Il dimenticato indimenticabile

Sulla collina del Pincio a Roma, tra i busti che ricordano coloro che diedero lustro alla Patria (tra i numerosi busti anche quello di Raimondo Montecuccoli) c’è quello del Generale Pietro Roselli (1808 – 1885).

Romano di nascita, Pietro Roselli fu un ufficiale pontificio che combattè la Prima Guerra d’Indipendenza e successivamente aderì alla Repubblica Romana nel 1849, di cui divenne (col grado di Generale di Divisione) comandante dell’esercito repubblicano.

Impegnato insieme a Giuseppe Garibaldi (con cui si trovò in disaccordo sulla condotta delle operazioni) contro le truppe borboniche nella vittoriosa battaglia di Velletri il 19 maggio 1849 nonchè nella difesa di Roma, dopo la caduta della Repubblica Romana, per opera dell’esercito francese, riparò esule a Genova.

Arruolatosi nel 1859 nell’esercito della Lega dell’Italia centrale, poi assorbito dall’Armata Sarda e divenuto Esercito italiano nel 1861, partecipò alla conquista della Piazzaforte di Ancona nel 1860 di cui in seguito divenne comandante e ove poi si ritirò a vita privata fino alla morte avvenuta il 20 dicembre 1885.

Nel 1886 la città di Roma, per le sue benemerenze, ne reclamò le spoglie che vennero sepolte nell’area monumentale del cimitero del Verano dove tuttora si trovano.

Nel 1893 venne realizzato il busto che si trova al Pincio e che ricorda, insieme agli altri, i pochi (perlopiù dimenticati) che, con coraggio e dedizione, fecero tanto per tutti, anche per quelli che erano a loro contrari.

Il genio incompreso

Uno dei più grandi e acuti studiosi della storia e attualità dell’Istituzione militare fu il prussiano (naturalizzato svizzero) nonchė garibaldino Friedrich Wilhel Rüstow (1821 – 1878)

Ufficiale dell’esercito prussiano, venne condannato ed espulso a causa dei suoi scritti. In particolare, Rüstow teorizzava, dopo i fatti rivoluzionari del 1848, il Volksheer (esercito popolare) inteso come Istituzione militare non più espressione della sovranità regia bensì di quella del popolo.

Riparato in Svizzera, dove entrò nell’esercito contribuendo a riformarlo, Wilhelm Rüstow partecipò nel maggio 1860 alla spedizione dei Mille in Sicilia come Capo di Stato Maggiore di Giuseppe Garibaldi, presso cui godeva di grande considerazione. Tra i fautori delle vittorie garibaldine di Capua e del Volturno, sciolto l’Esercito Meridionale, Rüstow fece ritorno in Svizzerà dove continuò la sua attività di studioso, scrittore e conferenziere.

Escluso da un concorso a cattedra universitaria e caduto in ristrettezze economiche, Rüstow si suicidò il 14 agosto 1878. La cultura militare perdeva così un genio visionario, perlopiù incompreso al tempo (eccezion fatta per Giuseppe Garibaldi che ne aveva intuito la grandezza), precursore di un’idea rivoluzionaria di Istituzione militare che si affermerà con l’avvento delle moderne democrazie.

Friedrich Wilhelm Rüstow scrisse moltissimo sui diversi aspetti della storia e attualità militari (al Museo cittadino Dichter – und Stadtmuseum di Liestal in Svizzera si trova tutta la documentazione di Rüstow). Le sue principali opere tradotte in italiano sono:

Storia politica e militare della guerra franco-germanica del 1870 – 1871;

Guerra d’Italia del 1859 narrazione politico – militare.

Anelante a sè stesso

Un gradevole soggiorno estivo a Lucca mi ha portato alla scoperta del Monumento a Tito Strocchi, giovane lucchese protagonista (dimenticato come molti, ahimè!) del nostro Risorgimento tra le fila dei garibaldini nella Terza Guerra d’Indipendenza del 1866 e a Mentana nel 1867 (nonchè a Digione contro i prussiani nel 1870 -’71).

Riporto qui di seguito un significativo estratto di un’opera biografica a lui dedicata che credo rappresenti al meglio il suo messaggio esistenziale ai posteri:

Mi abbrucia il desio di una vita nuova, varia, piene di emozioni. Anelo trovarmi nel fuoco della mischia e conoscere me stesso in mezzo ai pericoli. Questa vita che conduciamo é una vita da oche; a noi che arde il sangue dei vent’anni abbisogna una vita di avventure, io anelo provare una qualche emozione forte, sia pure quella della paura…

Io anelo poter dire un giorno, se vivrò, anch’io ho fatto qualche cosa per la patria mia, io non sono indegno dei miei genitori.

