La prima volta

La Legge n. 382 dell’11 luglio 1978 intitolata Norme di principio sulla disciplina militare stabiliva all’articolo 1, tra i compiti delle Forze Armate, il concorso dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica nella salvaguardia delle libere istituzioni.

Questa previsione normativa discendeva dai tragici fatti del sequestro dello statista Aldo Moro (16 marzo – 9 maggio 1978) e l’uccisione della sua scorta (i carabinieri Oreste Leonardi e Domenico Ricci nonchè le Guardie di Pubblica Sicurezza Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi) da parte delle Brigate Rosse.

Durante il sequestro infatti, per la prima volta nella storia repubblicana, l’ Esercito venne impiegato per ragioni di ordine pubblico.

Seimila soldati, perlopiù appartenenti alla Brigata Granatieri di Sardegna, vennero impiegati per il controllo e il presidio del territorio sulla base di una norma che consentiva eccezionalmente all’autorità giudiziaria di richiedere l’intervento della Forza Armata.

L’eccezionalità di quel tempo è oggi divenuta, grazie a tale drammatica esperienza, una possibilità contemplata dalle norme (Decreto legislativo 15 marzo n. 66 Codice dell’ordinamento militare e Decreto del Presidente della Repubblica 15 marzo 2010 n. 90 Testo unico delle disposizioni regolamentari in materia di ordinamento militare) che disciplinano il normale impiego dell’Esercito, per l’appunto attualmente impegnato su tutto il territorio nazionale con l’Operazione di ordine pubblico Strade Sicure per garantire la sicurezza di tutti i cittadini.

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La canzone del Tenente

Sanremo è sempre Sanremo e anche chi scrive vuole dare atto che il Festival della canzone italiana, che annualmente in questo periodo si svolge nella bella cittadina della Riviera ligure, è una delle manifestazioni culturali proprie dell’identità italiana.

Sul palcoscenico del Teatro Ariston venne presentata dal compianto e grande artista Giorgio Faletti (1950 – 2014) una canzone che arrivò seconda nella competizione del 1994 (la 44^ edizione) e riscosse un ampio successo di pubblico: s’intolava Signor Tenente.

La canzone narra la storia di un (probabile) carabiniere che si rivolge ad un suo superiore raccontandogli la propria quotidianità in servizio e lo sconvolgimento avuto nell’apprendere la notizia delle stragi di Capaci e via D’Amelio del 1992 dove morirono i giudici Giovanni Falcone (con la moglie Francesca Morvillo) e Paolo Borsellino, con le rispettive scorte (8 caduti in totale). In questa prospettiva, la canzone rappresenta anche una evidente testimonianza storica dell’epoca.

Da queste stragi nacque l’Operazione Vespri Siciliani che vide dal 1992 al 1998 il massiccio impiego dell’esercito in Sicilia per il controllo del territorio: una delle storie di maggior successo dell’esercito italiano nel secondo dopoguerra che diede un contributo fondamentale alla lotta dello Stato contro la criminalità organizzata siciliana.

Fedeli al cielo

A Torino, nella magnifica cornice dello splendido Palazzo Lascaris, è stato ieri presentato il libro Carabinieri Aviatori a Torino che merita indiscutibilmente di essere conosciuto.

Scritto e curato dal Maggiore dei Carabinieri Medaglia di Bronzo al valor militare Francesco Golini, già comandante del 1° Nucleo elicotteri Carabinieri di Volpiano (Torino), narra in modo approfondito e scorrevole (nonchè con un avvincente apparato iconografico) il contributo dell’Arma alla nascita e affermazione dell’aviazione militare italiana.

Di estremo interesse è l’ampia parte dedicata all’asso dell’aviazione della Grande Guerra Ernesto Cabruna (1889 -1960), ufficiale dell’Arma e medaglia d’oro al valor militare, appartenente al Battaglione aviatori del Regio Esercito, precursore dell’Aeronautica militare italiana (che verrà fondata poi nel 1923).

Il libro inoltre si sofferma sulla storia del 1° Nucleo elicotteri Carabinieri, tratteggiandone l’opera meritoria e determinante non solo nei confronti dell’attività operativa dei Carabinieri ma anche, e soprattutto, nei confronti delle popolazioni del Piemonte e Valle d’Aosta.

Il libro è scaricabile gratuitamente in formato pdf dal sito http://www.museoagusta.it

Un’ ultima annotazione di carattere personale che desidero condividere con i lettori di questo Blog: chi scrive nutre per l’autore una profonda ammirazione dalla quale, da sempre, traggono ispirazione molte scelte (e dunque fatti) della propria esistenza.

Questo libro costituisce un’ulteriore testimonianza delle virtù di un uomo che ha fatto di sè un costante e generoso esempio per gli altri di uomo libero, buon cittadino e valoroso soldato al servizio dello Stato.

Più alto e più oltre, amico mio!

Purissimo eroismo

Il 23 settembre 1943 a Palidoro, in provincia di Roma, il Vicebrigadiere dei Carabinieri Salvo D’Acquisto (1920-1943) si offriva alla fucilazione da parte dei tedeschi al posto di 22 cittadini minacciati di morte come rappresaglia per l’uccisione (da parte d’ignoti) il giorno precedente di 2 soldati tedeschi. Non era colpevole ma si autoaccusò per salvare gli innocenti ostaggi. Nei giorni caotici e drammatici che seguirono il tragico 8 settembre 1943 (proclamazione dell’armistizio con gli alleati), questo giovane sottufficiale dei Carabinieri, come altri ma non tutti, seguì la strada del coraggio e della coscienza di sé. Possa il suo ricordo essere sempre d’ispirazione per tutti i servitori dello Stato.

