Lupi gli implacabili fanti!

La nona offensiva dell’Isonzo dell’esercito italiano si svolse dal 31 ottobre al 4 novembre 1916.

L’obbiettivo era quello di consolidare le linee di difesa italiane attorno a Gorizia (conquistata nel precedente agosto), spingendo sempre più a oriente le linee austro-ungariche.

Fu un offensiva vittoriosa ma sanguinosissima: solo gli italiani ebbero 10.214 caduti 50.425 feriti e 18.293 dispersi (fonte: sito internet esercito italiano http://www.esercito.difesa.it/storia/pagine/l9-offensiva-isonzo.aspx).

In questa offensiva, un ruolo importante ebbe la Brigata Toscana, composta dal 77° e 78° Reggimento fanteria, che conquistò il Monte Veliki e il Dosso Fàiti.

Alla conquista del Dosso Fàiti il 3 novembre del 1916 (data che segnerà in seguito la festa di Corpo del 78° Reggimento) fu presente anche Gabriele D’Annunzio che per l’occasione dedicò i seguenti versi ai fanti vittoriosi:

Sicchè il nemico sbigottito

ne chiamò Lupi

gli implacabili fanti!

Per questo glorioso fatto d’armi, la Brigata Toscana (e i 2 reggimenti che ne facevano parte) assunse la denominazione Lupi di Toscana, una delle unità (nei vari periodi di riordino fino allo scioglimento avvenuto nel 2008) più prestigiose della storia dell’Esercito italiano.

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Fiume amaro

L’Italia entrò nella Grande Guerra contro l’Austria- Ungheria accanto alla Francia, Gran Bretagna e Russia (a cui si era legata con il Patto di Londra il 26 aprile 1915) il 24 maggio 1915 operando sul fiume Isonzo che segnava di fatto il confine militare tra i due Paesi. Su questo fiume si svilupparono ben 12 battaglie (11 offensive e 1 difensiva) e rappresentò il principale teatro operativo italiano. Molte imprese militari che caratterizzano la 1^ guerra mondiale sulla fronte italiana si svolsero sui luoghi segnati dalla presenza di questo fiume che per la sua importanza sarà secondo solo al Piave, il “Fiume sacro” all’Italia. Appartengono infatti alle operazioni militari isontine i fatti d’arme della presa di Gorizia (6^ battaglia), del Vodice (10^ battaglia), della Bainsizza (11^ battaglia) e di Caporetto (12^ battaglia). Nel complesso, si ebbero circa 300.000 soldati italiani e austro-ungarici che caddero in queste sanguinosissime battaglie. Un “Fiume amaro” per la sorte di migliaia di combattenti e per i loro cari.

Uno e tre

Nella bella Fiesole si trova una lapide che ricorda Monsignor Giovanni Giorgis (1887 -1954) Vescovo della cittadina dal 1937 al 1954.

Monsignor Giorgis era stato impiegato nella Grande Guerra come Cappellano militare del Battaglione Val d’Adige del 6° Reggimento Alpini, guadagnandosi sul campo la Medaglia di Bronzo al valor militare (per l’opera pastorale e assistenziale svolta durante la Battaglia dei Tre Monti 28 – 31 gennaio 1918).

Tra le altre benemerenze, Don Giovanni fu tra i Cappellani militari che proposero San Maurizio (già legionario di una Legione romana schierata sulle Alpi) Patrono degli Alpini, festeggiato dal prestigioso Corpo il 22 settembre.

Questo mi ha fatto riflettere come si possa essere più cose nello stesso momento: sacerdote, alpino e decorato al valor militare!

Una testimonianza di come talvolta la militarità rappresenti diversi aspetti dell’identità di un uomo.

La guerra macedone

Nell’ambito della guerra di coalizione con gli altri alleati, nel 1916 l’Italia decise d’inviare un corpo di spedizione in Macedonia, basato sulla 35^ Divisione comandata dal generale Carlo Petitti di Roreto (1862 -1933), per concorrere al contrasto delle forze austriache e bulgare sul fronte balcanico. La partecipazione italiana, inquadrata nell’Armata alleata d’oriente (composta principalmente da truppe francesi, britanniche, russe, serbe, italiane e greche) sotto comando francese, era più politica che strategica ma apriva la strada ad una più stretta collaborazione tra le forze alleate con la prospettiva (evento che poi si realizzerà nel 1917) che contingenti alleati fossero schierati in Italia. Fu una lotta particolarmente logorante per le truppe italiane; le condizioni ambientali e climatiche del settore dove furono schierate erano in effetti durissime e molte perdite si ebbero per malattia e assideramento. Si trattava di una snervante guerra di trincea in cui l’unico fatto d’arme rilevante fu la battaglia sul fiume Cerna contro forze tedesche e bulgare: solo in questa battaglia gli italiani lamentarono più di 2000 perdite tra morti, feriti e dispersi. Al termine della campagna di guerra in Macedonia il 10 novembre 1918, gli italiani ebbero più di 8.000 perdite e ancora oggi circa 800 soldati italiani riposano (insieme alle spoglie di soldati greci, russi, serbi, francesi e britannici) nel cimitero di guerra di Zeitenlik vicino Salonicco.

