Il Generale Alberto Bonzani

Il Generale Alberto Bonzani (1872 – 1935) ebbe a svolgere, nel primo dopoguerra, un importante compito di organizzatore a favore della neocostituita Aeronautica militare e dell’Esercito. Specie nel primo quinquennio degli anni ’30 (con il Generale Pietro Gazzera come Ministro della Guerra), tale opera organizzativa permise di affrontare i successivi eventi bellici (guerre d’Etiopia e di Spagna) se non in modo ottimale certamente con un’apparato militare sufficiente.

Ufficiale di artiglieria proveniente dai corsi regolari dell’Accademia di Torino, divenne ufficiale di Stato Maggiore nel 1907. Insegnante di logistica alla Scuola di Guerra, Bonzani si mise in luce come organizzatore dei servizi logistici durante la guerra italo – turca in Libia.

Nella Grande Guerra comandò la Brigata Novara, che seppe mantenere unita e combattiva nei tragici giorni di Caporetto, assumendo anche il comando interinale della 4^ Divisione. Per il suo esemplare comportamento in questi tragici eventi, fu insignito della Croce di Cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia.

Nel 1924, nominato Vice Commissario per l’Aeronautica (nel 1925 Sottosegretario di Stato), si dedicò all’organizzazione della nuova Forza Armata, conseguendo tali brillanti risultati da farlo generalmente considerare il vero fondatore dell’Arma Azzurra.

Nel 1929 venne nominato Capo di Stato Maggiore dell’Esercito e completò l’ordinamento Badoglio – Cavallero del 1926, curando in particolare i settori della mobilitazione, dell’addestramento e della dottrina d’impiego.

Bonzani istituì, tra l’altro, anche le Divisioni Celeri (nel numero di tre, tutte costituite nel corso del 1934) che comprendevano ciascuna: due reggimenti di cavalleria, un reggimento di bersaglieri (ciclisti), una compagnia motociclisti, una compagnia controcarri, un gruppo carri L (leggeri), un reggimento di artiglieria (con componente contraerei), una compagnia mista del genio e aliquote dei servizi.

Ideata per compiere manovre rapide e potenti, la Divisione Celere in realtà si svelò un’Unità difficilmente impiegabile e di limitato rendimento, a causa soprattutto per le diverse caratteristiche delle sue molteplici componenti. Ciò però non toglie merito all’iniziativa di aumentare la manovrabilità delle forze terrestri.

Ceduta la carica di Capo di SME nel 1934, il Generale Bonzani (nel 1926 nominato Senatore del Regno) si ritirò a vita privata a Bologna dove morì nel 1935.

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Esercito leale

Nel giorno dell’Unità nazionale e giornata delle Forze Armate, desidero condividere con i lettori del Blog questa mia riflessione che mi deriva da una recente lettura di un bel libro del Generale Oreste Bovio, eminente storico militare.

L’ esercito, nel corso della sua lunga storia e al pari delle altre Forze Armate italiane, è sempre stato leale nei confronti degli organi costituzionali dello Stato e ha costantemente eseguito fedelmente le direttive delle Autorità politiche.

A riguardo, è indicaticativo quanto sull’argomento ha scritto il Prof. Carlo Ghisalberti (1929), costituzionalista dell’Università La Sapienza di Roma:

” A differenza degli eserciti di altri Stati, quello italiano ha dimostrato sempre un totale lealismo verso le istituzioni, e non ha mai contestato l’ordine costituzionale dello Stato. Anche quando, in momenti difficili della nostra storia, taluni generali assursero alla guida del governo, come La Marmora nel 1864 dopo la sollevazione di Torino per il trasferimento della capitale a Firenze, o Menabrea nel 1867 in conseguenza dell’infelice azione garibaldina di Mentana, o anche il tanto discusso Pelloux nel 1898, e cioè nel momento cruciale della crisi di fine secolo, il rapporto tra le armi e il potere rimase nei limiti fissati dallo Statuto albertino allora vigente”.

“Le guarantigie liberali stabilite da questo operarono sempre come freno di fronte alle velleità autoritarie di certi ambienti che avrebbero voluto usare l’esercito in senso eversivo della legalità. Nessun ruolo nè alcuna prerogativa di carattere politico che potessero alterare l’ordinamento dello Stato vennero, quindi, mai richiesti nè riconosciuti alle Forze Armate, rimaste sostanzialmente disciplinate e neutrali nel corso delle vicende dell’Italia liberale, e solo talvolta impegnato, a lato di quelle di polizia, a tutela dell’ordine pubblico”.

