Fiorentina memoria

Circa 600.000 italiani caddero nella Grande Guerra, lottando in uno dei conflitti più tragici che la storia militare ricordi.

I caduti fiorentini, nei diversi fronti di guerra (più di 3.600), sono oggi tutti iscritti nel Famedio ospitati nella Basilica di Santa Croce a Firenze e inaugurato il 4 novembre 1937.

Nello stesso complesso monumentale, nel primo chiostro, è anche presente un Parco della Rimembranza ove sono onorati i fiorentini insigniti della Medaglia d’oro al valor militare, massima onorificenza nazionale tributata per il valore mostrato in combattimento.

La Basilica di Santa Croce ricorda inoltre l’immenso sacrificio sopportato e patito dai soldati italiani nella 1^ guerra mondiale nella Cappella della madre italiana (inaugurata il 4 novembre 1926 alla presenza del Re Vittorio Emanuele III) che accoglie la scultura di Libero Andreotti “La madre italiana” illuminata da vetrate artistiche sopra cui sono riportati tutti i fronti di guerra italiani e alcune battaglie particolarmente significative della Grande Guerra italiana.

Tali fronti di guerra e battaglie sono:
• Isonzo
• Trentino
• Piave
• Gorizia
• Vodice
• Bainsizza
• Macedonia
• Ortigara
• Monte Grappa
• Bligny
• Adriatico
• Vittorio Veneto

La Basilica di Santa Croce, oltre ad essere sito religioso e artistico tra i più importanti d’Italia, è dunque anche luogo della memoria che la città di Firenze conserva ed onora.

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Il coloniale

Una delle figure più alte della storia dell’esercito italiano, per il ruolo fondamentale avuto nelle vicende coloniali dell’Italia alla fine del XIX secolo, è il Generale Antonio Baldissera (ormai ingiustamente sconosciuto ai più).

Antonio Baldissera nacque a Padova, suddito asburgico, il 27 maggio 1838. Ammesso all’Accademia militare di Wiener Neustadt ne uscì come Sottotenente di fanteria nel 1857.
Combattente nella guerra austro-prussiana del 1866 (dove venne decorato dell’Ordine di Maria Teresa), al passaggio del Veneto all’Italia, dopo la Terza Guerra d’Indipendenza, entrò a far parte dell’esercito italiano.

Nel 1879, nel grado di Colonnello, ebbe il comando del 10° Reggimento Bersaglieri e successivamente del 7° Reggimento della stessa specialità.
Promosso Maggior Generale, Baldissera partì nel novembre 1887 per l’Eritrea dove, nell’aprile del 1888, divenne Governatore della colonia italiana e comandante delle truppe locali. In questo incarico, il Generale Baldissera entrò nella storia coloniale italiana: accorto e paziente diplomatico, con costanza e capacità, iniziò un graduale ampliamento e consolidamento della colonia, sfruttando abilmente la rivalità tra i capi eritrei. Costruì strade, ponti, il porto di Massaua e altre infrastrutture, dotando la colonia di servizi amministrativi. Istituì anche le truppe indigene, organizzando i battaglioni di Ascari che concorsero nel tempo a scrivere pagine gloriose della storia militare italiana. Entrato in contrasto con il primo Ministro Francesco Crispi, che richiedeva a Baldissera un’azione più spregiudicata al fine di sostenere l’ascesa al trono di Abissinia del Ras Menelik, chiese di essere rimpatriato, cosa che avvenne nel dicembre 1889. Comandante della Brigata Calabria, venne promosso Tenente Generale nel 1892 ed ebbe il comando della Divisione di Catanzaro prima e di Novara poi. Inviato di nuovo nella colonia Eritrea dopo la sconfitta italiana nella battaglia dell’Amba Alagi il 7 dicembre 1895, giunse pochi giorni dopo la tragica sconfitta di Adua del 1 marzo 1896. Con le sue indubbie qualità personali e militari, prese in mano una situazione gravissima, che minacciava di far scomparire la presenza italiana in Africa Orientale. Riuscì a riordinare le truppe, a sconfiggere i dervisci sudanesi, a liberare Adigrat assediata e affrancare i prigionieri italiani in mano alle tribù tigrine.
Tornato in Italia nel 1897, venne accolto con tutti gli onori e decorato delle massime onorificenze militari. Comandante del Corpo d’Armata di Ancona prima e di Firenze poi, venne nominato Senatore dal Re Vittorio Emanuele III nel 1904. Congedato nel 1906, si spense a Firenze l’8 gennaio 1917. Riposa nel cimitero fiorentino di Soffiano.