Napoleone a Milano

Il legame che unisce Napoleone a Milano è indissolubile. Napoleone volle fare di Milano la capitale della Repubblica Cisalpina (1797 – 1802), della Repubblica Italiana (1802 – 1805) e infine del Regno italico (1805 -1814). A Milano venne incoronato Re d’Italia il 26 maggio 1805 e qui, ancora oggi, sono maggiormente presenti le tracce della sua epopea storica in Italia (che ebbe poi importanti momenti anche sull’Isola d’Elba e a Roma – perquanto nella città eterna Napoleone non mise mai piede!).

Girando per la città meneghina, Napoleone è ovunque: Palazzo Reale, Accademia di Brera, Arco della pace. Ma il luogo, per chi scrive, dove trovarne le vestigia più autentiche è lo splendido Museo del Risorgimento.

Situato nel cuore della città (Palazzo Moriggia, via Borgonuovo 23), conserva nelle prime sale dei preziosi cimeli del famoso Corso: il celebre berretto bicorno, lo scettro, la corona e il mantello usati per la sua incoronazione, busti di marmo e, soprattutto, il sublime ritratto di Napoleone Re d’Italia del pittore milanese Andrea Appiani (1754 – 1817).

Non esito a paragonare l’estasi provata nell’ammirarlo a quella conseguente alla visione de La Gioconda al Louvre di Parigi.

Perchè, in fondo, per emozionarsi non bisogna andare molto lontano…

Andrea Appiani fu pittore ufficiale di Napoleone in Italia e lo raffigurò molte volte in ritratti, affreschi e medaglie. Esponente principale del Neoclassicismo, Appiani svolse quasi tutta la sua attività a Milano (e dintorni) a cui, di fatto, ha lasciato un patrimonio artistico immenso rintracciabile in musei, chiese e palazzi milanesi. Andrea Appiani, in epoca napoleonica, fu anche Direttore della prestigiosa Accademia di Brera.

Un’ultima annotazione. A Milano sorse e ebbe il proprio comando l’esercito del Regno italico nelle cui fila servirono grandi personaggi della storia d’Italia, primo fra tutti Ugo Foscolo (grande amico anche di Andrea Appiani). Tra i suoi esponenti più importanti, va ricordato il Generale Pietro Teuliè a cui (giustamente) l’esercito italiano ha dedicato la Scuola Militare di Milano.

La difficile unità

La prima funzione del neonato esercito italiano fu di unificare e presidiare il nuovo Stato nato il 17 marzo 1861. Sul piano internazionale, l’Austria era una minacciosa vicina. Molti erano i contenziosi sui territori che il nostro paese rivendicava per completare l’unità nazionale, anche se il sistema europeo di accordi e di alleanze ne neutralizzava gli effetti più dirompenti. Urgeva innanzitutto assicurare la pace e la coesione interne, in primis nelle regioni meridionali, dove era ancora forte il partito lealista borbonico. Il governo temeva inoltre che i disordini interni potessero compromettere la credibilità internazionale dell’Italia, offrendo all’ Austria l’occasione di un attacco per riconquistare i territori perduti.
Impiegò immediatamente l’esercito, fin dal biennio 1863-1865, per contrastare quei fenomeni criminali a carattere insurrezionale, che la storiografia nazionale identifica nel
“Brigantaggio”. Il contrasto assorbì forze crescenti e portò alla morte di migliaia di combattenti (e anche di civili uccisi per rappresaglia), dell’una e dell’altra parte. Nella repressione, giocò un ruolo particolarmente significativo, insieme ad altri (tra cui i generali Alfonso La Marmora e Giuseppe Govone), il generale Enrico Cialdini (1811-1892), il vincitore della
battaglia di Castelfidardo (18 settembre 1860), che segnò la sconfitta delle truppe pontificie e aprì al successo della campagna militare nella conquista delle Marche e dell’Umbria.
I moti insurrezionali poterono essere soffocati non solo per il massiccio impiego dell’esercito e il pugno di ferro ma anche perché il brigantaggio perse l’appoggio della popolazione civile, vero centro di gravità della lotta. La gente era stanca della guerra.
Desiderava pace e stabilità anche per poter tornare, specie nei centri rurali, alla vita normale.
L’esercito fu impiegato nella sicurezza interna, soprattutto nelle province di nuova acquisizione, perché spina dorsale del nuovo Stato. Le forze dell’ordine, carabinieri e polizia, avevano organici inadeguati. Stavano ancora affrontando quello sforzo di
riorganizzazione che il primo aveva compiuto con successo da tempo.
Insieme alla scuola pubblica, l’esercito cominciava già a plasmare i primi italiani, grazie all’istituto della leva militare. Sebbene le diserzioni e la renitenza persistessero non solo
nelle nuove province, piano piano scemarono per assestarsi infine su livelli fisiologici.

