combatterono al fianco della Resistenza greca, non hanno dimenticato, non dimenticheranno. Questa terra, bagnata dal sangue di tanti loro compagni, è anche la loro terra.
Divenne chiaro in noi, in quell’estate del 1943, che il conflitto non era più fra Stati, ma fra princìpi, fra valori.
Un filo ideale, un uguale sentire, unirono ai militari di Cefalonia quelli di stanza in Corsica, nelle isole dell’Egeo, in Albania o in altri teatri di guerra. Agli stessi sentimenti si ispirarono le centinaia di migliaia di militari italiani che, nei campi di internamento, si rifiutarono di piegarsi e di collaborare, mentre le forze della Resistenza prendevano corpo sulle nostre montagne, nelle città.

Ai giovani di oggi, educati nello spirito di libertà e di concordia fra le nazioni europee, eventi come quelli che commemoriamo sembrano appartenere a un passato remoto, difficilmente comprensibile.
Possa rimanere vivo, nel loro animo, il ricordo dei loro padri che diedero la vita perché rinascesse l’Italia, perché nascesse un’Europa di libertà e di pace. Ai giovani italiani, ai giovani greci e di tutte le nazioni sorelle dell’Unione Europea, dico: non dimenticate.
Caro Presidente della Repubblica Ellenica,

Le sono grato per avermi accolto nella Sua terra, e per aver voluto vivere con me questa giornata di memorie, di pietà, nell’isola di Cefalonia, ricordando insieme i Caduti greci e italiani.
Oggi i nostri popoli condividono, con convinzione e con determinazione, la missione di fare dell’Europa un’area di stabilità, di progresso, di pace.
La nuova Europa, un tempo origine di sanguinose guerre, ha già dato a tre generazioni dei suoi figli pace e benessere. Propone l’esempio della sua concordia a tutti i popoli.
Uomini della Divisione “Acqui”: l’Italia è orgogliosa della pagina che voi avete scritto, fra le più gloriose della nostra millenaria storia.
Soldati, Sottufficiali e Ufficiali delle Forze Armate Italiane: onore ai Caduti di Cefalonia; onore a tutti coloro che tennero alta la dignità della Patria.
Il loro ricordo vi ispiri coraggio e fermezza, nell’affrontare i compiti che la Patria oggi vi affida, per missioni non più di guerra, ma di pace.

Viva le Forze Armate d’Italia e di Grecia.
Viva la Grecia. Viva l’Italia. Viva l’Unione Europea

Identità e orgoglio

Questa drammatica giornata, che passerà alla storia d’Italia per il catastrofico terremoto nel Centro Italia, sta per concludersi.

Il pensiero triste va anzitutto alle numerose vittime, ai feriti e alle tante persone che stasera affronteranno la prima notte senza più una casa, distrutta o lesionata dal terremoto.

Ma il pensiero grato va ai tanti che proprio in questa notte, prosecuzione di un giorno terribile, si stanno prodigando nell’opera di soccorso alle popolazioni colpite.

Tra questi, gli appartententi alle Forze Armate italiane e, in particolare, all’esercito, prontamente intervenuto con uomini e mezzi del 235° Reggimento Fanteria “Piceno” di Ascoli Piceno e 6° Reggimento Genio di Roma.

Anche i carabinieri dell’organizzazione territoriale, la Scuola interforze NBC di Rieti e assetti di volo dell’Aeronautica militare sono fortemente impegnati a causa della catastrofica calamità naturale.

L’intervento del soldato italiano nel soccorso alle popolazioni colpite da disastri naturali è elemento d’identità di tutti i militari, di orgoglio per le Forze Armate italiane e, da sempre, di forte legame tra il Paese e le sue Istituzioni militari.

Perché loro non mancano mai.