Una targa commemorativa ne ricorda la figura e le gesta, sulla facciata di Palazzo Santa Caterina, già sede del Ministero della Guerra (1865 – 1871), a Firenze in piazza San Marco.

Sempre a Firenze, esiste una Caserma a lui intitolata che, dopo aver ospitato diversi Reggimenti di cavalleria, attualmente ospita il Comando Legione Carabinieri Toscana.

La migliore gioventù

Il 29 maggio 1848 fu combattuta, nell’ambito della I^ guerra d’indipendenza, la battaglia di Curtatone e Montanara (Mantova).

Il Feldaresciallo Radetzky, comandante delle truppe asburgiche, decise di attaccare alle spalle i piemontesi attestati a Peschiera ma fu fermato a Curtatone e Montanara dall’eroismo di 5.000 volontari toscani e truppe borboniche.

Tra i volontari toscani, centinaia di studenti universitari fiorentini, pisani e senesi caddero nella strenua resistenza: ancora oggi nelle università italiane si ricorda il sacrificio di questi giovani, espressioni genuine dei più alti valori risorgimentali di libertà e fraternità.

Alla battaglia prese parte il medico patriota Giuseppe Barellai (1813 -1884), una delle figure mediche più alte di tutta la nostra storia nazionale.

http://www.treccani.it/enciclopedia/giuseppe-barellai_(Dizionario-Biografico)/

La città di Firenze decise di erigere in onore dei caduti un obelisco che venne inaugurato il 29 maggio 1882, 34° anniversario della battaglia, nella piazza fiorentina intitolata all’unità d’Italia.

Il destino delle armi fu loro avverso ma non così la memoria grata di tutto il popolo italiano.

Firenze garibaldina

A Firenze, come in quasi tutte le città d’Italia, esiste un monumento dedicato all'”Eroe dei due mondi” e “Padre del Risorgimento italiano” (insieme a Giuseppe Mazzini e Camillo Benso conte di Cavour). Si trova in Lungarno Amerigo Vespucci, accanto al palazzo che ospita il Consolato Generale degli Stati Uniti d’America.

Realizzato in bronzo nel 1890 dallo scultore Cesare Zocchi (1851-1922), è posato su di un alto basamento che riporta iscritti ai quattro lati i nomi delle città di Roma, Marsala, Montevideo e Digione (a ricordo delle imprese che fecero grande il nome di Giuseppe Garibaldi).

Uomo probo e coraggioso, Garibaldi ebbe sempre a cuore l’unione e la libertà dell’Italia ma anche di altri popoli oppressi in Europa e in Sud America.

Maggior Generale dell’esercito italiano, quest’ultimo oggi l’onora intitolando a Giuseppe Garibaldi la Brigata Bersaglieri che ha sede a Caserta.

Ci sono poi due targhe che ricordano i soggiorni fiorentini di Giuseppe Garibaldi: una si trova a via Panzani 17 sulla facciata della casa che l’ospitò il 22 ottobre 1867; l’altra si trova sul Palazzo Pitti Lorenzi di piazza Santa Maria Novella dal cui balcone Garibaldi tenne il discorso che preannunciò l’impresa di Mentana del 1867.

A Firenze infine, nella storica Torre della Castagna, si trova la sede forentina dell’Associazione Nazionale Veterani e Reduci Garibaldini. L’interno della Torre ospita anche un piccolo museo garibaldino e una biblioteca specializzata in titoli dedicati all'”Eroe dei due mondi” e al Risorgimento.

Oltre il proprio limite

Il 24 marzo 1944 veniva trucidato dai nazisti alle Fosse Ardeatine a Roma, insieme ad altre 334 vittime innocenti, il Generale dell’esercito italiano Simone Simoni (1880 -1944).

Appartenente al Fronte Militare Clandestino (costituito nella Capitale dopo l’8 settembre 1943 con compiti informativi a favore del legittimo governo italiano e degli alleati) venne arrestato dai nazisti, insieme a quasi tutti i componenti dell’organizzazione – compreso il suo capo, Colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo (1901 -1944), all’indomani dello sbarco angloamericano di Anzio (22 gennaio 1944) perchè i nazisti temevano che il Fronte Militare Clandestino potesse fomentare un’insurrezione della città di Roma, con conseguenze strategiche disastrose per le forze tedesche che combattevano sul fronte di Anzio e Cassino.

