Un fatto curioso

Il Generale Luigi Poli (1923 -2013), già Capo di Stato Maggiore dell’Esercito nel bienno 1985 – 1987 e Senatore della Repubblica nella X^ legislatura 1987 -1992, partecipò con il grado di Tenente alla guerra di liberazione dell’Italia dal dominio nazifascista, inquadrato nel Gruppo di Combattimento “Legnano”.

Da un suo articolo pubblicato su Internet traggo questo fatto curioso:

“La prima Liberazione di Bologna si realizzò nella notte tra il 20 e il 21 aprile 1945 grazie ad un cannone scoppiato e a un sottotenente, Fermo Rizzi, del Gruppo di combattimento “Legnano”, che era stato mandato a prendere un pezzo d’artiglieria in sostituzione di quello esploso a Monterenzio, dove sostava la sua Unità.

Tornò, il suo Gruppo era partito per Pianoro. Cercandolo, il Rizzi si spinse avanti e giunse a notte fonda a Bologna, che i tedeschi avevano poco prima abbandonato. Guardingo si inoltrò per via Indipendenza, prima che la sua motrice, col cannone al traino, venisse fermata da alcuni increduli bolognesi che gli chiesero chi diavolo fosse. Erano le sei del mattino”.

(http://www.storiaxxisecolo.it/Resistenza/resistenza12b.htm)

Fu così che l’esercito italiano entrò per primo nella Bologna liberata il 21 aprile 1945.

L’infausto azzardo

Alla fine del 1943, le armate anglo-americane erano bloccate dalle forze tedesche sulla linea Gustav che aveva il proprio centro di gravità sul fronte di Montecassino.

In un terreno accidentato e montuoso che favoriva la difesa, annullando la potente meccanizzazione degli alleati, e con un inverno incombente che rendeva la guerra di posizione particolarmente dura e insopportabile, Winston Churchill ritenne che la mossa vincente sul difficile fronte italiano fosse uno sbarco anfibio alle spalle dei tedeschi che avrebbe costretto i tedeschi alla ritirata fino all’appennino tosco -emiliano. Un vero e proprio azzardo.

E così fu.

Il 22 gennaio 1944 il VI° Corpo d’Armata USA comandata dal Generale John P. Lucas e composto principalmente da una Divisione britannica e una Divisione americana (più i relativi supporti) sbarcò sul litorale romano che da Nettuno arrivava a Tor San Lorenzo passando per Anzio.

I tedeschi furono apparentemente presi alla sprovvista e per un paio di giorni non reagirono. L’avanzata alleata verso l’interno, il crollo dei tedeschi sul fronte di Cassino e la liberazione di Roma sembravano a portata di mano.

Ma così non fu.

I tedeschi, ripresisi dalla sorpresa, resistetterò a Montecassino e anzi dirottarono dal Nord dell’Italia, dalla Francia e persino dalla Russia delle unità combattenti che formarono un’ intera Armata (la 14^) al comando del Generale Eberhard von Mackensen che schierarono sul fronte di Anzio.

Il risultato furono 4 mesi di feroci combattimenti che, infine, soltanto la ritirata dei tedeschi da Cassino nel maggio 1944 (a causa di una vittoria strategica alle spalle del dispositivo tedesco ad opera del Corpo di Spedizione Francese – C.E.F. – comandato dal Generale Alphonse Juin) risolse a favore degli alleati.

Oggi di quegli epici fatti sono testimoni i cimiteri di guerra nei dintorni di Anzio (britannico), Nettuno (americano), Pomezia (tedesco) ed un mare che sembra conservare per l’eternità lo spirito degli uomini e dei fatti che hanno scritto una delle pagine più dolorose e drammatiche della seconda guerra mondiale in Italia.

E vincer bisogna

Per chi scrive, le tradizioni militari italiane, fatta eccezione per l’esperienza storica delle legioni romane (che peró si puó ben dire appartengano alla storia militare dell’intero Occidente), risalgono alla battaglia di Legnano combattuta vittoriosamente il 29 maggio 1176 dagli italiani della Lega Lombarda contro l’Imperatore Federico Barbarossa.

Fu la prima volta che gli italiani misero in campo un esercito regolare che combatté contro altre forze convezionali straniere. Vincendo.

A Legnano si confrontarono due modelli di esercito ben distinti tra loro per origine: feudale quello di Federico Barbarossa, imperniato su fanti e cavalieri di professione al servizio dell’imperatore; comunale quello della Lega Lombarda formato da cittadini che nel costituirsi in esercito vedevano legittimato il proprio ruolo politico e, in ultimo, garantivano la libertà delle proprie città.

Senza scendere nei dettagli della feroce battaglia, mi preme qui sottolineare il grande e importante retaggio storico che la battaglia di Legnano costituisce ancora oggi per l’Italia e ha costituito fino a pochi anni fà per il suo esercito.

