Gli altri Granatieri

Accanto ai celeberrimi Granatieri di Sardegna, le cui origini risalgono al 18 aprile 1659, l’Esercito italiano ha annoverato tra le sue fila anche i Granatieri di Savoia.

La Divisione Granatieri di Savoia (65^) viene costituita a Latina (al tempo Littoria) il 12 ottobre 1936 su due reggimenti Granatieri, il 10° e l’11°, il Battaglione Mitraglieri Divisionale e il 60° Reggimento Artiglieria da Campagna su due gruppi da 65/17.

Nel novembre dello stesso anno si trasferisce ad Addis Abeba capitale dell’Etiopia.

Nel maggio 1940 entra a far parte della divisione anche l’11 ^ Legione Camicie Nere, formata da due battaglioni.

Dopo l’epopea della battaglia di Cheren del gennaio -marzo 1941, la Divisione Granatieri di Savoia viene di fatto considerata sciolta per eventi bellici il 20 aprile 1941 ed i superstiti componenti il comando divisione danno vita al Comando della 25^ Divisione Coloniale.

Elementi della Divisione Granatieri di Savoia parteciperanno alla difesa del Massiccio dell’Amba Alagi dal 21 aprile al 17 maggio 1941, al comando del Duca Amedeo di Savoia – Aosta (1898 – 1942). Il comportamento dei difensori dell’Amba Alagi durante gli aspri combattimenti meritò l’ammirazione del nemico che concesse loro la resa con l’onore delle armi.

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Fedele al destino

I Mass Media nazionali e internazionali hanno dato rilievo alla recente (probabile) identificazione del soldato che col suo corpo fece scudo, contro gli effetti mortali di un colpo di mortaio sparato dalle linee austriache, allo scrittore statunitense Ernest Hemingway salvandogli la vita.

Il suo nome è Fedele Temperini (toscano di Montalcino dove era nato l’8 febbraio 1892) del 69° reggimento di fanteria della Brigata Ancona caduto a Fossalta di Piave l’8 luglio 1918.

Ernest Hemingway si trovava sul fronte italiano come conducente di autoambulanze della Croce Rossa; ferito gravemente dalle schegge del colpo di mortaio austriaco, venne ricoverato all’Ospedale militare di Milano: da questa esperienza trasse il romanzo Addio alle armi, considerato uno dei suoi capolavori.

Ora alla figura di questo grande scrittore della letteratura mondiale verrà, finalmente e per sempre, associato il nome di un soldato italiano che, come altri 600.000, andò incontro al proprio destino combattendo per l’Italia nella Grande Guerra.

Sereno Santo Natale!

Scrivo brevemente queste due righe per augurare a tutti i lettori del Blog un sereno Santo Natale, nel nome di Colui che …luce dona alle menti/e pace infonde nei cuor.

Accompagno i miei più fervidi auguri con l’immagine di due soldati che rappresentano le migliaia di militari italiani impiegati in Patria (7.500 unità) all’estero (5.800 unità): perchè la sicurezza e la pace vanno difese in ogni momento…e loro ci sono sempre!

Auguri e grazie

Franco Di Santo

Lupi gli implacabili fanti!

La nona offensiva dell’Isonzo dell’esercito italiano si svolse dal 31 ottobre al 4 novembre 1916.

L’obbiettivo era quello di consolidare le linee di difesa italiane attorno a Gorizia (conquistata nel precedente agosto), spingendo sempre più a oriente le linee austro-ungariche.

Fu un offensiva vittoriosa ma sanguinosissima: solo gli italiani ebbero 10.214 caduti 50.425 feriti e 18.293 dispersi (fonte: sito internet esercito italiano http://www.esercito.difesa.it/storia/pagine/l9-offensiva-isonzo.aspx).

In questa offensiva, un ruolo importante ebbe la Brigata Toscana, composta dal 77° e 78° Reggimento fanteria, che conquistò il Monte Veliki e il Dosso Fàiti.

Alla conquista del Dosso Fàiti il 3 novembre del 1916 (data che segnerà in seguito la festa di Corpo del 78° Reggimento) fu presente anche Gabriele D’Annunzio che per l’occasione dedicò i seguenti versi ai fanti vittoriosi:

Sicchè il nemico sbigottito

ne chiamò Lupi

gli implacabili fanti!

