Le sofferenze degli innocenti

Nella Grande Guerra furono presi prigionieri dagli austro – tedeschi più di 600.000 militari italiani (perlopiù appartenenti all’Esercito): di questi, circa 100.000 (in maggioranza graduati e militari di truppa soggetti al lavoro coatto) morirono di malattie e di stenti nei campi in Austria e Germania o in conseguenza della prigionia una volta rimpatriati.

Per i prigionieri italiani l’esperienza fu terribile: la fame, le malattie ma anche il generale disinteresse alla loro sorte portò a sofferenze indicibili nonchè a profondi e duraturi traumi psicologici e fisici.

Queste tristi vicende sono narrate drammaticamente da uno di questi sfortunati protagonisti, divenuto poi tra più grandi scrittori italiani del Novecento: Carlo Emilio Gadda (1893 -1973)

Ufficiale degli Alpini, Gadda venne fatto prigioniero in seguito alla sconfitta di Caporetto e imprigionato nel campo di Celle in Germania. Ne trasse uno dei suoi libri più famosi Giornale di guerra e di prigionia (Sansoni, Firenze, 1955) che testimonia ancora oggi una triste pagina della nostra storia militare.

Da questa opera memorialistica del Gadda, traggo questo significativo brano relativo ai terribili giorni di Caporetto:

“Lasciare il Monte Nero!, questa mitica rupe, costata tanto, e presso di lei il Vrata, il Vrsic, lasciare, ritirarsi; dopo due anni di sangue. Attraversai un momento di stupore demenziale, di accoramento che m’annientò. Ma Sassella incalzava: «Signor tenente, bisogna far presto, ha detto il tenente Cola di far presto» e incitò poi per conto suo gli altri soldati. Mi riscossi: credo di non esser stato dissimile dai cadaveri che la notte sola copriva. […] Finiva così la nostra vita di soldati e di bravi soldati, finivano i sogni più belli, le speranze più generose della nostra adolescenza: con la visione della patria straziata, con la nostra vergogna di vinti iniziammo il calvario della dura prigionia, della fame, dei maltrattamenti, della miseria, del sudiciume.“

Spirito indomito

Il valore del soldato dipende dal suo spirito, quello che Carl von Clausewitz chiamava Geist.

E lo spirito è la risultante di una serie di condizioni soggettive (carattere, educazione,motivazione ecc.) e oggettive (Leadership dei comandanti, consenso dell’opinione pubblica , armamento, addestramento ecc.).

Il valore è però condizione necessaria ma non sufficiente per garantire la vittoria: vi è infatti necessità della logistica e tattica adeguati (compiti dei comandanti) ed una chiara strategia (compito dei politici).

Riflettevo su queste cose pensando alla figura di Enrico Toti (1882 -1916) in occasione del 184° aniversario della fondazione del glorioso Corpo dei Bersaglieri (18 giugno 1836).

La figura eroica di Enrico Toti si studia(va) a scuola quindi penso sia nota a tutti: l’augurio è dunque che questa soccorra ognuno di noi nel momento dello scoramento e del dubbio affinchè “quando la paura bussa alla porta vada ad aprire il coraggio.”

Non solo arte

Ernst Paul Klee (1879 – 1940) è stato uno dei più grandi pittori nel periodo a cavallo del XIX° e XX° secolo.

Nato in Svizzera da padre tedesco e madre svizzera, ereditò dal primo la cittadinanza tedesca e partecipò quindi alla Grande Guerra dal 1916 al 1918 come soldato dell’esercito bavarese effettivo alla neonata aviazione (Fliegertruppe).

Già molto noto come artista, fu espressamente dispensato dal combattimento, prestando prima servizio nella base aerea di Oberschleißheim (vicino Monaco di Baviera) e poi alla Scuola di volo di Gersthofen.

La Bayerische Fliegertruppe (aviazione bavarese), componente della Deutschen Luftstreitkräfte (forza aerea tedesca), venne costituita il 1° aprile 1912 e sciolta (in seguito al Trattato di pace di Versailles del 1919 che vietava alla Germania di avere Forze aeree) l’8 maggio 1920.

Durante la Grande Guerra operò sul fronte orientale, su quello occidentale, sulle Alpi (in supporto agli alleati austro – ungarici) e in Palestina.

Rappresentazione della guerra

Uno dei più brillanti giornalisti del Novecento, Paolo Monelli (1891 – 1984), fu ufficiale degli Alpini nella Grande Guerra e al termine del conflitto scrisse due importanti e famose opere su questa sua esperienza: Le scarpe al sole (Cappelli, Bologna, 1921) e La guerra è bella ma scomoda (con illustrazioni del pittore – soldato Giuseppe Novello- 1897 – 1988).

