Picca o moschetto?

Raimondo Montecuccoli, uomo di vedute culturali ampie e approfondite, era, in campo tattico, un conservatore rispetto all’arte operativa seicentesca, rivoluzionata dal Re svedese Gustavo Adolfo durante la guerra dei trent’anni.

Nella tattica svedese infatti un ruolo fondamentale era svolto dall’impiego combinato cavalleria – fanteria che univa la manovra alla celerità. Questa tattica (insieme alla ferrea disciplina dei soldati svedesi) risultò uno dei fattori di potenza determinanti per il successo della protestante Svezia nella terribile e devastante guerra del XVII° secolo.

Montecuccoli invece era un convinto assertore dell’uso della picca (una lunga asta appuntita di legno), da lui considerata, a ragione, l’unica difesa dalle cariche di cavalleria (in questo convinzione, grande importanza aveva il fatto che Montecuccoli era un cavaliere che aveva iniziato la sua carriera da picchiere!).

Nei suoi celeberrimi Aforismi dell’arte bellica, il Nostro arrivò a scrivere a riguardo ” la lancia è la regina delle armi a cavallo, siccome la picca a piedi”.

Non che non riconoscesse l’importanza del moschetto, anzi nel corso degli anni ne concepì lui stesso un nuovo modello. Però rimaneva dell’idea che il moschetto poco potesse contro una potente carica di cavalleria (era piuttosto efficace negli scontri di fanteria o come armamento dei Dragoni, cavalieri impiegati sostanzialmente appiedati).

L’incremento dell’uso delle artiglierie contro la cavalleria e lo sviluppo delle armi da fuoco portatili segnarono l’inevitabile tramonto delle picche; ma a quell’epoca il cuore del grande condottiere modenese giaceva ormai da anni nella chiesa del convento dei cappuccini di Linz.

L’occasione è oggi propizia per augurare a tutti i lettori di questo Blog Buon Natale e Felice Anno Nuovo!

 

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Compagno d’armi

Oggi, 408 anni fà (21 febbraio 1609), Raimondo Montecuccoli nasceva nel Castello di Montecuccolo – Pavullo nel Frignano (Modena).

Il nostro Raimondo ebbe tra gli amici più cari, con cui intrattenne per anni una ricca corrispondenza attualmente depositata presso l’Archivio di Stato di Firenze, il Principe Mattias de’ Medici (1613-1667).

Figlio del Granduca Cosimo II° (1590-1621) e Maria Maddalena d’Austria (1589-1631), Mattias combatté a fianco di Raimondo tra le file degli imperiali durante la guerra dei trent’anni (1618-1648) e la prima guerra di Castro (1641-1644), quest’ultima contro le pretese espansionistiche (ai danni dei Farnese) del Papa Urbano VIII° Barberini (1568-1644).

I Medici, come i Montecuccoli (ed anche i Piccolomini,  i Gallasso e altri esponenti di nobili famiglie italiane), si posero nel Seicento al servizio dell’Imperatore del Sacro Romano Impero combattendo nelle numerose guerre del tempo e confermando così il legame che univa gran parte dell’Italia ai destini imperiali.

In particolare, i Medici si erano legati per sempre agli Asburgo allorquando l’Imperatore Carlo V° riportó a Firenze i Medici sconfiggendo le truppe della Repubblica fiorentina nel 1530.

Grazie a questo legame, gli Asburgo (con il ramo dei Lorena) subbentrarono nel governo del Granducato di Toscana quando la linea maschile dei Medici si estinse con la morte di Gian Gastone il 9 luglo 1737.

Definizione

 

Riflettendo sul grande quadro del pittore Diego Velazqeuez “La resa di Breda” (noto anche con il titolo “Le lance”- Museo del Prado di Madrid) che ritrae il momento in cui il 5 aprile 1625 il comandante olandese Maurizio di Nassau (1567-1625) si arrende al comandante spagnolo (ma di origine genovese) Ambrogio Spinola (1569-1630), mi è venuto in mente un illuminante aforisma che si riferisce alla resa:

Una sottile linea separa la viltà dalla resa: si chiama intelligenza.

(Ugo Giaime – Aforismi militari)

Montecuccoli nella Guerra dei trent’anni (1618 – 1648)

Innumerevoli furono le campagne militari combattute da Raimondo Montecuccoli lungo la sua esistenza. La sua fama divenne leggendaria con la campagna contro i turchi culminata con la battaglia della Raab del 1° agosto 1664 mentre l’apoteosi la raggiunse con la campagna del Reno contro i francesi di Turenne nel 1675. Ma è nella Guerra dei trent’anni (1618 – 1648) che Raimondo Montecuccoli gettò le basi di quella straordinaria vita militare (e non solo) che fu la sua.