Sottoposto ad atroci torture nella famigerata prigione nazista di via Tasso (oggi Museo della Resistenza a Roma), il Generale Simoni si rifiutò di fare i nomi di altri membri del Fronte Militare fino ad allora scampati alla cattura e venne infine portato all’estremo supplizio alle Fosse Ardeatine.

Alla fine della guerra, il Generale Simone Simoni fu insignito della Medaglia d’oro al valor militare alla memoria.

Al Generale Simoni è intitolata la caserma di Firenze oggi sede della Direzione di Amministrazione dell’Esercito.

Mi sono spesso soffermato a riflettere sulla figura e l’opera del Generale Simoni e di altri che, come lui, hanno perso la propria vita (o l’hanno messa in estremo pericolo) per combattere un nemico militarmente superiore e paurosamente crudele. Ne ho sempre tratto un esempio concreto d’identità e di conseguente coraggio. La cosapevolezza di sè e dei valori universali dell’uomo spiega lo slancio coraggioso di andare oltre i propri limiti, testimoniando, il più delle volte con l’estremo sacrificio, la superiorità della propria coscienza di fronte ad ogni ingiustizia e all’affermazione della verità che rende liberi.

Le fortificazioni

Nel pensiero strategico di Raimondo Montecuccoli, come è noto ai lettori di questo Blog, somma importanza rivestono le fortificazioni. Nei suoi “Aforismi dell’arte bellica” il grande condottiero modenese ne parla ampiamente come importante strumento di difesa e di vita socio -economica. Tra l’altro, Montecuccoli tra i suoi numerosi titoli imperiali aveva quello di “Gran Maestro dell’Artiglieria e delle Fortificazioni”.

Le fortificazioni militari hanno una lunga storia che risale alle torri e castelli dell’epoca classica e medievale. L’uso e lo sviluppo delle artiglierie portò ad una evoluzione delle fortificazioni in epoca rinascimentale. In Italia e successivamente in Francia, si affermarono degli architetti e ingegneri militari la cui opera, spesso capolavori d’arte oltre che fortezze inespugnabili, è ancora oggi visitabile e ammirabile.

I fratelli Antonio e Giuliano da Sangallo, idearono il “fronte bastionato all’italiana”, un sistema difensivo che inibiva, grazie a delle strutture sporgenti, il tiro diretto delle artiglierie.

Ne è ancora oggi un ottimo esempio la “Fortezza da basso” di Firenze costruita nel periodo 1534-1537 da Antonio da Sangallo (1484 -1548) e Pierfrancesco da Viterbo (1470-1535) su commissione di Alessandro de’ Medici (1510-1537) e destinata alla difesa interna della città del fiore.

In Francia, Sébastien Le Preste de Vauban (1633-1707) costruì un sistema di fortificazioni militari, ancora esistenti ancorché non più in uso, volute da Luigi XIV° (1638-1715) per difendere il suo regno dalle minacce esterne.

Un’ultima precisazione: parte interna delle fortificazioni rinascimentali è la cosiddetta Cittadella, che rappresentava l’ultima possibilità di difesa durante l’assedio. Nella storia militare italiana famosa è la Cittadella di Torino che resistette a lungo all’assedio dell’esercito franco-spagnolo del 1706. La Cittadella di Torino ospita oggi il Museo storico nazionale dell’Artiglieria (attualmente chiuso per restauro).

L’ufficiale della tazzina

In visita al meraviglioso Museo delle porcellane, che si trova nella “Palazzina del cavaliere” del Giardino di Boboli a Firenze, sono stato colpito, oltre che da uno splendido dipinto su porcellana di Sèvres di un ritratto di Napoleone (del pittore Francois Gérard), da una tazzina da caffé che ritrae un uomo in uniforme da ufficiale tedesco del primo ottocento.

Proveniente dalla celeberrima fabbrica di porcellane di Meissen in Sassonia, il ritratto dell’ufficiale in uniforme (forse un sovrano o principe tedesco) colpisce per la perfetta fattura e le precisioni uniformologiche.

Anzitutto la giubba color “blu di Prussia” con il colletto arancio e gli alamari, segno distintivo degli ufficiali di stato maggiore prussiani; e poi gli ordini cavallereschi, finemente tratteggiati, posti sul petto.

Nonostante la gentile e fattiva disponibilità del personale del Museo, non è riuscito, a chi scrive, la scoperta del misterioso personaggio: è bello pensare che rappresenti tutti gli ufficiali di stato maggiore prussiani dell’epoca, compreso il grande Scharnhorst!