La fanfara dei bersaglieri

Ugo Giaime è uno scrittore i cui racconti brevi e aforismi hanno come soggetto/oggetto i soldati e la militarità in genere.

Già presente su questo Blog, l’ospitiamo oggi con un racconto breve incentrato su uno dei corpi militari più popolari e amati dagli italiani: i bersaglieri.

“Si festeggiava nella piazza del paese. La sera estiva accoglieva le luci e le voci dei tanti accorsi a godere dell’occasione di spensieratezza. Osservavo appagato e distratto il turbinio d’intorno. D’un tratto, improvvisamente, il vociare s’interruppe e una strana quiete s’impadronì del luogo. Dalle mie spalle, un tono crescente di trombe veniva trasportato dall’aria, sempre più vicino e alto, sembrava incalzarci con il fragore della gioia travolgente: arrivava la fanfara dei bersaglieri!

Passarono fendenti la folla che s’apriva, sorridente, quasi ad abbracciarli, i bersaglieri!

Chiesi a mio padre: 《perché corrono?》Rispose: 《inseguono la vittoria per acciuffarla! 》

Mi sembrò un modo unico e sublime per esprimere la speranza di ogni soldato.”

(Ugo Giaime)

Un vibrante museo

Il museo della Terza Armata di Padova (è sito nello splendido Palazzo Camerini -via Altinate 59) raccoglie ed espone i cimeli della Grande Unità comandata dal principe Emanuele Filiberto di Savoia Duca d’Aosta (1869 -1931) durante la Prima Guerra Mondiale.

La Terza Armata (detta “Invitta” perchè non conobbe sconfitta) combattè la Grande Guerra lungo il fronte del Carso e tra le sue file annoverò Reparti prestigiosi (come il 78° Reggimento di Fanteria “Lupi di Toscana”) e personaggi illustri: Sandro Pertini, Angelo Roncalli (futuro Papa Giovanni XXXIII°), Gabriele D’Annunzio e molti altri ancora.

Il museo venne costituito nel 1956 e conserva la memoria della durezza tragica della Grande Guerra, combattuta dai soldati italiani con coraggio ma anche con immensi sacrifici (ad onor del vero, pari a quelli della controparte austroungarica, con l’aggravante per quest’ultima della grave penuria alimentare). Armi, uniformi, mappe, documenti (importantissima è la collezione dell’intera edizione de “La Tradotta” giornale di trincea della Terza Armata), fanno di questo museo militare, gestito dall’esercito italiano, un prezioso e vibrante strumento culturale a disposizioni di tutti coloro che vogliono conoscere e riflettere sulla tragedia della guerra.

La grande storia dei semplici

Chi fa la Storia? I grandi personaggi o gli umili sconosciuti? I più risponderebbero che i primi tracciano la strada che i secondi percorrono e non sarebbe sbagliato.

Ne è conferma un libro recentemente edito (Le voci degli eroi invisibili 1915-1918 Pregi Editore, Salerno, 2016) scritto dal Prof. Giuseppe Preziosi che narra le vicende di 3 combattenti italiani della Grande Guerra (sacrosanto ricordarne i nomi: Ferdinando Lanzalone, Carmine Iasuozzi e Panfilio Balestrieri).

Scritto in uno stile raffinato e avvincente (ricorda istintivamente “Assunta e Alessandro” il bel racconto di Alberto Asor Rosa – Einaudi, 2010 – dedicato alla vita dei propri genitori scomparsi), il libro è un momumento letterario ai suoi protagonisti che ben rappresentano tutti coloro le cui vite furono coinvolte e sconvolte dalla tragedia della Prima Guerra Mondiale, “polvere degli umili nell’ingranaggio della Storia”.

E non mi riferisco unicamente ai soldati al fronte ma anche ai loro familiari che hanno patito la mancanza e l’angosciosa preoccupazione per il destino, spesso sconosciuto, delle loro persone care.

Il libro poi è uno straordinario manuale di storia militare non solo per la precisa ricostruzione dei fatti d’arme ma anche e sopratutto per la preziosa messe d’informazioni (segno evidente di una lunga e accurata ricerca archivistica) sull’ordinamento dell’esercito italiano nella Grande Guerra.