(da Enrico Del Carlo, Vita di Tito Strocchi 1846-1879 giornalista, mazziniano e garibaldino)

Anche Giosuè Carducci volle dedicare a Tito Strocchi un’ode, epigrafe del suo sepolcro nel cimitero di Lucca:

SE FORTEMENTE SENTIRE – È DA ROMANI – ONORATE, O CITTADINI, LA TOMBA – DI – TITO STROCCHI – MORTO A TRENTATRE ANNI – NOBILI COSE PENSÒ – DEGNE SCRISSE -COMBATTÈ VALOROSO – NEL TRENTINO, NELL’ AGRO ROMANO, A DIGIONE – NULLA CHIESE E NULLA EBBE NEL MONDO – SE NON TARDA PIETÀ “

Firenze garibaldina

A Firenze, come in quasi tutte le città d’Italia, esiste un monumento dedicato all'”Eroe dei due mondi” e “Padre del Risorgimento italiano” (insieme a Giuseppe Mazzini e Camillo Benso conte di Cavour). Si trova in Lungarno Amerigo Vespucci, accanto al palazzo che ospita il Consolato Generale degli Stati Uniti d’America.

Realizzato in bronzo nel 1890 dallo scultore Cesare Zocchi (1851-1922), è posato su di un alto basamento che riporta iscritti ai quattro lati i nomi delle città di Roma, Marsala, Montevideo e Digione (a ricordo delle imprese che fecero grande il nome di Giuseppe Garibaldi).

Uomo probo e coraggioso, Garibaldi ebbe sempre a cuore l’unione e la libertà dell’Italia ma anche di altri popoli oppressi in Europa e in Sud America.

Maggior Generale dell’esercito italiano, quest’ultimo oggi l’onora intitolando a Giuseppe Garibaldi la Brigata Bersaglieri che ha sede a Caserta.

Ci sono poi due targhe che ricordano i soggiorni fiorentini di Giuseppe Garibaldi: una si trova a via Panzani 17 sulla facciata della casa che l’ospitò il 22 ottobre 1867; l’altra si trova sul Palazzo Pitti Lorenzi di piazza Santa Maria Novella dal cui balcone Garibaldi tenne il discorso che preannunciò l’impresa di Mentana del 1867.

A Firenze infine, nella storica Torre della Castagna, si trova la sede forentina dell’Associazione Nazionale Veterani e Reduci Garibaldini. L’interno della Torre ospita anche un piccolo museo garibaldino e una biblioteca specializzata in titoli dedicati all'”Eroe dei due mondi” e al Risorgimento.

Il protagonista dimenticato

Il Risorgimento italiano è sempre stato giustamente identificato con quattro personaggi storici: Camillo Benso Conte di Cavour, Giuseppe Garibaldi, Giuseppe Mazzini e, in misura meno evidente ma non meno importante, Vittorio Emanuele II di Savoia.

Vi è un quinto personaggio il cui contributo è stato essenziale al successo del movimento di unità nazionale e che difficilmente viene ricordato con pari enfasi. Si tratta del generale Manfredo Fanti (1806 -1865), militare di carriera e ministro della guerra del governo Cavour, passato alla storia come il fondatore dell’esercito italiano, costituito con proprio decreto del 4 maggio del 1861.

In realtà era molto di più e, soprattutto, rappresentava un punto di convergenza dei quattro grandi personaggi risorgimentali prima citati. Era stato, infatti, ispirato dalle idee mazziniane, guidato dalla azione politica di Cavour, influenzato nella sua azione dal Garibaldi -di cui ne rappresentava l’esatto contrario in termini personali e professionali- e favorito dalla stima del Re sabaudo.

“Maestà, l’Armata è l’ancora di salvezza della Patria contro lo straniero, ed è il braccio della società pel mantenimento dell’ordine e l’esecuzione della legge”. Così si esprimeva il generale Fanti in un promemoria al Re d’Italia Vittorio Emanuele II del novembre 1861, nel pieno della discussione sullo scioglimento, fortemente propugnato dal Fanti, dell’esercito garibaldino e il rafforzamento dell’esercito italiano. Indubbiamente Fanti era convinto che solo un esercito regolare potesse essere espressione di sovranità e garanzia di effettività: un precetto che, già proclamato nei secoli precedenti dal grande Raimondo Montecuccoli, rischiava di essere dimenticato al fine di favorire le pur coraggiose e meritevoli truppe garibaldine, con conseguenze imprevedibili per la stabilità dello Stato unitario italiano appena proclamato.

Essersi battuto per l’affermazione del succitato fondamentale principio strategico – politico, lo rende senz’altro degno della statua che alla sua morte l’Italia volle dedicargli e che ancora oggi, recentemente restaurata, campeggia nella bella piazza San Marco a Firenze.