Scritto appena ieri

Il Generale Nicola Marselli (1832 – 1899), uno dei più sagaci tra gli scrittori militari italiani del XIX° secolo, nel suo libro “La vita del Reggimento” (un’interessante raccolta di osservazioni e riflessioni legate all’espletamento del suo periodo di comando di Reggimento e pubblicato nel 1889) così scriveva:

“Nelle vivaci dispute che oggi sollevano le questioni militari m’è toccato sentire questa esclamazione: noi vi diamo i soldi, voi dateci la vittoria. Oh signori! La vittoria non si lascia comperare a così vil mercato: essa è un maestoso albero, che ha le sue profonde radici nelle viscere del Paese, il suo robusto tronco nelle virtù del soldato e de’ quadri, il suo fiore nell’ingegno del Generale.”

Sembra scritto appena ieri!

Esercito e nazione

Oggi l’esercito italiano festeggia il 156° anniversario della sua fondazione ad opera dell’allora Ministro della Guerra del Regno d’Italia Generale Manfredo Fanti.

Una riflessione che s’impone in tale giorno è il cammino percorso dall’esercito insieme alla nazione in questi lunghi e, talvolta, difficili anni. Perchè, nella storia d’Italia, esercito e nazione sono un tutt’uno e non si può disgiungere la storia dell’uno dall’altra. Nel bene come nel male.

Una prova tra le tante? La resistenza sul Piave ormai cento anni fà. La nazione s’identificò con il proprio esercito che combatteva per arrestare l’invasore e, alla fine, la vittoria nella dura lotta fu nostra.

Ed è la nazione, con i suoi uomini e donne, che ha costituito e costituisce l’esercito, fedele alla Stato che la nazione esprime (e che la rappresenta).

Dunque, la festa dell’esercito (come delle altre Forze Armate) è un momento celebrativo non solo dei suoi appartenenti ma anche, e sopratutto, di tutta la nazione italiana, sempre servita, con lealtà e generosità, dal proprio esercito fin dalla sua costituzione il 4 maggio 1861.

Firenze garibaldina

A Firenze, come in quasi tutte le città d’Italia, esiste un monumento dedicato all'”Eroe dei due mondi” e “Padre del Risorgimento italiano” (insieme a Giuseppe Mazzini e Camillo Benso conte di Cavour). Si trova in Lungarno Amerigo Vespucci, accanto al palazzo che ospita il Consolato Generale degli Stati Uniti d’America.

Realizzato in bronzo nel 1890 dallo scultore Cesare Zocchi (1851-1922), è posato su di un alto basamento che riporta iscritti ai quattro lati i nomi delle città di Roma, Marsala, Montevideo e Digione (a ricordo delle imprese che fecero grande il nome di Giuseppe Garibaldi).

Uomo probo e coraggioso, Garibaldi ebbe sempre a cuore l’unione e la libertà dell’Italia ma anche di altri popoli oppressi in Europa e in Sud America.

Maggior Generale dell’esercito italiano, quest’ultimo oggi l’onora intitolando a Giuseppe Garibaldi la Brigata Bersaglieri che ha sede a Caserta.

Ci sono poi due targhe che ricordano i soggiorni fiorentini di Giuseppe Garibaldi: una si trova a via Panzani 17 sulla facciata della casa che l’ospitò il 22 ottobre 1867; l’altra si trova sul Palazzo Pitti Lorenzi di piazza Santa Maria Novella dal cui balcone Garibaldi tenne il discorso che preannunciò l’impresa di Mentana del 1867.

A Firenze infine, nella storica Torre della Castagna, si trova la sede forentina dell’Associazione Nazionale Veterani e Reduci Garibaldini. L’interno della Torre ospita anche un piccolo museo garibaldino e una biblioteca specializzata in titoli dedicati all'”Eroe dei due mondi” e al Risorgimento.

Un fatto curioso

Il Generale Luigi Poli (1923 -2013), già Capo di Stato Maggiore dell’Esercito nel bienno 1985 – 1987 e Senatore della Repubblica nella X^ legislatura 1987 -1992, partecipò con il grado di Tenente alla guerra di liberazione dell’Italia dal dominio nazifascista, inquadrato nel Gruppo di Combattimento “Legnano”.

Da un suo articolo pubblicato su Internet traggo questo fatto curioso:

“La prima Liberazione di Bologna si realizzò nella notte tra il 20 e il 21 aprile 1945 grazie ad un cannone scoppiato e a un sottotenente, Fermo Rizzi, del Gruppo di combattimento “Legnano”, che era stato mandato a prendere un pezzo d’artiglieria in sostituzione di quello esploso a Monterenzio, dove sostava la sua Unità.

Tornò, il suo Gruppo era partito per Pianoro. Cercandolo, il Rizzi si spinse avanti e giunse a notte fonda a Bologna, che i tedeschi avevano poco prima abbandonato. Guardingo si inoltrò per via Indipendenza, prima che la sua motrice, col cannone al traino, venisse fermata da alcuni increduli bolognesi che gli chiesero chi diavolo fosse. Erano le sei del mattino”.

(http://www.storiaxxisecolo.it/Resistenza/resistenza12b.htm)

Fu così che l’esercito italiano entrò per primo nella Bologna liberata il 21 aprile 1945.