Ne è prova, tra le tante, la precisa ricostruzione dell’organizzazione e compiti delle cosidette Compagnie Presidiarie, del tutto sconosciute (ahimè) a chi scrive prima della lettura del libro del Prof. Preziosi. Per inciso, le Compagnie Presidiarie, formate da personale non impiegabile al fronte, avevano, come suggerisce il nome stesso, funzioni di supporto e presidio (comandi Tappa, depositi ecc.). Ogni Reggimento disponeva di una o più Compagnia Presidiaria, numerata diversamente dal Reggimento d’inquadramento. Al numero indicativo della Compagnia faceva seguito una lettera dell’alfabeto a seconda delle Compagnie Presidiarie cui disponeva il Reggimento. Ad esempio: 78^ Compagnia Presidiaria (a – b perché ne erano due) del 29° Reggimento fanteria della Brigata “Pisa”.

Talvolta ci capita per le mani qualcosa che cambia la nostra percezione di persone e avvenimente, e arrichisce la nostra esistenza di nuove conoscenze ed emozioni: è il fortunato caso di questo pregevole e consigliabile libro.

La duplice ricorrenza

Il 26 gennaio ricorre l’anniversario di due importanti battaglie combattute dall’esercito italiano: la battaglia di Dogali (1887) e quella di Nikolajewka (1943).

La battaglia di Dogali s’inquadra nella guerra d’Abissinia (antico nome dell’odierna Etiopia) del periodo 1885 -1896. Una colonna esplorativa verso l’interno del territorio abissino di circa 500 uomini al comando del Tenente Colonnello Medaglia d’oro al Valor militare Tommaso De Cristoforis verrà annientata da soverchianti forze abissine.

La Battaglia di Nikolajewka, svoltasi nell’ambito della Campagna di Russia (1941 – 1943) vedrà protagonisti gli alpini della Divisione “Tridentina” comandata dal Generale (anch’egli Medaglia d’oro al Valor militare) Luigi Reverberi (ritratto nell’immagine) che, allo stremo delle forze ma con uno slancio irrefrenabile (celeberrima è l’incitazione del Generale Reverberi ai suoi alpini “Tridentina, avanti!”), porterà alla rottura dell’accerchiamento russo dell’Armata italiana in Russia (ARMIR), consentendo così la ritirata della superstiti e stremate forze italiane. Il tributo pagato dalla “Tridentina” al proprio coraggio fu elevato (circa 3.000 tra morti e feriti) ma garantì la salvezza della vita di migliaia altri soldati italiani. Per inciso, durante la battaglia cadde anche il Generale Giulio Martinat, Capo di Stato Maggiore del Corpo d’Armata alpino, che, imbracciato un fucile, si pose alla testa di un gruppo di alpini del Battaglione “Edolo”e attaccò le posizioni russe. Per il suo valore a Nikolajewka il Generale Martinat venne decorato di Medaglia d’oro al Valor militare alla memoria.

Non mi soffermo tanto sullo svolgimento delle battaglie quanto sul valore dei comandanti e soldati che le combatterono affinché il ricordo del loro sacrificio ispiri, nel cuore di ciascuno, ora e sempre, l’assolvimento del proprio dovere con umiltà ma senza dimenticare la determinazione e il coraggio che questi fatti d’arme testimoniano.

Anche a questo serve la storia militare.

Sbarbaro soldato

Il poeta ligure Camillo Sbarbaro (1888-1967), esponente di spicco della letteratura italiana del XX° secolo, come altri letterati suoi contemporanei (ad esempio, Giuseppe Ungaretti), combatté nella Grande Guerra.

Dopo essersi arruolato nella Croce Rossa Italiana, divenne ufficiale di fanteria (prima nel 12° reggimento della Brigata “Casale” e poi nel 27° reggimento della Brigata “Pavia”) e fece la sua esperienza al fronte nel periodo 1917-1918. Successivamente comandò, fino al giugno 1919, un piccolo presidio militare nel villaggio di Luson in Alto Adige (Sudtirolo).

Di questo periodo, Sbarbaro lasciò traccia nella sua opera “Cartoline in franchigia”, in cui non si ritrovano toni patriotici, marziali o politici bensì il proprio quotidiano vissuto nell’osservazione della natura (Sbarbaro era un appassionato botanico) e la scrittura di breve osservazioni che lui chiamava “trucioli”. Tra queste un breve aforisma esistenziale: “Nella vita come in trincea alzi la testa e fischiano le pallottole”.