Per questo glorioso fatto d’armi, la Brigata Toscana (e i 2 reggimenti che ne facevano parte) assunse la denominazione Lupi di Toscana, una delle unità (nei vari periodi di riordino fino allo scioglimento avvenuto nel 2008) più prestigiose della storia dell’Esercito italiano.

Fiume amaro

L’Italia entrò nella Grande Guerra contro l’Austria- Ungheria accanto alla Francia, Gran Bretagna e Russia (a cui si era legata con il Patto di Londra il 26 aprile 1915) il 24 maggio 1915 operando sul fiume Isonzo che segnava di fatto il confine militare tra i due Paesi. Su questo fiume si svilupparono ben 12 battaglie (11 offensive e 1 difensiva) e rappresentò il principale teatro operativo italiano. Molte imprese militari che caratterizzano la 1^ guerra mondiale sulla fronte italiana si svolsero sui luoghi segnati dalla presenza di questo fiume che per la sua importanza sarà secondo solo al Piave, il “Fiume sacro” all’Italia. Appartengono infatti alle operazioni militari isontine i fatti d’arme della presa di Gorizia (6^ battaglia), del Vodice (10^ battaglia), della Bainsizza (11^ battaglia) e di Caporetto (12^ battaglia). Nel complesso, si ebbero circa 300.000 soldati italiani e austro-ungarici che caddero in queste sanguinosissime battaglie. Un “Fiume amaro” per la sorte di migliaia di combattenti e per i loro cari.

Uno e tre

Nella bella Fiesole si trova una lapide che ricorda Monsignor Giovanni Giorgis (1887 -1954) Vescovo della cittadina dal 1937 al 1954.

Monsignor Giorgis era stato impiegato nella Grande Guerra come Cappellano militare del Battaglione Val d’Adige del 6° Reggimento Alpini, guadagnandosi sul campo la Medaglia di Bronzo al valor militare (per l’opera pastorale e assistenziale svolta durante la Battaglia dei Tre Monti 28 – 31 gennaio 1918).

Tra le altre benemerenze, Don Giovanni fu tra i Cappellani militari che proposero San Maurizio (già legionario di una Legione romana schierata sulle Alpi) Patrono degli Alpini, festeggiato dal prestigioso Corpo il 22 settembre.

Questo mi ha fatto riflettere come si possa essere più cose nello stesso momento: sacerdote, alpino e decorato al valor militare!

Una testimonianza di come talvolta la militarità rappresenti diversi aspetti dell’identità di un uomo.

La guerra macedone

Nell’ambito della guerra di coalizione con gli altri alleati, nel 1916 l’Italia decise d’inviare un corpo di spedizione in Macedonia, basato sulla 35^ Divisione comandata dal generale Carlo Petitti di Roreto (1862 -1933), per concorrere al contrasto delle forze austriache e bulgare sul fronte balcanico. La partecipazione italiana, inquadrata nell’Armata alleata d’oriente (composta principalmente da truppe francesi, britanniche, russe, serbe, italiane e greche) sotto comando francese, era più politica che strategica ma apriva la strada ad una più stretta collaborazione tra le forze alleate con la prospettiva (evento che poi si realizzerà nel 1917) che contingenti alleati fossero schierati in Italia. Fu una lotta particolarmente logorante per le truppe italiane; le condizioni ambientali e climatiche del settore dove furono schierate erano in effetti durissime e molte perdite si ebbero per malattia e assideramento. Si trattava di una snervante guerra di trincea in cui l’unico fatto d’arme rilevante fu la battaglia sul fiume Cerna contro forze tedesche e bulgare: solo in questa battaglia gli italiani lamentarono più di 2000 perdite tra morti, feriti e dispersi. Al termine della campagna di guerra in Macedonia il 10 novembre 1918, gli italiani ebbero più di 8.000 perdite e ancora oggi circa 800 soldati italiani riposano (insieme alle spoglie di soldati greci, russi, serbi, francesi e britannici) nel cimitero di guerra di Zeitenlik vicino Salonicco.