Il milite immortale

Ogni 2 giugno le celebrazioni per la Festa della Repubblica si aprono con la deposizione, da parte del Presidente della Repubblica, di una corona di fiori (portata da due corazzieri) all’Altare della Patria che custodisce il milite ignoto.

L’ idea di tumulare con tutti gli onori le spoglie di un caduto ignoto della Grande Guerra sorse nel 1920 per opera del Generale Giulio Douhet e si diffuse in tutta Europa.

Il 4 novembre 1921, portato a spalla da 6 decorati di medaglia d’oro al valor militare, venne tumulato al Vittoriano il feretro del milite ignoto, decorato anch’esso di medaglia d’oro al valor militare con la seguente motivazione:

“Degno figlio di una stirpe prode e di una millenaria civiltà, resistette inflessibile nelle trincee più contese, prodigò il suo coraggio nelle più cruente battaglie e cadde combattendo senz’altro premio sperare che la vittoria e la grandezza della Patria.”

Pochi sanno che il milite ignoto italiano è insignato anche della Medal of Honor degli Stati Uniti d’America e della Croce della libertà per il comando militare (di 1^ classe) concessa dall’Estonia.

Un milite immortale che veglia sui valori della Repubblica.

Una cultura da bancarella

Tra le figure militari della nostra storia militare, sento particolarmente vicina a me quella del Generale di brigata aerea Amedeo Mecozzi (1892 – 1971), teorico negli anni ’20 del secolo scorso della cosidetta Aviazione d’assalto.

Nato a Roma in una famiglia di umili condizioni e avviato precocemente al lavoro, seppe costruire la sua vita con una ammirevole determinazione e forza d’animo.

Vorace lettore sin dagli anni giovanili (con mirabile autoironia, già famoso a livello internazionale per i suoi scritti di strategia, diceva di possedere solo una “cultura da bancarella” derivante dalla sua passione di acquistare libri usati dai banchi sul tevere o nei mercati rionali), approfondì gli studi sull’impiego dell’arma aerea, diventando accanto a Giulio Douhet uno dei primi e più innovativi teorici di strategia aerea.

Arruolatosi nell’esercito come soldato semplice nel 1906, partecipò alla Grande Guerra come ufficiale di complemento pilota, realizzando 6 abbattimenti di aerei nemici. Transitato in servizio permanente effettivo nel dopoguerra, iniziò un’intensa attività di pubblicista nel campo aereonautico e, fondata nel 1923 l’Arma azzurra, vi transitò subito con il grado di capitano.

Capo Ufficio Stampa del fondatore dell’aeronautica militare Maresciallo dell’Aria Italo Balbo (1896 – 1940), avvió un’intensa attività pubblicistica in cui propugnava l’idea dell’uso determinante dell’arma aerea sul campi di battaglia, mettendone in evidenza l’alto valore tattico nel sostegno delle truppe terrestri e navali impegnate nei combattimenti. Polemizzó con Douhet che invece enfatizzava il ruolo strategico dell’aviazione nella risoluzione dei conflitti, specie nei bombardamenti dei punti vitali del nemico, compresi i centri abitati.

Sostanzialmente, i suoi studi trovarono effettiva applicazione nella seconda guerra mondiale nell’accentuato ruolo di sostegno alle operazioni corazzate e di fanteria da parte della componente aerea. Un’esemplare applicazione degli studi di Amedeo Mecozzi é quello dell’impiego del famoso aereo da bombardamento in picchiata Junkers JU 87 (Stuka) da parte dei tedeschi nei diversi fronti di guerra. Oggi le teorie del Mecozzi si sostanziano nella funzione CAS (Close Air Support) svolte dalle aviazioni miltari di tutto il mondo.

Direttore della prestigiosa Rivista Aeronautica, al termine della seconda guerra mondiale si ritiró a vita privata, continuando a dedicarsi agli amati studi e a pubblicare (possedeva una propria piccola casa editrice) diversi libri di strategia aerea. Morì a Roma, la sua città, il 2 novembre 1971.

Nel 2006 l’Ufficio storico dell’Aeronautica militare ha pubblicato due pregiati volumi dal titolo Scritti scelti sul potere aereo e l’aviazione d’assalto (1920 – 1970), curati dal compianto colonnello Ferruccio Botti.

