L’armistizio di Villa Giusti

Alle ore 18 del 3 novembre 1918 veniva firmato a Villa Giusti (presso Padova) dalle delegazioni militari dei rispettivi Paesi l’armistizio tra Italia e Austria – Ungheria.

L’armistizio era composto da due protocolli (comprendenti anche clausole navali) che prevedevano la cessazione delle ostilità a partire dalle ore 15 del successivo 4 novembre e, in linea generale, l’abbandono da parte dell’Esercito austro – ungarico di tutti i territori italiani occupati durante la guerra.

Veniva poi tracciata una “linea blu” (corrispondente ai nuovi confini previsti per l’Italia nel Patto di Londra il 26 aprile 1915) a sud ed ovest della quale non dovevano esserci truppe austro – ungariche.

Nell’armistizio veniva anche richiesto il libero transito delle potenze alleate vincitrici attraverso l’intero territorio austro-ungarico in vista di una possibile invasione della Germania (attraverso la Baviera) che allora ancora combatteva e capitolerà solo l’11 novembre.

Tutte le truppe austro – ungariche comprese entro la “Linea blu” al momento dell’entrata in vigore dell’armistizio sarebbero state considerate prigioniere mentre doveva essere lasciato sgombro un margine di almeno 3 chilometri davanti alla suddetta “Linea blu”.

Tutte le artiglierie d’assedio e metà delle artiglierie divisionali e di Corpo d’Armata austro – ungariche dovevano essere cedute; in pratica, in attesa dei necessari conteggi, tutta l’artiglieria nemica compresa entro la “Linea blu” dovette essere abbandonata dal nemico.

Venne poi prevista la riduzione dell’Esercito austro – ungarico a venti Divisioni con effettivi prebellici e la liberazione di tutti i prigionieri di guerra italiani e alleati.

L’originale dell’armistizio di Villa Giusti è oggi conservato dall’Ufficio storico dello Stato Maggiore dell’Esercito.

Parole tardive

L’annuncio dell’armistizio con gli angloamericani fu dato nel tardo pomeriggio dell’8 settembre 1943 dal Capo del Governo Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio.

Solo tre giorni dopo, l’11 settembre, da Brindisi dove si era trasferito con (parte) della famiglia reale e del governo, Vittorio Emanuele III lanciò via radio un proclama agli italiani:

Per il supremo bene della Patria, che è stato sempre il mio primo pensiero e lo scopo della mia vita e nell’intento di evitare più gravi sofferenze e maggiori sacrifici, ho autorizzato la richiesta dell’armistizio.

Italiani, per la salvezza della Capitale e per poter pienamente assolvere i miei doveri di Re, col Governo e con le Autorità Militari, mi sono trasferito in altro punto del sacro e libero suolo nazionale.

Italiani! Faccio sicuro affidamento su di voi per ogni evento, come voi potete contare fino all’estremo sacrificio, sul vostro Re.

Che Iddio assista l’Italia in quest’ora grave della sua storia.

Vittorio Emanuele

Furono, notoriamente, parole tardive di cui tutto il Paese, e in particolare l’esercito, pagò le tragiche conseguenze.

Le radici

Il 18 aprile 1659 il Duca di Savoia Carlo Emanuele II (1634 – 1675) levò la prima unità permanente dell’Armata sabauda: il Reggimento delle Guardie (o Reggimento di Guardia). Posto alle dirette dipendenze del Sovrano che assicurava particolari privilegi al personale, il Reggimento delle Guardie ebbe il primo posto nell’ordine di precedenza tra i Reggimenti sabaudi (tra questi anche il Reggimento di fanteria Aosta fondato nel 1690 ed ancora in vita come 5° Reggimento fanteria Aosta con sede a Messina).

Tale Reggimento nel tempo si è evoluto in Brigata Guardie, Brigata Granatieri Guardie fino all’odierna Brigata Granatieri di Sardegna. I Granatieri (dotati di spiccata prestanza fisica a ricordo della loro funzione originaria di lanciatori di granate) rappresentano la specialità militare più antica dell’Esercito italiano e a cui quest’ultimo fa risalire le proprie tradizioni.

Pochi sanno che il Generale Alessandro La Marmora (1799 – 1855), fondatore dei Bersaglieri nel 1836, era stato in precedenza Maggiore nel Reggimento Guardie.

Tragica contabilità

La Prima Guerra Mondiale segnò irrimediabilmente l’Europa e l’Italia. Quanto era prima non fu più dopo e svolse i suoi (nefasti) effetti fino a provocare, di fatto, la Seconda Guerra Mondiale, forse la guerra più terribile fra tutte le guerre (anche) per il drammatico e ampio coinvolgimento nel conflitto delle popolazioni civili.

