La canzone del Tenente

Sanremo è sempre Sanremo e anche chi scrive vuole dare atto che il Festival della canzone italiana, che annualmente in questo periodo si svolge nella bella cittadina della Riviera ligure, è una delle manifestazioni culturali proprie dell’identità italiana.

Sul palcoscenico del Teatro Ariston venne presentata dal compianto e grande artista Giorgio Faletti (1950 – 2014) una canzone che arrivò seconda nella competizione del 1994 (la 44^ edizione) e riscosse un ampio successo di pubblico: s’intolava Signor Tenente.

La canzone narra la storia di un (probabile) carabiniere che si rivolge ad un suo superiore raccontandogli la propria quotidianità in servizio e lo sconvolgimento avuto nell’apprendere la notizia delle stragi di Capaci e via D’Amelio del 1992 dove morirono i giudici Giovanni Falcone (con la moglie Francesca Morvillo) e Paolo Borsellino, con le rispettive scorte (8 caduti in totale). In questa prospettiva, la canzone rappresenta anche una evidente testimonianza storica dell’epoca.

Da queste stragi nacque l’Operazione Vespri Siciliani che vide dal 1992 al 1998 il massiccio impiego dell’esercito in Sicilia per il controllo del territorio: una delle storie di maggior successo dell’esercito italiano nel secondo dopoguerra che diede un contributo fondamentale alla lotta dello Stato contro la criminalità organizzata siciliana.

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Centenario

Nel centenario della morte nella Grande Guerra del Magg. amm. Oreste Salomone, primo pilota militare ad essere insignito della Medaglia d’oro al Valor Militare, pubblico uno dei tanti scritti a lui dedicati dal suo grande amico ed estimatore Gabriele D’Annunzio, ispirati dall’atto eroico che valse al Magg. Salomone l’alta decorazione.

Lo sanno i vivi, lo sanno i morti. L’ombra della macchina alata è simile all’ombra del legno di sacrificio e di salvazione. Quando, in un giorno ormai lontanissimo (…) sul campo di Gonàrs squallido come un calvario spianato, scorsi l’apparecchio condotto da Oreste Salomone con la soma funerea, tutto asperso di sangue, la similitudine mi apparve. Le sue doppie ali traverse, fra la prua e i timoni, formavano la croce cruenta.

(Gabriele D’Annunzio -La riscossa, 1918)

Il soldato Marcello

Uno dei film sulla terribile campagna di Russia (1941-1943) s’intitola I Girasoli, ha come protagonisti Sophia Loren e Marcello Mastroianni, ed è stato girato nel 1969 da Vittorio De Sica.

La trama narra di una sposa (Sophia Loren) che nel secondo dopoguerra cerca in Russia il marito soldato disperso (Marcello Mastroianni).

Nella sua affanosa ricerca, la moglie scopre la tragica storia dei soldati italiani dell’ARMIR (Armata italiana in Russia), molti dei quali non faranno più ritorno in Patria ma riposeranno per sempre sui campi di battaglia russi nel frattempo divenuti sterminate distese di girasoli.

La partecipazione italiana all’operazione  “Barbarossa” (nome in codice all’attacco tedesco all’Unione Sovietica) vide prima l’impiego di un Corpo d’Armata (CSIR – Corpo di spedizione italiano in Russia) al comando del Generale Giovanni Messe e poi di un’intera Armata (l’8^) al comando del Generale Italo Gariboldi.

Non vi era alcuna ragione strategica che giustificasse la nostra partecipazione (peraltro non richiesta dagli alleati tedeschi) alla gravosa impresa bellica in una terra tanto lontana e ostile, ma supposti motivi di opportunità politica condannò all’estremo sacrificio, in condizioni orribili, migliaia di militari italiani.

Anche di questa immane tragedia della storia parla il film, offrendo un postumo e imperituro tributo ai caduti di un’inutile guerra.

Una curiosità: Marcello Mastroianni (nato nel 1924) non prese parte alla campagna di Russia ma in quegli anni prestava servizio, come disegnatore tecnico, all’Istituto Geografico militare di Firenze.

Il regalo di Natale

Quest’anno chi scrive ha già, per ragioni eccezionali, ricevuto il suo regalo di Natale (sperando non sia l’ultimo!).