Il pensiero di Giulio Douhet in Germania

Le teorie di Giulio Douhet vennero introdotte in Germania all’inizio degli anni ’30 attraverso la rivista Wehrgedanken des Auslandes (Il pensiero di difesa estero) edita nel periodo 1925 – 1939 dal Ministero della Difesa tedesco (Reichswehrministerium). Questa rivista svolse un grande ruolo per diffondere in Germania il pensiero di grandi studiosi di strategia del tempo (oltre a Douhet, pubblicò le teorie di Fuller, Lidell Hart e de Gaulle), concorrendo a tenere informati sugli sviluppi delle nuove dottrine strategiche non solo gli “addetti ai lavori” ma soprattutto la pubblica opinione.

Nel 1935 venne poi tradotto in tedesco (con il titolo Luftherrschaft, a cura di Roland Strunk con una prefazione del tenente colonnello Freiherr von Bülow) l’opera principale di Giulio Douhet Il Dominio dell’aria, pubblicato in Italia nel 1921. Le idee rivoluzionarie di Douhet sull’impiego della nuova arma aerea ebbero nella Germania del tempo grande attenzione e seguito, contribuendo non poco all’ideazione, l’organizzazione e l’impiego delle nascenti forze aeree tedesche (prova ne è la  ricezione delle idee di Douhet nella Direttiva del 1936 della Luftwaffe n. 16 “Condotta di guerra aerea” – L.Dv. 16 Luftkriegführung).

Il pensiero strategico di Douhet, frutto del proprio tempo, rimane un anello della lunga catena denominata  Revolutions in Military Affairs cui anche l’Italia ha offerto un contributo determinante, che dura ancora oggi. E questo bisogna sempre ricordarlo per guardare al futuro coscienti del nostro passato.

Il visionario del cielo

Il generale Giulio Douhet (1869 – 1930) è internazionalmente riconosciuto come il fondatore della strategia aerea (Air Power) tra le due guerre mondiali.

Ufficiale dell’esercito (per l’esattezza, dei Bersaglieri) proveniente dai corsi regolari dell’Accademia militare di Modena, nel 1909 venne incaricato dallo Stato Maggiore dell’esercito di studiare l’impiego in combattimento dell’aeroplano e nel 1911 organizzò la prima missione di guerra di questo nuovo e rivoluzionario mezzo durante la guerra italo – turca in Libia.

Pur non avendo mai conseguito il brevetto di pilota, divenne capo dell’aviazione militare italiana (allora branca dell’esercito) nel 1915.

Poco dopo venne però rimosso e imprigionato per le sue critiche all’Alto Comando in relazione alla sanguinosa condotta della guerra sul fronte carsico. Liberato dopo la disfatta di Caporetto del 1917, divenne Commissario generale per l’Aeronautica presso il Ministero delle Armi e Munizione, incarico che lasciò ben presto per contrasti circa alcuni approvvigionamento ministeriali.

Nel 1920 si fece promotore di erigere un monumento al Milite ignoto presso il Vittoriano di Roma, cosa che si realizzò il 4 novembre 1921 (nel terzo anniversario della vittoria).

Nel 1921 pubblica il suo libro più famoso, Il dominio dell’aria, in cui teorizza il bombardamento strategico volto ad annientare la volontà di combattimento del nemico attraverso la distruzione dei suoi centri nevralgici (tra cui, ahimè, non escludeva i centri abitati  per far crollare il fronte interno). Nelle intenzioni di Dohuet, l’obiettivo era di evitare che si ripetesse la lunga guerra di posizione e logoramento vissuta sul fronte occidentale nella Grande Guerra, attraverso l’ attacco in massa e in modo risolutivo delle forze aeree.

Considerando al tempo l’inesistenza della Difesa contraerea (sarebbe venuta negli anni successivi), Douhet era convinto che la vittoria sul nemico sarebbe stata assoluta e veloce: la tragica esperienza della seconda guerra mondiale, dove le sue teorie troveranno applicazione, dimostrerà che si sbagliava nella durata delle guerre future ma aveva visto giusto nel nuovo ruolo strategico dell’arma aerea.

Sostanzialmente, Douhet fu un visionario perché immaginò un futuro che in parte si realizzò; tale futuro aveva per scenario il cielo e per protagoniste le “incredibili macchine volanti” che, evolvendosi, arriveranno a conquistare lo Spazio.

In onore di Giulio Douhet l’ Aeronautica militare italiana gli ha dedicato nel 2006 la propria Scuola militare che ha sede a Firenze.