“La nazione potè sempre contare sulla loro fedeltà e sulla loro dedizione assoluta, come si vide prima nei conflitti coloniali, poi durante la Grande Guerra e come infine si sperimentò durante l’avventura dannunziana a Fiume nel 1919: allora l’esercito nel suo insieme, nonostante lo stato d’animo estremamente teso dei suoi componenti, partecipi in larga parte dei sentimenti suscitati dalla questione adriatica, fece il suo dovere reintegrando la legalità, secondo le direttive del governo, con l’impiego dei suoi reparti”.

“Anche nel periodo fascista servì lo Stato, evitando, però, di diventare strumento del regime che, per ovviare alla sua mancata fascistizzazione dovette, con la creazione della milizia, darsi una struttura militare parallela di evidente carattere partitico. L’esercito fu anzi la vittima prima della dittatura per essere stato impiegato, senza che il potere gli fornisse i mezzi adeguati, nella Seconda Guerra Mondiale ed esservi stato sconfitto dopo aver lottato per oltre tre anni in condizioni difficilissime”.

(citato da Oreste Bovio, In alto la bandiera, Bastogi Editrice Italiana, Foggia, 1999, pagg. 17 – 18)

Il sughero galleggiante

50 anni fà, il 31 ottobre 1967, moriva il grande poeta ligure Camillo Sbarbaro (1888 – 1967), uno dei più importanti esponenti del lirismo italiano del XX° secolo.

Sbarbaro, come la maggior parte della sua generazione, prese parte alla Grande Guerra e combattè come ufficiale di fanteria sul fronte trentino.

Al termine del conflitto, venne destinato con il suo plotone al presidio di un piccolo villaggio nel Südtirol/Alto Adige di nome Lüsen/Luson, di cui scrive, insieme ad altre vicessitudini, nel resoconto di quegli anni militari poi pubblicato con il titolo Cartoline in franchigia.

Sbarbaro era un poeta minimalista che riusciva a cogliere con la sua sommessa poesia la grande intensità esistenziale sua e di chi lo circondava: un modo spoglio di esistere e di scrivere che neanche la grande tragedia della guerra riuscì a modificare, confermando così la scrittura come “atto continuo e cosciente di conoscenza, una operazione pura di vita” (Carlo Bo).

Di tale minimalismo è prova cosa scrisse di sè come soldato in guerra:

Sughero, galleggio in questo incerto.

Il centro di gravità

Cento anni fà, la dodicesima offensiva sull’Isonzo (meglio nota come la Battaglia di Caporetto) portò l’Italia sull’orlo del baratro.

Un’offensiva scagliata dalla 14^ Armata austro-tedesca ed eseguita con modalità tattiche nuove per il fronte italiano (ma ampiamente impiegate sul fronte russo) causarono la perdita di un’intera Armata italiana (la 2^) e l’arretramento del fronte dall’Isonzo al Piave, con l’abbandono al nemico di tutto il Friuli e la parte orientale del Veneto.

Molto è stato scritto su questa tragedia militare e poco si ha da aggiungere oggi su questo Blog, tranne la considerazione che gli austro-tedeschi ben avevano individuato il centro di gravità italiano (ossia il suo punto vulnerabile raggiunto il quale la vittoria sarebbe stata certa): la sorpresa.

Non che gli italiani non sapessero dell’imminente offensiva o della presenza, accanto agli austriaci, delle temibili truppe tedesche; ma non si apettavano che il nemico attuasse l’infiltrazione lungo le valli e l’aggiramento delle posizioni forti in montagna in modo da realizzare l’isolamento dei capisaldi italiani.

Gli italiani combattevono secondo gli ordini dettagliatamente ricevuti (Befehlstaktik – Tattica dell’ordine) mentre i tedeschi agivano d’iniziativa nell’ambito di un obiettivo ben definito dai livelli superiori (Auftragstaktik – Tattica del compito): per questo la mancanza di ordini derivanti dalla sorpresa scardinò il dispositivo italiano.

A questo si aggiunse la nota stanchezza delle truppe e l’insufficiente azione di comando favorita anche dall’iniziale taglio, da parte del nemico, delle principali linee di comunicazione.

Ciononostante, la manovra di ripiegamento e di assestamento dell’Esercito sulla linea di difesa Piave – Monte Grappa riuscì e, insieme alla generale mobilitazione di tutto il Paese, pose le basi prima della resistenza e, un anno dopo, della finale e vittoriosa offensiva di Vittorio Veneto.

La lunga penna nera

145 anni orsono nasceva il Corpo degli Alpini.

Con Regio Decreto n. 1056 del 15 ottobre 1872, infatti, l’allora Ministro della Guerra Generale Cesare Ricotti Magnani (uno dei più grandi tra i riformatori militari italiani) autorizzava la costituzione di 15 compagnie ad arruolamento regionale destinate alla difesa dei valichi alpini.

L’idea della costituzione di siffatte unità era stata del Capitano Giuseppe Domenico Perrucchetti che aveva pubblicato sulla celebre Rivista Militare (ancora oggi periodico ufficiale dell’Esercito) uno studio sulla difesa alpina.

