I legionari d’Italia

Nel 158°anniversario di fondazione dell’Esercito italiano (4 maggio 1861) da parte del Ministro della Guerra dell’Italia unita, Generale Manfredo Fanti, vorrei ricordare un’Unità, sconosciuta ai più, che ne ha fatto parte: la Legione cecoslovacca.

La storia della Legione cecoslovacca ha inizio nell’aprile del 1918, quando venne costituita, anche grazie alla mirabile opera del Consiglio dei paesi cecoslovacchi in Italia (sostenuto dal Comitato italiano per l’indipendenza cecoslovacca di cui furono promotori Enrico Scodnik, Gino Scarpa e Franco Spada) ed in particolare del suo Presidente Milan Ratislav STEFANIK (1880 -1919), la 6^ Divisione cecoslovacca (questo era il nome ufficiale della Legione) composta di circa 10.000 uomini, con parte dei quadri e degli specialisti italiani, e ordinata su due brigate, su quattro reggimenti (31°, 32°, 33° e 34°) di tre battaglioni ciascuno, oltre a due battaglioni complementari e dai servizi. La Divisione venne posta al comando del Generale dell’esercito italiano Andrea Graziani (1864 -1931).
Il 24 maggio 1918, al Vittoriano, erano consegnate le prime bandiere ai legionari, tutti in divisa da alpino ma con mostrine bianco-rosse filettate di blu. Per l’occasione, erano presenti le più alte cariche militari e politiche italiane, capeggiate dall’allora Presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando, a significare la grande importanza attribuita all’evento. Le cronache del tempo riportano una profonda commozione tra i presenti e la sensazione che quel giorno l’anelito di libertà del popolo cecoslovacco prese finalmente sostanza, a premessa di quella indipendenza nazionale che si sarebbe realizzata alla fine di quel fatidico 1918 con la dissoluzione dell’Impero asburgico.
Sul Piave, il I battaglione del 33° reggimento superava brillantemente la prova del fuoco a metà giugno, nonostante la sicura morte per tradimento che attendeva i legionari caduti prigionieri degli austriaci. Il loro indiscusso valore venne riconosciuto, per la prima volta, nel bollettino di guerra n. 1122 del 20 giugno 1918 in cui espressamente venne citato “… il primo tributo di sangue al trionfo dei generosi principi di libertà e di indipendenza…” per i quali i combattenti cecoslovacchi combattevano al fianco delle truppe italiane. La Divisione venne poi impiegata sul fronte trentino, nella zona del monte Baldo, fino alle battute finali del conflitto. La 6^ Divisione, infine, venne espressamente citata nel Bollettino della Vittoria (il n. 1268) del 4 novembre 1918.
Alla vigilia dell’armistizio la Divisone fu sdoppiata in un Corpo d’Armata (costituito ora da 6^ e 7^ Divisione) con aggiunti un gruppo squadroni di cavalleria. A Padova, l’8 dicembre i legionari prestavano giuramento di fedeltà alla neonata repubblica cecoslovacca ed erano poi rimpatriati, mentre in Italia, con i prigionieri di Vittorio Veneto, cominciavano ad essere organizzati i primi dei circa 50 battaglioni territoriali (con una forza complessiva superiore a 74.000 uomini) che sarebbero tornati in Cecoslovacchia nel corso del 1919 sotto forma di 2^ Armata territoriale. Successivamente, il Corpo d’Armata cecoslovacco d’Italia venne trasferito in Boemia e partecipò all’occupazione della Slovacchia. Il 31 maggio 1919, con il richiamo in Patria del personale italiano, finì la collaborazione militare italo -cecoslovacca. L’ultimo comandante della Missione militare italiana, Generale Luigi Piccione, venne nominato Generale onorario dell’Esercito cecoslovacco. Al termine delle operazioni belliche (comprese quelle in Slovacchia) la Legione cecoslovacca d’Italia ebbe 876 caduti e 345 dispersi (fonte: Giulio Cesare Gotti Porcinari Coi legionari cecoslovacchi al fronte italiano ed in Slovacchia, Ministero della Guerra, Comando del Corpo di S.M. – Ufficio Storico, Roma, 1933).
Con la Legione cecoslovacca in Italia (e le paritetiche Legioni in Russia e Francia) nacque l’esercito della Repubblica cecoslovacca alla cui tradizione si rifanno oggi gli eserciti della Repubblica Ceca e della Slovacchia.

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Ricordando Franco

Molti militari italiani parteciparono alla resistenza al nazifascismo in Italia: Franco Quarleri era uno di questi.

Franco aveva 25 anni anni quando morì. Era nato a Voghera il 6 marzo 1920 e nella sua cittadina vi trovò la morte in combattimento il 26 aprile 1945.