L’Italia vittoriosa ebbe a caro prezzo Trento, Trieste e il Brennero mentre gli venne negata, per ragioni di politica internazionale, la Dalmazia entrata a far parte del neocostituito Regno di Jugoslavia (da questo evento origina il termine Vittoria mutilata).

Fu per l’Italia un immenso sforzo. Tale gravosa esperienza della guerra indusse una duratura fatica che arrivò ad unire gli italiani che l’avevano sopportata: nacque una nuova identità nazionale forgiata dal superamento della difficile prova.

Tutta l’Italia si unì per la vittoria, specie dopo la sconfitta di Caporetto. Sembrò finalmente realizzarsi quella rima del Canto degli italiani di Goffredo Mameli che solo anni dopo divenne (a ragione) inno nazionale:

/…/Uniti, per Dio/Chi vincer ci può!?

Una lapide (notata di recente a Roma sulla facciata di un edificio) ricorda la tragica contabilità di sangue della Grande Guerra combattuta dagli italiani: numeri che rappresentano e riassumono il sacrificio estremo dei soldati (riconosciuto -in parte- con le decorazioni al valore enumerate dalla stessa lapide) e che non hanno bisogno di ulteriore commento.

Encomio solenne

I 《ragazzi del ’99》sono i giovani italiani nati nel 1899 e dunque arruolati nel 1917 per combattere nell’anno più difficile della Grande Guerra sui fronti del Piave, Monte Grappa e Montello. Anche al loro si deve la vittoria italiana nella Grande Guerra e per questo, caso unico ed eccezionale, a tutti i 《ragazzi del ’99》 fu attribuito dal Generale Armando Diaz, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, un encomio cumulativo (poi tramutato in Croce al Valor militare) con la seguente motivazione:

«I giovani soldati della Classe 1899 hanno avuto il battesimo del fuoco. Il loro contegno è stato magnifico e sul fiume che in questo momento sbarra al nemico le vie della Patria, in un superbo contrattacco, unito il loro ardente entusiasmo all’esperienza dei compagni più anziani, hanno trionfato. Alcuni battaglioni austriaci che avevano osato varcare il Piave sono stati annientati: 1.200 prigionieri catturati, alcuni cannoni presi dal nemico sono stati riconquistati e riportati sulle posizioni che i corpi degli artiglieri, eroicamente caduti in una disperata difesa, segnavano ancora.
In quest’ora, suprema di dovere e di onore nella quale le armate con fede salda e cuore sicuro arginano sul fiume e sui monti l’ira nemica, facendo echeggiare quel grido “Viva l’Italia” che è sempre stato squillo di vittoria, io voglio che l’Esercito sappia che i nostri giovani fratelli della Classe 1899 hanno mostrato d’essere degni del retaggio di gloria che su loro discende
Zona di guerra, 18 novembre 1917 – Il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Armando Diaz»

Un Associazione denominata I ragazzi del “99”- Unione Nazionale Veterani ed Amici delle Forze Armate (vigilata dal Ministero della Difesa) cura la memoria di questi giovani che hanno fatto la storia d’Italia.

Responsabilità

Il Generale Mario Roatta (1887 – 1968) è stato uno dei protagonisti della storia militare italiana della prima metà del Novecento.

Ufficiale pluridecorato nella Grande Guerra, Capo del S.I.M. (Servizio Informazioni Militari), Capo dei volontari italiani (che si batterono a fianco del Generale Francisco Franco) nella guerra civile spagnola, Comandante della 2^ Armata in Jugoslavia nonchè della 6^ Armata in Sicilia, il Generale Roatta concluse la sua carriera come Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, trovandosi ad essere tra i responsabili delle Forze Armate italiane al momento dell’armistizio dell’8 settembre 1943.

Accusato di crimini di guerra, di resa colposa e della mancata difesa di Roma (nonchè di essere coinvolto nell’omicidio degli antifascisti fratelli Rosselli nel 1937 in Francia), entrò in latitanza nel 1945. Successivamente verrà prosciolto da ogni accusa. Rientrato dalla Spagna in Italia nel 1967 morirà a Roma l’anno successivo.

Ha lasciato due opere scritte con propositi difensivi: Otto milioni di baionette (Mondadori, Milano, 1946) e Sciacalli addosso al S.I.M. (Mursia, Milano, 2018).

