L’illustre reduce

Nel suo libro di memorie (Volevo la luna, Einaudi, 2006) Pietro Ingrao (1915- 2015), uno dei principali protagonisti della recente storia repubblicana nelle file dell’allora P.C.I. – Partito Comunista Italiano, narra la sua militanza, col grado di Sergente, nel Gruppo di Combattimento “Mantova” dell’Esercito italiano nel periodo ottobre 1944 – giugno 1945.

Il Gruppo di Combattimento “Mantova”, comandato dal Generale Guido Bologna, è stata una delle Unità regolari dell’Esercito che partecipò alla guerra di liberazione in Italia nel biennio 1943 -1945.

Era composto essenzialmente da due Reggimenti di fanteria (76° e 114°) e uno di artiglieria (155°) più ovviamente i supporti tattici e logistici. Il Gruppo aveva un organico di 432 ufficiali, 7 ufficiali britannici e 8.758 sottufficiali e militari di truppa.

Dipendente dall’8^ Armata britannica e dislocato nella zona del Chianti, non entrerà in linea per il sopraggiungere della fine delle ostilità sul fronte italiano il 2 maggio 1945.

Nell’immediato dopoguerra, il Gruppo di Combattimento sarà trasformato nella Divisione di fanteria “Mantova”.

Le quattro resistenze

Il movimento della resistenza nazionale che concorse alla liberazione dell’Italia dall’occupazione nazifascista può ben dividersi in quattro resistenze (senza una graduatoria tra loro):

  • la resistenza, anche all’estero, delle Forze Armate italiane (e in alcuni casi, anche con la partecipazione dei civili) contro i nazisti in seguito all’armistizio dell’8 settembre 1943;
  • la guerra partigiana 1943 -1945;
  • la partecipazione delle Forze Armate nazionali alla campagna militare d’Italia degli alleati anglo – americani;
  • la resistenza passiva degli Internati Militari Italiani – IMI nei Lager nazisti.

Ognuna di queste resistenze necessita di essere studiata, tramandata e ricordata per una comprensione giusta e completa del movimento di liberazione in Italia.

Fuori da questo elenco ma sempre importante di essere ricordata, perchè attiene alla vita dell’uomo nel suo complesso, è la resistenza civile di chi sceglie in ogni momento di difendere le luci del bene dall’avanzare delle tenebri del male.

PS Il Sole 24 Ore di domenica 26 aprile 2020 offre questa (condivisibile) definizione della Festa della Liberazione:

È il giorno simbolo della vittoriosa lotta di resistenza militare e politica attuata dalle forze armate alleate, dall’Esercito Cobelligerante italiano ed anche dalle forze partigiane durante la seconda guerra mondiale a partire dall’8 settembre 1943 contro il governo fascista della Repubblica Sociale Italiana e l’occupazione nazista.

Forti e gentili

Nell’autunno 1943 in Abruzzo, per iniziativa dell’Avvocato Ettore Troilo (1898 -1974), nacque la formazione partigiana “Patrioti della Maiella”. La particolarità di questa unità è che si unì ai reparti regolari italiani e alleati che stavano combattendo la guerra di liberazione in Italia.

Dopo aver liberato diverse località della provincia di Chieti, i patrioti della “Maiella” ai primi di febbraio del 1944 attaccarono l’abitato di Pizzoferrato (Chieti) che però si rivelò un insuccesso: caddero 10 patrioti e il Maggiore del British Army Lionel Wigram, ufficiale di collegamento col comando britannico.

All’arrivo della primavera ripresero i combattimenti e la “Maiella” concorse alla liberazione di Sulmona. Continuando a risalire la penisola, al settembre 1944 la Brigata “Maiella” aveva sofferto 26 morti, 51 feriti e 10 dispersi.

Partecipò poi, insieme ai Gruppi di Combattimento dell’Esercito italiano, all’offensiva dell’aprile 1945 entrando prima a Bologna e raggiungendo infine Asiago. La Brigata “Maiella” (la cui consistenza organica raggiunse le 1.500 unità) si sciolse il 15 luglio 1945 ed alla fine della dura lotta ebbe complessivi 54 caduti e 131 feriti.