Era stato ufficiale di complemento del Servizio (oggi Corpo) di Commissariato dell’Esercito (ruolo Sussistenza) ed aveva partecipato alla Campagna di Russia.

Di fronte ai tragici eventi dell’8 settembre 1943 rimase fedele al giuramento prestato al Re e scelse la lotta contro l’invasore nazista.

Per le sue qualità personali e militari, divenne il Vice comandante di una formazione partigiana presso cui era noto con il nome di battaglia di Carli.

Morì il 26 aprile in uno scontro a fuoco con il nemico: offrì coraggiosamente la sua giovane vita per un’Italia libera e democratica.

È stato decorato di medaglia d’oro al valor militare (alla memoria) con la seguente motivazione:
«Giovane entusiasta ed ardito, durante tutta la lotta di liberazione, forniva belle e luminose prove di coraggio nel corso di numerosi combattimenti, raggiungendo nelle file partigiane posizione di responsabilità e di comando. Quando già chiaramente si delineava la sconfitta tedesca, attaccava con decisione una grossa formazione avversaria, precludendole la ritirata, infliggendo forti perdite e facendo numerosi prigionieri. Nell’assaltare gli ultimi ed ostinati nuclei di resistenza, riportava più di una ferita, ma seguendo il suo slancio generoso, proseguiva sino al riparo nemico, abbattendosi sul ciglio conteso dopo avere seminato panico e morte col preciso lancio di bombe a mano. Chiaro esempio di coraggiosa tenacia e di alte virtù militari. Voghera, 25 aprile 1945.»

La città di Voghera lo ha onorato con l’intitolazione di una piazza e la deposizione di una lapide dove cadde.

Per non dimenticare chi ha creduto, fino al sacrificio della propria vita, in un futuro migliore per tutti.

La sagace opera collettiva

La ristrutturazione dell’Esercito portata avanti da tutti gli appartenenti alla Forza Armata sotto la sagace e ferma guida del Generale Andrea Cucino (1914 – 1989 – oggi ricorrono i trent’anni dalla sua scomparsa) nel biennio 1975 -1977, che nelle intenzioni iniziali doveva essere interforze e motivata principalmente da ragioni tecnico-militari, finì per avere la sua ragione principale nelle urgenti necessità finanziarie del Paese a metà degli anni ’70; per questo motivo non fu completa e diversi settori ad alto contenuto tecnologico e dunque ad alto costo (ad esempio difesa controcarri e contraerei, mezzi per il combattimento notturno, comando e controllo) non furono interessati dal processo di rinnovamento. La ragioni tecnico-militari andavano ricercate principalmente nella nuova politica USA/NATO della “Risposta Flessibile”, nella crescita militare e tecnologica del blocco sovietico e nella crisi dell’egemonia americana in un mondo sempre più multipolare in cui anche l’Italia aveva la sua parte da giocare con una forza militare credibile. La strategia della “Risposta flessibile” era stata elaborata dagli USA negli anni della presidenza Kennedy e soppiantava la strategia della “Rappresaglia massiccia” adottata dagli USA (e quindi dalla NATO) negli anni della presidenza Eisenhower. Tale strategia valorizzava molto le forze convenzionali a scapito dell’arma atomica, che restava comunque l’Ultima Ratio in caso di conflitto con le forze del Patto di Varsavia (e loro alleati). Da questa nuova concezione strategica ne derivava che le forze operative dovevano essere credibili sia per numero che capacità. Per tale ragione, i livelli di forza effettiva delle forze operative terrestri furono elevati al 93% delle tabelle organiche di guerra, con punte del 100% per la Divisione corazzata Ariete e i Reggimenti missili c/a Hawk; erano questi livelli di prontezza operativa che avrebbero permesso ai Reparti d’essere immediatamente impiegabili in caso di necessità. La mobilità delle Unità fu accresciuta con una pressoché totale meccanizzazione/ motorizzazione dell’Esercito di campagna ad eccezione delle truppe alpine (che non ne avebano evidentemente bisogno dato il loro ambiente naturale d’impiego). Fu migliorata anche la capacità di fuoco con la sostituzione dell’obice 105/22 con quello 155/23 mentre fu migliorata la difesa controcarri con l’introduzione dei primi lanciatori missili TOW (Tube-launched Optically-tracked Wire-guided), un sistema americano già utilizzato nella guerra del Vietnam. Venne aumentata anche la flessibilità d’impiego, dovuta sia alla scomparsa delle distinzioni ordinative tra le Unità destinate alle Forze operative e quelle designate per la difesa territoriale, sia all’unificazione organica dei battaglioni meccanizzati di fanteria con i battaglioni bersaglieri e con i gruppi squadroni meccanizzati e dei battaglioni carri con i gruppi squadroni carri, nonché alla creazione dei Battaglioni logistici e all’unificazione strutturale delle grandi unità. La ristrutturazione permise, in ultima analisi, quel necessario aumento di prontezza operativa e mobilità delle Unità che rese l’Esercito italiano una forza credibile nel contesto geostrategico del tempo.