Si tratta del recente bel libro del grande storico Alessandro Barbero Caporetto (Editori Laterza, Bari – Roma, 2017).

Sono 645 pagine (comprese Note e Bibliografia) che offrono una visione completa di questo tragico evento della storia militare (e non solo) italiana di cui quest’anno celebriamo i 100 anni.

Una scrittura brillante ed avvincente si accompagna ad una conoscenza approfondita degli eventi storici nonchè ad una dettagliata ricostruzione della battaglia. Notevolissima ed ampia è la documentazione a cui Barbero attinge.

La domanda che Barbero (e tutti noi con lui) si pone è: perchè l’esercito italiano si è rivelato così fragile, fino al punto di crollare?

Il libro lo spiega puntualmente e racconta anche perchè l’esercito alla fine non crollò ma ripiegò e si riposizionò sul Piave e sul Monte Grappa (dove si stemperò la spinta offensiva austro -tedesca rintuzzata dalla nostra convinta resistenza), offrendo alla storia nazionale una tragica epopea che merita di essere conosciuta da tutti, anche per mezzo di questo straordinario libro.

Un’ ultima pregevole annotazione. Il libro parla di un argomento poco frequente nei testi di storia militare: i prigionieri di guerra.

I soldati italiani che vennero catturati dal nemico durante la battaglia di Caporetto furono circa 300.000; riguardo questo argomento, Barbero si concentra sul momento della cattura, sull’esperienze immediatamente successive fino all’avviamento dei prigionieri italiani nei campi di concentramento austriaci e tedeschi, dove molti trovarono la morte per fame e malattie aumentando così le vittime della più grande sconfitta militare italiana.

Proteggere aiutando

Gran parte del legame che unisce il Paese al soldato italiano deriva dagli interventi dell’esercito nelle pubbliche calamità che hanno colpito l’Italia dalla sua unificazione nel 1861.
Le grandi catastrofi naturali (i terremoti di Messina nel 1908 e di Avezzano del 1915, l’Alluvione del Polesine del 1951, il disastro del Vajont del 1963, l’alluvione di Firenze del 1966, i terremoti del Belice del 1968, del Friuli del 1976, della Campania e Basilicata del 1980 fino ad arrivare a quelli dell’Aquila del 2009 e del Centro Italia del 2016) hanno visto sempre l’intervento di migliaia di soldati italiani nel prestare opera di soccorso, con coraggio e abnegazione, alle popolazioni colpite.
L’intervento dell’esercito nelle pubbliche calamità, dal punto di vista storico, si giustifica per una serie di ragioni, che vanno oltre i compiti propri della Forza Armata incentrata sulla difesa dello Stato. Considerato che il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco fu fondato solo negli anni ’30 (peraltro per opera di un ex ufficiale dei Bersaglieri e Arditi, Alberto Giomini) mentre la Protezione Civile solo negli anni ’80, l’esercito è stato per decenni l’unica istituzione che, per natura, organizzazione e mezzi, potesse garantire una pronta mobilitazione e un efficace soccorso in caso di disastri naturali.
Vi erano però ragioni meno evidenti ma non meno importanti che necessitavano un pronto intervento dell’esercito nelle zone colpite da pubbliche calamità. Anzitutto l’affermazione della sovranità dello Stato in quelle zone dove la presenza dello stesso era stata cancellata dal disastro naturale. L’esercito, con il suo intervento, garantiva la presenza e continuità della sovranità statale in situazione di emergenza in attesa che i normali organi dello Stato (Comuni, Prefetture) potessero riprendere la propria attività.
Soprattutto quando non esistevano gli organi preposti alla protezione civile e questa era demandata alle comunità locali e alla solidarietà familiare, ogni terremoto o catastrofe naturale (per esempio, il terremoto di Messina 1908) metteva a dura prova la coesione morale dell’esercito di leva del tempo, nel senso che i soldati delle zone colpite tendevano naturalmente a chiedere di poter intervenire in soccorso delle proprie famiglie, causando difficoltà all’azione di comando e controllo delle autorità militari. Per questo l’esercito era portato ad intervenire per rassicurare i propri soldati, direttamente o indirettamente interessati.
Nel tempo, l’intervento di soccorso dei militari si è così intensificato che la legge 382/1978 “Norme di principio sulla disciplina militare” ha sancito il concorso delle Forze Armate in caso di pubbliche calamità e gravi emergenze sia uno dei compiti istituzionali delle stesse accanto alla Difesa della Patria e la salvaguardia delle libere istituzioni dello Stato. Per far fronte a questi compiti, l’esercito si era dotato, alla fine degli anni ‘80 di una Forza di Pronto Intervento (Fo.P.I.) a livello Brigata poi sciolta con il riordino e potenziamento, anche e soprattutto a livello locale, della struttura di Protezione Civile
Negli ultimi anni, l’impiego dell’esercito (e delle altre Forze Armate), sotto l’autorità del prefetto e della Protezione Civile, si è fatto sussidiario ma non meno importante. Taluni assetti della Forza Armata (Genio e Aeromobili in particolare) continuano ad essere essenziali per la prontezza dei soccorsi, così come il pattugliamento dei soldati nelle zone colpite (ad esempio, nel terremoto dell’Aquila del 2009) offre quella necessaria cornice di sicurezza per persone e cose.