Da quest’ultima, pubblicata a suo tempo sotto gli auspici dell’A.N.A. Associazione Nazionale Alpini, traggo il seguente estratto, illuminante sulla rappresentazione della guerra:

“Diffidate signori di chi prende troppa confidenza con le belle parole; come ammonii un’altra volta di diffidare di quelle cronache della guerra che son tutte sangue ed orrore, e mai un giorno di sole, e mai una risata. Chi declama che la guerra è bella, solo bella, e altolà, andate a cercare se per avventura il giorno della prova non ha marcato visita: in Italia o in Africa è lo stesso.”

(Paolo Monelli e Giuseppe Novello, La Guerra è bella ma scomoda, Milano, Treves, 1929 riedito dalla Casa editrice Il Mulino, Bologna, 2015)

Tragica contabilità

La Prima Guerra Mondiale segnò irrimediabilmente l’Europa e l’Italia. Quanto era prima non fu più dopo e svolse i suoi (nefasti) effetti fino a provocare, di fatto, la Seconda Guerra Mondiale, forse la guerra più terribile fra tutte le guerre (anche) per il drammatico e ampio coinvolgimento nel conflitto delle popolazioni civili.

L’Italia vittoriosa ebbe a caro prezzo Trento, Trieste e il Brennero mentre gli venne negata, per ragioni di politica internazionale, la Dalmazia entrata a far parte del neocostituito Regno di Jugoslavia (da questo evento origina il termine Vittoria mutilata).

Fu per l’Italia un immenso sforzo. Tale gravosa esperienza della guerra indusse una duratura fatica che arrivò ad unire gli italiani che l’avevano sopportata: nacque una nuova identità nazionale forgiata dal superamento della difficile prova.

Tutta l’Italia si unì per la vittoria, specie dopo la sconfitta di Caporetto. Sembrò finalmente realizzarsi quella rima del Canto degli italiani di Goffredo Mameli che solo anni dopo divenne (a ragione) inno nazionale:

/…/Uniti, per Dio/Chi vincer ci può!?

Una lapide (notata di recente a Roma sulla facciata di un edificio) ricorda la tragica contabilità di sangue della Grande Guerra combattuta dagli italiani: numeri che rappresentano e riassumono il sacrificio estremo dei soldati (riconosciuto -in parte- con le decorazioni al valore enumerate dalla stessa lapide) e che non hanno bisogno di ulteriore commento.

Encomio solenne

I 《ragazzi del ’99》sono i giovani italiani nati nel 1899 e dunque arruolati nel 1917 per combattere nell’anno più difficile della Grande Guerra sui fronti del Piave, Monte Grappa e Montello. Anche al loro si deve la vittoria italiana nella Grande Guerra e per questo, caso unico ed eccezionale, a tutti i 《ragazzi del ’99》 fu attribuito dal Generale Armando Diaz, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, un encomio cumulativo (poi tramutato in Croce al Valor militare) con la seguente motivazione:

«I giovani soldati della Classe 1899 hanno avuto il battesimo del fuoco. Il loro contegno è stato magnifico e sul fiume che in questo momento sbarra al nemico le vie della Patria, in un superbo contrattacco, unito il loro ardente entusiasmo all’esperienza dei compagni più anziani, hanno trionfato. Alcuni battaglioni austriaci che avevano osato varcare il Piave sono stati annientati: 1.200 prigionieri catturati, alcuni cannoni presi dal nemico sono stati riconquistati e riportati sulle posizioni che i corpi degli artiglieri, eroicamente caduti in una disperata difesa, segnavano ancora.
In quest’ora, suprema di dovere e di onore nella quale le armate con fede salda e cuore sicuro arginano sul fiume e sui monti l’ira nemica, facendo echeggiare quel grido “Viva l’Italia” che è sempre stato squillo di vittoria, io voglio che l’Esercito sappia che i nostri giovani fratelli della Classe 1899 hanno mostrato d’essere degni del retaggio di gloria che su loro discende
Zona di guerra, 18 novembre 1917 – Il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Armando Diaz»

Un Associazione denominata I ragazzi del “99”- Unione Nazionale Veterani ed Amici delle Forze Armate (vigilata dal Ministero della Difesa) cura la memoria di questi giovani che hanno fatto la storia d’Italia.

Responsabilità

Il Generale Mario Roatta (1887 – 1968) è stato uno dei protagonisti della storia militare italiana della prima metà del Novecento.

Ufficiale pluridecorato nella Grande Guerra, Capo del S.I.M. (Servizio Informazioni Militari), Capo dei volontari italiani (che si batterono a fianco del Generale Francisco Franco) nella guerra civile spagnola, Comandante della 2^ Armata in Jugoslavia nonchè della 6^ Armata in Sicilia, il Generale Roatta concluse la sua carriera come Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, trovandosi ad essere tra i responsabili delle Forze Armate italiane al momento dell’armistizio dell’8 settembre 1943.