Gli altri Granatieri

Accanto ai celeberrimi Granatieri di Sardegna, le cui origini risalgono al 18 aprile 1659, l’Esercito italiano ha annoverato tra le sue fila anche i Granatieri di Savoia.

La Divisione Granatieri di Savoia (65^) viene costituita a Latina (al tempo Littoria) il 12 ottobre 1936 su due reggimenti Granatieri, il 10° e l’11°, il Battaglione Mitraglieri Divisionale e il 60° Reggimento Artiglieria da Campagna su due gruppi da 65/17.

Nel novembre dello stesso anno si trasferisce ad Addis Abeba capitale dell’Etiopia.

Nel maggio 1940 entra a far parte della divisione anche l’11 ^ Legione Camicie Nere, formata da due battaglioni.

Dopo l’epopea della battaglia di Cheren del gennaio -marzo 1941, la Divisione Granatieri di Savoia viene di fatto considerata sciolta per eventi bellici il 20 aprile 1941 ed i superstiti componenti il comando divisione danno vita al Comando della 25^ Divisione Coloniale.

Elementi della Divisione Granatieri di Savoia parteciperanno alla difesa del Massiccio dell’Amba Alagi dal 21 aprile al 17 maggio 1941, al comando del Duca Amedeo di Savoia – Aosta (1898 – 1942). Il comportamento dei difensori dell’Amba Alagi durante gli aspri combattimenti meritò l’ammirazione del nemico che concesse loro la resa con l’onore delle armi.

Fedele al destino

I Mass Media nazionali e internazionali hanno dato rilievo alla recente (probabile) identificazione del soldato che col suo corpo fece scudo, contro gli effetti mortali di un colpo di mortaio sparato dalle linee austriache, allo scrittore statunitense Ernest Hemingway salvandogli la vita.

Il suo nome è Fedele Temperini (toscano di Montalcino dove era nato l’8 febbraio 1892) del 69° reggimento di fanteria della Brigata Ancona caduto a Fossalta di Piave l’8 luglio 1918.

Ernest Hemingway si trovava sul fronte italiano come conducente di autoambulanze della Croce Rossa; ferito gravemente dalle schegge del colpo di mortaio austriaco, venne ricoverato all’Ospedale militare di Milano: da questa esperienza trasse il romanzo Addio alle armi, considerato uno dei suoi capolavori.

Ora alla figura di questo grande scrittore della letteratura mondiale verrà, finalmente e per sempre, associato il nome di un soldato italiano che, come altri 600.000, andò incontro al proprio destino combattendo per l’Italia nella Grande Guerra.

Sereno Santo Natale!

Scrivo brevemente queste due righe per augurare a tutti i lettori del Blog un sereno Santo Natale, nel nome di Colui che …luce dona alle menti/e pace infonde nei cuor.

Accompagno i miei più fervidi auguri con l’immagine di due soldati che rappresentano le migliaia di militari italiani impiegati in Patria (7.500 unità) all’estero (5.800 unità): perchè la sicurezza e la pace vanno difese in ogni momento…e loro ci sono sempre!

Auguri e grazie

Franco Di Santo

Lupi gli implacabili fanti!

La nona offensiva dell’Isonzo dell’esercito italiano si svolse dal 31 ottobre al 4 novembre 1916.

L’obbiettivo era quello di consolidare le linee di difesa italiane attorno a Gorizia (conquistata nel precedente agosto), spingendo sempre più a oriente le linee austro-ungariche.

Fu un offensiva vittoriosa ma sanguinosissima: solo gli italiani ebbero 10.214 caduti 50.425 feriti e 18.293 dispersi (fonte: sito internet esercito italiano http://www.esercito.difesa.it/storia/pagine/l9-offensiva-isonzo.aspx).

In questa offensiva, un ruolo importante ebbe la Brigata Toscana, composta dal 77° e 78° Reggimento fanteria, che conquistò il Monte Veliki e il Dosso Fàiti.

Alla conquista del Dosso Fàiti il 3 novembre del 1916 (data che segnerà in seguito la festa di Corpo del 78° Reggimento) fu presente anche Gabriele D’Annunzio che per l’occasione dedicò i seguenti versi ai fanti vittoriosi:

Sicchè il nemico sbigottito

ne chiamò Lupi

gli implacabili fanti!

Per questo glorioso fatto d’armi, la Brigata Toscana (e i 2 reggimenti che ne facevano parte) assunse la denominazione Lupi di Toscana, una delle unità (nei vari periodi di riordino fino allo scioglimento avvenuto nel 2008) più prestigiose della storia dell’Esercito italiano.