I patrioti della “Maiella” furono decorati con 15 medaglie d’argento, 43 medaglie di bronzo e 144 croci al valor militare. La Bandiera della Brigata venne infine decorata di Medaglia d’oro al valor militare.

Passeggiando per Nettuno

Una bella giornata di sole autunnale, passeggiando per Nettuno, una graziosa località di mare vicino Roma, capita di scorgere una lapide che indica il luogo ove ebbe sede il comando del 6° Corpo d’Armata durante la sanguinosa battaglia per Roma (gennaio – maggio 1944) seguita allo sbarco di Anzio il 22 gennaio 1944.

Il pensiero corre dunque agli anglo -americani della 1^ Divisione britannica e della 3^ Divisione U.S.A. che in questi dintorni combatterono e caddero in una feroce lotta contro la poderosa e combattiva 14^ Armata tedesca, che pure ebbe rilevanti perdite.

Ma non si può fare a meno di pensare anche al Generale John Porter Lucas (1890 – 1949) che del 6° Corpo fu comandante fino alla fine di febbraio del 1944; criticato per non aver subito puntato su Roma, ebbe comunque il merito di esser riuscito ad arrestare la grande offensiva tedesca d’inizio febbraio del ’44 (Operazione Fischerfang) che minacciò di ributtare a mare gli anglo – americani.

A questo, in fondo, servono le lapidi commemorative: a ricordare luoghi, eventi e persone che hanno fatto la Storia.

Soldati lontani

Nel cimitero di Anzio – Falasche (Roma) riposano più di 2300 soldati del Commonwealth britannico caduti durante la battaglia per la liberazione di Roma (22 gennaio – 4 giugno 1944).

Soldati provenienti dal Regno Unito ma anche dal Canada, Nuova Zelanda, Australia e persino dalle lontane colonie britanniche d’Africa morirono nei dintorni di Anzio (nonché in tutti i luoghi ove combatterono la dura Campagna d’Italia): vennero da lontano per andare incontro al loro destino di soldati.

Ispirato da tale estremo sacrificio, Ugo Giaime ha scritto questa testimonianza:

Soldati da lontano inviati

da nobili virtù animati,

caddero nella migliore età

accolti infine dalla divina pietà.

I loro volti ormai svaniti nella gloria

rivivono sempre giovani nella memoria.

Mai più la guerra!

gridano uniti nel silenzio

accolti dalla verde terra

che il loro ricordo

con universale amore serra.

Ugo Giaime

Il liberatore

La figura del Maresciallo Harold Alexander (1891 – 1969), Comandante delle forze alleate durante la campagna d’Italia 1943-1945, è di particolare interesse per l’importanza che riveste nella storia militare.
Fu il Comandante di una coalizione di forze di 26 Paesi e seppe garantire con il suo stile di comando uno dei fattori decisivi di una guerra di coalizione multinazionale: la coesione delle Forze.
La sua fu una leadership basata su capacità diplomatiche e su una spiccata
sensibilità politica oltre che su una grande esperienza maturata sia come Comandante sui campi di battaglia che come Ufficiale di Stato Maggiore. Sono queste qualità che oggi, nelle moderne operazioni militari interforze e internazionali, rendono la figura di Alexander degna di particolare attenzione.

La sua opera ovviamente non fu esente da errori ma le sue indubbie qualità professionali e personali permisero la vittoriosa condotta e conclusione di una delle campagne più lunghe e difficili di tutta la Seconda Guerra Mondiale. Alexander, non va mai dimenticato, fu il capo militare a cui va attribuita la liberazione dell’Italia dalla tragica occupazione nazifascista.

