Encomio solenne

I 《ragazzi del ’99》sono i giovani italiani nati nel 1899 e dunque arruolati nel 1917 per combattere nell’anno più difficile della Grande Guerra sui fronti del Piave, Monte Grappa e Montello. Anche al loro si deve la vittoria italiana nella Grande Guerra e per questo, caso unico ed eccezionale, a tutti i 《ragazzi del ’99》 fu attribuito dal Generale Armando Diaz, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, un encomio cumulativo (poi tramutato in Croce al Valor militare) con la seguente motivazione:

«I giovani soldati della Classe 1899 hanno avuto il battesimo del fuoco. Il loro contegno è stato magnifico e sul fiume che in questo momento sbarra al nemico le vie della Patria, in un superbo contrattacco, unito il loro ardente entusiasmo all’esperienza dei compagni più anziani, hanno trionfato. Alcuni battaglioni austriaci che avevano osato varcare il Piave sono stati annientati: 1.200 prigionieri catturati, alcuni cannoni presi dal nemico sono stati riconquistati e riportati sulle posizioni che i corpi degli artiglieri, eroicamente caduti in una disperata difesa, segnavano ancora.
In quest’ora, suprema di dovere e di onore nella quale le armate con fede salda e cuore sicuro arginano sul fiume e sui monti l’ira nemica, facendo echeggiare quel grido “Viva l’Italia” che è sempre stato squillo di vittoria, io voglio che l’Esercito sappia che i nostri giovani fratelli della Classe 1899 hanno mostrato d’essere degni del retaggio di gloria che su loro discende
Zona di guerra, 18 novembre 1917 – Il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Armando Diaz»

Un Associazione denominata I ragazzi del “99”- Unione Nazionale Veterani ed Amici delle Forze Armate (vigilata dal Ministero della Difesa) cura la memoria di questi giovani che hanno fatto la storia d’Italia.

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L’Esercito italiano nella Grande Guerra – 2^ parte

Il 1917 è l’Annus Horribilis. Nella decima e undicesima battaglia dell’Isonzo, l’esercito avanzò fino a conquistare l’altipiano della Bainsizza, rafforzandosi in vista di un assalto finale alle posizioni difensive austriache. Sembrava che la guerra stesse per finire con la vittoria italiana. Paventando tuttavia un’ultima, disperata controffensiva austriaca, il
generale Cadorna ordinò al dispositivo della 2^ Armata sull’Isonzo e della III^ Armata sul Carso di disporsi a difesa. Non la pensava così il generale Luigi Capello, comandante della 2^ Armata, che ritenne invece opportuno prepararsi a una “spallata” finale contro gli austriaci. Dispose infatti le unità per garantire una difesa elastica, finalizzata al contrattacco. Ma Il 24 ottobre 1917, gli austriaci, rafforzati da ben 9 divisioni tedesche, sfondarono le linee, attaccando gli italiani con la tattica dell’infiltrazione e con armi chimiche: fu la catastrofe di Caporetto, dal nome della località che per prima cadde.
Gli italiani furono costretti a ritirarsi prima sul fiume Tagliamento e quindi sul fiume Piave, dove allestirono l’estrema linea di difesa. Gli austro – tedeschi reiterarono gli attacchi,
convinti della vittoria finale, ma gli italiani resistettero: fu il primo passo per la salvezza del Paese, anche se l’esercito dovette essere riordinato per riprendersi da una sconfitta così
grave e clamorosa. Il generale Cadorna fu sostituito dal generale Armando Diaz, l’artefice dell’opera di ricostruzione, più morale che operativa, che porterà l’esercito alla riscossa.
Il 1918 fu l’anno della vittoria, in leggero anticipo rispetto alle attese. L’esercito, sotto la guida del generale Diaz, rafforzò la linea difensiva sul Piave, e il Paese, resosi conto del
grave pericolo che incombeva sulla nazione, reagì con fermezza e determinazione, realizzando un’unità di popolo e soldati mai vista prima. Nel frattempo, le condizioni di vita
al fronte migliorarono nettamente: i soldati potevano ormai godere di un maggior periodo di riposo nelle retrovie. La guerra difensiva scongiurava inoltre quelle offensive sanguinose che avevano caratterizzato i primi 3 anni di guerra. Fu chiamata alle armi la classe del ’99, che si riempì di gloria, entrando nella leggenda. Nella primavera del 1918, in spirito di
reciprocità con le divisioni francesi schierate sul Piave, l’Italia decise d’inviare un Corpo di Armata (su 2 divisioni) al comando del generale Alberico Albricci sul fronte francese. In
Francia, operavano già dal febbraio 1918 60.000 soldati delle cosiddette Truppe Ausiliare Italiane (T.A.I.F.), che avevano compiti di supporto tecnico- logistico nei confronti dei combattenti alleati. Il Corpo d’Armata del Generale Albricci avrebbe combattuto valorosamente durante la seconda offensiva tedesca sulla Marna, arrestando in particolare l’attacco a Bligny, dove fra gli italiani si contarono più di 4.000 caduti (che oggi
riposano nel cimitero militare italiano di Bligny, insieme ai caduti della Legione garibaldina e delle T.A.I.F.). Dopo la conclusione dell’armistizio con la Russia, l’Austria riversò sul fronte italiano tutte le sue forze. Nel giugno 1918 scatenò una grande offensiva, che nelle sue intenzioni, avrebbe dovuto essere risolutiva. Fu una dura lotta. I soldati italiani resistettero strenuamente e, alla fine, respinsero il nemico che non riuscì a sfondare. Sull’eco di questi eventi, seguiti con grande apprensione in tutta Italia, a Napoli, E.A. Mario (pseudonimo dell’impiegato postale Giovanni Ermete Gaeta) compose la Canzone (o Leggenda) del Piave, uno dei più significativi e celebri canti
patriottici italiani, utilizzato come inno nazionale provvisorio dal 13 giugno (giorno di partenza dell’ultimo Re d’Italia Umberto II) al 12 ottobre 1946, quando fu sostituito dal “Canto degli italiani” di Goffredo Mameli. Conclusasi vittoriosamente per gli italiani quella
che nella storiografia nazionale è passata sotto il nome di Battaglia del solstizio, l’esercito si preparò a dare il colpo di grazia all’esercito austro –ungarico, ormai esausto. Venne così
pianificata una grande offensiva italiana, che scattò il 24 ottobre 1918, a un anno esatto dagli eventi di Caporetto. Con obiettivo finale la cittadina di Vittorio Veneto, luogo di saldatura del dispositivo nemico. L’offensiva, realizzata dal generale poi Maresciallo
d’Italia Enrico Caviglia con l’VIII Armata ebbe pieno successo, cosicché il 3 novembre 1918, a Villa Giusti, vicino Padova, l’Austria firmò l’armistizio. Il giorno dopo, 4 novembre, finì la Grande Guerra sul fronte italiano. Il Comando Supremo italiano emise il suo ultimo
bollettino, il n. 1268, detto anche Bollettino della Vittoria, che vale sempre la pena riportare nella sua interezza:

