Inventario di un Generale

La ricerca definitiva di sé e la libertà che deriva dal completamento della propria identità, più che la testimonianza ai posteri (anche se il libro è espressamente e comprensibilmente dedicato ai nipoti) , sono le ragioni di questo bel libro intitolato Un quaderno rosso bordò scritto dal Tenente Generale Paolo Mearini (Betti Editrice, Siena 2017).
Per sua stessa ammissione, l’autore tende a conciliarsi con la sua costante e naturale aspirazione a realizzarsi e identificarsi (anche) come scrittore.
E ci riesce appieno.
Il libro è coinvolgente, intenso (a tratti emozionante quando ci parla del valore dell’amicizia che non muore che con noi stessi) e, senz’altro, ben scritto. Ci accompagna nel viaggio letterario una prosa intima (ma mai troppo), scorrevole (ma mai superficiale) e convincente (ma mai agiografica).
Degna di nota è la tecnica narrativa che affida il filo del racconto a scritti precedenti, definiti dallo stesso autore “fogli sparsi dei pensieri disordinati”, che ripercorrono il tempo trascorso. Ritroviamo così, tra l’altro, un interessante scritto giovanile su Pinocchio, una testimonianza diretta della spedizione militare italiana in Libano all’inizio degli anni ’80 (immagino avrebbe molto interessato Oriana Fallaci che da quella esperienza ha tratto uno dei suoi romanzi di maggior successo “Inshallah”), discorsi tenuti in occasioni ufficiali e, soprattutto, delle poesie che nella forza della parola trovano l’espressione più alta della sensibilità di Paolo Mearini.
È un libro che testimonia un’esistenza, quella dell’autore, ricca d’esperienze e ricordi come può esserlo una vita militare di più di quarant’anni. La vita militare resta però in secondo piano, quale sfondo di accompagnamento di una vita proiettata verso qualcosa di più intimo e meno pubblico (che l’autore ben racconta). È un “inventario esistenziale” più che un “bilancio” che ben figura con altrettanto illustri precedenti nella letteratura italiana quali “Inventario” (per l’appunto) di Gina Lagorio o “Inventario della casa di campagna” di Piero Calamandrei.
Nei contenuti, riaffiorano i ricordi che danno sostanza alla vita dell’autore: l’infanzia tra i colori della Toscana (in questo Mearini “tradisce” una conoscenza e raffinatezza pittorica che richiama alla mente i Macchiaioli che hanno reso celebre e immortale la sua terra); le ragioni della scelta della carriera militare, intrapresa realisticamente più come opportunità professionale che come ideale di vita, gli amici che lo hanno accompagnato nel suo cammino (il capitolo dedicato a Paolo Galli vale tutto il libro per le punte di coinvolgimento emotivo che raggiunge); il paracadutismo come sistema di valori morali e spirituali volti all’effettiva realizzazione della fraternità d’armi e, infine, un epilogo che raggiunge punte di lirismo che lascio scoprire e valutare al lettore.
Una parola doverosa, perché attiene alla migliore comprensione del libro, sulla copertina e sul disegno contenuto nel libro, unico apporto iconografico dell’opera di Mearini (e non sarebbero certo mancate le occasioni per inserire dei ricordi fotografici coerenti ed esplicativi di quanto narrato). Si tratta di una barca rovesciata che richiama e rappresenta personaggi e situazioni descritti nel libro: un tocco di originalità a beneficio dell’interpretazione e della sensibilità di chi legge. E direi anche una sintesi figurativa ben riuscita rispetto al messaggio dell’autore.
E’, in estrema e conclusiva sintesi, un racconto (tra i tanti possibili) della propria esistenza, e ancor di più, della propria anima per congiungersi definitivamente con essa. È questo sublime (e invidiabile) obiettivo che il Generale Paolo Mearini ha pienamente raggiunto con il suo libro.

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Una lunga storia

Il 19 novembre 1816, con Regie Patenti del Re di Sardegna Vittorio Emanuele di Savoia (1759 -1824), veniva fondata l’Intendenza generale di guerra dell’Armata Sarda, da cui deriva, per trasformazione ma senza soluzione di continuità, l’odierno Corpo di Commissariato dell’Esercito.

Al commissario militare, istituito nell’esercito prussiano con il termine Quartiermeister (Quartiermastro) e sviluppatosi nelle sue attuali funzioni a somiglianza dei Commissaires des Guerres (Commissari alle guerre) dell’esercito francese-napoleonico, è devoluto ancora oggi il sostegno logistico-amministrativo del combattente attraverso la cura dei delicati settori dell’ammistrazione, del vettovagliamento, del vestiario-equipaggiamento, del casermaggio nonché della consulenza legale del Comandante (quest’ultima, una recente attribuzione).

La storia del Commissariato militare è una lunga vicenda che accompagna costantemente, nel suo supporto ancillare (nel senso nobile del termine), la storia dell’Istituzione militare di tutti i Paesi del mondo, segnandone spesso la vittoria e/o la sconfitta, sicuramente la quotidianità.

Mi piace qui ricordare che dalla figura del “Quartiermeister”prussiano nasce, tradizionalmente, il moderno ufficiale di stato maggiore e che il grande riformatore militare tedesco Gerhard von Scharnhorst ebbe proprio il titolo di “Generalquartiermeister” (Quartiermastro generale), corrispondente a Capo di Stato maggiore, dell’esercito hannoveriano prima e prussiano poi.