La fanfara dei bersaglieri

Ugo Giaime è uno scrittore i cui racconti brevi e aforismi hanno come soggetto/oggetto i soldati e la militarità in genere.

Già presente su questo Blog, l’ospitiamo oggi con un racconto breve incentrato su uno dei corpi militari più popolari e amati dagli italiani: i bersaglieri.

“Si festeggiava nella piazza del paese. La sera estiva accoglieva le luci e le voci dei tanti accorsi a godere dell’occasione di spensieratezza. Osservavo appagato e distratto il turbinio d’intorno. D’un tratto, improvvisamente, il vociare s’interruppe e una strana quiete s’impadronì del luogo. Dalle mie spalle, un tono crescente di trombe veniva trasportato dall’aria, sempre più vicino e alto, sembrava incalzarci con il fragore della gioia travolgente: arrivava la fanfara dei bersaglieri!

Passarono fendenti la folla che s’apriva, sorridente, quasi ad abbracciarli, i bersaglieri!

Chiesi a mio padre: 《perché corrono?》Rispose: 《inseguono la vittoria per acciuffarla! 》

Mi sembrò un modo unico e sublime per esprimere la speranza di ogni soldato.”

(Ugo Giaime)

Un vibrante museo

Il museo della Terza Armata di Padova (è sito nello splendido Palazzo Camerini -via Altinate 59) raccoglie ed espone i cimeli della Grande Unità comandata dal principe Emanuele Filiberto di Savoia Duca d’Aosta (1869 -1931) durante la Prima Guerra Mondiale.

La Terza Armata (detta “Invitta” perchè non conobbe sconfitta) combattè la Grande Guerra lungo il fronte del Carso e tra le sue file annoverò Reparti prestigiosi (come il 78° Reggimento di Fanteria “Lupi di Toscana”) e personaggi illustri: Sandro Pertini, Angelo Roncalli (futuro Papa Giovanni XXXIII°), Gabriele D’Annunzio e molti altri ancora.

Il museo venne costituito nel 1956 e conserva la memoria della durezza tragica della Grande Guerra, combattuta dai soldati italiani con coraggio ma anche con immensi sacrifici (ad onor del vero, pari a quelli della controparte austroungarica, con l’aggravante per quest’ultima della grave penuria alimentare). Armi, uniformi, mappe, documenti (importantissima è la collezione dell’intera edizione de “La Tradotta” giornale di trincea della Terza Armata), fanno di questo museo militare, gestito dall’esercito italiano, un prezioso e vibrante strumento culturale a disposizioni di tutti coloro che vogliono conoscere e riflettere sulla tragedia della guerra.

La grande storia dei semplici

Chi fa la Storia? I grandi personaggi o gli umili sconosciuti? I più risponderebbero che i primi tracciano la strada che i secondi percorrono e non sarebbe sbagliato.

Ne è conferma un libro recentemente edito (Le voci degli eroi invisibili 1915-1918 Pregi Editore, Salerno, 2016) scritto dal Prof. Giuseppe Preziosi che narra le vicende di 3 combattenti italiani della Grande Guerra (sacrosanto ricordarne i nomi: Ferdinando Lanzalone, Carmine Iasuozzi e Panfilio Balestrieri).

Scritto in uno stile raffinato e avvincente (ricorda istintivamente “Assunta e Alessandro” il bel racconto di Alberto Asor Rosa – Einaudi, 2010 – dedicato alla vita dei propri genitori scomparsi), il libro è un momumento letterario ai suoi protagonisti che ben rappresentano tutti coloro le cui vite furono coinvolte e sconvolte dalla tragedia della Prima Guerra Mondiale, “polvere degli umili nell’ingranaggio della Storia”.

E non mi riferisco unicamente ai soldati al fronte ma anche ai loro familiari che hanno patito la mancanza e l’angosciosa preoccupazione per il destino, spesso sconosciuto, delle loro persone care.

Il libro poi è uno straordinario manuale di storia militare non solo per la precisa ricostruzione dei fatti d’arme ma anche e sopratutto per la preziosa messe d’informazioni (segno evidente di una lunga e accurata ricerca archivistica) sull’ordinamento dell’esercito italiano nella Grande Guerra.

Ne è prova, tra le tante, la precisa ricostruzione dell’organizzazione e compiti delle cosidette Compagnie Presidiarie, del tutto sconosciute (ahimè) a chi scrive prima della lettura del libro del Prof. Preziosi. Per inciso, le Compagnie Presidiarie, formate da personale non impiegabile al fronte, avevano, come suggerisce il nome stesso, funzioni di supporto e presidio (comandi Tappa, depositi ecc.). Ogni Reggimento disponeva di una o più Compagnia Presidiaria, numerata diversamente dal Reggimento d’inquadramento. Al numero indicativo della Compagnia faceva seguito una lettera dell’alfabeto a seconda delle Compagnie Presidiarie cui disponeva il Reggimento. Ad esempio: 78^ Compagnia Presidiaria (a – b perché ne erano due) del 29° Reggimento fanteria della Brigata “Pisa”.

Talvolta ci capita per le mani qualcosa che cambia la nostra percezione di persone e avvenimente, e arrichisce la nostra esistenza di nuove conoscenze ed emozioni: è il fortunato caso di questo pregevole e consigliabile libro.