“Comando Supremo, 4 novembre 1918, ore 12
Bollettino di guerra n. 1268
La guerra contro l’Austria-Ungheria che, sotto l’alta guida di S.M. il Re, duce supremo, l’Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta. La
gigantesca battaglia ingaggiata il 24 dello scorso ottobre ed alla quale prendevano parte cinquantuno divisioni italiane, tre britanniche, due francesi, una cecoslovacca ed un
reggimento americano, contro settantatre divisioni austroungariche, è finita. La fulminea e arditissima avanzata del XXIX Corpo d’Armata su Trento, sbarrando le vie della ritirata alle armate nemiche del Trentino, travolte ad occidente dalle truppe della 7^ Armata e ad
oriente da quelle della 1^, 6^ e 4^, ha determinato ieri lo sfacelo totale della fronte avversaria. Dal Brenta al Torre l’irresistibile slancio della 12^, della 8^, della 10^ Armata e delle Divisioni di cavalleria, ricaccia sempre più indietro il nemico fuggente. Nella pianura, S.A.R. il Duca d’Aosta avanza rapidamente alla testa della sua invitta 3^ Armata, anelante
di ritornare sulle posizioni da essa già vittoriosamente conquistate, che mai aveva perdute. L’Esercito Austro-Ungarico è annientato: esso ha subito perdite gravissime nell’accanita resistenza dei primi giorni e nell’inseguimento ha perduto quantità
ingentissime di materiale di ogni sorta e pressoché per intero i suoi magazzini e i depositi.
Ha lasciato finora nelle nostre mani circa trecentomila prigionieri con interi stati maggiori e non meno di cinquemila cannoni.

I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del
mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza.

Firmato Diaz”

La strategia italiana nella Grande Guerra

Considerati gli obiettivi politici fissati dal governo (conquista Trento, Trieste e Dalmazia), al Generale Luigi Cadorna (1850 -1928), Capo di Stato Maggiore dell’Esercito dal luglio 1914, fu affidato il compito di elaborare la strategia che avrebbe portato l’Italia alla vittoria nella Grande Guerra.