In particolare, come Comandante del 15° Gruppo d’Armate, comprendente la 7^ Armata USA del Generale George Patton (poi sostituita dalla 5^ Armata comandata dal Generale Mark Clark) e l’8^ Armata britannica del Maresciallo Bernard Montgomery, riuscì a superare le reciproche diffidenze e divergenze strategiche, costituendo una forza alleata che per quasi due anni rappresentò una costante minaccia al dominio nazista nello scacchiere meridionale del fronte europeo.

I suoi sforzi furono ricompensati al termine del conflitto non solo con la giusta vittoria ma anche con il conferimento del nobile titolo di Conte di Tunisi nonchè con la nomina di Governatore Generale del Canada.

A Raffaele

La data dell’8 settembre non può passare sotto silenzio. L’8 settembre 1943 è infatti una delle date fondanti della storia recente italiana: finisce la guerra contro gli angloamericani ma inizia l’occupazione e la tirannia nazifascista.

In questo giorno desidero ricordare il giovane insegnante liceale di storia dell’arte e Tenente dei granatieri Raffaele Persichetti (Roma 12 maggio 1915 – Roma 10 settembre 1943) che, seppur in congedo, prese le armi (insieme a tanti altri, tra cui Giaime Pintor) contro l’invasore e cadde nella battaglia di Porta San Paolo a Roma insieme ad altre centinaia di militari e civili italiani: il suo estremo sacrificio li rappresenta tutti.

A Raffaele Persichetti, per il suo coraggio spinto fino alla morte, venne concessa la Medaglia d’oro al valor militare con la seguente motivazione:

“Ufficiale dei granatieri invalido di guerra all’atto dell’armistizio con gli alleati si schierò generosamente e volontariamente contro l’oppressore tedesco, favorendo ed organizzando la partecipazione di suoi amici e della popolazione alla lotta armata della Capitale. In abito civile e sommariamente armato accorse poi sulla linea di fuoco dei suoi granatieri schierati in battaglia contro superiori forze tedesche. Prode fra i prodi incitò con la parola e con l’esempio i commilitoni all’estrema resistenza fino a che colpito a morte immolava la sua giovane vita nella visione della Patria rinata alla libertà.”
— Roma, Porta San Paolo, 8-10 settembre 1943.

A imperitura e sacra memoria.

Un fatto curioso

Il Generale Luigi Poli (1923 -2013), già Capo di Stato Maggiore dell’Esercito nel bienno 1985 – 1987 e Senatore della Repubblica nella X^ legislatura 1987 -1992, partecipò con il grado di Tenente alla guerra di liberazione dell’Italia dal dominio nazifascista, inquadrato nel Gruppo di Combattimento “Legnano”.

Da un suo articolo pubblicato su Internet traggo questo fatto curioso:

“La prima Liberazione di Bologna si realizzò nella notte tra il 20 e il 21 aprile 1945 grazie ad un cannone scoppiato e a un sottotenente, Fermo Rizzi, del Gruppo di combattimento “Legnano”, che era stato mandato a prendere un pezzo d’artiglieria in sostituzione di quello esploso a Monterenzio, dove sostava la sua Unità.

Tornò, il suo Gruppo era partito per Pianoro. Cercandolo, il Rizzi si spinse avanti e giunse a notte fonda a Bologna, che i tedeschi avevano poco prima abbandonato. Guardingo si inoltrò per via Indipendenza, prima che la sua motrice, col cannone al traino, venisse fermata da alcuni increduli bolognesi che gli chiesero chi diavolo fosse. Erano le sei del mattino”.

(http://www.storiaxxisecolo.it/Resistenza/resistenza12b.htm)

Fu così che l’esercito italiano entrò per primo nella Bologna liberata il 21 aprile 1945.

L’infausto azzardo

Alla fine del 1943, le armate anglo-americane erano bloccate dalle forze tedesche sulla linea Gustav che aveva il proprio centro di gravità sul fronte di Montecassino.

In un terreno accidentato e montuoso che favoriva la difesa, annullando la potente meccanizzazione degli alleati, e con un inverno incombente che rendeva la guerra di posizione particolarmente dura e insopportabile, Winston Churchill ritenne che la mossa vincente sul difficile fronte italiano fosse uno sbarco anfibio alle spalle dei tedeschi che avrebbe costretto i tedeschi alla ritirata fino all’appennino tosco -emiliano. Un vero e proprio azzardo.