Per il suo eroico gesto, il Vicebrigadiere D’Acquisto verrà insignito della Medaglia d’oro al Valor militare con la seguente motivazione:

«Esempio luminoso d’altruismo, spinto fino alla suprema rinuncia della vita, sul luogo stesso del supplizio, dove, per barbara rappresaglia, era stato condotto dalle orde naziste insieme a 22 ostaggi civili del territorio della sua stazione, pure essi innocenti, non esitava a dichiararsi unico responsabile di un presunto attentato contro le forze armate tedesche. Affrontava così — da solo — impavido la morte, imponendosi al rispetto dei suoi stessi carnefici e scrivendo una nuova pagina indelebile di purissimo eroismo nella storia gloriosa dell’Arma.»
— Torre di Palidoro (Roma) 23 settembre 1943

Identità e orgoglio

Questa drammatica giornata, che passerà alla storia d’Italia per il catastrofico terremoto nel Centro Italia, sta per concludersi.

Il pensiero triste va anzitutto alle numerose vittime, ai feriti e alle tante persone che stasera affronteranno la prima notte senza più una casa, distrutta o lesionata dal terremoto.

Ma il pensiero grato va ai tanti che proprio in questa notte, prosecuzione di un giorno terribile, si stanno prodigando nell’opera di soccorso alle popolazioni colpite.

Tra questi, gli appartententi alle Forze Armate italiane e, in particolare, all’esercito, prontamente intervenuto con uomini e mezzi del 235° Reggimento Fanteria “Piceno” di Ascoli Piceno e 6° Reggimento Genio di Roma.

Anche i carabinieri dell’organizzazione territoriale, la Scuola interforze NBC di Rieti e assetti di volo dell’Aeronautica militare sono fortemente impegnati a causa della catastrofica calamità naturale.

L’intervento del soldato italiano nel soccorso alle popolazioni colpite da disastri naturali è elemento d’identità di tutti i militari, di orgoglio per le Forze Armate italiane e, da sempre, di forte legame tra il Paese e le sue Istituzioni militari.

Perché loro non mancano mai.

L’estremo sacrificio

Il 21 novembre di ogni anno, i carabinieri festeggiano la Santa Maria “Virgo Fidelis”, loro Patrona, e ricordano la battaglia di Culqualber in Etiopia.

Il fatto d’arme di Culqualber, battaglia difensiva contro truppe britanniche e irregolari etiopi, si svolse tra l’agosto e il novembre 1941 e vide tra i suoi protagonisti principali i carabinieri e zaptié (truppe coloniali italiane) del 1° Gruppo Carabinieri Mobilitato, comandato dal maggiore Alfredo Serranti. L’obiettivo dei carabinieri era quello di difendere un caposaldo strategico per la difesa e le comunicazioni dell’intero schieramento italiano nella regione di Gondar.

Dopo la resa del Duca d’Aosta, asserragliato sull’Amba Alagi, nel maggio 1941, la campagna d’Africa Orientale era sostanzialmente conclusa ma nella regione di Gondar resistevano (per l’onore italiano ma anche per tenere impegnate nello scacchiere africano-orientale le truppe britanniche che sarebbero state altrimenti trasferite sullo scacchiere nordafricano) ancora truppe nazionali e coloniali italiane al comando del generale Guglielmo Nasi

A Colqualber e dintorni ci furono combattimenti di una ferocia inaudita, spesso condotti, da parte italiana, corpo a corpo e all’arma bianca per risparmiare o mancanza di munizioni. Alla fine, quasi tutti gli stremati difensori (compreso il maggiore Serranti) furono uccisi in combattimento. Fu una carneficina.

Per l’eccezionale valore mostrato nella battaglia di Culqualber e per il conseguente estremo sacrificio del 1° Gruppo Carabinieri Mobilitato, la bandiera dell’Arma dei carabinieri fu decorata della seconda Medaglia d’oro al Valor militare.

Non omnis moriar

Il 16 marzo 1978, un commando di terroristi delle Brigate Rosse, con un agguato eseguito secondo canoni militari di pianificazione ed esecuzione (nome in codice Operazione Fritz), annientò la scorta  e sequestrò il presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro (poi ucciso il successivo 9 maggio).

Ero allora sulla soglia dell’adolescenza e ricordo con nettezza tutta la vicenda. In particolare, in questi anni, ho sempre avuto memoria dei caduti di quel giorno che oggi voglio ricordare:

Maresciallo dei carabinieri Oreste Leonardi

Guardia di pubblica sicurezza Raffaele Iozzino

Guardia di pubblica sicurezza Giulio Rivera

 Vicebrigadiere delle guardie di pubblica sicurezza Francesco Zizzi

Appuntato dei  carabinieri Domenico Ricci

Erano militari (il Corpo delle guardie di pubblica sicurezza divenne l’attuale Polizia di Stato con legge n. 121 del 1981),  servitori dello Stato nel senso più alto dell’espressione e il loro sacrifico, come quello di altre centinaia di vittime di quel terribile periodo della storia d’Italia, non va mai dimenticato.

Anche nel loro nome, lo Stato e gli italiani seppero reagire, sconfiggendo una delle minaccie più pericolose per la nostra democrazia e libertà.

La loro morte non fu vana e la loro tragica storia appartiene a tutti noi.