I confini italo – austriaci, stabiliti dopo la terza guerra d’indipendenza del 1866, favorivano l’Impero asburgico; e aveva nel trentino una posizione a cuneo che si propendeva verso la pianura padana. Tale “saliente trentino” (come veniva definito in termini militari) avrebbe agevolato, in caso di attacco austriaco, la presa alle spalle delle forze italiane schierate sul confine orientale. Dunque la prima preoccupazione di Cadorna fu quella di schierare un’Armata (la Prima) lungo il confine trentino con compiti difensivi.

Venne poi stabilito che l’esercito italiano con due Armate (la Seconda e la Terza) sarebbe passato all’offensiva sul confine orientale avendo come obbiettivi strategici la direttrice Gorizia – Lubiana – Vienna. Un’ulteriore Armata (la Quarta) avrebbe presidiato a difesa il Cadore, la Carnia e avrebbe costituito la riserva con le forze rimanenti.

Nell’elaborare questo piano strategico, il Generale Cadorna confidava nel concorso degli eserciti russo (sul fronte galiziano) e serbo (sul fronte balcanico) che avrebbero dovuto attrarre il maggior numero di forze austro-ungariche. Ma questo ahimé non avvenne perché sia l’esercito russo che quello serbo erano tenuti in scacco dall’esercito austro- tedesco che, nonostante l’inferiorità numerica, aveva preso l’iniziativa sui rispettivi fronti (l’esercito serbo venne poi salvato dalla prigionia da una provvidenziale evacuazione della marina militare italiana).

Dunque, l’esercito italiano si trovó a fronteggiare quello austro-ungarico che sul fronte carsico -isontino si era attestato sulle forti posizioni difensive rappresentate dalle cime delle Alpi Giulie: 11 battaglie offensive sul fronte carsico-isontino non riuscirono a scardinare questo formidabile sistema difensivo e la 12^ battaglia, stavolta difensiva, portó l’esercito italiana alla disfatta di Caporetto e alla ritirata sul fiume Piave.

La strategia del Generale Luigi Cadorna era fallita (a onor del vero, non del tutto – basti pensare alla grande offensiva austriaca fermata in trentino nel maggio 1916 – e non solo per sua colpa) e toccó al Generale Armando Diaz, succeduto a Cadorna nel novembre 1917, elaborare una nuova strategia che riscattasse il valore e l’onore delle armi italiane.

Armando Diaz

Era un buon soldato, di ottimi sentimenti militari e civili; era calmo e sapeva aspettare. Aveva il senso dell’economia delle forze. Di modi affabili e cortesi, tuttavia seppe mostrarsi fermo ed anche sdegnoso con il generale Foch, il quale mostrava di non avere di lui una grande stima. (da Maresciallo d’Italia Enrico Caviglia Le battaglie del Piave, Mondadori, 1934, p. 16)

L’ordinamento Diaz

Dopo gli ordinamenti Albricci e Bonomi, finalizzati sostanzialmente alla smobilitazione dell’esercito italiano dopo la Grande Guerra, nel gennaio 1923 venne approvato dal Parlamento l’ordinamento Diaz, dal nome del Ministro della Guerra pro tempore Maresciallo d’Italia e Duca della Vittoria Armando Diaz (1861 -1928). L’ordinamento Diaz assume un certo rilievo storico perché fu il primo provvedimento riorganizzativo dell’esercito in epoca fascista.

Nell’ordinamento Diaz si prevedeva la ricostituzione del disciolto Stato Maggiore dell’esercito con il nome di Stato Maggiore Centrale. Veniva inoltre prevista l’istituzione della carica di Ispettore generale (di nomina regia e dipendente dal Ministro della Guerra) cui spettava il comando dell’esercito in tempo di pace. A lui era sottoposto il Capo di Stato Maggiore Centrale cui erano affidati compiti generali di approntamento e pianificazione dell’esercito. Aumentarono le divisioni di fanteria (da 27 a 30) che in caso di guerra avrebbero raggiunto il ragguardevole numero di 52.

Pur riconoscendo l’importanza crescente della manovra e della conseguente meccanizzazione delle forze, non si ritenne di potenziare il settore cui vennero destinati fondi inferiori a quelli destinati all’acquisto e al mantenimento dei quadrupedi (!!). La forza complessiva dell’esercito venne portata a 250.000 uomini (con un rilevante aumento di ufficiali in servizio permanente effettivo il cui numero arrivò a circa 17.000) e la ferma fissata a 18 mesi. L’ordinamento Diaz prefigurava la creazione dell’Aeronautica militare come Arma combattente autonoma, cosa che infatti avvenne il 28 marzo dello stesso anno.

L’ordinamento Diaz, puntando maggiormente sul numero piuttosto che sulla qualità, gettó le basi di quell’esercito di “Otto milioni di baionette” la cui insensatezza di fronte alle sfide della guerra moderna i soldati italiani (e l’Italia nel suo complesso) pagheranno drammaticamente.