E così fu.

Il 22 gennaio 1944 il VI° Corpo d’Armata USA comandata dal Generale John P. Lucas e composto principalmente da una Divisione britannica e una Divisione americana (più i relativi supporti) sbarcò sul litorale romano che da Nettuno arrivava a Tor San Lorenzo passando per Anzio.

I tedeschi furono apparentemente presi alla sprovvista e per un paio di giorni non reagirono. L’avanzata alleata verso l’interno, il crollo dei tedeschi sul fronte di Cassino e la liberazione di Roma sembravano a portata di mano.

Ma così non fu.

I tedeschi, ripresisi dalla sorpresa, resistetterò a Montecassino e anzi dirottarono dal Nord dell’Italia, dalla Francia e persino dalla Russia delle unità combattenti che formarono un’ intera Armata (la 14^) al comando del Generale Eberhard von Mackensen che schierarono sul fronte di Anzio.

Il risultato furono 4 mesi di feroci combattimenti che, infine, soltanto la ritirata dei tedeschi da Cassino nel maggio 1944 (a causa di una vittoria strategica alle spalle del dispositivo tedesco ad opera del Corpo di Spedizione Francese – C.E.F. – comandato dal Generale Alphonse Juin) risolse a favore degli alleati.

Oggi di quegli epici fatti sono testimoni i cimiteri di guerra nei dintorni di Anzio (britannico), Nettuno (americano), Pomezia (tedesco) ed un mare che sembra conservare per l’eternità lo spirito degli uomini e dei fatti che hanno scritto una delle pagine più dolorose e drammatiche della seconda guerra mondiale in Italia.

E vincer bisogna

Per chi scrive, le tradizioni militari italiane, fatta eccezione per l’esperienza storica delle legioni romane (che peró si puó ben dire appartengano alla storia militare dell’intero Occidente), risalgono alla battaglia di Legnano combattuta vittoriosamente il 29 maggio 1176 dagli italiani della Lega Lombarda contro l’Imperatore Federico Barbarossa.

Fu la prima volta che gli italiani misero in campo un esercito regolare che combatté contro altre forze convezionali straniere. Vincendo.

A Legnano si confrontarono due modelli di esercito ben distinti tra loro per origine: feudale quello di Federico Barbarossa, imperniato su fanti e cavalieri di professione al servizio dell’imperatore; comunale quello della Lega Lombarda formato da cittadini che nel costituirsi in esercito vedevano legittimato il proprio ruolo politico e, in ultimo, garantivano la libertà delle proprie città.

Senza scendere nei dettagli della feroce battaglia, mi preme qui sottolineare il grande e importante retaggio storico che la battaglia di Legnano costituisce ancora oggi per l’Italia e ha costituito fino a pochi anni fà per il suo esercito.

Anzitutto, la battaglia di Legnano è ricordata nel nostro inno nazionale nella strofa “…dall’Alpi alla Sicilia dovunque è Legnano” a significare l’unità combattiva degli italiani, specie di fronte ad un invasore.

Dal 1934 al 1996 poi, il nome glorioso di Legnano veniva portato da una Grande Unità dell’esercito italiano che seppe combattere con onore nella seconda guerra mondiale e, sopratutto, nella guerra di liberazione dove, nella dura lotta, si distinse il Gruppo da combattimento “Legnano”. Questa Grande Unità aveva come simbolo il “Soldato di Legnano”, opera scultorea della fine del XIX° secolo che ancora oggi troneggia nella cittadina lombarda.

A proposito della battaglia di Legnano, il grande poeta Giosué Carducci compose un poema in cui veniva declamato il verso E VINCER BISOGNA assunto poi come motto della disciolta Brigata meccanizzata Legnano.

Mai tale esortazione fu così adatta come in questi tempi.