La Guardia dei cittadini

La Guardia Nazionale italiana nasce nel 1861 (all’indomani della costituzione dello Stato unitario) come corpo armato volontario ad emulazione della Guardia Nazionale francese costituitasi dopo la rivoluzione del 1789.

Nel periodo della sua esistenza (1861 – 1876), venne impiegata sia sul territorio nazionale che in concorso all’Esercito nella III Guerra d’indipendenza. La sua consistenza nel tempo arrivò a toccare ben 220 Battaglioni.

La sostanziale conclusione del Risorgimento, l’introduzione del servizio militare obbligatorio e la cosiddetta Riforma Riccotti dell’Esercito ne determinarono l’inutilità e, dunque, lo scioglimento.

Ciononostante, l’esperienza storica della Guardia Nazionale italiana resta un concreto esempio del cittadino -soldato che testimoniava, con il servizio, quel dovere di difesa collettiva che contraddistingue ancora oggi l’appartenenza agli Stati moderni basati sul sistema democratico.

Il filosofo e giurista Gian Domenico Romagnosi (1761 -1835) considerava la Guardia Nazionale 《il terzo corpo scelto di milizia avente lo scopo di difendere i cittadini contro i nemici interni, e sì per sussidiare le armate contro i nemici esterni》(Della costituzione di una monarchia nazionale rappresentativa, Filadelfia, 1815, p.149). Gli altri due corpi erano le Legioni e l’Esercito.

Il miglior tempo

Nel 1882 l’Italia firmò la Triplice Alleanza con la Germania e l’Austria – Ungheria. Parteciparvi, significò proiettare il nostro paese nel ruolo di attore importante della politica
europea. La Germania aveva convinto l’Austria-Ungheria ad associare l’Italia in un patto difensivo che la tutelasse dal revanscismo francese, mai dimentico della sconfitta patita dai tedeschi nella guerra del 1870 –’71. L’Italia era ben contenta di farne parte perché non
solo entrava nel giro delle grandi potenze ma anche perché l’alleanza la proteggeva da eventuali aggressioni da parte di vicini potenti. In modo particolare, temeva un qualche
colpo di mano francese finalizzato a ristabilire l’autorità temporale del pontefice romano.
La Triplice Alleanza venne rinnovata nel 1887. Stavolta prevedeva una Convenzione militare, stipulata nel 1888, in cui l’Italia s’impegnava a fornire 12 divisioni di fanteria e 3 di
cavalleria, schierabili sul confine renano meridionale in caso di attacco alla Germania da parte della Francia. Bisogna però sottolineare che l’alleanza non portò a una più stretta collaborazione tra l’esercito italiano e quelli di Austria e Germania (sia per ragioni storiche che strettamente pratiche – basti pensare ai problemi di lingua), ma certamente offrì un
quadro di riferimento e di orientamento per la politica militare italiana per oltre un trentennio.
Risale a quel periodo la riforma dell’esercito voluta dal generale Emilio Ferrero, Ministro della Guerra fra il 1881 e il 1884. Il Ferrero aveva sostanzialmente come obiettivo
Il fare un esercito più di quantità che di qualità. Una visione che riteneva legittimata dall’ingresso dell’Italia nella Triplice Alleanza e dalla conseguente necessità di compararsi agli eserciti di Austria–Ungheria e Germania, notoriamente più numerosi. Così la Riforma Ferrero portò i Corpi d’Armata da 10 a 12 con il conseguente aumento di 10.000 unità del contingente di leva annuale. Per contenere la spesa inevitabile, introdusse un meccanismo di congedi anticipati per gran parte dei militari di leva. In ultimo, istituì la
carica di Capo di Stato Maggiore dell’esercito come organo tecnico alle dipendenze del Ministro della Guerra, unico responsabile della politica militare del Paese, ferme restando
le prerogative sovrane del Re d’Italia. Il primo Capo di Stato maggiore dell’esercito fu il Generale Enrico Cosenz che rimase in carica dal 1881 al 1893.
Del mandato di Cosenz come capo di Stato Maggiore restano gli studi sulle fortificazioni nel nord-est e l’elaborazione di un piano difensivo che in caso di attacco dell’Austria-
Ungheria nel settore prevedeva il ritiro del grosso dell’esercito italiano dietro il Piave, per contenere l’attacco avversario in vista di una successiva controffensiva, poderosa e risolutiva. Alla riforma Ferrero, che prevedeva per l’esercito una dotazione massima di
200.000 unità, si oppose fermamente il generale Cesare Ricotti – Magnani, per il quale lo strumento militare italiano alla fine non sarebbe stato equilibrato nelle varie componenti, né sostenibile finanziariamente: forse non a caso, il Ricotti- Magnani prese il posto di
Ferrero al Ministero della Guerra quando quest’ultimo si dimise nel 1884.