Anzitutto, la battaglia di Legnano è ricordata nel nostro inno nazionale nella strofa “…dall’Alpi alla Sicilia dovunque è Legnano” a significare l’unità combattiva degli italiani, specie di fronte ad un invasore.

Dal 1934 al 1996 poi, il nome glorioso di Legnano veniva portato da una Grande Unità dell’esercito italiano che seppe combattere con onore nella seconda guerra mondiale e, sopratutto, nella guerra di liberazione dove, nella dura lotta, si distinse il Gruppo da combattimento “Legnano”. Questa Grande Unità aveva come simbolo il “Soldato di Legnano”, opera scultorea della fine del XIX° secolo che ancora oggi troneggia nella cittadina lombarda.

A proposito della battaglia di Legnano, il grande poeta Giosué Carducci compose un poema in cui veniva declamato il verso E VINCER BISOGNA assunto poi come motto della disciolta Brigata meccanizzata Legnano.

Mai tale esortazione fu così adatta come in questi tempi.

Il grande rifiuto

L’obiettivo politico e militare della Repubblica Sociale Italiana (RSI), Stato fantoccio fascista nel Centro- Nord dell’Italia, era quello di costituire, con l’aiuto determinante e interessato della Germania nazista, le Forze armate repubblicane fasciste con i più di 600.000 internati militari italiani (IMI) catturati dopo l’8 settembre 1943 e rinchiusi nei campi di concentramento tedeschi. Incaricato di realizzare questo importante progetto fu il generale Emilio Canevari (1892 – 1966), Segretario generale del Ministero della Difesa della RSI retto dal Maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani (1882 – 1955). Per Canevari le Forze Armate della RSI avrebbero anche dovuto garantire la sovranità della RSI sul proprio territorio; ma in questo modo Canevari si pose in contrasto con gli alleati tedeschi che ne richiesero la destituizione (ottenendola) dopo solo pochi mesi dall’assunzione dell’incarico. Per buffa ironia della sorte, Canevari non voleva altro che applicare il pensiero dei grandi teorici militari tedeschi, appreso grazie ai suoi approfonditi studi della storia militare della Germania, di cui fu all’epoca apprezzato divulgatore.

L’obiettivo di costituire le nuove FF.AA. fasciste non fu peró raggiunto (furono costituite solo 4 delle 25 divisioni previste, per lo più formate da giovani delle classi di leva 1924 -1925 arruolati obbligatoriamente) perché la grande maggioranza degli internati militari si rifiutó di aderire alla RSI. Se avessero aderito, la campagna d’Italia avrebbe avuto ben altro esito, considerando l’inferiorità numerica di cui avrebbero sofferto gli alleati di fronte ai nazifascisti. Questo rifiuto é giustamento riconosciuto come un atto di resistenza passiva dei militari italiani, atto tanto più valoroso quanto più si considerano le condizioni di vita miserevoli a cui i nostri internati erano costretti nei Lager.

Le ragioni di questo rifiuto sono molteplici. Anzitutto, il ripudio della guerra fascista per stanchezza e disillusione, dopo tre anni di duri combattimenti segnati dalla sconfitta nella maggioranza dei teatri operativi (Africa Orientale, Nordafrica e Russia). Vi era poi la difesa della propria dignità di uomini e soldati, umiliata proprio da coloro che chiedevano un’adesione alla loro guerra. A queste ragioni, si aggiungeva per gli ufficiali (particolarmente richiesti a causa della loro scarsità nelle ricostituite Forze Armate fasciste) la fedeltà alle Istitutioni dello Stato monarchico, in primis l’istituzione militare, la cui tradizione e continuità offrivano un appiglio di dignità personale e motivazionale superiore allo sconforto seguito ai tragici eventi dell’8 settembre.

Bisogna anche riconoscere che, con il tempo, gli stessi tedeschi abbandonarono il progetto di arruolare gli internati militari, preferendo il loro più proficuo utilizzo come manodopera da impiegare nelle fabbriche e campagne al posto degli operai e contadini tedeschi impegnati sui diversi fronti di guerra.

La ricostruzione di una nuova Italia ebbe dunque inizio (anche) con un grande rifiuto dettato dalla coscienza di uomini coraggiosi che spesso pagarono con la vita questa loro scelta: ben 50.000 furono infatti gli internati militari italiani che morirono per cause diverse nel periodo 1943 -1945.

L’esercito della riscossa

L’armistizio dell’8 settembre 1943 aprì le porte dell’Italia all’invasione nazista. Due gruppi d’armata sotto il comando dei Feldmarescialli Erwin Rommel (al nord) e Albert Kesselring (al centro – sud) disarmarono e imprigionarono la gran parte delle Forze Armate italiane (solo la flotta riuscì a sfuggire alla cattura prendendo il largo ma la corazzata “Roma” fu affondata da aerei tedeschi con perdita di quasi tutto l’equipaggio).

Il Paese venne occupato e si scatenò sul suo territorio una guerra che ebbe termine solo il 2 maggio 1945 con la resa delle forze nazista agli alleati angloamericani.