Accusato di crimini di guerra, di resa colposa e della mancata difesa di Roma (nonchè di essere coinvolto nell’omicidio degli antifascisti fratelli Rosselli nel 1937 in Francia), entrò in latitanza nel 1945. Successivamente verrà prosciolto da ogni accusa. Rientrato dalla Spagna in Italia nel 1967 morirà a Roma l’anno successivo.

Ha lasciato due opere scritte con propositi difensivi: Otto milioni di baionette (Mondadori, Milano, 1946) e Sciacalli addosso al S.I.M. (Mursia, Milano, 2018).

La sua figura e azione possono essere approfondite nel bel libro dello storico (e collaboratore di questo Blog) Giovanni Cecini I Generali di Mussolini (Newton Compton Editori, Roma, 2016, 2^ edizione 2019).

La lezione per il futuro

Nel 1925 venne data alle stampe la traduzione (a cura del Generale Ambrogio Bollati) del libro “La guerra dell’avvenire” (Vom Kriege der Zukunft) del Generale tedesco Friedrich von Bernhardi (1849 – 1930).

Importante teorico militare e prolifico scrittore nel periodo precedente la Grande Guerra, von Bernhardi aveva combattuto valorosamente nel primo conflitto mondiale e voleva offrirne testimonianza (anche per le generazioni future) perchè quella terribile esperienza non andasse persa.

Era convinto che la Germania del dopoguerra, “impoverita e sconquassata” come lui stesso scrive, non avrebbe mai più in futuro potuto combattere una guerra come la precedente e ne spiegava le ragioni. Auspicava poi un periodo di pace, facendo però trasparire, date le circostanze dell’epoca, di crederci poco anche lui.

Il valore dell’opera è nell’analisi (fatta “a caldo” e da un protagonista) delle lezioni di quella prima sconvolgente guerra: gli elementi costitutivi della guerra moderna (guerra di massa e fondata sulla tecnologia), la tattica dei vari corpi (fanteria, cavalleria ecc.), l’attacco, la difesa e l’iniziativa, i concetti fondamentali dell’offensiva, le sorgenti della forza, l’influenza della politica e della situazione economica, la ripartizione delle truppe e il combattimento (che von Bernhardi chiama “lotta”).

Ahimè tutto ciò servì (come si desume dal significativo titolo dell’opera) a preparare teoricamente il secondo e ancor più terribile conflitto.

Eterna massima

Marc Bloch (1886 – 1944) è stato uno dei più grandi storici del Novecento. Francese di origine ebraica, combattè come ufficiale nella Grande Guerra e partecipò alla Seconda Guerra Mondiale tra le fila della Resistenza in Francia. Catturato dai nazisti, venne imprigionato, torturato e infine fucilato (insieme ad altri 29 resistenti) il 16 giugno 1944.

Tra le tante sue riflessioni, questa che segue (tratta dalla sua opera Apologia della Storia, pubblicata dalla Casa editrice Einaudi nel 1950) ha avuto una grande risonanza:

L’ incomprensione del presente nasce fatalmente dall’ignoranza del passato (…) non è però meno vano tentar di comprendere il passato ove nulla si sappia del presente.

Fece e visse la Storia.

La voce dei vinti

L’austriaco Leo Spitzer (1887 – 1960) è stato uno dei maggiori linguisti e filologi romanzi del secolo scorso (nonchè membro corrispondente dell’Accademia della Crusca di Firenze).

Impiegato nella Grande Guerra presso l’ufficio censura, ebbe modo di leggere migliaia di lettere di soldati italiani prigionieri in Austria (in totale, nella Prima Guerra Mondiale, l’Italia ebbe più di 600.000 prigionieri di cui circa 100.000 morirono per malattia e fame) in cui veniva scritto dei temi più disparati (la lontananza, il ricordo, l’attesa della pace, la fame, il patriottismo solo per ricordarne alcuni) e in una lingua più dialettale che corretta (solo circa il 70% dei soldati era alfabettizzato).

Da questa esperienza trasse un famoso libro (Italienische Kriegsgefangenenbriefe. Materialen zu einer Charakteristik der volkstümlichen italienischen Korrespondenz – Wien, 1921) recentemente (2016) ripubblicato da la Casa editrice Il Saggiatore di Milano con il titolo “Lettere di prigionieri di guerra italiani”.

Un’opera nata con intenti di studio linguistico, ci offre una testimonianza preziosa della “voce dei vinti” che oggi hanno la possibilità di far ascoltare la propria testimonianza della tragedia, personale e collettiva, per anni persa nella nebbia del colpevole oblio di chi hanno (comunque) servito. E completa la comprensione di uno degli eventi più importanti per la comprensione della nostra storia nazionale.