L’Esercito italiano nella Grande Guerra – 2^ parte

Il 1917 è l’Annus Horribilis. Nella decima e undicesima battaglia dell’Isonzo, l’esercito avanzò fino a conquistare l’altipiano della Bainsizza, rafforzandosi in vista di un assalto finale alle posizioni difensive austriache. Sembrava che la guerra stesse per finire con la vittoria italiana. Paventando tuttavia un’ultima, disperata controffensiva austriaca, il
generale Cadorna ordinò al dispositivo della 2^ Armata sull’Isonzo e della III^ Armata sul Carso di disporsi a difesa. Non la pensava così il generale Luigi Capello, comandante della 2^ Armata, che ritenne invece opportuno prepararsi a una “spallata” finale contro gli austriaci. Dispose infatti le unità per garantire una difesa elastica, finalizzata al contrattacco. Ma Il 24 ottobre 1917, gli austriaci, rafforzati da ben 9 divisioni tedesche, sfondarono le linee, attaccando gli italiani con la tattica dell’infiltrazione e con armi chimiche: fu la catastrofe di Caporetto, dal nome della località che per prima cadde.
Gli italiani furono costretti a ritirarsi prima sul fiume Tagliamento e quindi sul fiume Piave, dove allestirono l’estrema linea di difesa. Gli austro – tedeschi reiterarono gli attacchi,
convinti della vittoria finale, ma gli italiani resistettero: fu il primo passo per la salvezza del Paese, anche se l’esercito dovette essere riordinato per riprendersi da una sconfitta così
grave e clamorosa. Il generale Cadorna fu sostituito dal generale Armando Diaz, l’artefice dell’opera di ricostruzione, più morale che operativa, che porterà l’esercito alla riscossa.
Il 1918 fu l’anno della vittoria, in leggero anticipo rispetto alle attese. L’esercito, sotto la guida del generale Diaz, rafforzò la linea difensiva sul Piave, e il Paese, resosi conto del
grave pericolo che incombeva sulla nazione, reagì con fermezza e determinazione, realizzando un’unità di popolo e soldati mai vista prima. Nel frattempo, le condizioni di vita
al fronte migliorarono nettamente: i soldati potevano ormai godere di un maggior periodo di riposo nelle retrovie. La guerra difensiva scongiurava inoltre quelle offensive sanguinose che avevano caratterizzato i primi 3 anni di guerra. Fu chiamata alle armi la classe del ’99, che si riempì di gloria, entrando nella leggenda. Nella primavera del 1918, in spirito di
reciprocità con le divisioni francesi schierate sul Piave, l’Italia decise d’inviare un Corpo di Armata (su 2 divisioni) al comando del generale Alberico Albricci sul fronte francese. In
Francia, operavano già dal febbraio 1918 60.000 soldati delle cosiddette Truppe Ausiliare Italiane (T.A.I.F.), che avevano compiti di supporto tecnico- logistico nei confronti dei combattenti alleati. Il Corpo d’Armata del Generale Albricci avrebbe combattuto valorosamente durante la seconda offensiva tedesca sulla Marna, arrestando in particolare l’attacco a Bligny, dove fra gli italiani si contarono più di 4.000 caduti (che oggi
riposano nel cimitero militare italiano di Bligny, insieme ai caduti della Legione garibaldina e delle T.A.I.F.). Dopo la conclusione dell’armistizio con la Russia, l’Austria riversò sul fronte italiano tutte le sue forze. Nel giugno 1918 scatenò una grande offensiva, che nelle sue intenzioni, avrebbe dovuto essere risolutiva. Fu una dura lotta. I soldati italiani resistettero strenuamente e, alla fine, respinsero il nemico che non riuscì a sfondare. Sull’eco di questi eventi, seguiti con grande apprensione in tutta Italia, a Napoli, E.A. Mario (pseudonimo dell’impiegato postale Giovanni Ermete Gaeta) compose la Canzone (o Leggenda) del Piave, uno dei più significativi e celebri canti
patriottici italiani, utilizzato come inno nazionale provvisorio dal 13 giugno (giorno di partenza dell’ultimo Re d’Italia Umberto II) al 12 ottobre 1946, quando fu sostituito dal “Canto degli italiani” di Goffredo Mameli. Conclusasi vittoriosamente per gli italiani quella
che nella storiografia nazionale è passata sotto il nome di Battaglia del solstizio, l’esercito si preparò a dare il colpo di grazia all’esercito austro –ungarico, ormai esausto. Venne così
pianificata una grande offensiva italiana, che scattò il 24 ottobre 1918, a un anno esatto dagli eventi di Caporetto. Con obiettivo finale la cittadina di Vittorio Veneto, luogo di saldatura del dispositivo nemico. L’offensiva, realizzata dal generale poi Maresciallo
d’Italia Enrico Caviglia con l’VIII Armata ebbe pieno successo, cosicché il 3 novembre 1918, a Villa Giusti, vicino Padova, l’Austria firmò l’armistizio. Il giorno dopo, 4 novembre, finì la Grande Guerra sul fronte italiano. Il Comando Supremo italiano emise il suo ultimo
bollettino, il n. 1268, detto anche Bollettino della Vittoria, che vale sempre la pena riportare nella sua interezza:

“Comando Supremo, 4 novembre 1918, ore 12
Bollettino di guerra n. 1268
La guerra contro l’Austria-Ungheria che, sotto l’alta guida di S.M. il Re, duce supremo, l’Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta. La
gigantesca battaglia ingaggiata il 24 dello scorso ottobre ed alla quale prendevano parte cinquantuno divisioni italiane, tre britanniche, due francesi, una cecoslovacca ed un
reggimento americano, contro settantatre divisioni austroungariche, è finita. La fulminea e arditissima avanzata del XXIX Corpo d’Armata su Trento, sbarrando le vie della ritirata alle armate nemiche del Trentino, travolte ad occidente dalle truppe della 7^ Armata e ad
oriente da quelle della 1^, 6^ e 4^, ha determinato ieri lo sfacelo totale della fronte avversaria. Dal Brenta al Torre l’irresistibile slancio della 12^, della 8^, della 10^ Armata e delle Divisioni di cavalleria, ricaccia sempre più indietro il nemico fuggente. Nella pianura, S.A.R. il Duca d’Aosta avanza rapidamente alla testa della sua invitta 3^ Armata, anelante
di ritornare sulle posizioni da essa già vittoriosamente conquistate, che mai aveva perdute. L’Esercito Austro-Ungarico è annientato: esso ha subito perdite gravissime nell’accanita resistenza dei primi giorni e nell’inseguimento ha perduto quantità
ingentissime di materiale di ogni sorta e pressoché per intero i suoi magazzini e i depositi.
Ha lasciato finora nelle nostre mani circa trecentomila prigionieri con interi stati maggiori e non meno di cinquemila cannoni.

I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del
mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza.

Firmato Diaz”

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Il comandante

Il 12 settembre 1919 Gabriele D’Annunzio entrò nella città (contesa tra Italia e Jugoslavia) di Fiume (l’attuale Rijeka in Croazia) alla testa di un migliaio di “legionari” provenienti perlopiù dalle fila dell’Esercito.

D’Annunzio e i suoi vennero accolti da una popolazione favorevole, a tratti persino gioiosa: ebbe così inizio “l’Impresa di Fiume” che durò 16 mesi e si concluse con “Il Natale di sangue” in cui legionari dannunziani e regolari soldati italiani (comandati dal Generale Enrico Caviglia) combatterono sanguinosamente (ci furono 22 morti tra i legionari, 25 tra i soldati regolari e 6 tra i civili), costringendo i primi ad abbandonare la città dalmata.

Nel periodo in cui occupò Fiume, Gabriele D’Annunzio, pluridecorato Tenente Colonnello di Cavalleria che aveva assunto l’appellativo di “Comandante”, sperimentò un regime politico repubblicano che suscitò l’interesse dell’intera Europa.

D’Annunzio si fece promotore di uno Statuto moderno e, per certi versi, illuminato; per esempio, venne introdotto il diritto di voto alle donne e ammesso il divorzio (ambedue questi diritti non erano riconosciuti in Italia).

Il nucleo iniziale dei “legionari” venne costituito da circa 200 granatieri, già di guarnigione a Fiume e quindi rischierati a Ronchi (vicino Monfalcone) dopo che gli stessi avevano causato incidenti nella città dalmata. I granatieri, desiderosi di tornare a Fiume e capeggiati da un nucleo di ufficiali inferiori, disertarono e offrirono il comando della spedizione a D’Annunzio che accettò.

All’inizio, reparti regolari dell’Esercito italiano si opposero alla spedizione ma, alla fine, per evitare spargimenti di sangue, consentirono a D’Annunzio e alla sua piccola ma agguerrita milizia di raggiungere Fiume.

L’impresa dannunziana, politicamente e razionalmente destinata al fallimento, durò quel tanto che permise a D’Annunzio di conseguire un grande successo propagandistico e d’immagine e che lo perpetuò nella storia d’Italia oltre che “Vate” nazionale anche come “Comandante” militare e capo politico.

Armando Diaz

Era un buon soldato, di ottimi sentimenti militari e civili; era calmo e sapeva aspettare. Aveva il senso dell’economia delle forze. Di modi affabili e cortesi, tuttavia seppe mostrarsi fermo ed anche sdegnoso con il generale Foch, il quale mostrava di non avere di lui una grande stima. (da Maresciallo d’Italia Enrico Caviglia Le battaglie del Piave, Mondadori, 1934, p. 16)