Gli anni ’80 del secolo XIX° si rivelarono un periodo formidabile per l’esercito italiano sia per il ruolo giocato nella politica nazionale (ripagato da adeguati finanziamenti), sia per il gioco di alleanze con le maggiori potenze militari. Quanto bastava a garantire notevoli prospettive di crescita professionale. Non passò molto tempo che all’esercito venisse chiesto di sostenere, dopo l’unificazione e il consolidamento nazionale, un’altra grande prova. Garantire all’Italia un “posto al sole” al pari delle altre grandi nazioni europee.
Il 5 febbraio 1885, sbarcava a Massaua, in Eritrea, il tenente colonnello Tancredi Saletta con il suo battaglione di bersaglieri: aveva inizio l’avventura coloniale italiana. La penetrazione italiana nel Corno d’Africa procedette spedita per circa due anni, fino alla
grave battuta d’arresto del 26 gennaio 1887, a Dogali, quando una colonna di circa 500 italiani al comando del tenente colonnello Tommaso De Cristoforis si scontrò con circa
25.000 abissini. Fu un massacro. Sopravvissero solo pochi soldati italiani, feriti e tratti in salvo da una successiva spedizione militare di soccorso. A seguito dei fatti di Dogali, il
governo italiano con il R.D. 4873 del 14 luglio 1887 istituì i Cacciatori d’Africa, una specialità della fanteria composta esclusivamente da volontari tratti dalle altre armi, corpi e specialità dell’esercito. Come distintivo, i Cacciatori avevano una mostreggiatura nera, filettata di rosso.

La lunga penna nera

145 anni orsono nasceva il Corpo degli Alpini.

Con Regio Decreto n. 1056 del 15 ottobre 1872, infatti, l’allora Ministro della Guerra Generale Cesare Ricotti Magnani (uno dei più grandi tra i riformatori militari italiani) autorizzava la costituzione di 15 compagnie ad arruolamento regionale destinate alla difesa dei valichi alpini.

L’idea della costituzione di siffatte unità era stata del Capitano Giuseppe Domenico Perrucchetti che aveva pubblicato sulla celebre Rivista Militare (ancora oggi periodico ufficiale dell’Esercito) uno studio sulla difesa alpina.

Il Corpo degli Alpini, la cui fama è stata costruita con le più alte virtù militari concretamente professate dai suoi appartententi durante tutte le campagne di guerra e operazioni militari dell’Italia, è una delle Istituzioni più riconosciute e amate dagli italiani.

Gli Alpini attualmente sono inquadrati in due Brigate (circa 5.000 uomini ciascuna) dipendenti dal Comando Truppe Alpine di Bolzano: la Brigata Taurinense (con sede a Torino – in questo periodo impiegata in Afghanistan) e la Julia (con sede a Udine).

Gli Alpini hanno il privilegio di possedere un proprio canto che, sommessamente, chi scrive si compiace oggi d’intonare idealmente in loro onore!

Sul cappello che noi portiamo
c’è una lunga penna nera
che a noi serve da bandiera
su pei monti a guerreggiar.
Evviva evviva il reggimento
Evviva evviva il Corpo degli Alpin.
Su pei monti che noi andremo
pianteremo l’accampamento,
brinderemo al reggimento:
Viva il Corpo degli Alpin.
Su pei monti che noi saliremo
coglieremo stelle alpine
per portarle alle bambine
farle piangere e sospirar.
Farle piangere e sospirare
nel pensare ai bellì alpini
che tra i ghiacci e le slavine
van sui monti a guerreggiar.

L’ordinamento Ricotti

Le brillanti vittorie del feldmaresciallo Helmuth von Moltke il vecchio  nelle campagne di guerra del 1866 (contro l’Austria -Ungheria, per l’egemonia della Prussia nella Confederazione tedesca) e del 1870 – ’71 (contro la Francia, per consentire la nascita dello Stato unitario tedesco) fecero risaltare agli occhi del mondo l’organizzazione e la forza dell’esercito tedesco, così come era stato pensato e, in parte, realizzato dai riformatori militari prussiani.U

Anche l’Italia guardava con interesse all’esercito tedesco e nel 1873 il Ministro della Guerra generale Cesare Ricotti Magnani (1822 -1917) fece approvare dal Parlamento il cosiddetto Ordinamento Ricotti che, con successive adeguamenti e modificazioni, resterà in vigore a lungo.

Questo ordinamento dell’esercito italiano prevedeva, ispirandosi al modello tedesco, la modifica del sistema di reclutamento dei soldati (che fu reso effettivamente obbligatorio per tutti) e la riduzione della ferma militare da 5 a 3 anni, permettendo cosi un numero maggiore di riservisti addestrati da mobilitare in caso di guerra. Furono poi costituiti 10 Corpi d’Armata e 16 Divisioni territoriali che avevano principalmente compiti di difesa interna e mobilitazione. Venne ammodernato l’equipaggiamento e l’armamento, con l’introduzione del fucile a retrocarica rigato mod. 1870.

Una volta completato, l’ordinamento Ricotti prevedeva una consistenza organica dell´esercito di circa 220.000 uomini tra ufficiali, sottufficiali e truppa.

Il generale Ricotti rese anche effettivi gli studi del capitano dei bersaglieri Giuseppe Perrucchetti (1839 – 1916) circa la difesa dell’arco alpino, permettendo la creazione nell’ottobre 1872 delle prime 15 compagnie di Alpini. A riguardo un’ultima osservazione; Perrucchetti pubblicò nel marzo 1872 il suo studio “Considerazioni su la difesa di alcuni valichi alpini e proposta di un ordinamento militare territoriale della zona alpina” sulla Rivista Militare, periodico dell’esercito italiano (fondato nel 1856, prima ancora dell’unità d’Italia!) e ancora oggi in vita: straordinario esempio dell’importanza della pubblicistica  per pensare e costruire il futuro dell’istituzione militare.