Anche in guerra Sbarbaro confermò quel “modo spoglio di esistere” che produsse una poetica tra le più alte e intense del Novecento.

Il primo esercito unito

Con la fine della Seconda Guerra d’Indipendenza nel luglio 1859 e la conseguente vittoria franco-piemontese contro le truppe austriache, oltre all’acquisizione della Lombardia da parte del Regno di Sardegna, vennero meno le dinastie filoasburgiche che reggevano i Ducati di Modena e Parma nonché il Granducato di Toscana.

Contestualmente al dissolvimento di questi Stati, nacque, per volontà dei governi provvisori di Firenze, Modena e Parma posti sotto la tutela del Re di Sardegna  Vittorio Emanuele II°, l’esercito della Lega dell’Italia Centrale il cui comando fu affidato al Generale (emiliano d’origine) Manfredo Fanti (1806 – 1865).

L’esercito della Lega, equipaggiato, ordinato e armato dall’Armata Sarda, si componeva di circa 50.000 uomini inquadrati in 10 Brigate di fanteria, 11 Battaglioni bersaglieri, 4 Reggimenti di cavalleria (leggera e pesante), 2 Reggimenti di artiglieria e 1 reggimento del genio.

Nel marzo 1860, dopo i plebisciti di annessione della Toscana e dell’Emilia, l’esercito della Lega confluì nell’Armata Sarda che venne rinominata Regio Esercito.

Dopo la fusione con l’esercito della Lega, il neocostituito Regio Esercito (che aveva nel Re d’Italia Vittorio Emanuele II° il suo Capo supremo) contava circa 187.000 uomini inquadrati su 5 Corpi d’Armata, 13 Divisioni  e 2 Brigate autonome (denominate “Savoia” e “Cacciatori delle Alpi”).

Il 4 maggio 1861, a seguito della proclamazione del Regno d’Italia il 17 marzo 1861, il Regio Esercito assumerà quindi il nome di Esercito italiano (per poi tornare a chiamarsi Regio Esercito Italiano nel 1884).

E vincer bisogna

Per chi scrive, le tradizioni militari italiane, fatta eccezione per l’esperienza storica delle legioni romane (che peró si puó ben dire appartengano alla storia militare dell’intero Occidente), risalgono alla battaglia di Legnano combattuta vittoriosamente il 29 maggio 1176 dagli italiani della Lega Lombarda contro l’Imperatore Federico Barbarossa.

Fu la prima volta che gli italiani misero in campo un esercito regolare che combatté contro altre forze convezionali straniere. Vincendo.

A Legnano si confrontarono due modelli di esercito ben distinti tra loro per origine: feudale quello di Federico Barbarossa, imperniato su fanti e cavalieri di professione al servizio dell’imperatore; comunale quello della Lega Lombarda formato da cittadini che nel costituirsi in esercito vedevano legittimato il proprio ruolo politico e, in ultimo, garantivano la libertà delle proprie città.

Senza scendere nei dettagli della feroce battaglia, mi preme qui sottolineare il grande e importante retaggio storico che la battaglia di Legnano costituisce ancora oggi per l’Italia e ha costituito fino a pochi anni fà per il suo esercito.

Anzitutto, la battaglia di Legnano è ricordata nel nostro inno nazionale nella strofa “…dall’Alpi alla Sicilia dovunque è Legnano” a significare l’unità combattiva degli italiani, specie di fronte ad un invasore.

Dal 1934 al 1996 poi, il nome glorioso di Legnano veniva portato da una Grande Unità dell’esercito italiano che seppe combattere con onore nella seconda guerra mondiale e, sopratutto, nella guerra di liberazione dove, nella dura lotta, si distinse il Gruppo da combattimento “Legnano”. Questa Grande Unità aveva come simbolo il “Soldato di Legnano”, opera scultorea della fine del XIX° secolo che ancora oggi troneggia nella cittadina lombarda.

A proposito della battaglia di Legnano, il grande poeta Giosué Carducci compose un poema in cui veniva declamato il verso E VINCER BISOGNA assunto poi come motto della disciolta Brigata meccanizzata Legnano.

Mai tale esortazione fu così adatta come in questi tempi.