A questa dura lotta partecipò, oltre alle forze partigiane inquadrate in quello che sarà poi chiamato Corpo Volontari della Libertà, l’esercito italiano con proprie unità regolari che assunsero il nome di Primo Raggruppamento Motorizzato quindi Corpo Italiano di Liberazione e infine Gruppi di Combattimento.

In particolare, i Gruppi di Combattimento erano sei ed erano denominati “Piceno”, “Friuli”, “Cremona”, “Folgore”, “Mantova” e “Legnano”. In totale circa 60.000 uomini equipaggiati, armati e addestrati dai britannici.

A queste truppe si affiancarono le “Divisioni ausiliare” italiane non direttamente impiegate in combattimenti ma essenziali per il supporto logistico degli angloamericani.

Al termine della lunga e drammatica campagna d’Italia 1943 – 1945 si stima che più di 3.000 soldati siano caduti nella dura lotta per la liberazione (molti di questi riposano oggi nel Sacrario di Mignano Montelungo).

I combattimenti di Monte Lungo, Monte Marrone e Filottrano così come la liberazione di tante città italiane, tra cui Bologna, rappresentano la misura del prezioso contributo dell’esercito italiano alla riscossa e alla liberazione dell’Italia umiliata e oppressa.

Non va mai dimenticato che questi soldati mostrano speranza nella totale disperazione dei più e coraggio nel generale scoramento dei molti, offrendo il loro sacrificio per quell’Italia libera e democratica che oggi conosciamo.

 

Il grande illuso

Ci fu un uomo che ebbe l’ambizione di creare in Italia un’Istituzione militare basata sul pensiero militare tedesco. Quest’uomo si chiamava Emilio Canevari (1892 – 1966) e fu Segretario generale dell’Esercito della Repubblica Sociale Italiana per pochi mesi alla fine del 1943.

Profondo conoscitore del pensiero militare tedesco (insieme al Generale Ambrogio Bollati tradusse in italiano l’opera “Della Guerra” di Carl von Clausewitz), il Generale Canevari pensò di costituire l’esercito della RSI secondo i principi propri dei riformatori militari prussiani: esercito espressione della sovranità dello Stato, popolare e apolitico.

Canevari si scontrò ben presto con la diffidenza tedesca (per i quali un forte esercito della RSI era più un pericolo che una risorsa) ma soprattutto con il malcontento di Mussolini che voleva un esercito legato agli ideali fascisti e non certo apolitico.

Così, dopo aver concordato con i tedeschi la costituzione di 4 Divisioni (Littorio, Italia, San Marco e Monte Rosa) con le classi di leva 1924 e 1925, venne allontanato dall’incarico per ordine diretto di Mussolini nel dicembre 1943.

L’interessante esperienza storica del Generale Emilio Canevari dimostra come la conoscenza del pensiero militare tedesco, tra i più ampi e profondi nella storia militare, sia condizione necessaria ma non sufficente per la progettazione e l’edificazione della migliore Istituzione militare: a futura memoria!

 

Ippocrate e Ares

Il colonnello medico tedesco Valentin Mueller (1891 -1951) può essere senz’altro considerato una delle figure più eroiche dello scorso conflitto mondiale.

Direttore dell’Ospedale militare tedesco di Assisi nel tragico periodo inverno 1943 – primavera 1944, Mueller non solo salvò centinaia di feriti e malati (appartenenti a tutte le forze belligeranti) ma l’intera città di Assisi, facendola dichiarare dal comando supremo tedesco in Italia “Città ospedaliera” (e quindi tutelata dalle Convenzioni internazionali), risparmiandola dai feroci combattimenti tra retroguardie tedesche (in ritirata da Roma verso la settentrionale Linea Gotica) e avanguardie alleate. Inoltre, il colonnello Mueller si adoperò fattivamente per tutelare i molti ebrei rifugiati, sotto false identità, nei conventi e case religiose di Assisi.

Cattolico praticante, il colonnello Mueller non mancava, quando gli assillanti compiti di soccorso e cura lo permettevano, di assistere alla Santa Messa nel Sacro Convento dove riposano le spoglie mortali di San Francesco.

Benvoluto da tutti per i suoi indiscussi meriti umanitari (persino i Partigiani operanti in zona diedero l’ordine perentorio di preservarne l’incolumità), tornò una sola volta ad Assisi nel 1950, festeggiato dall’intera città che al suo nome ha voluto intitolare una via cittadina (che porta all’attuale ospedale di Assisi). Oggi una targa commemorativa posta all’ingresso dell’Istituto serafico di Assisi lo ricorda con queste parole: “Dr. Mueller, colonnello e medico tedesco, ha protetto la città di Assisi e tutte le persone affidategli dagli orrori della guerra nel 1943/44”.

La mirabile storia del colonnello Valentin Mueller dimostra come Ippocrate e Ares non siano in antitesi quanto piuttosto, talvolta, rappresentino sublime sintesi dei valori più alti espressi dalle professioni medica e militare.