La sagace opera collettiva

La ristrutturazione dell’Esercito portata avanti da tutti gli appartenenti alla Forza Armata sotto la sagace e ferma guida del Generale Andrea Cucino (1914 – 1989 – oggi ricorrono i trent’anni dalla sua scomparsa) nel biennio 1975 -1977, che nelle intenzioni iniziali doveva essere interforze e motivata principalmente da ragioni tecnico-militari, finì per avere la sua ragione principale nelle urgenti necessità finanziarie del Paese a metà degli anni ’70; per questo motivo non fu completa e diversi settori ad alto contenuto tecnologico e dunque ad alto costo (ad esempio difesa controcarri e contraerei, mezzi per il combattimento notturno, comando e controllo) non furono interessati dal processo di rinnovamento. La ragioni tecnico-militari andavano ricercate principalmente nella nuova politica USA/NATO della “Risposta Flessibile”, nella crescita militare e tecnologica del blocco sovietico e nella crisi dell’egemonia americana in un mondo sempre più multipolare in cui anche l’Italia aveva la sua parte da giocare con una forza militare credibile. La strategia della “Risposta flessibile” era stata elaborata dagli USA negli anni della presidenza Kennedy e soppiantava la strategia della “Rappresaglia massiccia” adottata dagli USA (e quindi dalla NATO) negli anni della presidenza Eisenhower. Tale strategia valorizzava molto le forze convenzionali a scapito dell’arma atomica, che restava comunque l’Ultima Ratio in caso di conflitto con le forze del Patto di Varsavia (e loro alleati). Da questa nuova concezione strategica ne derivava che le forze operative dovevano essere credibili sia per numero che capacità. Per tale ragione, i livelli di forza effettiva delle forze operative terrestri furono elevati al 93% delle tabelle organiche di guerra, con punte del 100% per la Divisione corazzata Ariete e i Reggimenti missili c/a Hawk; erano questi livelli di prontezza operativa che avrebbero permesso ai Reparti d’essere immediatamente impiegabili in caso di necessità. La mobilità delle Unità fu accresciuta con una pressoché totale meccanizzazione/ motorizzazione dell’Esercito di campagna ad eccezione delle truppe alpine (che non ne avebano evidentemente bisogno dato il loro ambiente naturale d’impiego). Fu migliorata anche la capacità di fuoco con la sostituzione dell’obice 105/22 con quello 155/23 mentre fu migliorata la difesa controcarri con l’introduzione dei primi lanciatori missili TOW (Tube-launched Optically-tracked Wire-guided), un sistema americano già utilizzato nella guerra del Vietnam. Venne aumentata anche la flessibilità d’impiego, dovuta sia alla scomparsa delle distinzioni ordinative tra le Unità destinate alle Forze operative e quelle designate per la difesa territoriale, sia all’unificazione organica dei battaglioni meccanizzati di fanteria con i battaglioni bersaglieri e con i gruppi squadroni meccanizzati e dei battaglioni carri con i gruppi squadroni carri, nonché alla creazione dei Battaglioni logistici e all’unificazione strutturale delle grandi unità. La ristrutturazione permise, in ultima analisi, quel necessario aumento di prontezza operativa e mobilità delle Unità che rese l’Esercito italiano una forza credibile nel contesto geostrategico del tempo.

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La riscossa

Le operazioni delle Forze Armate italiane in Libano nel bienno 1982 -1984 segnarono una grande riscossa per la storia militare nazionale.

Per la prima volta dalla Seconda Guerra Mondiale, un contingente militare italiano veniva impiegato in ambiente operativo all’estero: tutti i riflettori, nazionali e internazionali, furono puntati su questi soldati, marinai, aviatori e carabinieri.