Montecuccoli iniziò la carriera militare come semplice moschettiere per poi essere promosso, nel 1626, Picchiere. Si era nel pieno della guerra dei Trent’anni (1618 – 1648) e l’ Europa  ribolliva di battaglie e combattimenti. Non fu difficile per lui, avvezzo alla disciplina e all’impegno, distinguersi. Nel 1629, con il grado di Alfiere (corrispondente all’odierno Sottotenente), fu chiamato dal cugino Ernesto a far parte dei 17.000 uomini inviati dall’ Imperatore nei Paesi Bassi a rinforzo delle truppe guidate dal generale genovese Ambrogio Spinola. Partecipò alla presa di Amersfoort dove, con in mano lo stendardo imperiale, entrò per primo attraversò la breccia aperta nelle mura, incitando gli altri a seguirlo mentre ancora in città infuriava la battaglia.

Promosso Capitano del Reggimento del Colonnello Wrangler partecipò, nel 1631, alla presa di Neubrandenburg, ove fu ferito. Qui ebbe l’ onore di consegnare le chiavi della città al Maresciallo Tilly, Comandante supremo dell’Esercito imperiale asburgico, che lo lodò pubblicamente. Nello stesso anno prese parte all’assedio di Magdeburgo (qui assistette al famoso sacco, tra i peggiori della storia, immortalato dal successivo quadro del pittore Eduard Steinbrück riprodotto in apertura di questo articolo) nonché alla conquista della fortezza di Kollbus, dove presentò al Maresciallo Tilly le bandiere che egli stesso aveva catturato al nemico. Il primo grande condottiero che Montecuccoli ebbe la fortuna di conoscere fu il Maresciallo Tilly. Monacale e austero, severo anzitutto con sé stesso prima ancora che con gli altri, Tilly offrì a Montecuccoli un grande esempio di semplicità, sobrietà e disciplina. Le impressioni però non furono soltanto positive: Tilly (al contrario di Wallenstein) non dava molta importanza alla logistica e agli occhi di Montecuccoli rimasero impresse le immagine dei paurosi saccheggi a cui le truppe, male o irregolarmente nutrite, si dedicavano dopo ciascuna vittoria. In seguito Montecuccoli sostenne energicamente la necessità di una maggiore umanità nei confronti dei civili non solo per generosità d’animo ma anche perché comprendeva lucidamente l’inutilità e finanche il danno della vessazione e del saccheggio. Lasciata la fanteria, assunse il Comando di uno Squadrone di Corazzieri con cui valorosamente prese parte alla famosa battaglia di Breitenfeld del 7 settembre 1631, ove fu testimone della catastrofica disfatta inflitta dal Re di Svezia Gustavo Adolfo al Maresciallo Tilly, che poco dopo morì a Ingolstadt. Montecuccoli fu ferito gravemente e preso prigioniero dagli svedesi, fu condotto a Halle ove rimase per sei mesi. Ristabilitosi, fu in seguito liberato grazie al pagamento di un riscatto.

Promosso al grado di Maggiore, combatté, sotto il comando del cugino Ernesto, sul Reno e in Baviera. Successivamente divenne Tenente Colonnello in un Reggimento di Cavalleria. Il 16 novembre 1632  a Lützen, villaggio sassone vicino Lipsia, Gustavo  Adolfo e Wallenstein si affrontarono in una battaglia grandiosa tra svedesi e imperiali, destinata a marcare le sorti delle aspirazioni svedesi sul territorio imperiale, anche se si concluse con una sostanziale parità. Non è certo che Montecuccoli abbia partecipato alla battaglia. Senza alcun dubbio però fu molto colpito dalla scomparsa del grande Re svedese che in quella battaglia trovò la morte. In sua memoria scrisse persino un sonetto indirizzato all’amico Fulvio Testi.

Nel 1633 morì Ernesto Montecuccoli. Fu per Raimondo una gravissima perdita poiché il cugino Ernesto aveva rappresentato per lui un valoroso esempio e un costante punto di riferimento. Rafforzato in questo anche dalla crescente stima che la sua figura riscuoteva tra pari e superiori,  l’anno seguente lo troviamo nella decisiva battaglia di Nördlingen che si risolse in una grande vittoria degli imperiali sugli svedesi. In quell’occasione Montecuccoli ebbe il comando ad interim di un reggimento di cavalleria ed elaborò una tattica d´ impiego delle truppe diversa da quella dagli svedesi, al tempo ritenuti maestri indiscussi. Era la prima volta che Montecuccoli elaborava un proprio schema di combattimento, segno inconfondibile della sua accresciuta professionalità e del suo spiccato acume in battaglia.