Il Corpo degli Alpini, la cui fama è stata costruita con le più alte virtù militari concretamente professate dai suoi appartententi durante tutte le campagne di guerra e operazioni militari dell’Italia, è una delle Istituzioni più riconosciute e amate dagli italiani.

Gli Alpini attualmente sono inquadrati in due Brigate (circa 5.000 uomini ciascuna) dipendenti dal Comando Truppe Alpine di Bolzano: la Brigata Taurinense (con sede a Torino – in questo periodo impiegata in Afghanistan) e la Julia (con sede a Udine).

Gli Alpini hanno il privilegio di possedere un proprio canto che, sommessamente, chi scrive si compiace oggi d’intonare idealmente in loro onore!

Sul cappello che noi portiamo
c’è una lunga penna nera
che a noi serve da bandiera
su pei monti a guerreggiar.
Evviva evviva il reggimento
Evviva evviva il Corpo degli Alpin.
Su pei monti che noi andremo
pianteremo l’accampamento,
brinderemo al reggimento:
Viva il Corpo degli Alpin.
Su pei monti che noi saliremo
coglieremo stelle alpine
per portarle alle bambine
farle piangere e sospirar.
Farle piangere e sospirare
nel pensare ai bellì alpini
che tra i ghiacci e le slavine
van sui monti a guerreggiar.

Un’importante domanda

I Generali devono stare nelle retrovie (nei Posti Comando) a pianificare e condurre la battaglia o in prima linea con i propri uomini a guidare l’azione?

A questa interessante domanda offre un’approfondita risposta il giovane (ma già molto conosciuto agli addetti ai lavori per le sue precedenti ricerche e pubblicazioni) storico Giovanni Cecini nel suo ultimo (e appena uscito) libro Generali in trincea – Comandanti eroici italiani nella Prima Guerra Mondiale Edizioni Chillemi, Roma 2017.

Per mezzo di venti accurate biografie, il libro racconta le vicende dei Generali italiani che meritarono la Medaglia d’oro al valor militare per il loro eroismo in combattimento.

Ritroviamo dunque le storie, tra le altre, dei Generali Antonino Cascino, Antonio Cantore e Maurizio Gonzaga del Vodice (quest’ultimo, per chi scrive, rappresentante indiscusso della più nobile tradizione militare italiana) che, con il loro comportamento valoroso in battaglia, sono assurti a miti della storia dell’esercito italiano.

Finalmente un bel libro da leggere e invitare a leggere (anche per rispondere all’importante iniziale domanda)!

Il comandante

Il 12 settembre 1919 Gabriele D’Annunzio entrò nella città (contesa tra Italia e Jugoslavia) di Fiume (l’attuale Rijeka in Croazia) alla testa di un migliaio di “legionari” provenienti perlopiù dalle fila dell’Esercito.

D’Annunzio e i suoi vennero accolti da una popolazione favorevole, a tratti persino gioiosa: ebbe così inizio “l’Impresa di Fiume” che durò 16 mesi e si concluse con “Il Natale di sangue” in cui legionari dannunziani e regolari soldati italiani (comandati dal Generale Enrico Caviglia) combatterono sanguinosamente (ci furono 22 morti tra i legionari, 25 tra i soldati regolari e 6 tra i civili), costringendo i primi ad abbandonare la città dalmata.

Nel periodo in cui occupò Fiume, Gabriele D’Annunzio, pluridecorato Tenente Colonnello di Cavalleria che aveva assunto l’appellativo di “Comandante”, sperimentò un regime politico repubblicano che suscitò l’interesse dell’intera Europa.

D’Annunzio si fece promotore di uno Statuto moderno e, per certi versi, illuminato; per esempio, venne introdotto il diritto di voto alle donne e ammesso il divorzio (ambedue questi diritti non erano riconosciuti in Italia).

Il nucleo iniziale dei “legionari” venne costituito da circa 200 granatieri, già di guarnigione a Fiume e quindi rischierati a Ronchi (vicino Monfalcone) dopo che gli stessi avevano causato incidenti nella città dalmata. I granatieri, desiderosi di tornare a Fiume e capeggiati da un nucleo di ufficiali inferiori, disertarono e offrirono il comando della spedizione a D’Annunzio che accettò.

All’inizio, reparti regolari dell’Esercito italiano si opposero alla spedizione ma, alla fine, per evitare spargimenti di sangue, consentirono a D’Annunzio e alla sua piccola ma agguerrita milizia di raggiungere Fiume.

L’impresa dannunziana, politicamente e razionalmente destinata al fallimento, durò quel tanto che permise a D’Annunzio di conseguire un grande successo propagandistico e d’immagine e che lo perpetuò nella storia d’Italia oltre che “Vate” nazionale anche come “Comandante” militare e capo politico.