A riconoscimento del valore dell’ intervento dei soldati nelle pubbliche calamità, la Repubblica italiana il 15 ottobre 1983 ha istituito la medaglia commemorativa per gli interventi di pubblica calamità destinata a tutti i militari, anche appartenenti a Forze Armate estere, che hanno partecipato alle opere di soccorso nelle pubbliche calamità. Ai i militari intervenuti nel terremoto del Friuli del 1976 e della Campania e Basilicata del 1980 furono concesse medaglie commemorative appositamente istituite per quelle tragiche occasioni.
Per la sua opera di soccorso nelle catastrofi naturali, nel 1996 la bandiera di guerra dell’esercito è stata decorata della Medaglia d’oro al valor civile.

Per completezza di trattazione, vorrei sottolineare come anche gli ex soldati dell’esercito continuino oggi a prestare la loro opera in caso di pubbliche calamità. È questo il caso, ad esempio, dei migliaia di soci dell’Associazione Nazionale Alpina (ma questo riguarda anche altre associazioni d’Arma) che hanno generosamente prestato la propria opera durante gli ultimi terribili terremoti dell’Aquila del 2009 e del Centro Italia del 2016.

In conclusione, il benemerito intervento del soldato italiano nei confronti della propria gente in occasione dei gravi disastri naturali che caratterizzano la nostra storia, oltre a rinforzare il vincolo di solidarietà tra i militari e la popolazione civile, costituisce quell’elemento fondante di identità del soldato italiano, di riconoscenza e attaccamento degli italiani verso il loro esercito e di orgoglio per chi ne indossa la divisa.

 

Il Generale Alberto Bonzani

Il Generale Alberto Bonzani (1872 – 1935) ebbe a svolgere, nel primo dopoguerra, un importante compito di organizzatore a favore della neocostituita Aeronautica militare e dell’Esercito. Specie nel primo quinquennio degli anni ’30 (con il Generale Pietro Gazzera come Ministro della Guerra), tale opera organizzativa permise di affrontare i successivi eventi bellici (guerre d’Etiopia e di Spagna) se non in modo ottimale certamente con un’apparato militare sufficiente.

Ufficiale di artiglieria proveniente dai corsi regolari dell’Accademia di Torino, divenne ufficiale di Stato Maggiore nel 1907. Insegnante di logistica alla Scuola di Guerra, Bonzani si mise in luce come organizzatore dei servizi logistici durante la guerra italo – turca in Libia.

Nella Grande Guerra comandò la Brigata Novara, che seppe mantenere unita e combattiva nei tragici giorni di Caporetto, assumendo anche il comando interinale della 4^ Divisione. Per il suo esemplare comportamento in questi tragici eventi, fu insignito della Croce di Cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia.

Nel 1924, nominato Vice Commissario per l’Aeronautica (nel 1925 Sottosegretario di Stato), si dedicò all’organizzazione della nuova Forza Armata, conseguendo tali brillanti risultati da farlo generalmente considerare il vero fondatore dell’Arma Azzurra.