L’opera di costruzione dello stato unitario era ormai avviata. L’esercito si imponeva come asse portante e, come scrisse sinteticamente ma efficacemente Luigi Settembrini, “l’esercito è il filo di ferro che tiene unita l’Italia dopo averla cucita”.

Il coloniale

Una delle figure più alte della storia dell’esercito italiano, per il ruolo fondamentale avuto nelle vicende coloniali dell’Italia alla fine del XIX secolo, è il Generale Antonio Baldissera (ormai ingiustamente sconosciuto ai più).

Antonio Baldissera nacque a Padova, suddito asburgico, il 27 maggio 1838. Ammesso all’Accademia militare di Wiener Neustadt ne uscì come Sottotenente di fanteria nel 1857.
Combattente nella guerra austro-prussiana del 1866 (dove venne decorato dell’Ordine di Maria Teresa), al passaggio del Veneto all’Italia, dopo la Terza Guerra d’Indipendenza, entrò a far parte dell’esercito italiano.

Nel 1879, nel grado di Colonnello, ebbe il comando del 10° Reggimento Bersaglieri e successivamente del 7° Reggimento della stessa specialità.
Promosso Maggior Generale, Baldissera partì nel novembre 1887 per l’Eritrea dove, nell’aprile del 1888, divenne Governatore della colonia italiana e comandante delle truppe locali. In questo incarico, il Generale Baldissera entrò nella storia coloniale italiana: accorto e paziente diplomatico, con costanza e capacità, iniziò un graduale ampliamento e consolidamento della colonia, sfruttando abilmente la rivalità tra i capi eritrei. Costruì strade, ponti, il porto di Massaua e altre infrastrutture, dotando la colonia di servizi amministrativi. Istituì anche le truppe indigene, organizzando i battaglioni di Ascari che concorsero nel tempo a scrivere pagine gloriose della storia militare italiana. Entrato in contrasto con il primo Ministro Francesco Crispi, che richiedeva a Baldissera un’azione più spregiudicata al fine di sostenere l’ascesa al trono di Abissinia del Ras Menelik, chiese di essere rimpatriato, cosa che avvenne nel dicembre 1889. Comandante della Brigata Calabria, venne promosso Tenente Generale nel 1892 ed ebbe il comando della Divisione di Catanzaro prima e di Novara poi. Inviato di nuovo nella colonia Eritrea dopo la sconfitta italiana nella battaglia dell’Amba Alagi il 7 dicembre 1895, giunse pochi giorni dopo la tragica sconfitta di Adua del 1 marzo 1896. Con le sue indubbie qualità personali e militari, prese in mano una situazione gravissima, che minacciava di far scomparire la presenza italiana in Africa Orientale. Riuscì a riordinare le truppe, a sconfiggere i dervisci sudanesi, a liberare Adigrat assediata e affrancare i prigionieri italiani in mano alle tribù tigrine.
Tornato in Italia nel 1897, venne accolto con tutti gli onori e decorato delle massime onorificenze militari. Comandante del Corpo d’Armata di Ancona prima e di Firenze poi, venne nominato Senatore dal Re Vittorio Emanuele III nel 1904. Congedato nel 1906, si spense a Firenze l’8 gennaio 1917. Riposa nel cimitero fiorentino di Soffiano.

Una targa commemorativa ne ricorda la figura e le gesta, sulla facciata di Palazzo Santa Caterina, già sede del Ministero della Guerra (1865 – 1871), a Firenze in piazza San Marco.

Sempre a Firenze, esiste una Caserma a lui intitolata che, dopo aver ospitato diversi Reggimenti di cavalleria, attualmente ospita il Comando Legione Carabinieri Toscana.