Nel 1635  partecipò alla conquista di Kaiserslautern ove dimostrò ancora una volta estremo coraggio e spiccata audacia, meritandosi la pubblica lode del Comandante delle truppe imperiali, il Generale italiano Matteo Galasso. Promosso Colonnello gli fu assegnato il comando di un Reggimento di corazzieri (alla giovane età di 26 anni!). L’anno successivo, nella battaglia di Wittstock, solo le ripetute cariche di cavalleria degli uomini al comando di Montecuccoli riuscirono a salvare l´esercito imperiale da una disastrosa rotta. Montecuccoli cominciò così a intravedere le gravi lacune dei comandanti imperiali, soprattutto nell’uso delle artiglierie, alle quali dedicherà approfondite riflessioni da cui scaturiranno in seguito una diversa azione di comando e, soprattutto, le sue innovative opere sulla scienza bellica.

Gli anni tra il 1637 e il 1638 sono per lui anni difficili: muore l’amata madre Anna Bigi e deve confrontarsi, con successo, con dei calunniatori che tentano di infangarne, per pura invidia, la sempre più crescente fama. Unico sollievo a tante difficoltà la corrispondenza con l´amico Fulvio Testi, cui arriva a dedicare un libro di poesie.

Nel 1639, tornato al fronte, combatte nella battaglia di Melnik dove viene ferito e catturato per la seconda volta dagli svedesi. Rinchiuso nella fortezza di Stettino, vive un periodo di prigionia che durerà tre anni e lo segnerà per sempre (in senso positivo, dato il tempo che dedicherà agli studi durante la prigionia).

Nel giugno del 1642 fu scambiato con un Colonnello svedese, prigioniero degli imperiali, e ritrovò la sua libertà. Accolto con grande simpatia e considerazione alla corte imperiale dall’Arciduca Leopoldo Guglielmo, gli venne annunciata la sua promozione al grado di Generale insieme alla stima personale dell’Imperatore Ferdinando III°.

I tempi erano difficili per le truppe imperiali: gli svedesi erano in Slesia mentre i francesi (nel frattempo entrati apertamente in campo contro il Sacro Romano Impero germanico) minacciavano da Occidente con una manovra a tenaglia che alla fine risolverà a loro favore il trentennale conflitto. Raimondo Montecuccoli riprese subito servizio, attaccò e sconfisse gli svedesi a Troppau.

Nominato nel 1644 Tenente – Maresciallo dell’esercito imperiale (grado che nella gerarchia militare asburgica precedeva quello di Comandante generale della cavalleria) iniziò per lui un periodo convulso di combattimenti e battaglie: prima in Sassonia, dove sconfisse gli svedesi a Königsmark; poi in Ungheria dove combattè un nuovo nemico, Giorgio Racoczy, il principe di Transilvania; infine in Franconia (Baviera) dove ebbe il comando di tutte le truppe imperiali. Era diventato il pupillo del Maresciallo Matteo Galasso che fino alla sua morte, avvenuta nel 1647, lo considerò il suo più valido collaboratore. Ferito di nuovo nel 1645, fu nominato membro del Consiglio Aulico Imperiale di Guerra, supremo organo militare dell´Impero, nonchè Gentiluomo di camera dell’Imperatore. Intanto la situazione per il Sacro Romano Impero della nazione germanica andava sempre più peggiorando. Occorreva rallentare il nemico in marcia verso Vienna almeno fino a quando le trattative per la pace che si stavano svolgendo in Westfalia non si fossero concluse. In questa azione frenante il Montecuccoli si spese senza risparmio d’energia: soccorse la città di Brno in Boemia dove constrinse il condottiero svedese Torstensson a levare l’assedio; affrontò successivamente in Baviera gli svedesi, di cui guadagno la stima per l´alto valore militare dimostrato; nel periodo 1646-1647 poi combatté di nuovo in Boemia dove con forze di gran lungo inferiori riuscì a bloccare l’avanzata del valoroso generale svedese Wittemberg. Infine, nel 1647 contribuì valorosamente a sconfiggere a Treibel gli svedesi di Wrangel: tale vittoria gli portò la promozione a Generale di cavalleria. La mirabile azione frenante, effettuata principalmente con poderose cariche di cavalleria ai lati dello schieramento avversari, fu cosi efficace che all’annuncio del Trattato di pace di Westfalia le Armate francesi di Turenne e quelle svedesi del Wrangler erano ben lontane dal principale obiettivo dell’ultima fase della guerra: Vienna. Si può quindi ben dire che Raimondo Montecuccoli con la sua accanita resistenza contribui a salvare la dinastia asburgica e con essa l’impero.