La sua figura e azione possono essere approfondite nel bel libro dello storico (e collaboratore di questo Blog) Giovanni Cecini I Generali di Mussolini (Newton Compton Editori, Roma, 2016, 2^ edizione 2019).

I legionari d’Italia

Nel 158°anniversario di fondazione dell’Esercito italiano (4 maggio 1861) da parte del Ministro della Guerra dell’Italia unita, Generale Manfredo Fanti, vorrei ricordare un’Unità, sconosciuta ai più, che ne ha fatto parte: la Legione cecoslovacca.

La storia della Legione cecoslovacca ha inizio nell’aprile del 1918, quando venne costituita, anche grazie alla mirabile opera del Consiglio dei paesi cecoslovacchi in Italia (sostenuto dal Comitato italiano per l’indipendenza cecoslovacca di cui furono promotori Enrico Scodnik, Gino Scarpa e Franco Spada) ed in particolare del suo Presidente Milan Ratislav STEFANIK (1880 -1919), la 6^ Divisione cecoslovacca (questo era il nome ufficiale della Legione) composta di circa 10.000 uomini, con parte dei quadri e degli specialisti italiani, e ordinata su due brigate, su quattro reggimenti (31°, 32°, 33° e 34°) di tre battaglioni ciascuno, oltre a due battaglioni complementari e dai servizi. La Divisione venne posta al comando del Generale dell’esercito italiano Andrea Graziani (1864 -1931).
Il 24 maggio 1918, al Vittoriano, erano consegnate le prime bandiere ai legionari, tutti in divisa da alpino ma con mostrine bianco-rosse filettate di blu. Per l’occasione, erano presenti le più alte cariche militari e politiche italiane, capeggiate dall’allora Presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando, a significare la grande importanza attribuita all’evento. Le cronache del tempo riportano una profonda commozione tra i presenti e la sensazione che quel giorno l’anelito di libertà del popolo cecoslovacco prese finalmente sostanza, a premessa di quella indipendenza nazionale che si sarebbe realizzata alla fine di quel fatidico 1918 con la dissoluzione dell’Impero asburgico.
Sul Piave, il I battaglione del 33° reggimento superava brillantemente la prova del fuoco a metà giugno, nonostante la sicura morte per tradimento che attendeva i legionari caduti prigionieri degli austriaci. Il loro indiscusso valore venne riconosciuto, per la prima volta, nel bollettino di guerra n. 1122 del 20 giugno 1918 in cui espressamente venne citato “… il primo tributo di sangue al trionfo dei generosi principi di libertà e di indipendenza…” per i quali i combattenti cecoslovacchi combattevano al fianco delle truppe italiane. La Divisione venne poi impiegata sul fronte trentino, nella zona del monte Baldo, fino alle battute finali del conflitto. La 6^ Divisione, infine, venne espressamente citata nel Bollettino della Vittoria (il n. 1268) del 4 novembre 1918.
Alla vigilia dell’armistizio la Divisone fu sdoppiata in un Corpo d’Armata (costituito ora da 6^ e 7^ Divisione) con aggiunti un gruppo squadroni di cavalleria. A Padova, l’8 dicembre i legionari prestavano giuramento di fedeltà alla neonata repubblica cecoslovacca ed erano poi rimpatriati, mentre in Italia, con i prigionieri di Vittorio Veneto, cominciavano ad essere organizzati i primi dei circa 50 battaglioni territoriali (con una forza complessiva superiore a 74.000 uomini) che sarebbero tornati in Cecoslovacchia nel corso del 1919 sotto forma di 2^ Armata territoriale. Successivamente, il Corpo d’Armata cecoslovacco d’Italia venne trasferito in Boemia e partecipò all’occupazione della Slovacchia. Il 31 maggio 1919, con il richiamo in Patria del personale italiano, finì la collaborazione militare italo -cecoslovacca. L’ultimo comandante della Missione militare italiana, Generale Luigi Piccione, venne nominato Generale onorario dell’Esercito cecoslovacco. Al termine delle operazioni belliche (comprese quelle in Slovacchia) la Legione cecoslovacca d’Italia ebbe 876 caduti e 345 dispersi (fonte: Giulio Cesare Gotti Porcinari Coi legionari cecoslovacchi al fronte italiano ed in Slovacchia, Ministero della Guerra, Comando del Corpo di S.M. – Ufficio Storico, Roma, 1933).
Con la Legione cecoslovacca in Italia (e le paritetiche Legioni in Russia e Francia) nacque l’esercito della Repubblica cecoslovacca alla cui tradizione si rifanno oggi gli eserciti della Repubblica Ceca e della Slovacchia.