Fiume amaro

L’Italia entrò nella Grande Guerra contro l’Austria- Ungheria accanto alla Francia, Gran Bretagna e Russia (a cui si era legata con il Patto di Londra il 26 aprile 1915) il 24 maggio 1915 operando sul fiume Isonzo che segnava di fatto il confine militare tra i due Paesi. Su questo fiume si svilupparono ben 12 battaglie (11 offensive e 1 difensiva) e rappresentò il principale teatro operativo italiano. Molte imprese militari che caratterizzano la 1^ guerra mondiale sulla fronte italiana si svolsero sui luoghi segnati dalla presenza di questo fiume che per la sua importanza sarà secondo solo al Piave, il “Fiume sacro” all’Italia. Appartengono infatti alle operazioni militari isontine i fatti d’arme della presa di Gorizia (6^ battaglia), del Vodice (10^ battaglia), della Bainsizza (11^ battaglia) e di Caporetto (12^ battaglia). Nel complesso, si ebbero circa 300.000 soldati italiani e austro-ungarici che caddero in queste sanguinosissime battaglie. Un “Fiume amaro” per la sorte di migliaia di combattenti e per i loro cari.

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L’ Esercito italiano nella Grande Guerra – 1^ parte

La Grande Guerra scoppiò in un momento assai delicato per la vita dell’esercito italiano. Il 1° luglio del 1914 infatti morì improvvisamente il capo di Stato Maggiore, Generale Alberto Pollio. Pollio era un uomo centrale nella vita dell’esercito di allora: colto e triplicista
convinto, era considerato, insieme al Ministro della Guerra Paolo Spingardi, uno dei fautori della vittoria nella guerra di Libia. Il Generale era stato addetto militare a Vienna. Era molto ben considerato dagli alleati tedeschi e austriaci ai quali, poco prima della morte, aveva confermato l’invio di truppe italiane sul Reno in caso di attacco della Francia alla Germania, così come previsto dalla Convenzione militare del 1888.
Al Pollio successe il generale Luigi Cadorna, esponente di una delle famiglie militari di maggior prestigio (il padre Raffaele aveva comandato le truppe che avevano conquistato
Roma nel settembre 1870). Il generale Cadorna, stabilita la neutralità italiana all’inizio del grande conflitto, si preoccupò di riorganizzare l’esercito (duramente provato dalla guerra in Libia) in vista di una possibile entrata in guerra, avendo sempre a mente la partecipazione dell’Italia accanto a Germania e Austria-Ungheria. Con il Trattato di Londra, firmato il 26 aprile 1915, l’Italia s’impegnò invece ad entrare in guerra al fianco dei paesi dell’Intesa (Francia e Gran Bretagna), cosa che avvenne il 24 maggio 1915 quando le nostre truppe varcarono il confine con l’Austria.
La strategia del Cadorna fu subito chiara: difensiva sul fronte trentino, in Cadore e Carnia; offensiva sull’Isonzo e sul Carso, avendo come obiettivo la direttrice d’attacco Gorizia –Trieste – Lubiana – Vienna. Cadorna pensava ad un’iniziativa offensiva basata sul movimento/manovra delle truppe: aveva in mente Napoleone ma i tempi erano completamente cambiati. Le forti posizioni difensive austriache e la nuova tattica di guerra imperniata sul binomio reticolati – mitragliatrici, rendevano la strategia cadorniana
impraticabile, votando l’esercito italiano al dissanguamento. Solo nel 1915 ci furono sul fronte isontino ben quattro battaglie offensive, che non permisero il raggiungimento di
nessuna posizione decisiva e costarono la vita di migliaia di uomini.
Nel 1916 ci furono nuovamente sull’Isonzo cinque offensive (passate alla storia come “spallate”) che portarono, dopo immani sofferenze per ambo le parti, alla conquista della
città di Gorizia, primo risultato di valore per l’Italia. Nel frattempo, nel maggio 1916, l’Austria – Ungheria scatenava dal fronte trentino una grande offensiva (denominata “Strafexpedition” – “spedizione punitiva” in italiano), destinata a travolgere le nostre difese e a prendere alle spalle il grosso dell’esercito schierato sul Carso e l’Isonzo. L’offensiva austriaca fallì per la strenua resistenza dei soldati italiani. Nello stesso anno, il generale
Cadorna avallò l’invio in Macedonia di un Corpo di Spedizione composto dalla 35^ Divisione (più supporti, tra cui un distaccamento aeronautico), sotto comando iniziale del generale Carlo Petitti di Roreto. Il Corpo di Spedizione, inquadrato nell’Armata d’Oriente francese, concorse a contenere lo sforzo offensivo austro- tedesco-bulgaro finalizzato a distruggere l’esercito serbo e ad occupare l’Albania, nostro protettorato. Il Corpo venne
ritirato al termine del conflitto. Subì più di 8.000 perdite tra morti (ancora oggi sepolti nel cimitero militare italiano di Zeitenlik in Grecia), feriti e dispersi.

(continua)

La voce di un testimone

Durante queste vacanze ho letto una delle opere, a mio parere, più significative scritte sulla Grande Guerra in Italia: il diario di guerra (maggio – dicembre 1917) del Colonnello Angelo Gatti (1875 -1948).

Il Colonnello Angelo Gatti fu responsabile dell’ufficio storico del Comando Supremo alle dirette dipendenze del Generale Luigi Cadorna. Ufficiale del Corpo di Stato Maggiore dell’esercito italiano (e in seguito, Accademico d’Italia), il Gatti era anche un fine scrittore e diede alle stampe nel primo dopoguerra pregevoli opere di storia e critica militare come “Uomini e folle di guerra” (1921) oltre ad un fortunato romanzo (ancora oggi reperibile in libreria) intitolato “Ilia e Alberto”(1930).

Il suo Diario di guerra rappresenta una autorevole testimonianza del periodo che precede la disfatta di Caporetto (ottobre – novembre 1917) e comprende eventi bellici importantissimi della guerra sul fronte italiano nel 1917: la decima battaglia dell’Isonzo (maggio), la battaglia dell’Ortigara (giugno), la conquista dell’altipiano della Bainsizza (agosto).

Per l’importanza e l’intensità della narrazione, le pagine scritte sugli eventi relativi alla dodicesima battaglia dell’Isonzo (Caporetto) assumono il significato di fonte primaria per comprendere quei tragici eventi. Leggendo il Diario di Gatti, infatti, emergono chiari il contesto e le responsabilità italiane di fronte alla (peraltro) attesa offensiva austro-tedesca.

Una voce, quella del Colonnello Gatti, che ancora oggi risuona forte come monito per gli errori commessi e come riconoscimento del valore dei caduti in una lotta  tanto dura quanto eroica.