Strategia vincente

La spedizione militare piemontese in Crimea nell’ambito della guerra turco – russa per il controllo della penisola del mar Nero fu, notoriamente, una strategia vincente per il Regno di Sardegna guidato da Camillo Benso conte di Cavour. Permise, infatti, di porre successivamente la questione italiana sul tavolo delle potenze vincitrici (Francia, Gran Bretagna e Impero ottomano) nella fondata speranza di ricevere da quest’ultime un aiuto nella lotta per l’unità d’Italia.

Il corpo di spedizione piemontese si componeva di 18.000 uomini (inquadrati in 3 divisioni) al comando del Generale Alfonso La Marmora. Tra le truppe piemontesi erano presenti in gran numero i Bersaglieri.

Sbarcati nel maggio 1855, i piemontesi si posizionarono lungo il fiume Cernaja, all’estrema destra del dispositivo franco – turco – britannico che assediava Sebastopoli occupata dai russi.

Il 16 agosto i russi attaccarono le posizioni franco -piemontesi sul fiume: ne risultò una dura battaglia che vide vincitori i franco – piemontesi, che ebbero più di 350 tra morti e dispersi mentre le perdite russe assommarono a circa 4.000 uomini.

Alla battaglia prese parte anche il pittore- soldato Gerolamo Induno (1825 – 1890) che poì immortalò l’evento bellico in proprio quadro.

La guerra ebbe fine di fatto con la caduta di Sebastopoli il 12 settembre 1855 e nel maggio 1856 il corpo di spedizione piemontese (che aveva avuto più di 1.500 caduti, in maggioranza a causa del colera e della polmonite) fece ritorno in Patria.

Tra i morti per colera ci fu anche Alessandro La Marmora ( fratello di Alfonso) a cui si deve la fondazione dei Bersaglieri il 18 giugno 1836.

Il protagonista dimenticato

Il Risorgimento italiano è sempre stato giustamente identificato con quattro personaggi storici: Camillo Benso Conte di Cavour, Giuseppe Garibaldi, Giuseppe Mazzini e, in misura meno evidente ma non meno importante, Vittorio Emanuele II di Savoia.

Vi è un quinto personaggio il cui contributo è stato essenziale al successo del movimento di unità nazionale e che difficilmente viene ricordato con pari enfasi. Si tratta del generale Manfredo Fanti (1806 -1865), militare di carriera e ministro della guerra del governo Cavour, passato alla storia come il fondatore dell’esercito italiano, costituito con proprio decreto del 4 maggio del 1861.

In realtà era molto di più e, soprattutto, rappresentava un punto di convergenza dei quattro grandi personaggi risorgimentali prima citati. Era stato, infatti, ispirato dalle idee mazziniane, guidato dalla azione politica di Cavour, influenzato nella sua azione dal Garibaldi -di cui ne rappresentava l’esatto contrario in termini personali e professionali- e favorito dalla stima del Re sabaudo.

“Maestà, l’Armata è l’ancora di salvezza della Patria contro lo straniero, ed è il braccio della società pel mantenimento dell’ordine e l’esecuzione della legge”. Così si esprimeva il generale Fanti in un promemoria al Re d’Italia Vittorio Emanuele II del novembre 1861, nel pieno della discussione sullo scioglimento, fortemente propugnato dal Fanti, dell’esercito garibaldino e il rafforzamento dell’esercito italiano. Indubbiamente Fanti era convinto che solo un esercito regolare potesse essere espressione di sovranità e garanzia di effettività: un precetto che, già proclamato nei secoli precedenti dal grande Raimondo Montecuccoli, rischiava di essere dimenticato al fine di favorire le pur coraggiose e meritevoli truppe garibaldine, con conseguenze imprevedibili per la stabilità dello Stato unitario italiano appena proclamato.

Essersi battuto per l’affermazione del succitato fondamentale principio strategico – politico, lo rende senz’altro degno della statua che alla sua morte l’Italia volle dedicargli e che ancora oggi, recentemente restaurata, campeggia nella bella piazza San Marco a Firenze.