Nel 1929 venne nominato Capo di Stato Maggiore dell’Esercito e completò l’ordinamento Badoglio – Cavallero del 1926, curando in particolare i settori della mobilitazione, dell’addestramento e della dottrina d’impiego.

Bonzani istituì, tra l’altro, anche le Divisioni Celeri (nel numero di tre, tutte costituite nel corso del 1934) che comprendevano ciascuna: due reggimenti di cavalleria, un reggimento di bersaglieri (ciclisti), una compagnia motociclisti, una compagnia controcarri, un gruppo carri L (leggeri), un reggimento di artiglieria (con componente contraerei), una compagnia mista del genio e aliquote dei servizi.

Ideata per compiere manovre rapide e potenti, la Divisione Celere in realtà si svelò un’Unità difficilmente impiegabile e di limitato rendimento, a causa soprattutto per le diverse caratteristiche delle sue molteplici componenti. Ciò però non toglie merito all’iniziativa di aumentare la manovrabilità delle forze terrestri.

Ceduta la carica di Capo di SME nel 1934, il Generale Bonzani (nel 1926 nominato Senatore del Regno) si ritirò a vita privata a Bologna dove morì nel 1935.

Esercito leale

Nel giorno dell’Unità nazionale e giornata delle Forze Armate, desidero condividere con i lettori del Blog questa mia riflessione che mi deriva da una recente lettura di un bel libro del Generale Oreste Bovio, eminente storico militare.

L’ esercito, nel corso della sua lunga storia e al pari delle altre Forze Armate italiane, è sempre stato leale nei confronti degli organi costituzionali dello Stato e ha costantemente eseguito fedelmente le direttive delle Autorità politiche.

A riguardo, è indicaticativo quanto sull’argomento ha scritto il Prof. Carlo Ghisalberti (1929), costituzionalista dell’Università La Sapienza di Roma:

” A differenza degli eserciti di altri Stati, quello italiano ha dimostrato sempre un totale lealismo verso le istituzioni, e non ha mai contestato l’ordine costituzionale dello Stato. Anche quando, in momenti difficili della nostra storia, taluni generali assursero alla guida del governo, come La Marmora nel 1864 dopo la sollevazione di Torino per il trasferimento della capitale a Firenze, o Menabrea nel 1867 in conseguenza dell’infelice azione garibaldina di Mentana, o anche il tanto discusso Pelloux nel 1898, e cioè nel momento cruciale della crisi di fine secolo, il rapporto tra le armi e il potere rimase nei limiti fissati dallo Statuto albertino allora vigente”.

“Le guarantigie liberali stabilite da questo operarono sempre come freno di fronte alle velleità autoritarie di certi ambienti che avrebbero voluto usare l’esercito in senso eversivo della legalità. Nessun ruolo nè alcuna prerogativa di carattere politico che potessero alterare l’ordinamento dello Stato vennero, quindi, mai richiesti nè riconosciuti alle Forze Armate, rimaste sostanzialmente disciplinate e neutrali nel corso delle vicende dell’Italia liberale, e solo talvolta impegnato, a lato di quelle di polizia, a tutela dell’ordine pubblico”.

“La nazione potè sempre contare sulla loro fedeltà e sulla loro dedizione assoluta, come si vide prima nei conflitti coloniali, poi durante la Grande Guerra e come infine si sperimentò durante l’avventura dannunziana a Fiume nel 1919: allora l’esercito nel suo insieme, nonostante lo stato d’animo estremamente teso dei suoi componenti, partecipi in larga parte dei sentimenti suscitati dalla questione adriatica, fece il suo dovere reintegrando la legalità, secondo le direttive del governo, con l’impiego dei suoi reparti”.

“Anche nel periodo fascista servì lo Stato, evitando, però, di diventare strumento del regime che, per ovviare alla sua mancata fascistizzazione dovette, con la creazione della milizia, darsi una struttura militare parallela di evidente carattere partitico. L’esercito fu anzi la vittima prima della dittatura per essere stato impiegato, senza che il potere gli fornisse i mezzi adeguati, nella Seconda Guerra Mondiale ed esservi stato sconfitto dopo aver lottato per oltre tre anni in condizioni difficilissime”.

(citato da Oreste Bovio, In alto la bandiera, Bastogi Editrice Italiana, Foggia, 1999, pagg. 17 – 18)