Più di 2.000 uomini formavano i contigenti delle operazioni Libano 1 (agosto- settembre 1982, al comando del Tenente Colonnello dei Bersaglieri Bruno Tosetti) e Libano 2 (settembre 1982 – febbraio 1984) e uno di loro, il Marò del Battaglione San Marco Filippo Montesi, cadrà sotto i colpi di un vile attacco notturno da parte di forze ostili. Inoltre, durante l’operazione Libano 2 ben 75 militari italiani rimasero feriti.

Il contingente italiano (ITALCON LIBANO) ebbe anzitutto il compito di garantire l’evacuazione pacifica dei guerriglieri palestinesi da Beirut (operazione Libano 1) e, successivamente, di presidiare e assicurare i campi profughi palestinesi nella parte occidentale della capitale libanese (operazione Libano 2).

Il compito venne svolto in maniera impeccabile dai militari italiani che così guadagnarono non solo l’ammirazione degli altri contingenti (USA, Francia e Gran Bretagna) ma soprattutto della popolazione civile libanese, per le cui esigenze era stato messo a disposizione l’ottimo ospedale militare da campo italiano.

Gli italiani amarono, e amono ancora oggi, questa storia di successo delle loro Forze Armate. In modo particolare, è entrato di diritto nella galleria delle celebrità nazionali il Generale Franco Angioni (1933) comanante dell’operazione Libano 2.

Egli infatti rappresentava al meglio l’immagine nuova, dinamica ed efficace dell’esercito dell’epoca, appena ristrutturato dalle sagaci riforme del Generale Andrea Cucino.

Il Generale Angioni venne poi immortalato, insieme ad altri soldati italiani, nel romanzo Insciallah della celeberrima scrittrice Oriana Fallaci, ambientato nella Beirut di quei tempi.

Lo stesso Angioni raccontò la sua esperienza in Libano in un libro, che ebbe un discreto successo, intitolato Un soldato italiano in Libano (Rizzoli, Milano, 1984).

Al rientro in Patria, la bandiera di ITALCON LIBANO (oggi conservata nel Sacrario delle Bandiere al Vittoriano a Roma) venne decorata dal Presidente della Repubblica Sandro Pertini dell’Ordine militare d’Italia.

Indubbiamente, la storia di ITALCON LIBANO è una bella storia italiana che merita di essere sempre ricordata e raccontata.

 

Anni formidabili

Il Generale di Corpo d’Armata Andrea Cucino (1914 – 1989) fu Capo di Stato Maggiore dell’esercito dal 1975 al 1977.

Sotto il suo mandato, l’esercito visse una delle più importanti ristrutturazioni della sua storia, che ricorda molto quello che sta interessando attualmente le Forze Armate italiane in generale e l’esercito in particolare.

All’insegna del motto “più qualità, meno quantità”, la ristrutturazione dell’esercito del 1976 aveva come sostanziale obiettivo una riduzione delle componenti territoriali e scolastico – addestrativa, preservando la componente operativa. A questa ristrutturazione ordinativa si accompagnò una serie di provvedimenti legislativi e regolamentari nel campo dello stato e avanzamento del personale. In aggiunta a ciò, il Generale Cucino si fece promotore presso il governo e il parlamento di una legge di finanziamento straordinario al fine di consentire l’ammodernamento degli armamenti e equipaggiamenti della Forza Armata.

Alla fine del processo di ristrutturazione (all’inizio degli anni ’80) l’esercito risultava ridotto di circa il 30%, dotato di maggiore mobilità tattica incentrata sulla Brigata pluriarma (pedina fondamentale della manovra) ordinata su unità a livello Battaglioni/Gruppi, rinvigorito nella componente personale che trovava in taluni provvedimenti normativi (ad esempio, la Legge n.574/1980) il giusto accoglimento alle proprie aspettative.

Furono anni formidabili, ma certo non facili, per le speranze che si aprivano verso un’Istituzione militare finalmente moderna e proiettata verso il futuro ma anche per la generale adesione del personale nei confronti di una ristrutturazione ritenuta necessaria e non più differibile: questa operosa partecipazione collettiva fu uno dei principali fattori di successo dell’intero processo.